mercoledì 10 novembre 2010

CONTRIBUTI
La vendetta del pornografo.
MICIO TEMPIO, un poeta dimenticato
di Giuseppe Beppe Provenzale

         Domenico Tempio 
                                                 (CT 1750-CT 1820)  
Il Nostro é il maggiore poeta riformatore siciliano, contemporaneo del Parini in Lombardia. Meno famoso o addirittura sconosciuto perché ha quasi sempre scritto in siciliano. Lingua ufficiale del Regno di Sicilia, quella degli atti notarili, delle bolle e dei regi dispacci. Sparito il Regno di Sicilia, il siciliano come tutte le lingue che non possiedono passaporto è stato declassato a dialetto rendendo “minore” la sua letteratura. Eppure ancor oggi il Tempio lo si chiama all’antica, “Micio” conferendogli familiarità e affetto, riconoscimento e adesione[1]. Micio Tempiu fu “… ammirato e lodato dai suoi contemporanei, ma dopo la morte la sua opera è stata quasi dimenticata, tranne alcuni componimenti di carattere licenzioso che, pubblicati alla macchia, gli hanno dato ingiusta fama di poeta pornografico.”[2]

Era figlio di un commerciante che avendolo destinato alla carriera ecclesiastica, lo mandò in Seminario, il luogo della massima istruzione gratuita, a meno di robuste raccomandazioni, una discriminante dote di biancheria e le proprie posate d’argento. Sovente con automatico fallimento della meta: a 23 anni, “si spoglia” per intraprendere la carriera forense, ma no: il giovane è insofferente a riti e vizi della casta e vuole solo proseguire gli studi umanistici; tradurre Livio, Orazio, Tacito e Virgilio; leggere da Dante a Machiavelli e Guicciardini fino ai suoi contemporanei. Dedica particolare attenzione al giansenista Carlo Rollin (1661-1741) per un anno rettore dell’Università di Parigi. Domenico, illuminista d’importazione, commerciante fallito e notaio mancato, diventa cupo osservatore della sua città ed implacabile notista della società. Per la sua produzione letteraria fu ammesso alla cittadina Accademia dei Palladii e nel salotto letterario di Ignazio Paternò principe di Biscari. Visse poi nelle ristrettezze economiche morendo in una casupola alla periferia di Catania. Uno studioso appena famoso nel suo tempo e quasi subito dimenticato. Perché allora se ne parla ancora?
Anni ’50. Nel clima del movimento autonomista siciliano[3] e nel mirare ricerche universitarie fuori da altre esaurite nell’approfondimento di temi già approfonditi o sprofondati, sono stati riscoperti Micio Tempio, poeta siciliano in siciliano, il suo schietto illuminismo e la sua componente classicistica. “La poesia tempiana vuol essere libera, denuncia i vizi e le malvagità degli uomini, e addita nell’ignoranza la prima causa di ogni male (Odi supra l'ignuranza). La sua satira, spesso aspra e pungente, mira al rinnovamento morale della società e al riscatto degli uomini dalla miseria, ma i valori poetici emergono spesso al di sopra delle intenzioni.”[4] Etichetta incollata a questo genere oggi è “poesia civile”. Tempio scrive senza paramani di pizzo e porta a ben altre conseguenze la strofa pariniana[5] Ma al piè de' gran palagi/Là il fimo alto fermenta;/E di sali malvagi/Ammorba l'aria lenta,/Che a stagnar si rimase/Tra le sublimi case. Egli, con la sua impostazione filosofica giansenista, va assai a fondo d’ogni cosa. Nel poemetto La Maldicenza sconfitta sostiene la indipendenza della poesia e la libertà del poeta, scinde il pettegolezzo dalla diffamazione, e insegna che nessuno ha il diritto d’impossessarsi del cervello altrui usando argomentazioni capziose. Ci dice anche che le parole altrui non debbono avere più valore delle nostre esperienze. Oggi sembra quasi ovvio, anche se non praticato nè dai media nè dai critici di professione, ma duecento anni fà no: allora la poesia doveva celebrare questo o quello, e in forma canonica, rispettando regole e sintassi imposte per creare il corpus della critica letteraria, prima per scriverne la storia e poi la storia della storia aggiunta a quella dei critici compendiati con realtà sintetizzate pro domo sua.  