giovedì 2 dicembre 2010

DIZIONARIETTO MOLTINPOESIA
Lucio Mayoor Tosi
Non avendo figli, non avendo













Non avendo figli, non avendo
guardo quelli degli altri. Un bel pericolo scampato da me che
ho per madre una margherita e so farmi fiume cantando
e poi figlio specchio parlante e distratto dalla vita di un filo
di lana. Non comune. Non comunemente e disgraziatamente
padre uomo generoso dalle scarpe enormi...

Figli, diventare angeli custodi e poi morti da ricordare 
diventare i morti dei figli, e solo di loro. Anche da morti? 
E poi, come ci si va sulle stelle se si hanno ancora pannolini 
da cambiare a persone di quarant'anni?

I padri restano come non si spengono le candele prima
di essersi consumate. La lirica insegna alle fiammelle
come rimanere luce sulle fotografie anche dopo, anche quando
la candela si sarà consumata... anche se non ci fosse mai stata
la candela. 

Morendo non avrò nulla da consegnare, nulla che non sia
già stato dato. Non dipende da me, come non dipende dai padri
e dalle madri essere ciò che sono. Nessun ricordo
ma la continua presenza senza fatica o morte.

Morte, bella parola per finire.

10 commenti:

  1. Giuseppina Broccoli

    “…diventare i morti dei figli, e solo di loro. Anche da morti?”



    Caro Mayoor, mi piacciono molto queste parole, e anche le altre.

    Se hai voglia, spiegami il ricordo e la presenza che hai posto nell’ultima strofa.

    Ciao

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  2. Lucio Mayoor Tosi:


    Non so bene Giuseppina, ho cercato di stare nella mia percezione della morte. Su questo tema è facile diventare sentimentali, e questo credo dipenda dal senso di morte che ci ha insegnato il cattolicesimo, denso di ombre e di serietà. In realtà i legami d'amore non si spezzano, sopravvivono, sembra che non conoscano distanze e interruzioni. E' un mistero, l'amore è un mistero che ci offre la strana sensazione... di continuità, qualcosa che va oltre la ragione malgrado il dolore e la tristezza. Riposa in pace, diciamo, ma potremmo anche dire vivi in pace, viviamo in pace adesso e con un amore ancora più puro.
    Ciascuno ha i propri morti, ma i tuoi, Giuseppina, non saranno quelli dei tuoi figli. Tu sarai tra i loro morti, e loro saranno i morti dei loro figli e delle loro mogli. Il resto è genealogia, senso di affettuosa appartenenza. Racconti per la personalità dei nuovi figli che arrivano.


    .....Nessun ricordo
    ma la continua presenza senza fatica o morte.


    Bella parola per finire.




    Ma avrei dovuto ripeterla, così:


    .....Nessun ricordo
    ma la continua presenza senza fatica o morte.


    Morte, bella parola per finire.


    Ciao
    mayoor

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  3. Ennio Abate:

    COMMENTO E SCHERZETTO

    «Non avendo figli, non avendo
    guardo quegli degli altri.» Comodo,neh!

    Se è «un bel pericolo» far figli
    (io imperterrito al rischio
    quattro volte l'ho- imbecille!- corso:
    due da una moglie
    e due da una seconda),
    non potevi avvisarmi,
    mettere almeno un cartello
    come sotto i tralicci
    dell’alta tensione
    («chi tocca i fi(g)li muore!»)?

    Eh, no! Non potevi!
    Tu sei figlio dei fiori
    (di una margherita!),
    sai, come fiume, scorrere,
    filartela insomma!
    Che invidia!

    Ma poi, anche tu, dove scorri?
    Arrivi alla solita morte
    che scassa prosa e poesia
    la tua e la mia!

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  4. Mario Mastrangelo (Salerno):

    La poesia di Mayoor merita un commento. Essa è incentrata su una riflessione esistenziale che (tra lirismo ed ironia, celebrazione della famiglia e l’evocazione di illacrimate sepolture) affronta il tema della morte, della sopravvivenza, e degli affetti che stanno al di qua e al di là del confine.

