sabato 17 dicembre 2011

Paolo Pezzaglia
Giunca giunchiglia


Vorrei che fosse “postato” questa mia poesia “giunca giunchiglia” - che in realtà parla di un tumble  weed – a commento del bell'articolo di Enzo Giarmoleo.
Grazie e statemi bene.



Vento di terra.

Un secco cespuglio
strappato alle radici.

Un vascello di paglia,
una giunca giunchiglia.

Ti porti al mare
il forte vento di terra.

Ormai sei paglia.

Anche il nome mio
via puoi portare.

venerdì 16 dicembre 2011

Enzo Giarmoleo
Addio George Withman !


                                                                                     
Parigi, luglio 1962

Lungo la Senna Jacopo a gambe levate, inseguito dai commessi di un supermercato del libro. Proiettato in avanti cercando di correre il più possibile, nelle sue tasche buona parte dell’esistenzialismo francese, Jean Paul Sartre, Camus, pocket book, edizioni economiche. I commessi segugi gli stanno alle calcagna, cercano di raggiungerlo. I bateaux mouches lenti tifano per lui, sta risalendo la Senna, suole di vento, direzione Notre Dame. L’unica via per salvarsi è tuffarsi nel labirinto del quartiere latino, uno dei luoghi non sventrati dall’urbanistica poliziesca di metà ottocento che favoriva la costruzione di vie rettilinee abolendo le vie strette e irregolari che favorivano focolai di insurrezione. Ancora uno slancio, ora è sul pavè di Quai de Tuileries. Se arriva a Pont Neuf è fatta! Rue Dauphine e poi un tuffo nei mille vicoli di Saint Germain des Près che conosce come le sue tasche. Scompare nell’atrio interno ad un palazzo, trafelatissimo, aspetta.

giovedì 15 dicembre 2011

Ennio Abate
Sulla gestione dellle "buone rovine"
di Franco Fortini



UNA PERSONALE, EXTRA-ACCADEMICA, OPINIONE.  

«…‘Vi consiglio di prendere le cose che ho detto e di buttarne via più della metà, ma la parte che resta tenetevela dentro e fatela vostra, trasformatela. Combattete!’ »
(Le rose dell’abisso. Dialoghi sui classici italiani,  Boringhieri, Torino, 2000)

1.

Nel dibattito dei moltinpoesia  ho, quando ho potuto,  richiamato l’attenzione su Franco Fortini (1917-1994). Su questo blog tra l’ottobre e il novembre 2010 ho dedicato vari post (si trovano facilmente scrivendo il suo nome in ‘cerca’)  per commentare una sua intervista del 1993 concessa alla RAI, «Che cos’è la poesia». È un esempio di discorso extra-accademico (non automaticamente antiaccademico) sui suoi scritti  e la sua figura, che per me ha una lunga storia alle spalle. Fortini ha influenzato  indirettamente la mia ricerca (qui), pur restando per me, anche quando ho avuto modo d’incontrarlo di persona, «maestro a distanza». Quel mio rapporto con lui fu tardivo e problematico, ma profondo; e ne ho dato un dettagliato rendiconto (qui).
Dopo la sua morte nel 1994, ho - prima in samizdat poi sul Web[1] - praticato, com’egli suggerì, un buon uso delle rovine: della tradizione culturale e politica del comunismo (usiamola questa parola, anche se sporcata, demonizzata e divenuta incomprensibile ai più); e, quindi, anche dei suoi libri, che alla storia di quel grande movimento, in modi sempre vigili e sofferti, si richiamarono senza i pentimenti o gli sbrigativi autodafé di tanti voltagabbana.

Anna Maria Moramarco
Sette dicembre...



All’inizio
fu un canto disteso.
Come di sentinella
che ha vegliato e sente l’alba
nel cielo ancora scuro di notte.

Poi fu alla fine.
La bara dentro la terra
i fiori a far da cornice,
mestizia.

Il canto si accese inatteso:
il passero era fratello del primo.
Se ne stava, su un albero gemello,
striminzito nel freddo della sera.
Se ne stava su una striscia di sole rosso cupo.

