mercoledì 8 agosto 2012

Lorenzo Pezzato
Altre osservazioni su
"Per una poesia esodante"
di Ennio Abate



Ho letto gli spunti di Ennio Abate Per una poesia esodante e i commenti agli stessi.
Devo dire che dal mio punto di vista la discussione si concentra in pochi argomenti.
« [….] oggi certe tematiche non ci dicono più nulla, sono diventate talmente di pubblico dominio che, come una massa monetaria, passano di mano in mano in modo irriflesso e subliminale. In modo simile, riempire una poesia di “oggetti” riconoscibili porta fatalmente quella poesia verso l'insignificanza, la noia, non risveglia più la nostra attenzione; davanti a certe poesie il nostro cervello dorme [….].La post-poesia (o poesia che esonda dai propri argini e si riversa all'esterno della forma-poesia) va alla ricerca di una nuova serie di “oggetti linguistici”. [….] si tratta di munirsi di un pensiero critico che sia critico verso una intera cultura che ha prodotto certi oggetti e altri ne ha invece interdetti. È che occorre essere coscienti che l'esaurimento di una certa cultura implica anche l'esaurimento, la fine della poesia che quella cultura ha prodotto [….] » – scrive Linguaglossa.
                    Dormire dinanzi alle poesie dei simbolisti russi non è scandaloso ma non credo si tratti della querelle des anciennes et des modernes.Non c’è alcuna querelle in materia, la tensione tra i due poli esiste in ogni vicenda ed esperienza umana e alla fine il nuovo vince sempre.Tornare ciclicamente alla questione è soporifero quanto i simbolisti russi.

                    Mi pare che una delle priorità emergenti da ciò che ho letto sia stabilire cosa sia il nuovo e di stabilire chi sia deputato a stabilirlo. Un vero grattacapo.
                    Il compito è delegato a «una maggioranza sovrana, un capitalismo che manipola una maggioranza bovina, sfruttandone le pulsioni più basse, un establishment culturale fintamente indipendente e colto ma in realtà profondamente superficiale e postletterario o un drappello di uomini coraggiosi e nobili che oppongono una sapienza dolente e dolorosamente acquisita alla stoltezza dei tempi? O è ancora possibile pensare, almeno in qualche misura, a un buon gusto cartesianemente diffuso in parti simili tra gli esseri umani? In un motto è la questione irrisolvibile degli arbitri elegantiae e delle preferenze irragionevoli del pubblico.
                    L’oggi del blog e il domani dell’ebook portano con sé la paura [….] di una cattiva orizzontalità [….] in cui tutti i romanzi (o le pubblicazioni poetiche, ndr) avranno pari dignità e sarà impossibile tentare di ristabilire gerarchie che non siano quelle del mero dato commerciale.»
Quel domani è già oggi. Se non ieri.
Ma l’orizzontalità è solo una condizione di partenza, il valore di un centometrista non si misura mentre è fermo con gli altri ai blocchi.
Il ceto medio mediatico –dominus del gusto prevalente orizzontalizzato- ha generato il ceto medio poetico (teniamo buone le definizioni) ma in un tessuto sociale ormai intriso di differenziazione, di personalizzazione, di unicità dell’individuo, il medio mediatico sempre in cerca di emancipazione dalla mediocrità ha emarginato il medio poetico noiosamente livellato su metodi, modi e contenuti. Un paradosso, la madre che non riconosce il proprio figlio. Eppure bisogna ricordare che l’individuo (il lettore) singolarmente non reagisce come gli individui in massa che formano una sorta di ultraorganismo ottuso, e allora maneggiare un tablet a quarant’anni non è compatibile con il leggere para-cloni delle poesie che si studiavano alle medie, c’è un’evidente distanza. Garantito l’effetto Corazzata Potemkin del celebre film fantozziano.
«Un innaffiatoio, un erpice abbandonato su un campo, un cane al sole, un povero cimitero, uno storpio, una piccola casa di contadini, in tutto ciò mi si può palesare la rivelazione» scriveva Hofmannsthal, ma le rivelazioni dei terzi – calate sempre in quel tessuto sociale intriso di differenziazione, di personalizzazione, di unicità dell’individuo - valgono quel che valgono, cioè molto poco.
Intanto (e invece) la centralità del poeta si è elevata al punto tale da cercare l’assenza dell’Io, la proposizione subliminale di oggettività percettive, di verità dunque. Nell’erpice abbandonato su un campo c’è questa rivelazione, e ogni destrutturazione del percepito gira attorno alla percezione del soggetto sorgente (l’autore). Tanto vale dichiarare apertamente la propria presenza, relazionarsi usando nome e cognome in un profilo not-fake, non nascondere i contenuti sotto tonnellate di metafore smunte o ermetismi da Ms-Dos.
Personalmente non sono preoccupato né per le sorti del ceto medio mediatico né per quelle del ceto medio poetico, così come non sono preoccupato perché ogni giorno milioni di persone mangiano da Mc Donald’s. Non mi preoccupo nemmeno se i grandi editori – con sponda dei grandi critici - continuano a pubblicare i soliti quattro nomi che hanno esaurito le cartucce, neanche se i piccoli editori per stare a galla continuano a pubblicare cani e porci purché paghino il conto, non mi preoccupo se ogni giorno mi imbatto in blog di sedicenti poeti sul crinale dell’analfabetismo o in versi che dovrebbero essere messi fuori legge tanto sono inutili (sì, alcuni sono anche miei).
Non mi preoccupo perché questo non basta a stroncare i percorsi poetici importanti, riesce al massimo a metterli in ombra per un dato periodo.
Ombra sia, dunque, e ad maiora.
In questo senso la poesia può fare a meno di un pubblico, quel bisogno vitale ce l’ha l’editore semmai.
E’ però fondamentale rimanga traccia poetica di un arco generazionale, una lettura in controluce  dell’epoca in fieri, poi poco importa con quale mezzo sarà condivisa. Se tutti gli editori del pianeta sparissero per incantesimo nel giro di una notte accompagnati da tutti i critici del pianeta, tutti gli autori del pianeta avrebbero comunque modo di raggiungere il pubblico e viceversa. In quel momento si realizzerebbe una orizzontalità totale e al contempo la soppressione del parametro commerciale. I centometristi potrebbero allora scattare e vincerebbe il primo a tagliare il traguardo. Ma parliamo di un mondo concettuale, non dopato dalla redditività del prodotto cultura, dalle scuole e dalle consorterie che esercitano ognuna la propria influenza. Ecco perché non riconoscere come punto di riferimento la tradizione è atto legittimo e necessario per uscire dalla consequenzialità logica degli eventi poetici e dal determinismo evolutivo che la caratterizza.
Sembra quindi troppo facile liquidare con post-letterario (e con la sua definizione) quello che sta succedendo, gli strappi con la tradizione e i rami genealogici. L’improvvisa velocizzazione nelle trasformazioni di usi e costumi (anche culturali ovviamente) non concede di trascinarsi appresso bagaglio pesante. Rimane da provare la via di una specie di salto quantico in pantaloncini e t-shirt, e comunque gli strappi non cancellano ciò che è stato, nella linea del tempo che scorre la coabitazione prima-dopo è garantita anche senza passaggi intermedi.
La poesia ha dunque la libertà di concentrarsi sul rinvenimento di quegli “oggetti nuovi” che dipingono il contemporaneo, oggetti di natura non stilistica o polifonica il cui baule del tesoro è stato trovato - e saggiamente saccheggiato - già alla fine del secolo scorso (ma quanti poeti cercano di vivere ancora di quella rendita).
Gli oggetti linguistici nuovi sono fiori recisi, oggetti istantanei che durano un attimo, l’attimo per riflettere e riflettersi. L’attimo, perché tanto è concesso, e in quell’attimo ci si gioca tutto, all in.
L’immediato perciò non è autentico o in autentico, si tratta di un chiaro caso di incommensurabilità, è una forma di reazione agli stimoli che intere generazioni hanno imparato ad avere.
L’immediato non è un valore né un disvalore.
L’immediato non è comunque im-mediato, una forma di percezione manipolatrice è sottesa e sottointesa, solo che si abbattono drasticamente i tempi della mediazione. Un po’ quello che succede a chi è abituato a guidare tutti i giorni motociclette da corsa a velocità vertiginose e si ritrova i riflessi adeguati alle circostanze.
L’immediato è una forma di adattamento all’ambiente. Una pulsione incontrollabile come quella che a un certo punto ci ha fatto scendere dagli alberi e camminare in posizione eretta.
Ci sono altri fenomeni che non si possono pilotare o controllare stando nella stanza comandi di una strutturazione piramidale (verticistica), uno di questi è l’esplosione della possibilità di pubblicare, di rendere noto al mondo (potenziale) il proprio pensiero, dal più fondamentale al più vicino alla spazzatura. D’altronde leggere su diversi blog pessima poesia non dovrebbe essere un problema per il lettore, sicuramente lo è meno che aver speso del denaro per acquistare un libro con contenuti della medesima qualità.
Si può discuterne per altri venticinque anni, ma questo è quel che c’è qui e ora, e nessuno sfugge al proprio tempo. L’unica scappatoia è nel non comprenderlo, nell’ignorarlo, rimanere sommersi nel modello di tempo medio. Così diventa improbabile – se non impossibile - intercettare il nuovo, sotto qualunque forma si presenti.
Ammetto di non capire bene perché, ad esempio, si dica che l’Ottocento romantico in letteratura è stato frutto diretto dell’albero di quell’epoca e allo stesso modo non si possa dire della poesia contemporanea. La trovo sinceramente una posizione insostenibile, una reazione immunitaria degli anticorpi culturali alla vista di un universo differente complesso e tutto da decifrare. Ma che opportunità rappresenta quell’universo, signori.
Comunicare.
Mettere in comune, stabilire un corridoio di contatto orizzontale, condividere le palesazioni senza pretesa rivelatrice, disinteressandosi del successo del Mc Donald’s, del feedback, del ceto medio mediatico e poetico.
I periodi di transizione sono quelli in cui il nuovo si sta creando e diventa più difficile riconoscerlo, è vero, ma sono anche quelli in cui le possibilità di sperimentare sono amplificate al massimo tanto quanto il fiorire di proposte alternative tra loro.
Intuire un attimo (sempre quel famoso attimo) in anticipo in quale direzione muoversi è “compito”  che spetta al poeta, non al critico, non all’editore, non al pubblico.
E presto o tardi sarà palesata la rivelazione di chi si sia mosso nella direzione rappresentativa dell’oggi. Nel frattempo, godiamoci l’ombra.

