giovedì 16 giugno 2011

CRITICA (DEI COSTUMI LETTERARI)
Samizdat
AAA Critici «guastafeste» cercansi


 

Lunedì 13 giugno, ore 20,45. Alla Libreria popolare di via Tadino (Milano) c’è stato il primo incontro della «Festa del Novantatrè in due Movimenti a cura di Biagio Cepollaro e Paolo Gentiluomo» per lanciare l’antologia poetica del Gruppo 93 appena pubblicata. Per chi ignorasse la storia dei gruppi letterari italiani, esso nacque puntualmente trent’anni dopo il suo predecessore più famoso ed editorialmente e accademicamente pompatissimo, il Gruppo 63 (Sanguineti, Balestrini, Eco, Pagliarani, etc.). In un rapporto – questione questa controversa -  di competizione e/o filiazione con il primo. Ci sono andato, vincendo alcune resistenze. Quali? Ve le dico subito.
Uno. Sarò  un po’ ideologico, ma le feste in tempi di guerra mi vanno un po’ di traverso. Tutti fingono ovviamente che non siamo in guerra e si lasciano volentieri distrarre (ad es. dalla riuscita dei Referendum). In Libia, oltre che in Afghanistan, l’Italia però sta facendo un’altra guerra. I letterati se lo dimenticano? Io no.
Due. Non mi piacciono i letterati che fanno l’apologia di un momento più o meno glorioso della propria carriera. Va bene documentare e revisionare quello che di notevole uno ha fatto (o crede di aver fatto) in passato. È giusto farlo conoscere ai giovani, ai  distratti, ai posteri. In queste cose ci vorrebbe, però, il massimo rigore critico. E  in una festa tra  amici, parenti e conoscenti, nessuno ha voglia di spaccare il capello in quattro. La critica, perciò, va subito a farsi benedire, non vi pare? 
Terzo. Nutro da tempo una discreta antipatia verso poeti e letterati della mia età o con qualche lustro in meno dei miei che, in passato (anni Settanta), mi parevano impegnati in una comune ricerca (poetica e politica) su questioni di storia, rivoluzione, comunismo (insomma sulle Grandi Narrazioni), e poi, dagli anni Ottanta-Novanta, se ne sono sbarazzati (i soliti “errori giovanili”!) e verginali, preparatissimi, coltivano i puri gigli letterari del Linguaggio Poetico davanti a un loro pubblico devoto e  del tutto smemorato (come loro) di storia, di società, di miseria, di guerre. In cima ai loro pensieri un’unica preoccupazione: la difesa della Poesia dagli assalti dei mass media (che ovviamente per loro non hanno niente più a che fare con il Capitale e a cui strizzerebbero volentieri l’occhiolino) o dei “barbari” da tenere alla larga perché nutritisi prima soltanto a scuola di massa, poi solo a TV e ora solo ad Internet.  Ho superato (vedete quante ne ho!)  tutte queste resistenze. Perché far prevalere la svalutazione astratta del lavoro  altrui, se si ha una serata libera? Meglio andare a vederli all’opera, ascoltarli dal vivo, magari imparare qualcosa. E con la coscienza ben disposta sono andato a sentire.

