giovedì 11 novembre 2010

DISCUSSIONE
Sofferenza è/e poesia?

 












Cos'è in gioco in questa nostra discussione?
Proviamo a pensarci e forse si chiarirà....


Ennio Abate 
 (Cfr. in questo blog anche COMMENTI
 L'ape furibonda
 omaggiata e punzecchiata)
 
 
 @ Emilia Banfi
 
 1. «La sofferenza dell'indigeno non produce poesia, essendo egli un indigeno ma 
 la potrebbe produrre in chi lo vede soffrire».
 
 Per me non la produce mai. La poesia nasce quando la sofferenza dà tregua, non 
 grazie alla sofferenza. Smettiamola con questa visione della sofferenza che 
 produce. 

Fara Butera
 
 Non mi trovo d'accordo con questa affermazione.
 Credo che l'estro creativo possa colpirci in qualsiasi momento, anche mentre si 
 soffre.  Perché asserire che esso debba sopraggiungere solo durante una tregua?
 L'impeto di comunicare sentimenti, in parole o in pittura, o in altre forme 
 d'arte, delicato o chiassoso, dolente o appagato, arriva senza calcolo né 
 premeditazione.  Inutile quindi rinchiuderlo in uno spazio emotivo, assurdo dare una 
 regola alla produzione. 
Augusto Villa
 
Sono d'accordo con Fara Butera. La produzione non ha momenti prestabiliti.
Certo che la cosa poi è soggettiva, non siamo tutti uguali, ognuno reagisce in modo diverso. Ho scritto poesie in momenti sia tristi (diciamo pure di disperazione) che allegri...M'è capitato di scrivere poesie allegre nei momenti più bui...e poesie tristi in momenti lieti, sereni.Insomma, quando arriva l'ispirazione, cerco di accoglierla, magari solo con un'annotazione sul pacchetto di sigarette, se sono impegnato a fare altro...ma l'accolgo. In ogni momento.

Ennio Abate

Veramente il problema era se la sofferenza (o la gioia) può essere considerata la causa che produce la poesia. Non se si può scrivere una poesia in uno stato d'animo sofferto o eccitato.
Comunque io al massimo posso pensare che sia una concausa, un pretesto, al pari di un ricordo o della visione di un paesaggio che "ispira".
E intendo precisare  che la poesia si scrive quando c'è una certa tregua (dalla sofferenza o dalla gioia). Che è un atto che richiede una certa  autonomia e libertà (dal bisogno, dalle passioni,  dalla vita, ecc). Perché, se si è in preda a una forte passione, se si è stanchi per la fatica del lavoro o del vivere a uno neppure viene la voglia di prendere in mano la penna o oggi il PC e mettersi a scrivere.
La cosa vale ancora di più nel nostro caso. Stavamo parlando infatti della Merini E se fosse o meno la sua follia la causa della sua poesia.
Non parlo in base a ricerche scientifiche, ma per ipotesi e per esperienza.
E insisterei, perché, siccome sentimento e poesia sono "vicini di casa", chi è  più o meno consapevolmente "romantico", portato cioè a fondere le due cose potrebbe  sotto sotto arrivare persino alla "perversione" di pensare: beh, se soffrissi di più, scriverei più  poesie e poesie migliori.

Emilia Banfi ( Semy)

Chi soffre ha sempre un attimo di tregua , ma la sua condizione è la sofferenza, la sopportazione, che non si esaurisce certo in quei momenti, è come un bagaglio che qualche volta appoggi a terra ma sai che ti appartiene. Io penso invece che la poesia scritta durante la sofferenza modifichi quest'ultima , la renda sopportabile , la elevi al punto quasi di trasformarla in qualcosa di senso diverso, e con questo , convengo con Ennio nel dire che viene accantonata per dare alla poesia il suo senso vero e compiuto , l'accantonamento avviene spontaneo e il sentimento ne resta illeso.

