domenica 10 aprile 2011

PROMEMORIA
Palazzina Liberty
martedì 12 aprile 2011 ore 18
Due poeti
che parlavano ancora di Marx

PROMEMORIA
martedì 12 aprile  2011 ore 18


 La casa della Poesia Milano
Laboratorio Moltinpoesia a cura di Ennio Abate 
Due poeti che parlavano ancora di Marx


 

Introduzione di Ennio Abate 
da una rilettura  di ATTRAVERSO PASOLINI , Einaudi, Torino 1993

«Io sono marxista come sei tu: solo io ho presente non solo nel mio pensiero, ma anche nella mia fantasia, l’enorme massa dei sottoproletari, da Roma in giù. Invece di fare tante storie, manifestare tanti sospetti, se la cosa davvero t’importa, vieni a occuparti un po’ tu di questo problema che riguarda metà circa della popolazione italiana, e quindi anche noi. No: invece tu, sordo, cieco, tappato in casa, con un’idea tutta ideologica degli operai e in genere del mondo, stai a fare il giudice di coloro che si spendono, e spendendosi, sbagliano, eccome sbagliano».

 

 (Pasolini a Fortini, luglio 1959)

 

«Da te non prendo lezioni di impegno politico. Usa altro tono con chi ha pagato di persona. Odio, per esperienza, il dilettantismo politico agitatorio degli scrittori. Non mi sono chiuso in casa; mi ci hanno chiuso. I funzionari comunisti e socialisti hanno sputato sul mio lavoro e mi hanno chiesto di riconoscere la loro saggezza Sanno troppo bene che ho sempre lavorato per il comunismo perché abbiano bisogno di vezzeggiarmi […] I partiti ci hanno respinti. Dico ‘ci’, perché tappato in casa non sono solo io. C’è anche chi è in galera» […] Non ho da giustificarmi per te: ma chi mi conosce sa che ho voluto soltanto essere utile, a mio modo, come so e posso. Non sono popolo, sono figlio di piccoli borghesi  ebrei e toscani, astratto, represso, calvinista, ideologizzante – che altro?»


(Fortini a Pasolini 3 luglio 1959)


 


4 commenti:

  1. Enzo Giarmoleo:

    Caro Ennio
    ho letto solo una prima parte del tuo interessante lavoro e viene spontaneo farti una domanda sull'atteggiamento "contradditorio "di Fortini. Mi chiedo : se la posizione di F. nei confronti dell'allora PCI (partito comunista italiano) era di totale rottura, perchè una critica così rigida nei confronti di Pasolini che aveva una posizione così aperta nei confronti del sottoproletariato o comunque del popolo? In qualche modo P. precorreva i tempi con una posizione poco ortodossa rispetto a quella del PCI, con il suo interesse verso una classe sociale il popolo ,il “lumpen proletariat”(1) trascurata ingiustamente da un sistema politico rigido che pensava di fare la rivoluzione solo sulla base del partito della classe operaia. Un es. storico tra i tanti: la rivolta di popolo di Reggio Cal. per il capoluogo strumentalizzata dai fascisti ci ha fatto capire che c'era qualcosa che non andava in quella posizione dogmatica di "Longo ed altri dirigenti comunisti" che " qualificano come provocatori" coloro che volevano, come Fortini, costruire un partito rivoluzionario. Si potrebbero fare tutti gli esempi storici in cui il populismo ha avuto la meglio, dal peronismo al bossismo. Perchè Fortini odia il “dilettantantismo politico agitatorio” degli scrittori come Pasolini? F. mette al primo posto la costruzione del partito rivoluzionario rifiutando persino la partecipazione alla rivista letteraria “Nuovi Argomenti”. Credo ci sia una differenza antropologica tra i due nel senso che Pasolini a differenza di Fortini non avrebbe mai potuto essere un uomo di (buon) “partito” anche se rivoluzionario. Probabilmente ci sono aspetti nel tuo scritto che non ho ancora letto interamente e quindi la mia analisi-domanda manca di qualche elemento.