38 commenti:

  1. Eccezionale e mirata riflessione, grazie Sig. Pezzato ,grazie per aver lasciato ai poeti la loro supremazia. L'abbraccio Emy

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  2. Pozzatto , decido di ringraziarti fortemente eppur lievemente così:

    Ciò che sciama tramando informi trasparenze
    ciò che scivola riproponendo il peana dell’esclusione,
    ciò che occlude i pori usurando le giunture
    di quell’anatomia sempre votata al disfacimento,
    tutto ciò che tramortisce e insieme sgretola,
    tutto ciò che diluisce e insieme dissolve
    è segno indelebile dell’immanenza
    forgiata nel solo inchiostro
    che qui rinsalda la morsa
    tamponando le ferite del derma decomposto.
    Ascolta: quel che è bene è che il verbo sia
    per l’appunto verbo, e che persista comunque
    nell’insana pratica di ricomporre
    ciò che non potrà mai essere riunito
    se non nel supporto soggettile che tende al bianco
    e sempre ripropone la parabola arcuata
    ove sillabe concubine si sfibrano nella copula
    sognando un orgasmo simultaneo.
    Ciò che fibrilla sotto l’egida della scossa
    e si inalbera all’avvento dello spasmo,
    ciò che devia dalla strada maestra
    varcando le soglie ove riappropriarsi del sorgivo,
    ciò che si attende solo anticipandosi all’a venire,
    tutto ciò che si sacrifica trascendendosi,
    tutto ciò che tonifica e insieme precipita
    è traccia incancellabile di quell’inchiostro
    che celebra l’avvenuto connubio
    tra il sensibile e l’intelligibile
    e da millenni sottende una mimesi
    cercando di rendere il verso simile al vero.

    Enzo Campi-Pharmakon

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  3. Noi sappiamo che nell’epoca del declino delle «Grandi narrazioni» è avvenuta la moltiplicazione delle piccole narrazioni in una miriade di racconti miniaturizzati. La «Grande narrazione» si è risolta in una «Piccola narrazione», nella narrazione di piccoli mondi: il mondo dell’affettività privata, la rammemorazione del vissuto e la rivivibilità del «privato» nel presente «attualizzato». La modalità, il modus che nella poesia del pre-moderno aveva a che fare con il «soggetto trascendentale» è stata sostituita dalla pluralità dei soggetti empirici e dall’egoità dell’attualità. Se ancora in Hölderlin e in Leopardi soggetto trascendentale e soggetto empirico coincidevano, noi oggi possiamo prendere atto che abbiamo accertato con evidenza assoluta che il «soggetto puro», in altri termini, il «soggetto trascendentale» che aveva ancora «coscienza di sé», ha compiuto oggimai la sua traiettoria concettuale ed ha esaurito le sue potenzialità «narrative», lasciando il pensiero estetico alle prese con i problemi derivanti dall’eclisse del «soggetto».
    Ormai non vi sono più che soggetti empirici: sul piano dell’etica questo significa il conflitto delle volontà (Nietzsche) e l’ideologizzazione della morale; sul piano dell’estetico ciò comporta che non vi è nient’altro che uomini empirici, l’uomo come soggetto scompare per diventare soggetto di scienza, soggetto del politico, soggetto della sfera artistica, soggetto del religioso, soggetto della divisione dei poteri e del lavoro all’interno dello Stato democratico. In una parola: soggetto della democrazia. Presto però si è scoperto che il soggetto democratico che scriveva poesie o che colorava le tele o che scriveva i romanzi del nostro tempo altri non era che un complemento ideologizzato del «globale», insomma, che il «locale» altri non era che il riflesso (feticizzato) del «globale» Così, nell’agone democratico, al conflitto degli impulsi mimetici della sfera artistica corrisponderebbe l’ideologizzazione inconsapevole dell’estetico.

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  4. In una parola, il trionfo del soggetto empirico ha il suo portato e il suo sostrato nel fenomeno della de-fondamentalizzazione del soggetto (e la sua morte trascendentale) e nella disartizzazione dell’arte; cioè, l’esistenza non ha più il suo luogo «trascendentale» ma in compenso ha i suoi soggetti empirici con i loro luoghi empirici e perimetrabili moltiplicabili all’infinito. Di qui una certa patina di esistenzialismo che si avverte nella narrativa e nella poesia contemporanee. E la poesia obbedisce supinamente a tale quadro di sproblematizzazione del «reale».
    C’è da chiedersi come la poesia contemporanea possa replicare a tale contesto di sproblematizzazione del «reale»; c’è da chiedersi con che specie di «reale» l’arte moderna pensa di avere a che fare. mettere in campo un «riduttore» del poetico è il riflesso di quelle enormi forze motrici che fanno da moltiplicatore dell’estetico tramite la diffusione dell’estetico dall’architettura e dal design alle pareti dell’anima (se così possiamo dire), nel privato e nella privacy demoltiplicata e manifesta alla piena luce dei neon alogeni.
    Direi che con la demoltiplicazione del «soggetto» siamo giunti a ridosso del «nuovo» soggetto empirico, della ottimizzazione delle risorse umane nelle moderne economie a capitalizzazione del lavoro salariato.
    Nella stragrande maggioranza dei romanzi e delle poesie contemporanee (anche di autori ritenuti del massimo rilievo!) appare evidente che i risultati di una tale demoltiplicazione non potevano essere diversi: il trionfo del minimalismo e della micrologia. Ma se il minimalismo (venato di un candido aproblematico e aproteico autologismo) è il portato di una potente vento di sproblematizzazione, ciò non toglie che vi sia anche chi opera, all’incontrario, per la via di una problematizzazione di ciò che la cultura della giustificazione aveva derubricato come irrilevante e minoritaria.
    Nel mondo della democrazia del globale mediatizzato corrisponderebbe così la democrazia del minimalismo e dei soggetti empirici. L’autologia è dunque l’involucro del soggetto empirico, il genere oggi prevalente nella narrativa e nella poesia, dove l’io si autocelebra sull’altare del «privato» opportunamente scisso e deturpato negli esiti più intelligenti in una galleria di situazioni e di maschere, in una liturgia con un linguaggio liturgico.