In Lu veru Piaciri, stigmatizza ogni falsità ed esalta l’onesta operosità; nelle Mbrugghereidi (La celebrazione degli imbrogli ‘mbrogghi, traduzione assolutamente priva di nerbo e di implicita morale) mostra e condanna il malaffare uno per tutti di un prete traffichino e imbroglione. I suoi ritratti non sono mai celebrativi, le scene sono descritte senza luci favorevoli, le sue sceneggiature e i camei smitizzano quell’immagine della Sicilia arcadica e felice cara a clero e nobiltà in vena di erudizione & cioccolata. Bozzetti drammatici (La sciarra di li Numi, La paci di Marcuni, Li Pauni e li Nuzzi) abbassano al livello delle spicciole miserie di vicoli e stracci persino quell’Olimpo affrescato nelle volte dei saloni. Quali erano i suoi lettori? Orecchie da osteria oppure gli angoli dell’Accademia dei Palladi riservati a sigari & ghigni? L’opera maggiore di Domenico Tempio é il poema La Caristia [6](venti canti in quartine di settenari). Semi-sconosciuto perché ponderoso e ricco di lemmi desueti. Qui fa poesia & informazione, versi & cronaca dei tumulti popolari di Catania durante la carestia del 1797-98. Attenzione, sommossa e non la rivoluzione che stava arrivando con Murat, pane e non “istanza” sociale. L’immagine è una Carestia ossuta e trionfante che s’aggira tra disperati famelici che seleziona e ghigliottina senza pietà. Ogni affamato ha una storia da raccontare e il loro insieme decide l’unità e l’originalità del poema che, insieme ad un’elaborazione in chiave naturalistica della cultura siciliana, comincia quel coraggioso processo di realismo che alla fine dell’800 diventerà con Verga Verismo in letteratura, introspezione psicologica con Pirandello e neo-neo-realismo nel cinema di Martoglio.
Con questo materiale si possono scrivere tre o quattro saggi, altrettante tesi di laurea e finirla lì. Invece Miciu Tempiu vive grazie alle sue “Poesie licenziose”[7] che circolano tra coloro che capiscono il siciliano lingua ancora oggi ricca di valenze umorali. Egli ha continuato un genere letterario presente in tutte le civiltà dalla Cina all’Occidente, da Catullo a Marziale, dai Carmina priapea  alla produzione licenziosa medievale. Poi Boccaccio, e soprattutto un altro siciliano sconosciuto, Antonio Beccadelli detto il Panormita che nel 1426 pubblicò Ermaphroditus[8] un lavoro non proprio castigato. La poesia di Tempio continua la tradizione della scuola poetica siciliana[9]. Queste rime, prima della valanga delle odierne immagini pornografiche, riscuotevano un certo successo per le argomentazioni intrinseche e per il linguaggio poetico autoctono e vicino alle pulsazioni erotiche giovanili. Licenziosità non è la pornografia descritta in maniera coinvolgente e morbosa, ma piuttosto l’erotismo dalle valenze spontanee e naturali. Le Poesie licenziose, pur presentate in un corpus unico, mostrano evidente la diversità degli argomenti e descrivono una realtà in contrasto con la coscienza dell’Autore, assai accigliato, determinato e implacabile nell’usare un linguaggio estremo, forte e destinato a far riflettere. Non c’è mai compiacimento nelle sue parole, ma un atteggiamento tanto distaccato da poter essere tagliente sino in fondo. I suoi componimenti, pur diversi e con temi “a campione”, hanno sempre un denominatore comune e protagonista assoluto: il pene, chiamato in modo diverso a seconda di ruolo e coloritura.
Il Padre Siccia (=seppia)
In questa poesia-denuncia il protagonista assoluto é sottinteso in un caso di pedofilia ecclesiastica. Componimento lunghissimo scritto in toscano e reso qui in una sintesi estrema, al limite della comprensibilità. Monaco: L’apprensione, o figlio, /ingrandisce gli oggetti, e dove mai/non fur nascer li fa. Uno sfogo onesto/tra teneri amici/chi mai lo proibì?/ siamo orsi o lupi/O selvatiche belve?   