Nella piccola libreria di Via Tadino, dove, per riunioni come questa, Guido mette  un po’ di sedie sfruttando  ogni spazio  tra gli scaffali e  i banconi colmi di libri, c’è più gente del solito: amici, parenti, conoscenti degli organizzatori. Nulla da ridire. Son tutte così le riunioni dei poeti a Milano e altrove.  Non è questo che infastidisce o delude ormai.  Mi ha infastidito, invece, appena i poeti protagonisti hanno cominciato a presentarsi,  quell’ammiccare o farsi battute tra di loro - vecchi amici di lungo corso. Ma i miei sono pensierini cattivi e li scaccio. Fuori, nel mondo oggettivo attorno a me, tutto fila liscio come da copione. Cepollaro  racconta come nacque il Gruppo 93, dice che vi parteciparono poeti e critici di Napoli, Genova e Roma, che le prime riunioni, qui a Milano,  si fecero nella libreria “di sola poesia” che allora lo scrittore Coviello aveva appena aperto, che a quei tempi i grandi giornali davano ancora spazio al dibattito letterario dei giovani poeti, pur stravolgendone le posizioni. Ricorda pure che il Gruppo 93 era una reazione, un modo di resistere allo scadimento del linguaggio dei mass media; e che puntò ad un recupero ironico degli strati del linguaggio letterario più alto e quasi arcaico, quello degli inizi della letteratura italiana. E rivendica con vigore - questa la sua tesi - l’indipendenza del  Gruppo 93: nessuna filiazione o  continuità col Gruppo ’63. Anzi accentua  la contrapposizione generazionale padri  contro i figli: i padri - Sanguineti e altri – sono stati colpevoli per non aver riconosciuto i figli, anzi  di aver tentato di usarli, di “bere sangue giovane per rinvigorire la loro vecchiaia”.
 Poi si alternano - lui e gli altri - a leggere le poesie “d’allora”. Da quelle che leggono si  coglie che avevano contenuti  erotici e sociali. In qualcuna si parla persino di  lotte degli edili a Roma. Ma, insiste Cepollaro, saltando a più pari qualsiasi riflessione (che a me interesserebbe) su che fine hanno fatto  quei “contenuti”, quello che contava (e conta)  era (è) l’innovazione linguistica, il dire quelle cose con un linguaggio  iperletterario, ironico, ludico, carnevalesco. E a sentirli recitare si ha l’impressione che molto si divertirono. Allora. E si distinsero sia dalla seriosità dei poeti (Cepollaro non fa nomi) che a quei tempi credevano ancora di  “portare l’aura” o di poter  vivacchiare nel Sublime (e qua ci sarebbe tutta la faccenda di Walter Benjamin da spiegare, ma la salto…)  sia dalla piattezza banale dei mass media.
Dopo l’intervallo - quattro chiacchiere tra quelli che si conoscono - ero ancora ben disposto ad ascoltare  il secondo giro di letture.  Avevo, sì, qualche domanda che mi ronzava per la testa, ma aspettavo il momento giusto, quando uno di loro avrebbe gentilmente invitato il pubblico: Ci sono domande?
Se non che, a un certo punto, Cepollaro ha tirato fuori il discorso che la poesia non è una questione di democrazia, che ci sono quelli che, sbagliando, vogliono fare la “poesia democratica”, ma che la poesia è nata in altra epoca e resterà sempre e soltanto il prodotto del lavoro (artigianale) di un’aristocrazia. Mi sono sentito punto sul vivo. Sembrava quasi (nella mia testa, eh!) che ce l’avesse con il fenomeno dei moltinpoesia, ohibò!
Non è che questo suo discorso sia del tutto insensato. Figuriamoci! Lo faceva Fortini (ma in un senso diverso e contrario a quello d’oggi, che, come dirò, a me pare corporativo). L’ho sentito fare anche da vari amici. Quello che non mi va, però, è usarlo per stabilire come delle colonne d’Ercole invalicabili. Non mi va l’ideologia della staticità, dell’immutabilità astorica  e quasi naturalistica, per cui si presume che gli uomini nascono o intelligenti o scemi. Oppure che da questa parte ci sono i poeti e da quest’altra parte “quelli che scrivono cazzate”. E allora non ho resistito a  interrompere Cepollaro, buttando lì per lì, più o meno ad alta voce,  un laconico «È tutto da dimostrare». Scatenando così la sua ira.

