lunedì 4 febbraio 2013

Giorgio Linguaglossa,
I polinomi perifrastici
di Bruno Galluccio.



 
Bruno Galluccio Verticali Einaudi, Torino, 2012

Il discorso poetico del napoletano Bruno Galluccio in quest’esordio mette in opera un linguaggio formale-artificiale, una sorta di polinomio perifrastico nel quale i singoli polinomi non rispondono che a se stessi, poiché non sono regolati dalla logica della significazione del linguaggio relazionale; è come se ogni segmento del polinomio perifrastico scantonasse a modo proprio (motu proprio) eleggendo la sovranità di leggi sintattiche provvisorie e desultorie.

O meglio, qualcosa c’è del linguaggio relazionale che affiora, in qualche modo, come allo stato molecolare, alla testuggine della superficie linguistica. In un certo senso, è un linguaggio superficiario anche questo che Galluccio allestisce; che sta in superficie, ma come in sospensione, sospeso sopra le grandi arcate dei propri cavalcavia, in alto, quasi sospeso tra la in-significazione e la de-significazione. Il presupposto teoretico di Galluccio è chiaro: «non pongo domande / la teoria è chiara nella sua incompletezza»; ergo, si va a tentoni, in uno sperimentalismo senza esperimento, nella incompletezza e nella aleatorietà del principio di indeterminazione di Heisenberg: le parole, al pari delle particelle elementari sub-atomiche, agiscono e scompaiono per riapparire in altri luoghi, nello stesso istante e in istanti disparati; parole istantanee, parole-istanti, che nascono e muoiono nello stesso istante della apparente significazione (o de-significazione) in un segmento del polinomio per scomparire nel segmento seguente e riapparire poi, in modo desultorio, in fondo al polinomio.
«Da qualche parte deve pur esserci un punto / di inversione / uno zero graduale / un segno che c’eravamo stati»; e invece no, non c’è nessun inizio, non c’è nessun indizio che non sia un seguito di qualcos’altro, non c’è origine; c’è una sorta di in-direzionalità del senso che appare e scompare, allo stato reticolare e retinico sulla superficie dell’occhio. Ma è un «occhio» che non guarda il suo oggetto, perché esso «è stato cancellato». Una poesia dunque che fa meno della rappresentazione degli oggetti? Non ci sono più «oggetti» nel senso della fisica classica, non c’è più una «materia» nel senso della fisica classica; così anche le «parole» non designano più un significato, non sono più vettori di un significante ma viaggiano un loro «viaggio» interminato,  interinale, incompleto, desultorio:

Intorno scivolano uomini a temperatura ambiente
ai tavoli vengono serviti prosecchi
Il discorso cade rialzandosi
i giochi completi sono nuovamente disfatti
il quesito viene gettato sempre più lontano

Non c’è più neanche una «tematica» o un «tema» (il che ci riporterebbe alla presupposizione di un «oggetto» configurabile); non c’è alcuna problematica ottica dell’io che pensa; ci sono, appunto, «tematismi», proposizionalismi, cioè approssimazioni, sintagmi propedeutici, caudali, incipitari, incidentali che si assommano, o meglio si de-moltiplicano, il tutto in un mixage di segmenti sintagmi in una de-moltiplicazione «verticale»; per l’appunto qui il moto di gran lunga prevalente è il moto «verticale» nel senso che si può dire e non dire rispetto a cosa una cosa sia «verticale»; se tutto è in posizione e in moto «verticale», ciò equivale ad affermare che l’intera nomenclatura (fittizia) dei polinomi perifrastici è omodiretta verso una verticalità fideiussoria, relativa, iterativa, che compare e scompare allo stesso istante, che balugina  esiste, e si cancella.
Del resto a Galluccio, di professione fisico matematico, riesce più che naturale esprimere le proprie inquietudini in termini astratti propri della fisica astratta:

non è questa la forma dello spazio
qui le verticali sono chiuse
e le corsie d’emergenza sono aperte

Ecco il frequente ripetersi di fraseologie che contengono termini come: «esercizi», «perimetro», «derivate», «topologia», «aleph con zero», «apparecchiature», «cerchio», «gli irrazionali»; o sostantivi astratti de-significati: «granularità che non trattiene», «ossido che non ha scogli»; oppure modalità verbali decorticate: «pendiamo tra appoggi di numeri»; per non parlare di «connessioni emisferiche», «scultura di abbandono», «abisso di ascensori»; con tanto di «moltiplicazioni», di «rimanenze», «sommatorie», «equazioni»:

esercizio lungimirante
fare calcoli sulle parti
riflettere su rimanenze
addentrarsi tra le parentesi
(sospendendo quel che premeva fuori)
e dire così addio all’eden degli interi

e impariamo che non possiamo sommarci subito
ma dobbiamo prima denominarci comunemente
conoscere la minima essenza condivisa
che ci moltiplichi

*

in due ai lati opposti della grande sala
inondati dalla stessa luce
attraverso le fenditure del colore
si riversano e uccidono gli oggetti
il loro sogno diametralmente opposto

una speciale nudità nel cono dorato e vermiglio
il silenzio della storia che si impossessa delle pareti
e intacca i soffitti in rivoli di buio

ma come fa a risuonare lo scricchiolio di passi
poche sale prima sale ormai chiuse?


*

mi muovo tra porte uguali
nella disparità mattutina
porte quasi uguali
c’è sempre uno scalino da completare
quando le questioni vengono poste cerco di salvarmi

il giorno viene ripetuto più volte
perché ci sia respiro
le strutture metalliche
e le discese che hanno lasciato
i pesi delle strutture trascinate via

le curiosità tendono a ispessirsi
intralciano un fluido scorrimento

si ricorre a misure speciali
i passanti che si fermano vengono cancellati
il mattino viene cancellato

6 commenti:

  1. Me Tapina...la poesia mi risulta difficile , la critica non riesco a comprenderla. Mi spiace. Qualcuno mi può aiutare? Emy

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    1. prova a vedere "Cube", ma anche "HyperCube", dopodiche il discorso dei lati che si sgretolano (es "pareti"di questa poesia) ti apriranno certe porte, o certi legami chimici.bacione :-)))

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  2. Che bella testa intelligente, mi sono detto dopo aver letto, se mi passate la confidenza e il tono da non-critico. Ci sono continue domande (e condivisione di domande) che sanno osare il rinnovamento dove sembra che tutto sia stato ormai detto, partendo anche dalla minuteria, anche quella personale, che era scomparsa sotto il peso delle grandi ideologie. Pare a me che Galluccio non cerchi di commuovere, di provocare, non s'attacca alle emozioni. Eppure ne vengono, sebbene procurando un piacere diverso.

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    1. dall'iperspazio (NON ipermercato) all'iperpoesia.

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    2. e aggiungo che c'è valore umano e sociale nel porsi al cospetto delle cose usando L'ATTENZIONE, perché è proprio questa l'attitudine che viene a mancare di questi tempi.

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    3. .."e aggiungo" :-)))) che l'abc della capacità di visione (artistica, fotografica, emotiva, intellettiva, poetica-politica) aumenta con la prima A che hai detto, che in altra "a", è l'Ascolto, fondamento non solo per la storia (l'armonia, o la composizione etc etc) della musica strictu sensu ma di quella ipermusicale dell'essere.

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