Ragazzo: E si pecca sì franco? E’ un simil fallo/empio, atroce e nefando…Monaco: Oh che follia/Taci, perché non sai la Teologia./Questa sì bella usanza/da Sodoma abbruciata fu sodomia chiamata;/ma perché sia peccato/ io non capisco ancor./Si l’adulterio è tale/ che sia dal ciel punito./La fede coniugale viene a tradirsi allor./Sta il gran peccato espresso/nell’accoppiarsi insieme/diversità di sesso; ma se si sparge il seme/tra l’uomo e l’uomo istesso,/che non sia permesso/portami un argomento,/una ragione, ed io questo cular desio/discaccerò dal cor. La circonvenzione continua: che ingratissimi sensi/son questi, o figlio! Dunque il nibio io sono?.../… Vuoi trafiggermi il cor. Ah! se tu fossi/dentro il mio petto per vederlo, ingrato,/come avvampa per te, forse quell’alma/sì rigida e severa/ si destiria a pietà. Quale fallo è il mio,/ se tu sei bello, e la bellezza tua/mi abbaglia, mi sorprende,/e ad amarti mi tira?... E’ mia la colpa/se tu porti nel cul sì bella polpa?/Verseggiando sino all’atto conclusivo, descritto senza il nerbo e la forza mostrati nei componimenti in siciliano. Ragazzo: Ecco disciolto il laccio,/il cul senz’altro impaccio,/ ma sol pavento… Oh Dio!/che affanno, che rossor! Monaco: Calati o mio bel Nume,/ e lascia questo cazzo/di quel tondino implume/le crespe discrepar./ La scena di seduzione a base di storia filosofia spicciola e manina sul cuore era però una pantomima. Chiarisce la verità quel Ahi! Che dolore! Io manco…e che rabbia, o Dei, che oia! e la risposta del monaco: Il cazzo entrò sì franco/e tu ti lagni ancor? Pantomima anche la resistenza del ragazzo fornito di un ricevitore ben allenato.
Micio Tempio abbassa l’Olimpo ne La Minata[10] degli Dei dove usa l’ariostesca ottava toscana (o stanza) composta da sei endecasillabi piani (abababcc) e distico finale, cioè la metrica usata nei cantari trecenteschi dei poeti improvvisatori. Cinque figli di Giove braccano l’ancor vergine Venere, ma vengono bloccati dal padre che, dopo un rimprovero … / a sorte l’assegna a Vulcano. Con due insegnamenti per gli scapestrati giovani dei: Nota. Non havi a fari maravigghia/ di un matrimoniu di un frati e nna soru,/ pirchì quannu non c’era gran famigghia/ sti matrimoni prima accussì foru/… e  ai quattro rimasti assai “eretti”  dà un premio di consolazione Giovi cci dici: cci su mezzi adatti/pri a vuatri passarivi l’arritti:/ la minata iu criai pri cui non futti,/ basta chi v’haju cunsulatu a tutti! Immagini così profondamente “scurrili” da rendere assai più morale ed impressa la lezione impartita. Senza ipocrisia o giri di parole indirette che perdono immediatezza e comprensione a favore della forma.
L’imprudenza o lu mastru Staci
Qui é più protagonista l’enorme pene di un povero materassaio sorpreso a orinare in un angolo. Ha l’onore (e credo rassegnazione  da poveraccio) della esplorazione visiva della sua fisicità da parte di Don Codicillo, un notaio rimbambito che naci in mezzu all’eccetra, si nutrisci/ d’eccetra, sta ficcatu ntra l’eccetra/ campa d’eccetra, comu eccetra crisci/ e usa un linguaggio corrotto dalla sua professione, comunque buono per descrivere la grossa cappella di Mastru Staci: … e poi fissa lu sguardu e la talia/ ccu multa attenzioni, e dici: et quoque/magna! Non ccè chi diri. Iu cci farria/ nna doctoralem laurea in utroque[11]. Bella! Bella! Bellissima ab utraque/parte, in quocumque casu et undequaque. Il notaio se ne innamora? No, questo è il fatto del giorno che deve raccontare a sua moglie visto che il cretino le racconta tutti ‘i so pila. Raccontare tutto di se stessi alla moglie? Mai, peggio ancora descriverle quel pene con abilità fuori luogo e per approssimazione con quanto da lei conosciuto. Ha un culuri olivastru e un scapulari/assumigghia d’un Patri Carmelita;/ tra boschi, in cui si soli ritirari/cca longa varva pari un Cenobita;/ havi lu cozzu d’un Benedittinu,/ la testa d’un noviziu Cappuccinu/ Pennuli a guisa di li manicuni/ d’un Agostinianu (oh bella cosa)/Tu poi cci vidi un paru di cugghiuni/supra di cui, quannu s’arrunchia, posa/L’immenzu so volumi; in chista forma/penni la bella cosca e par che dorma. Continua per perifrasi tutto sommato castigate – in fondo sta parlando a sua moglie -, ma la sua dabbenaggine si manifesta in un: …Filici chidda donna ca cc’incappa/a sta scialibia in ventre s’asciruppa,/ et ultra modum sta sunata vappa/tutta nellu quaeomonia cci l’aggruppa/eccetra eccetra eccetra…E poi dicia:/Chi ti nni pari, Petronilla mia? Risultato è che la moglie s’incapriccia del materassaio e briga per averlo in casa in assenza del marito. Non parsi a Mastru Staci, omu prudenti/ di rifiutarsi l’ottimu partitu;/ si persuadi, ed idda immantinente/ si metti a culu apponti in giustu situ/ appoggiata su un corrimano. La traslazione dell’atto è reso più originale con la perifrasi dei gesti che compie un materassaio che riempie, stipa con forza fitto fitto e trapunta …come Mastru Staci che Sta trapungennu, e nellu so trapungiri/ lestu e prudenti chi trapungi vascu!