Ora confesso di non ricordare più le battute precise che ci siamo scambiate. Ho afferrato che Cepollaro si lanciava in un esagitato auto da fè, dichiarando di aver sbagliato in passato ad essere stato tollerante, di non aver bocciato abbastanza  i suoi studenti fascisti, e che, così facendo, non aveva impedito a sufficienza (figuriamoci!) la degenerazione culturale in cui oggi ci troviamo. Mi pare che abbia detto pure che, sì, si possono fare scuole di lettura di poesia, ma non per imparare a scrivere poesie. (Problema che io non avevo sollevato). Tutto infervorato e incazzato mi pareva un professorino alle prese con un’intera classe di studenti contestatori. In realtà ero solo io - un vecchietto ex prof in pensione - il contestatore che smuoveva  un suo rimosso. E così l’ho visto - parlo sempre dalla mia sponda rigorosamente soggettiva- scivolare verso una (reazionaria per me) apologia dei “professionisti” del fare poesia contro la pretesa dei tanti di farla senza strumenti o preparazione o cognizione della tradizione. Solo quella dei primi è poesia, le altre sono «cazzate e basta». E chi lo dice? «Lo dico io e basta!». Con quel tono da ipse dixit cosa difendeva? Forse la sua posizione (non importa di quale rilievo). Forse una visione tutta  generazionale della storia, che proprio per questo ritengo  ristretta e miope.
Poi uno dei “giovani” (per “giovani” in questi ambienti letterari - ho capito a volo - s’intendono gli amici poeti e critici “quarantenni”) che è intervenuto ha dichiarato che lui «è nato con il 2001» (insomma, “sotto il segno” della caduta delle Torri gemelle…). E io non ho capito come si fa a dimenticare che la storia ha tempi lunghi, che non è bello gironzolare solo nella  casella della propria generazione o confrontarsi si e no con quelli che stanno nella casella precedente. Ho poi chiesto: «Ma insomma dopo il Gruppo 63 e il Gruppo 93 non c’è stato e non c’è più nulla? Solo il diluvio o il caos?». E allora un altro dei “giovani” ha tirato fuori   come esempio notevole l’iniziativa  di «prosa in prosa» (Vedi blog di Nazione indiana). Eppure esistono mille gruppi e riviste e blog che qualcosa bene o male fanno. Chi si deciderà un giorno ad indagare, a fare inchiesta, a esaminare i moltinpoesia uno per uno? Ci staranno mai almeno alcuni dei critici che con il loro snobismo, il loro tirare i remi in barca, ancorati solo ai loro Idoli Poetici. hanno dato il loro bel contribuito a questa ignoranza di massa, che poi tanto facilmente viene vituperata?
Le mie interruzioni e repliche  avevano raffreddato il clima allegrotto, goliardico, culturalmente corretto della prima parte della serata. Che potevo farci? Li ho visti più imbarazzati e un po’ sorpresi. Anche gli altri (Frixione e Gentiluomo), che prima avevano abbondato in  gigionismo e toni seduttivi, sono tornati professori. Ovviamente dalla parte  di Cepollaro. Frixione, per dargli man forte e muovendosi sulla stessa linea ha detto che, se lui  dovesse farsi curare i denti, non va da un qualsiasi dentista, ma da uno che  esercita al meglio quel mestiere, un “aristocratico della professione”. (Se ha i soldi, gli ho controbattuto). E subito dopo, con tono solenne: «Per scrivere poesia bisogna saper contare fino a 11».  Beh, tutti sanno contare fino a 11 oggi, no?
Nel botta e risposta con Cepollaro mi sono beccato, a ragione, il titolo di «guastafeste». Me ne vanto. «Mi dovresti ringraziare - gli ho detto - se sono qui a fare il guastafeste. Non ti stavi lamentando dello stato di coma  culturale di oggi? È la mancanza di critica che l’ha prodotto e, come vedi, io la faccio ancora». Solo quando sono uscito dalla libreria, mentre andavo al metrò, mi è venuta in mente un’altra battuta che avrei potuto fare: la poesia forse non sarà mai democratica, ma voi  non siete la poesia. Lo disse così all’incirca Fortini a Pasolini. Ma  erano altri tempi.

5 commenti:

  1. Meno male che non sono andato.
    Meno male che prima dei dibattiti non si debba esibire l'esame completo di fegato e bile!(alcuni non potrebbero nemmeno entrare).
    Meno peggio che qualcuno non s'accorga che usare la critica come terapia non guarisce.
    Meno peggio che con questo dibattito tra "non ricordo" e "lo dico io" Ennio abbia dimenticato di dire l'ultima battuta (quella pre-Metro).
    Ennio sempre più Fortinius ha descritto un'altra tranche di guerre di cuscini. Quelle accademiche che parlano di tutto, mettono le maiuscole ai loro incrollabili, irrevisionabili eterni Credi e storicizzano anche la "arrampicata sugli specchi".
    Meno male che non sono andato.