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  5. Il soggetto empirico ha attinenza col nullismo, inteso come antidoto al nichilismo? Questa incapacità a vedere oltre l'orizzonte una qualsiasi prospettiva, e lì restare, lì nell'inizio, come per scavare gallerie nel pozzo della verità percepibile, in assenza d'altri ideali come per darsi appuntamento. Chissà. Sparsi.
    Non sono certo che la brevità sia sempre da considerarsi come minimalismo criticabile, è un fenomeno diffuso anche al di fuori della poesia, è nel linguaggio corrente di social network e altri media. E' indice di un atteggiamento mentale, certo favorevole a chi voglia raggiungere il successo senza troppa fatica, ma che è insito nei livello di attenzione del pubblico medio o mediatico. Frantumata nel presente multi mediatico, l'attenzione cavalca il multi-presente invece che l'eterno. Appare quindi ovvio che si passi attraverso l'introspezione: se il fuori è nulla non resta che volgersi al dentro, magari per scoprire un io problematico e immiserito da certa sovrabbondanza. Ma il soggetto empirico, scava scava, in poesia esiste solo per il lettore. Per certi versi mi sembra sia arte figurativa, fatta da oggetti riconoscibili. Una sorta di lento declino della tradizione novecentesca (?)
    mayoor

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  6. Risposta a Lorenzo Pezzato

    La catastrofe è che tutto continui come prima
    (W. Benjamin)

    «Personalmente non sono preoccupato né per le sorti del ceto medio mediatico né per quelle del ceto medio poetico, così come non sono preoccupato perché ogni giorno milioni di persone mangiano da Mc Donald’s. Non mi preoccupo nemmeno se i grandi editori – con sponda dei grandi critici - continuano a pubblicare i soliti quattro nomi che hanno esaurito le cartucce, neanche se i piccoli editori per stare a galla continuano a pubblicare cani e porci purché paghino il conto, non mi preoccupo se ogni giorno mi imbatto in blog di sedicenti poeti sul crinale dell’analfabetismo o in versi che dovrebbero essere messi fuori legge tanto sono inutili (sì, alcuni sono anche miei).
    Non mi preoccupo perché questo non basta a stroncare i percorsi poetici importanti, riesce al massimo a metterli in ombra per un dato periodo.»(Pezzato)

    Caro Lorenzo,
    ho messo come titolo al tuo pezzo “Altre osservazioni sulla “poesia esodante” di E.A.», ma in realtà avrei dovuto titolare «Altre osservazioni su tutt’altro». O meglio: «sul non esodante, sul qui e ora, sull’eterno presente postmoderno».
    Ma che fai? Vuoi épater il “ceto medio poetico” con una sorta di filosofia dell’atarassia o con un’olimpica visione delle cosucce del mondo contingenti e sporche di storia?
    « Se tutti gli editori del pianeta sparissero per incantesimo nel giro di una notte accompagnati da tutti i critici del pianeta» me lo spieghi come « tutti gli autori del pianeta avrebbero comunque modo di raggiungere il pubblico e viceversa»?
    Un miracolo di questo tipo è ben più inspiegabile di quelli di Fatima. E chi resterebbe allora a fare « una lettura in controluce dell’epoca in fieri»?
    Aboliamo i soggetti, aboliamo gli editori, i critici fastidiosi o uccellacci, la tradizione , ogni «bagaglio pesante», (come già voleva il Calvino dell’inno alla «leggerezza», mentre le cose in realtà già venivano abolite o erano in corso di cancellazione da parte dei processi in corso, capitalistici per me) e cosa resterebbe se non l’eterno presente dei dominatori?
    Altro che il «salto quantico in pantaloncini e t-shirt». O una « coabitazione prima-dopo […] garantita anche senza passaggi intermedi». O una poesia libera di concentrarsi su «”oggetti nuovi”» (in un tardo replay del futurismo).
    A noi toccherebbe uno stupore da servi passivi ed ebeti, , impossibilitati a «riflettere e riflettersi», ridotti a fa tutto nell’«attimo» costruito dai veri dominatori del mondo (e di questa irrilevante provincia sperduta del loro impero detta ‘poesia’).

    [Continua]

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  7. Ennio Abate (Continua):



    Il tuo *immediato* è «adattamente all’ambiente» costruito dai dominatori. I quali per produrre le merci-«motociclette da corsa a velocità vertiginose», che ci vendono e ci permettono ogni tanto di schiantarci sulle autostrade, hanno al loro servizio i calcolatori perfezionati in secoli di studi, i ragionamenti più pignoli e meditati, le mediazioni più logoranti, di cui noi, ingabbiati nell’immediato e Incitati continuamente ad essere veloci, aggiornarci, modernizzarci, inseguire il nuovo di oggi, che è quasi lo stesso nuovo di ieri e già sta per essere sostituito dal nuovo di domani, neppure sospettiamo.
    Le rivoluzioni dall’alto (Gramsci), come quella del Web, sono pilotate e controllate. (Mi pare di averti già consigliato qualche libro di Carlo Formenti, se non ricordo male). E l’illibertà e la manipolazione stanno proprio in questa possibilità di rendere pubblico a basso costo un pensiero vero rendendolo indiscernibile, tant’è seppellito in una montagna di spazzatura, di falsità e di vuota chiacchiera. Il povero lettore di blog del tuo esempio, se non si fa critico di suo, è condannato a un lavoro di Sisifo: deve spostare montagne di cazzate prima di trovare qualcosa che gli serva; e spesso ad esse si abitua, perdendo ogni memoria della buona poesia o delle verità più elementari.
    No, proprio non sono d’accordo nel cedere a questo «qui e ora», a questo stare in un tempo che non è affatto il «proprio tempo» ma è imposto dai dominatori. Criticarlo non significa affatto ignorarlo. Significa riconoscere - almeno questo! - il falso «nuovo», la patacca che ci vogliono imporre.

    [Fine]

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  8. I “dominatori” è terminologia da imperialismi, che mi pare si siano risolti con la fine della guerra fredda.
    Le teorie delle cospirazioni, dei complotti e dei dirigenti dell’ordine mondiale capaci di mutarlo con una semplice decisione non mi convincono. Non tengono conto della complessità, dell’imprevedibilità, dei fenomeni emergenti.
    Se tutto è imposto e pilotato dall’alto, tanto vale chiudere qualunque discussione qui, e non solo quelle di natura letterario-poetica. Siamo schiavi del sistema, dell’informazione di massa, del mercato, dei capitalismi, delle banche e delle guerre che generano il business, quante volte abbiamo assaporato questa minestra riscaldata dagli anni ’70 in poi? Quante altre volte dovremo sorbirla?
    In più mi sembra che in questa visione ci sia l’arroganza di fornire una lettura a senso unico della modernità, palesare la rivelazione di come stanno realmente le cose, comunicarla a servi passivi ed ebeti abitanti della periferia che nemmeno sospettano le trame globalizzate di una ristretta cerchia di dominatori. Mi scuso, ma mi depenno dall’elenco degli ebeti passivi e con me, credo, molti altri.
    Se il povero lettore del blog non ha gli strumenti per orientarsi nel marasma della spazzatura che incontra quotidianamente, allora non gli rimane che inserire il proprio nome nell’elenco di cui sopra.
    Se il povero lettore invece di cercare la via per emanciparsi dalla propria condizione preferisce uscire con altri poveri lettori, fare quindici giorni di ferie l’anno, avere un impiego mediocre che gli permetta però di acquistare l’ultimo Iphone, leggere la Gazzetta dello sport, stare sul divano a guardare calcio e fiction, male per lui. Non capisco cosa c’entri questo con la poesia contemporanea e soprattutto come possa interferie con le mie libertà di fare diversamente.
    La strada per la comprensione del mondo è in salita, sterrata e cosparsa di chiodi appuntiti. Spesso è necessario percorrerla camminando sulle ginocchia, qualcuno lo fa, molti altri preferiscono entrare a far parte della schiera dei poveri lettori. Così sia.
    Ogni secondo nasce un gonzo, e a quello vengono rifilate le patacche. Non mi risulta ci sia mai stato un poeta che con i propri versi si sia dato l’alto e nobile scopo di trasformare le patacche in oro o i gonzi in lettori consapevoli.
    Non c’è democrazia in questo discorso ed è un fatto voluto, la poesia non è un evento democratico, non lo è mai stato e mai lo sarà. Se i poveri lettori sono la maggioranza hanno la possibilità di crearsi attorno un mondo a propria misura, ma le minoranze non per questo scompaiono, si conformano o peggio vengono inglobate. Immaginare il contrario obbliga al suicidio intellettuale immediato.
    Gli oggetti nuovi sono sempre lì fuori, ogni epoca ne produce di propri, i futuristi hanno trovato i loro, qualcun altro troverà quelli odierni. È garantito. Che il povero lettore se ne accorga o meno.