    1) Lumpenproletariat (una parola tedesca che significa “proletariato straccione” o sottoproletariato, un termine usato per la prima volta da Karl Marx e da Friedrich Engels nella “Ideologia Tedesca”

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  2. Ennio Abate:

    Caro Enzo,

    velocemente, per punti e riducendo al massimo dottrinarismi e puntualizzazioni storiche pur indispensabili:

    1. Il PCI (alla sua fondazione, nel 1921, PcdI=Partito comunista d’Italia) ha una lunga storia e mutamenti di strategia (o di ‘linea’) più o meno riassumibili nelle figure dei suoi segretari politici (Gramsci, poi finito in carcere nel periodo fascista e lì morto; Togliatti; Longo, Berlinguer fino ad Occhetto che ne ratifica tra 1989 e 1991 la fine cambiandone il nome in PDS =Partito Democratico della Sinistra, poi PD). La sua evoluzione va da una iniziale impostazione gramsciana-leninista (partito rivoluzionario di quadri), a quella togliattiana (“partito di massa” o di “popolo”, “via italiana al socialismo”) con accentuazione del carattere ‘nazionale’ e messa in ombra dell’iniziale intento ‘rivoluzionario’, a quella di ‘partito di lotta e di governo’ fino all’accettazione del “compromesso storico” ( alleanza di fatto con la DC) e poi alla sua tentata “socialdemocratizzazione” ( e in fondo accettazione del liberalismo) in coincidenza con l’implosione dell’Urss.

    2. La critica di Fortini , che proveniva dal PSI di Nenni, se ne era poi staccato, aveva partecipato alle esperienze di piccoli gruppi in dissenso sia verso il PCI che verso il PSI ( Ragionamenti, la stessa Officina diretta da Pasolini, Quaderni rossi, Quaderni piacentini e infine il gruppo del ‘manifesto’), era comunque all’interno di un discorso ‘di sinistra’. In coincidenza con l’inaspettato movimento del ’68-’69, vari gruppi puntarono alla costruzione di un ‘partito rivoluzionario’ o più in generale alla costruzione di una ‘nuova sinistra’. Quindi l’orizzonte di riferimento sia di Fortini che di Pasolini era ‘simile’ (il ‘comunismo’, il ‘sogno di una cosa’), ma nello stesso tempo le differenze erano notevoli. Il Marx di Pasolini era venato di ‘populismo’: da qui la sua esaltazione del ‘sottoproletariato’ romano-meridionale e la sua difesa del PCI togliattiano e ‘nazionale’; quello di Fortini era leninista-operaista: da qui la sua fedeltà alla lezione di Lenin e di Gramsci (abbastanza “annacquato” da Togliatti dalla svolta di Salerno in poi e forse anche prima se si studiano le edizioni “purgate” da Togliatti dei Quaderni dal carcere), la sua attenzione alle lotte operaie dei primi anni ’60 a Torino, le accuse a Pasolini per le sue nostalgie contadino-populiste e la sua incomprensione della portata del salto industriale che l’Italia andava facendo con il “boom economico” tra 1955 e 1960.

    3. Per Fortini, Pasolini non precorreva affatto i tempi, ma si attardava in una concezione “ottocentesca”, continuando a vedere “popolo” dove invece non c’era più; e non vedendo quello che c’era al posto del “popolo”: una nuova ‘classe operaia’. La difesa del “popolo” ( o più precisamente del sottoproletariato o dei contadini che diventavano immigrati e che a Roma erano soprattutto occupati nell’edilizia) fino alla difesa, nel ’68, dei poliziotti in quanto “figli del popolo” contro gli studenti, visti tutti come “figli di borghesi”, era una posizione che si conciliava bene con quella tradizionalmente ‘nazionale’ del PCI (da Togliatti in poi).