Augusto Villa
  
Beh...per quanto riguarda la Merini...penso che la sua malattia non c'entri
con il fatto che era poetessa...penso invece che la sua malattia...sia servita solo ai suoi editori e che sia alla fonte di tutte quelle mancanze evidenziate la sera del 4 novembre dai
suoi "colleghi" poeti. Avevano detto il giusto....però mi son sembrati "troppo accesi"...
Mah...Invidiosi? Potrebbe essere...

Lucio Mayoor Tosi

 
Mi piace questo tuo commento, Ennio. Non mi chiedo nemmeno se lo condivido o no. C'è anche qui della riflessione, ma riporti la tua esperienza e la si sente. Asciutto, ben scritto. E, per quello che mi riguarda, pienamente condivisibile. 
Della serie: critica della critica. 

Giuseppina Broccoli

Anche io penso che si riesca a scrivere quando arriva la tregua. Le scritture che scaturiscono dalle sofferenze (o da gioie ecc) sono estrinsecazioni. Sono dichiarazioni di un dolore che si trasforma in qualcos’altro  nel momento stesso in cui lo si palesa.  Se mi muore la mamma, non voglio crederci, mi dispero al punto tale che voglio quasi vedere materializzare la mia sofferenza, prima di tutto per accettarla come realtà dei fatti; scrivo, la lascio scorrere su un foglio bianco, leggo le parole e vedo quasi uno specchio, una conferma al fatto che sto provando dolore. Questo atto liberatorio proprio perché avviene a livello fisico rimane parte integrante della concretizzazione di quel dolore. Quando mi sarò alleggerita di questa sofferenza, quando l'avrò agita attraverso una serie di gesti e rituali, quando ne avrò preso definitivamente le distanze  potrò dare modo alla mia creatività di esprimere quella esperienza.


Claudio Lepri

Ho seguito con interesse qs dialogo e vi aggiungo qualche mia riflessione.
Penso che la Merini abbia vissuto la sua malattia con lo sguardo del poeta.
Ho letto le poesie della Merini antecedenti al suo ricovero e lei era già una
poetessa riconosciuta e apprezzata.
Per me il poeta è una persona che trova nella poesia il mezzo che sente a lui
più adeguato per descrivere e raccontare la realtà che lo circonda, a volte
bella, a volte brutta. Una realtà però che lo ha colpito, che ha lasciato
un'immagine indelebile sulla retina dell'occhio, come anche in fondo al cuore.
Quindi, tornando alla Merini, quando vivi un'esperienza dura e stritolante
come quella del manicomio, il tuo vissuto viene poi fuori. E Alda Merini aveva
la poesia per raccontare la sua esperienza, la sua sofferenza, più
semplicemente la sua vita.
Sulla questione se si può scrivere durante la sofferenza o una grande gioia,
credo che occorra un po' di distacco da quel momento per poter raccontare bene
le sensazioni, le emozioni, le esperienze vissute. E' bella l'immagine di
Emilia riguardo la valigia -la sofferenza in quel caso- che è sempre con te,
ma che devi poggiare per terra per poterla descrivere e raccontare; anche se
poi la riprenderai su e continuerai il cammino.
Concordo però sul fatto che, come qualcuno osservava, si possono raccogliere
durante la sofferenza o la gioia delle immagini, delle parole, dei suoni che
successivamente ti aiuteranno a raccontare il tutto attraverso una poesia. Qs
raccolta può avvenire -a mio modo di vedere- anche senza alcuna traccia
d'inchiostro, solo ripescando le immagini in fondo al cuore.

Raffaele Ciccarone
Credo che sia la speranza la molla che scatta, che spinge a scrivere la poesia, intesa come atto liberatorio dalla condizione di sofferenza, di malinconia, etc..  
 
Giuseppe Provenzale
Dopo aver finito di analizzare e dibattere malinconia & poesia propongo, uno, più o tutti :
allegria & poesia;
follia & poesia;
ambizione & poesia;
chiacchieredacaffè & poesia;
tempo a rendere (il contrario di tempo perso) & poesia;
bisogno & poesia;
chissenefrega & poesia;
... (completate voi) & poesia;
quantomicosta vivere & poesia;
sonofelice & (impossibile?) poesia;
mai
poesia & poesia.

Paolo Pezzaglia

che c'è – meno male –
della poesia il sale 
di Beppe Provenzale!