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  9. E quando mai c'è stata una condizione ideale nel mondo...eppure, Ennio, i grandi poeti ci sono sempre stati. Oggi è lo stesso . Attendo sempre e purtroppo la rivolta. Una sognatrice.

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  10. Non credo ci siano rivolte da attendere, al limite una maturazione.
    Attendendo la rivolta si finisce nel circolo vizioso del pensare che ci sia qualcosa o qualcuno all'esterno contro cui rivoltarsi. Non è così, stiamo parlando di poesia, non di manifestazioni per la conquista di migliori condizioni salariali.
    L'ordine costituito contro cui insorgere è solo quello dentro ognuno di noi.
    Liberarsi delle abitudini intellettuali, dei luoghi comuni, dei circuiti precostituiti e quindi più comodi, delle classifiche dei best sellers, della frustrazione per non essere stati inseriti nell'ultima antalogia. Un lavoro immenso ma necessario.
    Ieri notte scandagliavo la rete con il solito approccio random (quello per me più efficace per dribblare i preconcetti e incappare in qualche illuminazione) e sono finito su Youtube, il video della canzone “Someone like you” di Adele. Tra i commenti, due in rapida successione mi hanno colpito al volto, ve li propongo:
    «quanto è bella qsta canzone...wow ...wow... è una poesia... altro ke petrarca dante e leopardi».
    «se studiassimo adele al posto di dante, boccaccio, leopardi e vari tutti adorerebbero la scuola! tuttavia e una delle più grandi cantanti di quest'epoca e dovremo studiarla almeno in musica! altro k beethoveen e mozart o altri sconosciuti».
    Pura violenza culturale, diranno alcuni.
    Io li trovo di un candore abbagliante, l’esemplificazione che scarnifica un concetto e lo riduce ai minimi termini. In questi due commenti -che sono un assordante grido generazionale- è concentrato tutto quello che stiamo discutendo a livello para-accademico negli interventi di questo blog. Questo è quello che c’è qui ed ora, il mondo reale fuori del web che una volta ancora vi si dimostra riflesso.
    Tacciare di barbara ignoranza gli autori (o autrici) di quei commenti non cambierà le carte in tavola, servirà solo a distanziarsi ancora di più dalla contemporaneità, a prendere la questione dal punto di vista sbagliato.

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  11. Gen. Sig. Pezzato ,io sono molto d'accordo con lei, ma per quanto riguarda la rivolta intendevo proprio la conquista di migliori condizioni di vita e a questo punto cosa potremmo aspettarci se non una rivolta? Se così non fosse. le cose continuerebbero fine alla fine , perchè una fine c'è, sempre , come c'è sempre un fine. Un'immatura sognatrice?

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  12. da Rita Simonitto

    Un sentito grazie a Ro per aver inserito questa poesia di Enzo Campi che, se la leggiamo per bene, ci dice molto di più e molto meglio di quanto si tenti di dire e di chiarire nei nostri botta e risposta. Soprattutto in questi versi finali, in particolare modo l’ultimo:
    *è traccia incancellabile di quell’inchiostro/che celebra l’avvenuto connubio/tra il sensibile e l’intelligibile/e da millenni sottende una mimesi/cercando di rendere il verso simile al vero.*
    Il problema si presenta quando ci chiediamo qual è questo vero.
    L. Pezzato sostiene di non essere preoccupato *né per le sorti del ceto medio mediatico né per quelle del ceto medio poetico, così come non sono preoccupato perché ogni giorno milioni di persone mangiano da Mc Donald’s. Non mi preoccupo nemmeno se i grandi editori ….. eccetera, eccetera* .
    Ennio sostiene di essere invece preoccupato perché *l’illibertà e la manipolazione stanno proprio in questa possibilità di rendere pubblico a basso costo un pensiero vero rendendolo indiscernibile, tant’è seppellito in una montagna di spazzatura, di falsità e di vuota chiacchiera*.
    Osserviamo che ambedue ‘vedono’ la stessa realtà ma hanno nei confronti di essa degli atteggiamenti sostanzialmente differenti.
    L. Pezzato punta sull’importanza del *comunicare* sostenendo che nei *periodi di transizione in cui il nuovo si sta creando e diventa più difficile riconoscerlo…le possibilità di sperimentare sono amplificate al massimo tanto quanto il fiorire di proposte alternative tra loro. Intuire un attimo […] in anticipo in quale direzione muoversi è “compito” che spetta al poeta, non al critico, non all’editore, non al pubblico*.
    Ennio, secondo me correttamente, punterebbe più sull’analisi, cercando di far capire che non si tratta di una ‘transizione’ qualsiasi, o immaginata in astratto, bensì calata in una società particolare dove ci sono dei dominanti e dei dominati.
    Personalmente dubito assai in merito *alla amplificazione al massimo delle possibilità di sperimentare*: oltretutto che ne facciamo di ‘todos caballeros’?
    Accade, poi, che i cosiddetti “nuovi oggetti” e, a volte anche i “nuovi soggetti” (anche i “nuovi soggetti rivoluzionari”, delle varie rivoluzioni colorate), siano in qualche modo orientati da coloro che intendono mantenere il proprio dominio (non si tratta di complottismo ma di senso storico) e quindi stiano lì apposta ad irretire i vari *gonzi*; che non sono soltanto quelli poveri di spirito, che non hanno strumentazioni adeguate, ma sono anche, e soprattutto, quelli che credono, utilizzando varie strategie di solo pensiero (ricordate il vetusto "l'immaginazione al potere"?), di bypassare la realtà senza alcun bisogno di una teoria forte che la interpreti.
    (continua)

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  13. da R.S.
    (continua)

    Prendiamo queste espressioni di L. Pezzato:
    a) *Non c’è democrazia in questo discorso ed è un fatto voluto, la poesia non è un evento democratico, non lo è mai stato e mai lo sarà…*
    b) *Non mi risulta ci sia mai stato un poeta che con i propri versi si sia dato l’alto e nobile scopo di trasformare le patacche in oro o i gonzi in lettori consapevoli…*
    c) *Intuire un attimo[…] in anticipo in quale direzione muoversi è “compito” che spetta al poeta, non al critico, non all’editore, non al pubblico…*
    d) *Il ceto medio mediatico –dominus del gusto prevalente orizzontalizzato- ha generato il ceto medio poetico […] ma in un tessuto sociale ormai intriso di differenziazione, di personalizzazione, di unicità dell’individuo …*
    e) *E’ però fondamentale rimanga traccia poetica di un arco generazionale, una lettura in controluce dell’epoca in fieri, poi poco importa con quale mezzo sarà condivisa…*.
    A parte il fatto che oggi assistiamo al dominio della in-differenziazione, della de-personalizzazione, della massificazione dell’individuo che ha perso la propria individualità (e non il suo contrario - come viene affermato più sopra sub ‘d’- ), le frasi a); b); c); d) ed e) se ‘sparse’ nel discorso possono anche avere un impatto suggestivo, ma se messe - arbitrariamente e quindi non democraticamente – assieme, in un confronto tra di loro, provocano un effetto del tutto diverso.
    Ciò che mi sento di condividere, invece, in pieno è che *presto o tardi sarà palesata la rivelazione di chi si sia mosso nella direzione rappresentativa dell’oggi* anche se, nel frattempo, ma senza velleità di fare la mosca cocchiera, mi riesce difficile stare li a godermi l’ombra.