/ Mposta fitti li lani e quasi smungiri/ li fa e non lassa un atomu di lascu./ Proseguendo nell’operato già li cauzi cci avevanu sbracatu/ e a natichi scuperti era ristatu/ e l’operato prosegue violento di colpi ben assestati sino a quando il corrimano cui erano poggiati a chiù non potti reggeri;/ si ruppi, e tutti dui si sdivacaru/ jusu a lu bancu[12], ‘n testa a lu nutaru./ La sorpresa di Don Codicillo è alla sua altezza: chi vidu? E comu fu stu protocoddu?/ Anzi stu protocornu ad prima exordia?/ E comu? Sponte eccetra et casu cumque?/ Quomodocumque et qual iter cumque? Cioè quando la deformazione professionale e i suoi modi al seguito regolano le anime piccole: E accussì Mastru Staci la scappau/ cà sempri è bonu aviri cosi boni;/ e lu nutaru miseru ristau/ chinu d’affruntu e di confusioni;/ pri l’imprudenza sua fu svergognatu, cornutu e ‘n autru poco buzzaratu!
La monica dispirata
Il pene desiderato da una monaca ormai disperata. Pria tia certu ci vurria/ un battagghiu di campana,/ ca la forma pigghiria/ di nna grossa minchia umana. Il pene qui non è una parte scientifica del corpo umano, ma soggetto fornito di ruolo proprio, ricco dello spirito presente durante il coito, altra parola da sostituire… E’ pene non  configurato solo come battaglio ma rimpianto sprecato nelle camerate della caserme dove grossi minchi di surdati/ chi ntra d’iddi lu darreri/ si lu pigghianu arraggiati. Sprecato Ntra cunventi cc inni sunnu/ beddi minchi rancitusi: non havennu nuddu cunnu,/ si la minanu oziusi. Vagheggiato Ntra campagni, rocchi e margi/ cci su certi viddanuni,/ ch’hannu minchi ccu li jargi, / peju assai di li stalluni. Ma non ne ha alcuno disponibile e lavora di fantasia, resta scontenta del Si mi votu supra e sutta/ e lu pilu ncrispa e rizza/ scafunia, mi futtu tutta:/ non ccé gustu senza pizza[13]!...  Che non è quella napoletana.
E il pube? Qui Micio Tempio porta all’estreme conseguenza l’esplorazione fisiologica, trascurando la donna come tale e prendendo della femmina solo una parte per il tutto. Quella. Micio diventa una pulce, anzi un pulce e si racconta nelle quartine semplici (abcb) di quelle ballate provenzali che mantenevano musicalità da passo di danza.
Lu pulici
Una pulce raccontata come microcamera piazzata nell’intimo di una femmina (mai donna): Satava in vaddi e in voscura/da chista a chidda punta/ ccu l’arroganti e solita/ sua libertà presunta./ E cci paria già d’essiri/ lu liberu patruni/ di scarminari e didiri/ li chiù privati gnuni. La pulce visita anche monache, frati, uomini giovani, obesi, chiostri e reclusori dove… schieri innumerabili/ di petti, cosci ed anchi/ all’occhi si presentano/ chinotti, bruni e bianchi. Pizzicando e assaggiando con estro e competenza: Li brunni sunnu di zuccaru; su tutti sangu e grazia…li bianchi solin’essiri un poco insipidetti;/ li russi hannu li sangura/ maligni ed imperfetti. Tutto bene? No, perché dopo un Comu mi sa di zuccuru,/ quantu m’è duci e caru/ ddù gratu e mistu ciauru/ d’ambrosia e baccalaru la pulce, alla fine, credendo di mordere una giovane,  sbaglia indirizzo e pizzica una vecchia che spingi ccu la solita/ vindicativa cerra/ li puzzolenti faudi/ d’orina, e già l’afferra/ E prima ‘ntra li jidita/ untati di sputazza lu strica, e poi lu situa/ ‘ntra l’ugna, e lu scafazza. Morale? La pulce aveva fatto un errore di mappatura, aveva astratto la realtà oltre una coscienza non saputa e l’aveva collocata all’interno della sua fantasia. Lavorando borderline e non conoscendone i rischi. Alla fine, la pulce, innocente come l’Autore, ne viene annientata.
Giuseppe Beppe Provenzale
Milano, 9 novembre 2010, Laboratorio di Moltinpoesia, Casa della Poesia, Palazzina Liberty, Milano