7 commenti:

  1. Luisa Colnaghi

    Molto interessnti i commenti su questo tema, io penso che una forte emozione: gioia o dolore chieda di essere riportata in poesia, e si può scrivere dopo averne preso un certo distacco.

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  2. COMMENTO NO, TESTIMONIANZA
    di Giuseppe Beppe Provenzale

    E' vero, la sofferenza non produce poesia. Nè la sofferenza nè l'(in)sofferenza. Altrimenti tutto questo gran parlare che se ne fa sulla nostra mailing-list mi avrebbe fatto scrivere una nuova Divina Commedia o una (in)Divina Tragedia. Facile provocazione? No.
    Un contributo indigesto, un invito a non lasciarsi condizionare da parole altrui (appena) modificate per farcele sentire nostre. Riflettiamo, riflettiamo: quanto é deperibile ciò che pensiamo e scriviamo? Manzoni uff!, Leopardi sfigato! Pascoli rurale! Carducci (fate voi), Quasimodo ahi! che simpatico! Però dello stesso Tumistufy Club di Montale e Ungaretti...

    A volte potremmo anche definire poesia il suono di un flauto indigeno alzato alla Luna. Gli indigeni (pare, dice qualcuno beninformato)non producono poesia. Ma a chi interessa un flauto orfano che zufola nella ... vi aspettate notte? ... senza editore e senza pane per i critici? Forse é solo poesia per sè stesso, o omaggio micamale alla Luna.

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  3. Cos'è in gioco in questa nostra discussione?
    “…luna più della luna in cielo stava….e non era bello, ma era necessario lasciare l’io
    Io sbriciolato incerottato coi cerotti a pezzi
    allontanarsi dalle fiammelle grette
    e volare a sogno volare introiettando….” (G. Majorino)
    Penso sia in gioco il nostro obiettivo. Sbriciolare l’io. Allontanarsi dalle fiammelle grette. Personalmente mi propongo di esaminare la tappa successiva come suggerito da Beppe Provenzale, Poesia & Poesia, cioè la vera passione di scrivere. Una volta chiarito che l’autore deve depositare in luogo sicuro, a piccole o grandi dosi, il carico di sofferenza (o gioia e altro) potremo metterci in una posizione di discreta autonomia dai bisogni e dai sentimenti, se ancora non lo avessimo fatto, e finalmente, dare espressione a qualcosa di oggettivo. È questo il punto d’arrivo? Se di arte si tratta, purificata del collosappiccicoso sentimento, si potrà fare defluire la poesia universale. Ho inteso bene?
    Giuseppina

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  4. Maltempo 2010 e i pompier di Piuggiù.
    (Andantino esclamato!)

    In basso
    Ahi!
    Cade
    Il dibattito.
    Clòffete!
    Sempre più giù!

    Ahi!
    Come soffro!
    Callifugo Versibelli!

    L.T.

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  5. INCONTRO
    Nella poesia c'è un ago
    che inietta il dolore
    a volte la gioia
    perfetta e l'amore
    Non s'offenda il pittore
    che pensa di avere ragione
    di quel quadro incolore
    d'inesistente profumo
    e di immensa carenza d'amore
    il poeta lo guarda e lo sa
    in quel grande quadro
    manca un piccolo ago
    e il freddo apparire
    ha bisogno d'amore
    di gioia e dolore.
    Che dire al pittore?
    Sono un poeta io vedo
    e non vedo mi arrangio
    coi versi e la rima
    è solo un ricamo
    dipingo a matita
    ma nel mio pensare
    ti vedo pittore
    ti vedo morire
    senza aver fatto l'amore.

    Emy

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  6. Troppo amore cara Emilia!
    Un estimatore.

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  7. Da Alberto Accorsi


    Resistenza

    I merli,quelli,
    restano anche d’inverno

    Certo,alla prima gelata
    uno si chiede: chi me lo fare?

    Ma poi dove andare?
    dover ricominciare...

    Uno s’adatta ,saltella
    cerca qualche cosa

    Spera che torni presto
    la dolce primavera

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