    (fine)

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  14. Da Rita Simonitto
    @ L. Pezzato
    Solo dopo aver postato il mio solito ‘lenzuolone’ ho visto il suo commento.
    E ho avuto un pugno nello stomaco. Ma non per la ‘barbarie’ o il ‘candore abbagliante’ di questi frequentatori di FB (non sta a me esprimerne un giudizio), quanto per il suo commento; operazione che non capisco se è di stampo buonista (assordante grido generazionale a cui si deve dare ascolto), se è di stampo funzionale (ecco un potenziale pubblico da cui non ci si può distanziare), o ingenuo (pensare che questo tipo di interventi su FB sia davvero un ‘indicatore’ della contemporaneità. E gli altri giovani che si appassionano di Leopardi, di Mozart, che usano un italiano non sincopato li ghettizziamo perché non sono più ‘contemporanei’?). Un 'indicatore' è sempre importante ma deve essere inserito in una ipotesi più ampia. Non voglio pensare male anche se,come diceva Andreotti “pensare male è peccato però a volte si indovina”, ma non le sembra una furbata da quattro soldi questo arbitrario prendere una parte per il tutto? Se lei (assieme ad altri) vuole farsi ‘cantore poetico’ di questa sezione di contemporaneità va più che bene, anche Adele va più che bene (tra parentesi, non so nemmeno chi sia né che cosa canti, pardon, ma non si può seguire tutto), ma tutto questo è solo una fascia nel mantello della tigre che non può essere venduta per la tigre. Sarebbe come parlare di Ceto Medio e ritenere che si sta parlando di tutta la società. Società che può avere delle rappresentanze anche nel Ceto Medio ma c’è anche dell’altro.
    Quanto a me, personalmente, piacerebbe avvicinarmi un po’ di più alla tigre, che non è la somma delle fasce.
    Saluti.

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  15. Cari tutti,

    Mi pare che Pezzato vada al gancio del contemporaneo e se ne inebri, come in un vitalismo immanente e definitivo. E' una via che nel Novecento ha gia' avuto il suo dirsi ed e' sempre finita in cenere, perche' dietro c'e' il fascino depressivo del nulla. Non sono convinto che questa volta andra' meglio, anzi, mi pare piu' probabile il contrario: avendo a disposizione tutta questa informazione, l'unico modo per resistere e non perdersi e' quello di legarsi all'albero maestro come Ulisse ascoltando il canto delle Sirene, e passare indenni la burrasca. Tale albero maestro potra' essere, a scelta, il "cuore" o la "ragione", entrambi radicati nella Storia dai fondamenti della nostra civilta' Occidentale (antica Grecia) e che costituiscono l'ossatura culturale del progetto europeo.

    Un moccioso che si spella le mani per Adele su YouTube e non ha mai sentito Bach sara' in ottima compagnia, numericamente parlando (visto il progressivo sfarinarsi della trasmissione gerarchica del sapere in questo Paese), ma e' destinato alla subalternita' perche' manipolatori di messaggi, maniere e contenuti ben piu' raffinati troveranno sempre il modo di disvelare la vacuita' sostanziale, effimera, del pop. Mi pare che Pezzato si auguri un falo' di tutto il culturame che imbriglia la libera espressione del singolo individuo ma, ripeto, all'atto pratico e sulla carta tramandata non rimane niente: non c'e' poesia, non c'e' politica, non c'e' comunita' nell'adeguarsi al minimo comun denominatore dell'umano, c'e' solo autodistruzione fine a se stessa.

    Saluti. Giuseppe Cornacchia

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  16. Lorenzo Pezzato12 agosto 2012 10:51

    Cara Rita (e cari tutti), riassumo la mia risposta al tuo intervento in poche righe, anche perché forse non hai avuto modo di leggere tutto il discorso dall’inizio, dal primo post di Ennio Abate all’ultimo, compresi i commenti.
    Non mi soffermo sull’iperbole composta con i commenti dei due utenti di Youtube sulla canzone di Adele, è chiaro che era un ammodernamento di quel “dormire di fronte ai simbolisti russi” di cui si parlava in precedenza e il resto si spiega da sé.
    Trovo invece molta supponenza in quella specificazione tra parentesi dove dichiari di non sapere chi sia tale Adele e che cosa canti, un atteggiamento –mi permetterai- retrò. Bastava chiedere a Google, qualche frazione di secondo e avresti avuto la risposta (tra l’altro ti segnalo che avevo appositamente scritto di essere capitato su quel video navigando random, per lasciare intuire che neanche io sono un gran conoscitore della materia). Vedi, è proprio questa distanza preconcetta che con il tempo si trasforma in preclusione, in paio d’occhiali con la graduazione delle lenti sbagliata. È evidente che non condivido quei commenti e che tanto meno vorrei rappresentare quella parte di contemporaneità (né altra parte, rappresento a malapena me stesso), davvero devi aver fatto una lettura frettolosa dei miei precedenti interventi. Niente di male, ma entrare in una partita a briscola con le carte da scala quaranta crea solo confusione.
    [continua]

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  17. Lorenzo Pezzato12 agosto 2012 10:52

    Come confuso è il concetto per cui ritieni l’individuo di oggi depersonalizzato e indifferenziato. Quando non lo è stato? Quando una massa –che per definizione è omogenea in quanto privata del particolare- è stata formata da individui personalizzati e differenziati? Quando non c’è stata una massa? La massa è una partizione, un sottoinsieme variabile dipendente dall’osservatore e dal suo punto di vista. La massa dei servi della gleba, la massa dei legionari romani, la massa degli aristocratici falciati dalla rivoluzione francese, la massa dei politici che governano questo paese, la massa dei navigatori di internet, la massa dei lettori di libri, e potremmo continuare all’infinito. La definizione di massa è una tag, un’etichetta che chiunque si differenzi dagli altri per un motivo qualunque può applicare al prossimo, e stavolta sì prendendo una parte per il tutto. Ma mai come nell’epoca che viviamo l’individuo ha avuto gli strumenti per differenziarsi, per proporre se stesso ai terzi in modi nuovi che ne fanno una singolarità. Basta guardarsi attorno e vedere come siano fioriti i suffissi I o You su ogni cosa (persino la crema contro l’acne ora si chiama YouDerm), come il prodotto sia on-demand, come venga richiesto ovunque di esprimere la propria opinione o quello cui si sta pensando, come siano state create le figure del personal banker, del personal shopper e come il mercato pubblicitario -un altro indicatore di capace di reagire prontamente alle modificazioni socioculturali- si sia orientato sulle nuove tendenze (non nel senso di mode).
    È abbastanza ovvio che in questo scenario nessuno venga ghettizzato, tanto meno chi ascolta Bach e Beethoven, ma far finta di niente è ridicolo.
    Il moccioso (ma anche l’adulto appartenente alla stessa maggioranza) che si spela le mani per Adele su Youtube sarà –se non corre prima ai ripari- condannato alla subalternità, andrà a mangiare al Mc Donald’s e non leggerà poesia, ma al poeta dovrebbe interessare? Interessarsi di questo sarebbe come infilarsi sotto la stessa coperta di subalternità. Si badi, non subalternità a presunti dominatori ma all’autoimposizione di un minimo comune denominatore, all’omologazione col vicino.
    Altra cosa è usare strumenti comunicativi che siano accordati con l’ambiente circostante. D’altronde senza intenzione comunicativa nessuno prenderebbe carta e penna (o tastiera) per scrivere dei versi.
    Comprimere i tempi della mediazione percettiva –ad esempio- non è un vezzo stilistico per inseguire il gusto beota del fan massmediatizzato di Adele (o chi per essa), è un modus per imprimere la data sulla confezione, una trasfusione di habitus spaziotemporale che sia caratterizzante. Altrimenti si corre incontro alla medietà perpetua, ci si esprime per geroglifici.
    Comunque, al di là dei falò appiccati al culturame che odorano un pochino di Fahrenheit 451, rimane il fatto che la proposizione di novità deve venire dai poeti e non da una pianificazione preventiva del percorso che la poesia dovrebbe compiere e che i poeti stessi dovrebbero impegnarsi a farle compiere.
    In questo senso sarebbe davvero molto interessante che in chiusura di questa discussione, Ennio aprisse un nuovo topic in cui ognuno potesse postare a commento versi propri (o altrui) che esprimano l’idea di poesia contemporanea. Magari estendendo l’invito alla pubblicazione anche ai frequentatori di altri blog.
    Da parte mia l’unica cosa che mi auguro è che ognuno possa continuare a seguire la strada poetica che sente propria, senza preoccuparsi d’altro. Il resto verrà a galla da sé.