    Giuseppe Beppe Provenzale

    RispondiElimina
  2. Anch'io ero presente alla "festa" e devo dire che anche a me ha dato fastidio quando quelli del gruppo "93" hanno affermato che la poesia è cosa di pochi eletti insomma una cosa aristocratica. Devo dire che sono molto d’accordo più con la sostanza che con la forma dell’intervento di Ennio Abate. Questa convinzione ai miei occhi si scontrava con quel tocco di leggerezza, quel clima conviviale e informale che il gruppo si era voluto dare.Quando l’intervento di Ennio aveva ribaltato
    alcune "verità" qualcuno del gruppo 93 ha voluto rafforzare la propria immagine imbastendo ancora un discorso “serio” sulla tecnica della poesia anche questa appartenente a pochi eletti. Senza volontà di creare polemiche e pur ritrovandomi nella vena a volte ironica di qualche componente del gruppo, ho l’impressione che gruppi non riconosciuti dalla cultura dominante fanno di tutto per crearsi una collocazione nel panorama della poesia magari sottolineando la non democraticità della poesia (discorso che piace tanto al potere)e quando l’hanno trovata agiscono in tutto e per tutto come le elite che li avevano ignorati o discriminati. Enzo

    RispondiElimina
  3. Emilia Banfi:

    Caro Ennio immagino la tua rabbia. Io non sono un letterata , ma perché pensare al passato "aristocratico"? I poeti hanno sempre scritto nel presente fra guerre, malattie, carestie, pace esponendo il loro desiderio di fare o di dire del mondo che li circondava. Forse, come tu ben dici, la TV, il consumismo, l'investimento di molti denari nell'ignoranza hanno portato i poeti a non credere nella "poesia" quella dei nostri ricordi scolastici , ma non potranno mai e poi mai non tenerne conto. Detto questo, il poeta oggi si deve esprimere, inventare , osservare. Il marcio c'è e va tirato fuori , questo influirà molto , travolgera il "fare poesia", rendendolo molto diverso da quello del passato, ma così è sempre stato nei secoli dei secoli amen. Diamo spazio all'invenzione e alla fantasia che sono le più grandi qualità di uno scrittore. Per quanto riguarda il dentista, che BOTTA!
    Ciao Emy

    RispondiElimina
  4. Vai Ennio! Sei tutti noi.
    Sicuri che quando si forma un gruppo non si cerchi, allo stesso tempo, di affermare la predominanza di un dato linguaggio?
    Se la poesia è anche linguaggio, quale sarebbe il più indicato? Quello degli inizi della letteratura italiana? Liberi di crederlo, e poi non fa male a nessuno.

    mayoor

    RispondiElimina
  5. Rita Simonitto:

    Caro Ennio,
    ho letto il tuo gustoso (col retrogusto amaro, però) resoconto della Festa del ‘93.
    Credo ci sia poco da commentare. Esperienze analoghe già vissute in lontani anni, in tempi ‘apparentemente’ non sospetti ma già infarciti di supponenza...
    *

    I quaderni di Malte Laurids Brigge

    Fra un battuto di carote, sedano e cipolle
    stava aperto a pagina quattordici il tormento
    di Rilke, quasi fosse un libro di ricette.

    Il giornale di ieri strapazzato
    sullo stesso ripiano di cucina,
    dispense a sovrapposti fascicoli,
    aperto a mezzo un pacco di biscotti
    accantonato all’angolo per far posto
    alla creatività culinaria del padrone di casa.

    Da una finestra all’altra il suo profilo controluce,
    tratteggiati qui e là movimenti sicuri,
    mentre, mestolo in mano, parlava di qualunquunque;
    l’ora del tramonto circuiva le cupole romane,
    dissertavano gli ospiti tra loro in lieto cicaleccio.
    Intellettualità di profumi, sudori e odori
    che si passava il calice di vino, antipasti pilluccati
    in attesa del piatto forte della sera.
    “Pasta e fagioli” assurto agli onori della mensa,
    rivisitazione riabilitata del piatto povero.

    Priva di orpelli la mia diversità
    silente borbottava in pancia
    mascherata da un doveroso sbattere di ciglia,
    la stuporosa meraviglia che al salotto buono
    dà condimento e lustro.
    Pure Coleridge citai, se non erro, poi sciocchi
    discorsi di senno per pura compiacenza,
    e affaticato e amaro fu il ritorno.

    Sotto altri cieli, venne una notte altra
    che sfogliò il mio Malte trovando il segno,
    a pagina quattordici, del selvaggio biancospino
    che strappai con rabbia, i fogli bucati
    dagli spini. E sangue.

    Tanto per ricordarmi che li conoscevo bene.


    Roma aprile 1990
    Conegliano 29.05.2011
    Rita Simonitto

    RispondiElimina

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.