[1] Micio è l’abbreviativi di Domenico e non ha nulla a che vedere con i gatti. Quanto sia incongrua la traduzione siculo-italiana lo dimostra il nome Micio de Piscibus (senatore messinese del XVII secolo) tradotto Domenico Pesci.
[2] Enciclopedia di Catania, Tringale editore, 1987
[3] Lo statuto dell’autonomia della Regione Siciliana è del 1945. Porta la firma di re Umberto II, apposta durante il suo brevissimo regno… Perso il referendum-truffa repubblica/regno la Sicilia offrì la sua corona, ma Umberto rifiutò.
[4] Ibidem
[5] La salubrità dell’aria, 91-95
[6] Pubblicato postumo, a cura di Vincenzo Percolla (1848-49). L’opera omnia di Domenico Tempio fu pubblicata, vivente l'autore, , col titolo Operi di Duminicu Tempiu catanisi (Stamparia di li Regj Studi, Catania, 1814 tomo I e II, 1815 tomo III) Un'ampia silloge è in Opere scelte, a cura di Carmelo Musumarra, un saggio su Domenico Tempio e la poesia illuministica in Sicilia (1969)
[7] Raccolte da Raffaele Corso e pubblicate nel 1926
[8] Una raccolta di epigrammi scandalosi al tal punto d’essere bruciati nelle piazze di molte città. 
[9] Istituita da Federico II nel Palazzo reale di Messina, introduce una grande novità: la poesia divorzia dalla musica. Il verso non s’accorda ai tempi musicali, ma cerca una propria musicalità interna con l’uso della metrica. In sua memoria restano i nomi derivanti dall'ambito musicale (canzone, ballata, sonetto).
[10] Masturbata. In un significato più ampio. Usando la similitudine militare di “carica inglese e ritirata spagnola”; si va baldanzosi alla carica e s’incassa una sonora sconfitta, da cui scaturisce una disastrosa ritirata.
[11] Utroque in questo caso si riferisce a entrambi i Diritti, quello ecclesiastico e quello civile.
[12] Banco. Questo era il nome usato per individuare lo studio di un notaio.
[13] Sineddoche del pene.