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  18. Come vorrei sentir parlare di fantasia, abbandono alla immaginazione ... creatività . Qualcuno adesso vorrà spararmi, ma sento che è arrivato il momento di parlarne. Amici, proviamoci o no? Emy

    In un bottone di una giacchetta,
    ho visto un ago entrare
    col filo blu cuciva il bottone rosso
    che era caduto per gioco ,per amore.

    Il seno era coperto da una maglietta rosa
    non si ricorda con chi e quando ma
    quel bottone andava riattaccato ,presto,
    prima di rientrare prima di rifare.

    BYEMY

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  19. da Rita Simonitto
    Questo batti-becco è il miglior esempio di difficoltà comunicativa che è, in questo caso, fondata dal bisogno non tanto di chiarire il proprio pensiero quanto di dimostrare che l’altro ha capito male (e, ovviamente, prendo dentro anche me).
    Credo che, in buona parte, ciò sia condizionato dall’uso frequente di modalità “randomizzate” di lettura, condizionati come siamo da un sistema “dopato” che esige sempre il massimo della prestazione pseudo-conoscitiva. Sì, posso andare su Google per avere ‘notizie’ su Adele, ma non ne ‘saprei’ niente di significativo in più di quel ‘niente’ che so ora. Se fossi stata ‘supponente’, allora sì sarei andata ad informarmi per discettare (non certo per capire) del più e del meno su questo personaggio. Non ne so, non ho elementi sufficienti per parlarne, e allora taccio.
    Ma andiamo per ordine.
    Ciò che io contestavo era questo assunto * in un tessuto sociale ormai intriso di differenziazione, di personalizzazione, di unicità dell’individuo* che viene ribadito ulteriormente con un *mai come nell’epoca che viviamo l’individuo ha avuto gli strumenti per differenziarsi, per proporre se stesso ai terzi in modi nuovi che ne fanno una singolarità*. Ma lei dove le vede queste meraviglie?
    E, a supporto di questa affermazione, mi viene portato il frequente e suadente ricorso ai suffissi I e You. Il processo di massificazione avviene proprio così, perché quell’Io e quel Tu, cui cedono imbesuiti gli allocchi, vengono sedotti proprio in questo modo e non potranno esprimere nessuna ‘originalità’ se non a prezzi molto alti. Visto che cita Fahrenheit 451, provi a darci un’occhiatina con una angolazione più ampia che non sia solo quella della bruciatura dei libri.
    Ma un pur lieve sospetto sulla differenza che ci può essere tra apparenza e sostanza non le passa per la mente? Non si è mai parlato tanto di democrazia e di libertà e di privacy come oggi e mai come oggi abbiamo visto la sistematica e tronfia violazione di questi principi. Non le dice niente questo?
    Infine sostiene * La massa è una partizione, un sottoinsieme variabile dipendente dall’osservatore e dal suo punto di vista*. Ma, e le dinamiche politiche, economiche, sociali dove le mettiamo?
    O anche questo è frutto di una lettura *randomizzata*! Perché, allora, basterebbe individuare quegli osservatori che definiscono la massa, silenziarli e la massa si libererebbe dal suo essere partizione. Facile, no? Perché finora nessuno ci ha pensato?
    Forse è meglio che torniamo alla poesia. Ma anche qui, quando lei fa la giustissima osservazione *che ognuno possa continuare a seguire la strada poetica che sente propria*, poi, quando aggiunge *senza preoccuparsi d’altro*, sta proprio parlando di un io-massa e non di un Io responsabile.
    Viene da concludere, prendendo da una sua espressione: ad majora!

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  20. Una poesia in tono con l'ultimo intervento di Emy.

    Le ossa a me che chiedo polpa
    A me che vedo melograno
    A me che porto lingua al fico
    E mi lavo nel babà. Ho sapor
    D'ananasso appena colto
    Steso alle lenzuola sotto al sole,
    Dell'iris ho il tramorto.

    Saluti. Giuseppe Cornacchia

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    1. @ Emy e @ G. Cornacchia, tanto per fare 'tris'

      Giocherelli

      Dorme la luna posata sul balcone
      messa di sguincio ma non le importa niente;
      temo possa saltare il cornicione,
      lei mi guarda e sospira “deficiente”.

      Eppure sere addietro là sul ponte
      stava facendo a gara coi lampioni
      sembrò che scomparisse all’orizzonte:
      tutto si spense e mi trovai carponi.

      bye,bye
      R.S.

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  21. Ennio Abate:

    Nuovo/vecchio? Allora facciamo un confronto.
    «Chi cerchi di possedere il metodo (mentale e/o morale) per intendere come e perché l’ultimo libro di poesia edito a Milano, l’aumento del prezzo della benzina, le spese militari della Repubblica Sudafricana e questo presente discorso siano fra loro connessi; e èer quali passaggi e centrali di smistamento si influenzino a vicenda, costui meglio di latri conoscerà (o si avvierà a conoscere) anche per quali cunicoli occulti comunichino le diverse età dell’uomo, il mondo della realtà e quello del desiderio, e come ognuno di noi sia composto dimorti e di venturi, dunque attraversato da una corresponsabilità universale» (F. Fortini, Di tutti a tutti [1985], in «L’ospite ingrato - Primo e secondo», p. 187, Marietti, Genova, 1985

    Ecco la voce di uno scrittore e poeta che usava come me ( e meglio di me) una «terminologia da imperialismi», i quali - come tutti possono vedere dando un’occhiata in Irak, Afghanistan, Libia e ora in Siria - sarebbero stati «risolti con la fine della guerra fredda».
    Mettiamola a confronto con la voce “nuova” raccolta da Pezzato nei suoi nottirni sul Web: «quanto è bella qsta canzone...wow ...wow... è una poesia... altro ke petrarca dante e leopardi». Mettiamola a confronto per vedere che corrispondenza c’è tra le parole e le cose, per vedere se quel «candore abbagliante» o addirittura quel «concentrato» della nostra discussione sui destini della poesia ci sono davvero. E si avrà la misura immediata, empirica ci cosa sia la «complessità» di un sapere non appiattito sul «qui e ora» e la tracotanza vera di chi vive immerso (speriamo che sia giovane almeno) nel suo immaginario desiderante.
    Ma davvero - mi chiedo - Pozzato ha assaporato la « minestra riscaldata dagli anni ’70 in poi»? Temo che egli non sappia di cosa si parlava allora né di quanto quell’altra lingua (ora morta e di sconfitti) permettesse ancora d’intendersi, anche quando si era avversari o la si pensava diversamente.
    No, non forniva « una lettura a senso unico della modernità». Ne coglieva anzi le contraddizioni (una appunto - non scomparsa neppure con la fine della guerra fredda - era quella tra dominanti e dominati). E tentava - ci sperava! - di far prevalere la modernità “buona” (chiamata socialismo/comunismo) contro quella “cattiva” (capitalistica e imperialistica…). E cercava, con uno sguardo a 360% come si vede dal pezzo di Fortini, di capire persino cosa c’entrasse la poesia non solo con la politica, con l’economia, le guerre, ma anche col «povero lettore».
    Quel «povero lettore», che oggi non si vede «come possa interferire con le libertà di [ciascuno di] fare diversamente» , allora (negli anni ’60) era «il cretino».
    E ci fu sui Quaderni Piacentini una famosa “difesa del cretino” proprio da parte di Fortini.
    «Il cretino» degli anni ‘60 se la prendeva con i beats e a quelli contrapponeva se stesso “pronto a fare la mia parte, ma con una laurea in chimica, lavorando in campagna per poter studiare, senza capelli lunghi o vestiti sporchi, sbagliando, soffrendo, migliorandomi. Senza ragazze facili in minigonna a darmi forza, ma con la mia fidanzata che amo e che mi dà realmente forza, che rispetto perché merita rispetto, che sa che non credo in dio e che sono comunista e che non mi odia per questo. Io sono pronto, ma col lavoro, con lo studio, i consigli dei vecchi e dei giovani, con l’onestà...”;E Fortini, difendendolo, così autocriticamente rifletteva:«Che cosa si deride in quell’odioso personaggio? Non tanto il comun perbenista prodotto in serie dall’ultimo decennio di involuzione del movimento operaio, ossia il risultato d’una diseducazione di cui siamo anche noi responsabili...».

