1. Attirano
ancora i futuristi? Direi proprio di sì. Ogni tanto ripartono le
rivalutazioni.i Sorvolando sulle apologie marinettiane della guerra «sola
igiene dei popoli», si mescolano facilmente con l’americanismo; e,
più in particolare, con gli inni alle nuove tecnologie, specie del
Web, eco di quelli futuristi per l’aeroplano o l’elettricità. La
rilettura del breve brano che Fortini gli dedica ne I
poeti del Novecento stoppa queste tentazioni.
martedì 15 gennaio 2013
lunedì 14 gennaio 2013
Eugenio Grandinetti
[Senza titolo]
Caro Ennio,un'altra guerra è cominciata [in Mali] per i
francesi e sta per cominciare per noi,e la cosa passerà ancora inosservata. C'è
un odio tra gli uomini,fomentato da interessi di potere
(economico,religioso,politico)che di continuo si autoalimenta. A noi resta
l'indignazione,ma è ben poca cosa di fronte alla contentezza di chi con le
pubbliche disgrazie (e la guerra va considerata tale) ci guadagna. D'altra
parte tante altre cose ci danno nausea in questa disgraziata società.penso allo
schifo di questa campagna elettorale,alle manovre dei potenti per esser sempre
impuniti,alla disperazione di una società che sta andando allo sfascio. Forse è
una fortuna esser arrivati al capolinea,anche se,a pensarci bene,la vita non ci (a me,a te e ad altri come noi) ha risparmiato niente. [E.G.]
Il cielo è buio,l’aria è torbida:passano
gli uccelli della morte:portano
terrore e distruzione. Crollano
le case come chine franose,gli uomini
cercano rifugi sotterranei per nascondersi
dai fulmini del cielo. Ma chi ci salverà
dalla nostra ira e dalla vergogna
d’essere infesti l’uno all’altro,ostili
ai nostri sentimenti umani,resi
dal timore reciproco strumenti
d’odio e di morte?
sabato 12 gennaio 2013
Anna Ventura
Cinque poesie inedite
Dal mare si avvicina
all’isola, la barca
che porta la posta. La gente
la vede da lontano,
corre all’attracco. La posta
scende in un sacco
che sembra sempre vicino
a cadere tra le onde, e invece
cade a terra, perfettamente
asciutto. Il postino
divide le carte tra i presenti,
ognuno
torna a casa con le proprie. Il
sacco vuoto
giace per terra, poi
viene riportato sulla barca:
domani
farà ancora il suo lavoro.
Giorgio Linguaglossa,
Su "La metamorfosi del buio"
di Salvatore Martino.
.
Non ho letto I Dodici di Blok o le poesie di Herbert per sapere qualcosa di più sui loro autori: semplicemente, volevo sostare in quell’aura, in quella leggerezza, in quell’atmosfera, o insania. È un paesaggio, la scrittura, che non va a finire da nessuna parte, è lì e basta. Respirare in quel paesaggio la sua atmosfera è tutto quello che si può fare. C’è una trama?, c’è uno sviluppo?, c’è un senso?. No, in poesia non c’è nulla di tutto ciò. Possiamo leggere questo libro di Salvatore Martino come possiamo stare seduti su una sedia a dondolo all’ombra di un albero a goderci un paesaggio, nell’aria pulita del mattino. Ora provate per un attimo a smettere di dondolarvi. Non è la stessa cosa vero? L’atmosfera di un bel libro è il dondolio della sedia. Nient’altro.
venerdì 11 gennaio 2013
Ennio Abate,
In morte di Franco Pisano.
Tabea Nineo, Prigioniero, 1977 circa
abbiamo cercato insieme
gli ultimi singhiozzi
della nostra giovinezza
così simile ascetica seria
misurata sui passi di chi
denudò Das Kapital
e i suoi untori…
ma la sera
incombeva
giovedì 10 gennaio 2013
Luca Benassi,
Poesie.
(da
L’onore della polvere, Puntoacapo
editrice, 2009)
Bisogna
aspettarli al varco i salmoni
al collo di bottiglia
della foce
spauriti, mentre
accalcano l’acqua
bisogna tendere la rete
dove
la superficie si increspa
di pinne
le branchie annaspano
quel desiderio
che riproduce il transito
di nuove
generazioni. Allora è il
momento
di calare la rete, di
tendere
alla gola il laccio,
l’arpione aguzzo.
All’uscita della metro
noi siamo
salmoni ignari verso la
mattanza.
(da
il guado della neve, edizioni CFR,
2012)
Fortuna Della Porta,
Poesie.