4 commenti:

  1. Commento di Lucio Mayoor Tosi


    Cliccate su questo link e ci troverete la valida interpretazione di un testo di Micio Tempio.
    Qua sotto invece riporto un passaggio che ieri sera che ha sorpreso un po' tutti per la modernità dei contenuti:


    Oh che follia/ Taci, perché non sai la Teologia./ Questa sì bella usanza /da Sodoma abbruciata fu sodomia chiamata;/ ma perché sia peccato /io non capisco ancor./ Si l’adulterio è tale/ che sia dal ciel punito./ La fede coniugale viene a tradirsi allor./ Sta il gran peccato espresso /nell’accoppiarsi insieme/ diversità di sesso; ma se si sparge il seme /tra l’uomo e l’uomo istesso,/ che non sia permesso/ portami un argomento,/ una ragione, ed io questo cular desio/ discaccerò dal cor.

    Non so dire se il verseggiare di Domenico Tempio sia da considerarsi poesia, a me sembrano dei recitativi. Il trattar di temi sociali, di filosofia e di buone o cattive creanze, usando il linguaggio crudo dell'eros, era molto in voga nella seconda metà del '700, eppure mi sembra che l'essere così diretti ed espliciti contenga un'innocenza salutare ancora valida, oggi che viviamo nella dittatura bacchettona, discriminante e fasulla dell'eterosessualità a tutti i costi.
    Grazie a Beppe Provenzale per la magnifica segnalazione.

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  2. Metastasio era un poeta?
    "... oh che follia... discaccerò dal cor" possiede il ritmo della tragedia "L'Eroe cinese".
    Metastasio era un poeta, prima dei setacci fitti della critica?

    GBP

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  3. Luisa Colnaghi ha scritto:

    Beppe ha fatto una esauriente presentazione. Risulta tuttavia una poesia poco conosciuta e poco diffusa forse per la lingua (siciliano) non comprensibile da tutti o forse per la licenziosità del linguaggio usato dal poeta. Si deve forse dedurre che i temi usati dal poeta erano in uso in quel tempo ed anche la forma delle poesie era quella che usavano per la presentazione di testi come questi.
    E' servito ad allargare la conoscenza della poesia dialettale, in questo caso siciliana, dell'epoca, per quanto riguarda i temi trattati siamo abituati a vederne e sentirne diffusamente tramite i media di questa nostra epoca.

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