    Prende l’avvio con la prima strofe in cui l’autore ci comunica di non avere figli e ironicamente considera questa condizione uno scampato pericolo. Perché (sembra dire) i figli vincolano alla realtà concreta, mentre egli nasce da una margherita e sa farsi fiume, vuole vivere cioè una vita di fantasia, di creatività e di elevazione. E poi il figlio è uno specchio parlante (in lui ci si riflette e da lui si ricevono continui moniti) ed è distratto dalla vita di un filo di lana (il traguardo dell’esistenza?).

    E poi nel rapporto col figlio il padre è considerato come il genitore del mondo contadino (scarpe enormi). Si noti che in questa strofe sono nominati tutti i membri di una famiglia, la madre margherita, il padre-contadino e il figlio-specchio.

    La strofe successiva invece ai – presunti – vantaggi di non avere figli, contrappone gli svantaggi. E questo porta l’autore a spingere la sua meditazione oltre la morte: per i figli si diventa angeli custodi e morti privilegiati. Morti che sono soltanto dei figli (che continuano ad amarli). Nell’oltre i genitori (Anche da morti?) ritrovano un rapporto esclusivo.

    Ma ancora una volta spunta la vena ironica nella valutazione di – altri - svantaggi. Come si fa ad andare sulle stelle se si hanno figli “bamboccioni” da curare come bambini (con i pannolini) fino a quarant’anni?

    Notare che quell’andare sulle stelle (simbolo delle cose alte che si vogliono perseguire) si ricollega al farsi fiume cantando che pure sembra indicare le cose elevate della vita.

    Nella strofe successiva si ritrova la classica allegoria della vita come candela accesa, formulata però in maniera originale: i padri rimangono come candele accese e la poesia (lirica) fa restare una luce anche quando la candela si sarà spenta, anche quando la candela non è mai esistita (questa è per me la parte più originale dell’allegoria).

    Nell’ultima strofe ricompare l’io poetante presente nella prima. Il "Morendo non avrò" richiama il "non avendo figli" dell’incipit. Non avendo figli… non avrò nulla da consegnare, sostiene il poeta. Che rimane sereno perché consapevole di aver già dato in vita. In fondo l’essere o non essere genitori non dipende da loro. Il non esserlo porta alla mancanza di sopravvivenza nei figli (Nessun ricordo) temperata però dall’essere sempre presenti, dal vivere senza fatica o morte.

    E volendo quasi alleggerire (una sorta di anticlimax) la serie di pensieri rattristanti, l’autore ci propone l’ultimo verso.

    Che dice che morte (con la sua carica di dolente sentimentalità) è una bella parola per finire.

    Ed efficacemente termina la poesia con la parola finire (che ha quasi la stessa dose di struggimento).

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  5. Morte
    bella parola per finire
    bella da morire.
    Scorri fiume , scorri.

    Mi ripeto la tua poesia mi piace tanto rende bella la vita , utile e bella la morte il confine non esiste il confine sei tu con la tua consapevolezza e il tuo voler vivere così come sei. BRAVO! Emy

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  6. Paolo Pezzaglia:

    Caro Ennio, volevo rispondere alla intensa poesia di L.Mayoor ma, avendo
    fatto voto di non fare critica – è come una cintura di castità –
    rispondo con una poesia che parla del confine tra vita e morte
    vedi tu Ennio se ti interessa.
    In comune con quelli che hanno figli – io ho tre figlie e cinque nipoti – e
    tremo per loro perché vedo un orizzonte buio...forse era meglio fare come Mayoor?
    Quale angoscia è più pesante? avere figli e, amandoli,
    temere il disastro, o non averli e sentire il vuoto nel cuore delle perse occasioni?