Giorni
fuggono a vela dietro il vento,
corni
del dolore, pane impastato di ferro
compendio
del vortice eterno, pantano ove urla
dispendio
di fiato, la mia apocalisse è scontata
Coltivo
tempo al boia, questo mi piange,
arrivo,
poi, in mare annegato, fuoco arso,
tinto
di funebri drappi, rugiada infernale, -non fatto-
Avvinto
nel caos, non domandare. Taci, per carità.
Avvicina
un poppante che sugge, avvertilo, questo sì,
mattina di
lumaca incoscienza, affettuoso
alabastro
la pelle e per lui un raggiro alla porta.
Vincastro
di carbone, ahimè, minatore imminente.
Arcobaleno
di sangue e battito del cuore
ameno
frullo solo se amante mi bacia in bocca.
mercoledì 9 gennaio 2013
SEGNALAZIONE
RUAH ELOHIM ! RUAH ELOHIM ! RUAH ELOHIM ! RUAH ELOHIM ! RUAH ELOHIM !
IL MONTE ANALOGO
Rivista di poesia e di ricerca
Mercoledì’ 16 gennaio 2013,
alle ore 18
presso il
negozio civico
CHIAMAMILANO
Largo Corsia dei Servi – 20122 Milano
MM1 San Babila
lunedì 7 gennaio 2013
Anna Maria Moramarco,
Amore e Psiche.
"Un collega ha visto la mostra ‘Amore e Psiche’ a Palazzo Marino ed ha
scritto delle belle riflessioni. Io invece, sulle sue riflessioni,
ho inventato un dialoghetto fra i due. Mi piacerebbe che pubblicassi sul blog
Moltinpoesia la mia ultima “Amore e Psiche”, che è stata apprezzata da alcuni
amici … Poi potremmo allargare la platea, se sei d’accordo: magari invitando
tutti a trarre spunto dal tema . In un tempo in cui si va o solo “di
pancia” o solo di testa, sarebbe interessante leggere come viene trattato
l’arduo e sempiterno tema …" (Anna Maria).
Sì, proviamo. Anche se "quel che sia" lo conosciamo già...
(Cfr. l'immagine quasi profetica - per l'Italia - pensata da Michelangelo Pistoletto, che ricopio sotto e che - ricordo - è del 1967...) . (E.A.)
-
Non mi guardare, amor mio,
solo così potremo amarci sempre!
-
Non posso non conoscere il tuo volto,
il mio amore ne ha sete
come di acqua che zampilla.
-
Per la tua passione
la conoscenza verrà svelata.
E sia quel che sia!
domenica 6 gennaio 2013
Fabio Franzin,
Testi scelti.
da “Pare” (Padre)
Fra i confini dea vita
(In memoria
di mio padre Antonio, in benvenuto a mio figlio Jacopo)
‘Sti stanbi zorni de utùno, ora cussì caldi
e ciari, ora cussì covèrti e afosi, cussì caìvosi.
Un zhigo ‘l vent, ieri nòt, e ‘l scuro scuriàr de frasche
contro ‘e finestre fuiscàdhe de l’ospedàl.
E i nidi, pensée: se ghin ‘é, chi ‘o che metarà
un téon sot’i albari? E po’ incòrderse pa‘a prima
volta che ‘l zal dei setenbrini s.ciopà drio ‘e rive
dea Livenza ‘l fa rima co’ quel dee fòjie dee piòpe
piantàdhe longo i só àrdheni. ‘Sti stranbi zorni
de utùno e i fòji del caendàrio che i me casca
stonfi dae man disendo de ‘na vita che la ‘é squasi
drio ‘rivar e de una che, massa sguèlta, ‘a scanpa via.
Co’i stessi làvari che ‘ò basà ‘a front
maeàdha de mé pàre, ‘dèss ‘scolte ‘sti
colpéti lidhièri, ‘sti calcéti cèi, e bei,
pudhàndoi tea panzha piena de mé fémena.
Piove fòjie rosse ‘dèss, tii nizhiòi futignàdhi,
drio i bianchi curidhòi sgrafàdhi dal doeór.
E ‘dèss sò, co’a pì maedéta dee sicurezhe
che quel che me ‘à dat ‘a vita e quel
che da mì la ‘varà no’ i riussirà a incontrarse.
So che mé pàre, nonostante tut el só ben,
no ‘l me ‘assarà far festa pa ‘a nàssita
de mé fiòl, e sò che ‘a nàssita de mé fiòl
no ‘a me ‘assarà piàndher mé pare
come che ‘l meritaràe.
Mi son qua, co’na man strenta
pa’ provàr a tègner duro, e chealtra
vèrta a spetàr, pronta a ninàr.
No so co quàea dee dó èpie possù scriver ‘ste paròe.
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