    [Continua 1]

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  3. Ennio Abate [Continua]:

    4. Che nei confronti del ‘sottoproletariato’ ( o ‘lumpenproletariat’ in tedesco) Marx e la tradizione di pensiero che a lui si richiamava avessero un atteggiamento di sottovalutazione è vero. E che questa sottovalutazione sia presente anche nella polemica di Fortini con Pasolini è altrettanto vero.
    Ma il discorso è complicatissimo e non si può fare in pochi cenni. Basti pensare però che il capitalismo dei tempi di Marx (quello della rivoluzione industriale e dell’Ottocento) si è andato trasformando nel Novecento e lo sta ancora facendo, in modi poco decifrabili ai nostri giorni. E perciò gli stessi termini usati da Marx (borghesia, proletariato) hanno designato in tempi successivi realtà sociali diverse. Anche l’ ‘analisi delle classi’ è materia difficilissima. Marx ai suoi tempi riteneva non a torto che lo scontro decisivo per rivoluzionare la ‘società borghese’ e farne una ‘comunista’ era quello tra borghesia (i capitalisti proprietari dei mezzi di produzione) e proletariato (che per lui non era riducibile ai soli operai o “tute blu” come accadrà ai tempi della Seconda Internazionale di Kautsky, ma comprendeva anche i tecnici e i dirigenti in possesso delle competenze scientifiche per guidare la produzione). Da qui la sua “svalutazione” (non moralistica, ma politica) per il “popolo” e il “sottoproletariato”, che del resto ai suoi temi si dimostrò facile massa di manovra di Napoleone III ( Cfr. di Marx Il 18 brumaio di Lugi Bonaparte scritto del 1852). Più tardi l’analisi delle classi si è ulteriormente complicata con la rivoluzione russa del 17, che avviene in un paese “arretrato” o comunque a prevalenza contadino e non, come si aspettava Marx, nei punti più alti dello sviluppo capitalistico (l’Inghilterra o la Germania dei suoi tempi). Lo stesso vale per la rivoluzione in Cina, anch’essa avvenuta in un paese “non avanzato”. E non parliamo poi delle lotte anticoloniali tra anni ’50 e ’60 del Novecento.

    [Continua 2]

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  4. Ennio Abate [continua]:

    5. Il ‘populismo’ è perciò un termine pieno di insidie. Andrebbe precisato di quale populismo si parla: quello russo pre-1917, quello fascista o nazista, quello argentino di Peron, quello “mediatico” odierno (Berlusconi, Murdoch, ecc), quello bossiano. È troppo facile e sbagliato, secondo me, parlare della rivolta di Reggio Calabria come «rivolta di popolo». Si dovrebbe pensare che con la rivoluzione industriale il concetto di ‘popolo’ comincia a non funzionare più. E a dimostrare la sua inadeguatezza fu proprio Marx, parlando di ‘classi’ invece che di ‘popolo’ in contrasto con Mazzini e Garibaldi. Dietro la maschera del ‘popolo’ quali furono allora i veri attori della rivolta di Reggio Calabria? E lo stesso ci si potrebbe chiedere oggi per le rivolte di “popolo” in Egitto, Tunisia, nella stessa Libia.
    Il “dilettantismo politico agitatorio” che Fortini imputava a Pasolini agisce ancora oggi in tante letture della realtà e fa i suoi danni, perché c’impedisce di vedere con più precisione chi sono i veri attori delle trasformazioni in atto, che troppo facilmente vengono etichettate come “rivoluzioni” anche quando a manovrarle o comunque a condizionarle fortemente sono spesso insospettabili neo-Lugi Bonaparte. Le vere rivoluzioni sono poche. Non ogni increspatura d’onde provoca tsunami. E anche quelle “comuniste” non hanno realizzato gli scopi dichiarati. C’è molto da scervellarsi, insomma.

    6. Non credo che la differenza tra Pasolini e Fortini fosse “antropologica”. Ripeto: guardavano a uno stesso ( vago forse o indeterminato) orizzonte (futuro, si potrebbe aggiungere), ma forti erano le differenze culturali, psicologiche, politiche. Dire che mai avrebbero accettato di essere uomini di partito è una forzatura di tipo anarchico, che manco corrisponde alle loro scelte: Pasolini fu a lungo nel PCI, non certo come funzionario ma sicuramente come “consigliere del Principe”; Fortini stesso, come ho detto, era stato nel PSI e fu poi nel “micro partito” manifesto-Pdup. E poi si può avere una visione “di parte” anche senza essere iscritti ad un reale partito.
    Ciao
    Ennio

    [Fine]

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