    CONFINE

    Qui
    anima desolata
    presso l’alchemico lago
    delle rinunciate occasioni
    qui
    strana bestia
    senza occhi
    murata viva
    in un ricettacolo di morte ombre
    senza poter subito morire
    qui
    strana bestia
    mia anima desolata

    Solo pensando a te
    dolce sorella morte
    solo esplorando
    il tuo confine oscuro
    si acquieta la mia febbre.

    Preme su di me l’inespresso,
    ma la lingua tace
    o forse il cuore.

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  7. Ennio Abate a Paolo Pezzaglia:

    Ma perché questi voti?
    Togliti la cintura di castità e fai sentire la tua voce critica.
    Io riporterei quanto qui mi dici e la stessa poesia - che è una ripresa a un livello più sublime del tema della morte, vanamente tenuto sotto traccia da Mayoor - nello spazio commento sotto il post.

    Sull'angoscia del futuro credo di pensarla solo in parte come Mayoor o come te.
    Non nego di provare una grande rabbia per le "perse occasioni". Egoisticamente (o individualisticamente) parlando, stare dietro ai figli (o a chiunque altra persona...) è pesante, faticoso, irritante, deludente. E l'ideologia della solidarietà (comunista o cattolica o cristiana) è sempre una una coperta troppo corta e ti lascia fuori qualcosa. Poter essere single ( che poi significa - qui al marxismo non rinuncio - prendere, se si ha una certa condizione economica minimamente solida, due piccioni con una fava: sbandierare il fascino romantico della solitudine, ma essere in una rete di rapporti economici e affettivi che sostituiscono quello che gli uomini "comuni" trovano nella vita di coppia o di famiglia, altrimenti - esperienza mia da immigrato inizi anni '60 - soffri come un cane)è un bel vantaggio.
    Ma non mi allarmo o tremo solo per i "miei" figli. Se l'orizzonte è buio lo è, fin d'adesso, anche per me e per tanti altri.
    Come facciamo a decidere qual è l'angoscia "più pesante"?
    E' un falso problema, secondo me.
    Il vero problema è come elaborare (oltrepassare)l'angoscia. E le vie possibili sono sempre le stesse: religione, arte, politica. A ciascuno la scelta di dove collocarsi in questi campi, che poi in parte si sovrappongono e non sono mai nettamente distinti.

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  8. Caro Ennio scusa se mi intrometto tra te e Pezzaglia, ma è solo per dirti che il tuo commento mi trova completamente d'accordo. La solitudine è bella solo se si ha la consapevolezza di viverla senza angoscia e non come progetto di vita, del resto anche la coppia non deve essere un progetto ma una scelta d'amore ( ritorno sui sentimenti)che centra sempre,come centra il sesso e come centrano i figli per finire. Si sta a guardare verso la fine, nella speranza di poter avere tutto questo per sempre. La SPERANZA ECCO! E' questo che ci provoca angoscia. Vivere la vita sempre con coraggio e volontà, dell'amore non posso farne a meno. Ciao Emilia

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  9. @ Emilia
    permettimi una battuta: tu dell'amore non puoi fare a meno, ma io anche dell'ortografia!

    "centra sempre...centra il sesso.. centrano i figli"=
    c'entra [ci entra] etc. 'centra' invece è verbo:centrare, colpire un bersaglio...

    Non me ne volere, se te lo faccio notare.
    Oggi a te, domani magari a me.
    Alcuni mi hanno suggerito di non fare il correttore di bozze o il prof d'italiano anche sul blog.
    Ma io all'italiano ci tengo.
    C'entra!
    Ciao

    Ennio

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  10. GRAZIE ENNIO! Ora mi devo confessare:avevo messo l'apostrofo poi l'ho tolto...perciò errore ancor più grave...sigh| sigh! Forse quelle situazioni le volevo collocare al centro della vita, ma chissà.
    Troppo istinto nel mio carattere.C'entra! Ciao Buon fine settimana. Emy

    P.s.: non ascoltare i suggeritori W l'italiano!

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