    [continua 1]

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  22. Ennio Abate (continua):


    Somigliava, come si vede, con quello disegnato da Pezzato: « invece di cercare la via per emanciparsi dalla propria condizione preferisce uscire con altri poveri lettori, fare quindici giorni di ferie l’anno, avere un impiego mediocre che gli permetta però di acquistare l’ultimo Iphone, leggere la Gazzetta dello sport, stare sul divano a guardare calcio e fiction».
    Ma allora, malgrado l’uso di una «terminologia da imperialismi», ai “cretini” (alias oggi “poveri lettori”, si guardava speranzosamente, tanto che Fortini concludeva il suo pezzo così:
    “..i ”cretini” sono la - legittima - maggioranza assoluta dell’umanità.. E con e per i “cretini” che dopotutto si fanno quelle rivoluzioni di cui si è parlato finora...”.
    Certo, oggi di rivoluzione non se ne può parlare (se non nel linguaggio dei pubblicitari che ne vedono una appena si sforna una nuova merce o in quello del sogno, che tanto piace alla Emy).
    Né dei “cretini” né dei “poveri lettori” si parla poi in quei termini bassamente “emancipatori” e un po’ troppo “cristiani”. Che - ammetto - oggi sono davvero improponibili, dato che la situazione “complessa”, così adorata anche dai falsi oppositori governativi, ne prevede l’impoverimento e la cancellazione di ogni residuo e decente diritto. Per cui - come per gli operai dell’Ilva di Taranto - la loro “emancipazione” si gioca tutta nell’aut aut profondamente “democratico”: o lavori sapendo che ti beccherai un tumore o ti lasciamo disoccupato.
    Questo è “nuovo” o “vecchio”? È peggio della guerra fredda o è post-guerra fredda?
    Lasci a Pezzato la risposta.
    Oggi nella piena, asfissiante postmodernità dell’eterno presente, un intellettuale aggiornato come lui si può concedere di esaltare (alla Baricco) il “barbarico” linguaggio («quanto è bella qsta canzone...wow ...wow... è una poesia... altro ke petrarca dante e leopardi»), di goderne esteticamente («Io li trovo di un candore abbagliante») e - io direi da cetomedista tipico - di negare «che ci sia qualcosa o qualcuno all'esterno contro cui rivoltarsi».
    Rivoltarsi è una cosa “vecchia” e pericolosa.
    Con la pace che domina il mondo, tranne piccole guerricciole da strapazzo e banche che riducono interi paesi in miseria meglio coltivare imperturbabili il propprio orticello “interiore” e giocare lì dentro una tranquilla rivoluzione “interiore”.
    Che dire?
    Speriamo che, prima o poi, Pezzato salga stabilmente su questa “scialuppa” con qualche discorsino… più mirato alle cose e meno al desiderio.

    [Continua 2]

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  23. Ennio Abate (continua):


    @ Linguaglossa

    È vero, quello proposto da Pezzato è un esempio esasperato e quasi ridicolo di «piccola narrazione» di un io «privato» che respira solo in un presente «attualizzato». Siamo però davvero passati dal «soggetto trascendentale» al «soggetto empirico» ? E questo «soggetto empirico» è davvero coincidente con il «soggetto della democrazia»? In altri termini, per seguire la tua terminologia, davvero questo soggetto empirico o soggetto della democrazia può rimanere a lungo in un « contesto di sproblematizzazione del «reale»»? E davvero siamo alla « ottimizzazione delle risorse umane nelle moderne economie a capitalizzazione del lavoro salariato»? A dare uno sguardo in giro sono innegabili invece gli sprechi e le distruzioni sia di risorse umane che naturali. E, in quanto al termine ‘democrazia’, siamo ad un punto davvero morto: o dobbiamo ammettere che l’idea di democrazia è davvero un guscio vuoto o, se vogliamo salvare ancora il concetto ( forza, potere del *demos*), dobbiamo negare che ci siano Stati democratici, dobbiamo dire che abbiamo solo falsi o copie deformi di democrazia.
    Sul piano estetico, mi pare di capire che tu veda il minimalismo, candido o meno, come il guscio estetico della falsa democrazia. Combattere il primo (tornando a riproblematizzare il reale, tornando - con parole più semplici - a ritrovare una corrispondenza più esatta e controllabile dagli stessi lettori tra le parole e le cose) è combattere (sul piano estetico) anche la falsa democrazia.
    Certo il minimalismo non coincide con la «brevità», come teme Mayoor. Non tutti i messaggi brevi, diffusi sui social network o in altri media, sono di per sé minimalisti (sproblematizzanti). Lo è invece quello raccolto e rilanciato or ora da Pezzato. Né credo che il messaggio breve ( accostabile, penso, alla forma aforistica o epigrammatica) passi obbligatoriamente «attraverso l’introspezione». E soprattutto mi pare falsa la conclusione a cui arriva Mayoor: « se il fuori è nulla non resta che volgersi al dentro, magari per scoprire un io problematico e immiserito da certa sovrabbondanza.».
    Questa è il presupposto non provato dei postmodernisti. No, diciamo che il “fuori” è in metamorfosi e non sappiamo con sicurezza né che «è nulla» né che che è “qualcosa”. Insomma, forniamoci del coraggio per andare a vedere. E io non escluderei nessuna delle due strade, del resto “vecchie”: quelle della soggettività, che a un certo punto può incontrare anche il “reale”, e quella della oggettività, che pretende di afferrarlo mettendo tra parentesi la soggettività.

    [Fine]

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  24. A Ennio:
    Secondo te negare che ci siano Stati democratici a cosa servirebbe se non ad iniziare una rivolta , constatare che siamo in un mondo di sfruttati e di sfruttatori porta ad una maturità tale da poter cambiare le cose? E poi sono io una sognatrice! Tu da cosa partiresti per cambiare le cose e le idee? Hai una soluzione oggi e ripeto oggi che possa sfociare in qualcosa che non sia rovinoso per poi ricominciare? Io trovo che una via d'uscita oltre la rivoluzione sarebbe coltivare l'amore per il prossimo compresa la natura , ma questo è sì un grande sogno in cui vorrei credere ma tutti mi prendono per pazza quando faccio questi discorsi. Siamo tutti nello stesso pozzo in attesa che qualcuno ci tiri su e ci salvi, volendo ci si può arrampicare con mani , piedi ed unghie ma a sessant'anni mi è molto difficile. Emy

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  25. da Rita Simonitto
    Mi interessano troppo questi punti per permettermi di farmeli sfuggire e di farli sfuggire agli altri (repetita juvant); anche perché non voglio far parte (da consapevole) di quell’opera di diseducazione che (da inconsapevole) posso aver portato avanti.
    Punto primo:
    - Non sappiamo * per quali cunicoli occulti comunichino le diverse età dell’uomo, il mondo della realtà e quello del desiderio, e come ognuno di noi sia composto di morti e di venturi, dunque attraversato da una corresponsabilità universale*. (Fortini)
    Quindi, anche se noi non ne abbiamo la percezione, esistono queste comunicazioni, ragion per cui non possiamo affermare che quella lingua che permetteva ancora di intendersi * anche quando si era avversari o la si pensava diversamente* non è *ora morta e di sconfitti* (Ennio) ma può avere ancora delle ramificazioni, proprio per quanto affermato sopra.
    A condizione però che gli sconfitti analizzino a fondo alcuni paradigmi. Se si continua a pensare che *..i ”cretini” sono la - legittima - maggioranza assoluta dell’umanità.. E’ con e per i “cretini” che dopotutto si fanno quelle rivoluzioni di cui si è parlato finora...”, bisognerà pur tener conto del fatto che è più facile che la maggioranza abbia la forza di trascinare giù al suo livello (di “cretini”), più di quanta ne abbia la minoranza di tirare su.
    Punto secondo.
    L’importanza della poesia in quanto essa c’entra non solo con la politica, con l’economia, le guerre, ma anche col «povero lettore». La poesia permette di *andare a vedere*, come dice Ennio, una realtà, un “fuori” che è in metamorfosi e *non sappiamo con sicurezza né che «è nulla» né che è “qualcosa”. E io non escluderei nessuna delle due strade, del resto “vecchie”: quelle della soggettività, che a un certo punto può incontrare anche il “reale”, e quella della oggettività, che pretende di afferrarlo mettendo tra parentesi la soggettività*.
    Attraverso la poesia, dunque, si può tornare a riproblematizzare il reale, cercando - con parole più semplici - di ritrovare una corrispondenza più esatta e controllabile dagli stessi lettori tra le parole e le cose.