Dall’alba al tramonto,
l’ultimo giorno che vidi il volto di mia madre.

mercoledì 14 dicembre 2011

Ennio Abate
Omaggio a
Gianfranco Ciabatti



Faccio circolare anche tra i moltinpoesia alcune  poesie di Gianfranco Ciabatti (1936-1994). Le prelevo dal «medaglione artigianale» curato da Roberto Bugliani a quindici anni dalla sua scomparsa su Nazione indiana (16 aprile 2009, qui), dove si trovano anche informazioni sulla sua vita, la sua militanza politica e un prezioso rimando al n. 34-35 della rivista Allegoria (gennaio-agosto 2000), che gli dedicò una sezione con interventi di Timpanaro, Luperini, Fortini, Cataldi, Commare.
Le riprendo perché Ciabatti, non intaccato né dalla sconfitta politica né dalla malattia, ha voluto e saputo parlare fino al momento della morte in «prima persona plurale», usando un «tu» collettivo e di classe o  il «noi» della storia ormai di un’altra epoca. Ha mantenuto, cioè, un rapporto conflittuale di fronte alla realtà sociale modellata dal Capitale. Non si è “dato pace” (neppure con il "piacere della lettura", aggiungo maliziosamente!).
Quel «noi», oggi, se siamo vecchi, è svanito dai nostri discorsi, tornati fin troppo  facilmente all’«io» o al massimo a un inquieto «io-noi». E, se giovani, non è quasi più pensato come possibile, anzi  è spesso deriso. Lo dico senza moralismo. Come presa d'atto di una realtà (ostile e da combattere per me).
Riporto l’attenzione a questa sua poesia per un’altra ragione. Ciabatti, pur scrivendo poesie (tra altre cose), adottò, come sottolinea Bugliani, «un lirismo rovesciato o negativo» e  mai abbandonò certi  temi “bassi” e “ignobili” alla Brecht. E fu consapevole - per dirla con Fortini - dei confini della poesia . E cioè? Lo spiega bene un commento di ng sotto lo stesso post di Nazione Indiana: «a differenza di tanti autori che pure mirano a politicizzare il segno, [Ciabatti] aveva ben presente la differenza (e la contraddizione) tra la prassi poetica e quella politico-ideologica; ben sapeva che l’azione nella parola, quand’anche condotta in opposizione, è ben poca cosa rispetto a quella nel reale, unica veramente capace di trasformare una situazione». Che, si deve aggiungere, ora che i tempi sono diventati ancora più bui, è ipotesi  più ardua, ma mai da abbandonare, anche se fossimo costretti per quel che ci resta da vivere soltanto a scrivere poesia. [E.A.]

Dal di dentro

Poiché dobbiamo viverci,
teniamo pulita la nostra prigione,
apriamo i vetri all’aria del mattino
zufolando immemori
che un giorno il sole ci accecherà
e la strada sarà troppo grande, per noi,
tremanti passi di convalescente
deboli sotto la madida pelle.
Noi dovremo allora richiamare
gesti antichi alla mente, ricusare
la pace che consente con la legge del silenzio,
tollerare la dura libertà
(aprile 1962)

martedì 13 dicembre 2011

Giorgio Linguaglossa
Sull'"Almanacco dello Specchio 2010-2011"



Partendo da un punto alto di riflessione di cui abbiamo perso memoria  - quello raggiunto agli inizi del Novecento dal poeta russo Osip Mandel’stam, convinto assertore di un’idea  mai mimetica della poesia, per cui essa « non è parte della natura[…] tanto meno un suo rispecchiamento», ma semmai la sua “recita” «con l'ausilio di quei mezzi detti comunemente immagini», Giorgio Linguaglossa può mostrare la gracilità della poesia che si va facendo, specie in Italia. Di certo,  salendo sulle spalle di un gigante come Mandel’stam,  i poeti d’oggi appaiono anche più nani di quello che sono e troppo severi parrebbero i giudizi sugli autori italiani scelti  nell’«Almanacco dello Specchio» 2010-2011. Eppure la questione che il critico romano pone non è trascurabile: se siamo a dopo la lirica,  il vuoto da essa lasciato può essere colmato da «una gigantesca massa prosastica grigia e informe»? L'impressione che nella produzione odierna «si vada un po’ alla rinfusa, per tentativi al buio, per privatissimi sperimentalismi» è difficile da smentire. Resta il fatto che, dichiarando un suo precisoparametro di giudizio, Linguaglossa assolve onestamente a un compito critico oggi fin troppo trascurato. [E.A.]


Almanacco dello Specchio 2010-2011 a cura di Maurizio Cucchi e Antonio Riccardi, Mondadori, Milano, 2011 pp. 260 € 16.00

In un famoso articolo sulla poesia di Dante Alighieri degli anni Venti del Novecento il poeta russo Osip Mandel’stam parlava, a proposito della poesia del suo tempo (ed è la prima volta, a mio avviso, che viene impiegata questa terminologia), di «discorso poetico». A lui la parola:

«Il discorso poetico è un processo incrociato e si genera da due risonanze la prima delle quali, da noi udibile e percepibile, è la metamorfosi dei mezzi propri del discorso poetico che emergono via via nel suo erompere; la seconda è il discorso vero proprio, cioè il lavoro tonale e fonetico che risulta grazie a quei mezzi.