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  26. A Rita:
    se dobbiamo considerare l'io/noi dobbiamo coinvolgere anche i "cretini" altrimenti che "noi"sarebbe? E poi fateci un esempio, chi sono questi cretini? Cosa fanno di diverso da voi o da noi? La poesia è e deve essere per tutti ,chi non la vorrà accettare o vorrà sottovalutare la sua importanza non la leggerà. come sempre è stato. Dare del cretino a chi non è in grado di rialzarsi o di affrontare un discorso al di fuori delle sue possibilità è troppo facile se non addirittura penoso. Emy

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    1. Cara Emy, mi hai chiamata in causa e ti rispondo anche se è difficile farlo in poche righe.
      Dare del cretino *a chi non è in grado di rialzarsi o di affrontare un discorso al di fuori delle sue possibilità*, è già indice di cretineria.
      Cretino non è l’antitetico di intelligente: anche una persona intelligente può essere ‘cretina’ quando usa la sua intelligenza non per capire ma per sopraffare, pensando di avere la verità in tasca.
      E, detto questo, dobbiamo riconoscere che siamo tutti un po’ ‘cretini’, siamo tutti un po’ infantili perché ognuno di noi ha un ‘io’, più o meno narciso, più o meno maturo e disposto a sacrificare una parte di sé per entrare in contatto con l’altro.
      Un punto cruciale consiste nel vedere quanto è esteso questo *un po’* e quanto dominio ha sulla nostra mente, sulle nostre scelte. Quanto ci rende ‘testardamente ottusi’ anche di fronte alle evidenze più conclamate. Tant’è che corre il detto “Meglio una persona cattiva che una persona cretina. Almeno la persona cattiva ogni tanto si riposa, mentre la persona cretina non si riposa mai”. A parte questa battuta ‘crudele’, chi è (o fa il) cretino si sta difendendo per evitare la sofferenza di una presa di coscienza. E lo posso ‘capire’, ma non posso certo farmi trascinare nel gorgo con lui. E i ‘cretini’ hanno questa peculiarità di tirarti giù, perché hanno un contenzioso con chi ne sa di più, temono sempre di essere discriminati, umiliati. Temono le differenze di gradiente perché le interpretano sempre a loro sfavore: e allora tutti giù per terra! Molte volte, pensando di bay-passare l’umiliazione, fanno alleanze scriteriate identificandosi con i vari 'guru’ del momento.
      E’ importante dunque la consapevolezza della presenza di questa parte ‘cretina’ dentro ognuno di noi, della sua forza, della sua operatività e di quello che si può fare per non farla proliferare, perché è proprio una gramigna.
      In farmacopea, gli infusi di gramigna sono molto salutari, ma nei campi devastano le parti sane della coltivazione. Anche le sacre scritture invitano ad esercitare la capacità di selezionare il grano dal loglio, e questo senza pre-concetto alcuno.
      Un caro saluto.
      Rita S.

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  27. A Rita:

    grazie per avermi risposto, ma vorrei aggiungere che se chi crede di essere umiliato e discriminato è un cretino, io non ci sto mi sentirei razzista. Chi si sente umiliato e discriminato è perchè qualcun altro (e sono tanti)l'ha indotto a sentirsi tale. Certo poi ci sono quelli che hanno mollato , non trovano la strada per uscire dalla indifferenza , ma anche questi non li chiamerei cretini, assolutamente no. Beato chi non è mai stato "cretino", chi non interpreta mai le cose a suo sfavore, Egli avrà sempre la capacità di selezionare il grano dal loglio e vivrà felice con tutti quelli come lui. La mia parte che tu definisci"cretina" io la chiamo "insicurezza "
    che cerco ogni giorno di combattere, sicuramente, e che spesso riesco a sconfiggere quando trovo persone che la sanno ascoltare. Un caro saluto Emy

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  28. a Rita:

    vorrei anche dirti una piccola ma grande cosa .

    Dal tuo libro -A prestito- sulla prima pagina si legge:

    "L'uomo scopre nel mondo solo quello che ha già dentro di sè;ma ha bisogno del mondo per scoprire quello che ha dentro di sè..." (H.Von Hofmannsthal, il libro degli amici, Adelphi).

    Emy

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    1. Risposta sul modello FB più che da Blog, ma mi sembrava doverosa(e mi scuso per lo spazio preso).
      Cara Emy,
      Sul mio libro le citazioni erano due.
      L'una, quella che hai riportato tu, fa riferimento ad una circolarità importante io/noi ma che , espressa in quel modo, può adombrare una relazione chiusa, come se il mondo dentro del sè fosse 'finito' e 'conosciuto' e gli altri fossero necessari per scoprirlo e portarlo alla luce, come fossero dei maieuti. E, in parte, è così.
      L'altra, di E. Canetti (La rapidità dello spirito, Adelphi)suppone una spirale.Una spirale aperta in verticale e legata al continuo confronto che il soggetto fa fra ciò che sa e ciò che 'ancora' non sa:
      "E' meraviglioso pensare che si è intrisi di segreti. La cosa più bella che ci sia nell'imparare è che moltiplica i segreti".
      Infine: non necessariamente il sentirsi umiliato passa attraverso una 'reale' esperienza di umiliazione e sopraffazione. Ci sono dei vissuti 'soggettivi' che sono veicolati da una interpretazione 'distorta' della realtà fattuale. Prendilo solo a mo' di esempio: quando tu affermi *La mia parte che tu definisci 'cretina' io la chiamo insicurezza' che cerco [...] di combattere*, io non ho mai dato questa definizione 'specifica', non posso 'conoscere' la tua parte 'cretina' e quindi non la posso nominare. Ho detto soltanto che ognuno di noi ce l'ha. Se tu la chiami insicurezza si tratta di un'altra cosa e rischi di fare confusione. Perchè l'insicurezza va accolta e trasformata e non combattuta, come dici tu, mentre è la parte cretina che va conosciuta e 'combattuta', o, per dire meglio, 'tenuta a bada' perchè non dilaghi.
      Un abbraccio.
      Rita S.

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  29. Emy ..permettimi un'interferenza, sicuramente non risolutiva ma almeno "c'ho provato" ..da cretina , of course eh eh eh .-)

    Il punto di non dialogo , anche se interessantissimo e importantissimo lo sforzo di ogni componente che leggo, è questo:
    tu o i milioni come te(ma anche come me e non credere così pure i vari piu consapevoli), non ha analizzato abbastanza a quale livello di sofisticazione è giunto quell'insieme di poteri della dominazione e del controllo sociale, anti-uomo e anti natura, tanto da ingannare milioni su milioni di "sognatrici e sognatori" infiltrando in ogni buco del pianeta chi sembra, chi ha sembianze di sviluppo della vera vita sul pianeta stesso. Gli stessi " scienziati" delle piccole minoranze sociopolitiche non parlano in modo altrettanto scientifico ai " cretini" per consegnare loro un quadro come quelli elettrici dei circuiti effettivi, apri e chiudi, zero uno, dei funzionamenti della realtà visibile tramite il decoder di quella invisibile.

    Esempio, l'appunto che ti faceva Ennio, sul fatto che le mitiche rivoluzioni, le hanno sempre fatte bere di ciofeche per le masse ( quelle in base alle quali le facevano o le faranno "i poveri" o "gli oppressi" o " i deboli" ), è qualcosa che doveva ricevere, sia da parte sua nell'illustrarti, sia da parte tua nel chiedere, qualcosa che aiutasse tutte le componenti del simposio a interiorizzare meglio , anche sul piano poetico politico, una durezza "oscena" tanto del comportamento dell'èlite intellettuale quanto di chi da essa, pochi, manovrato, molti.

    la consapevolezza del" cretino" del basso, sarà rivoluzionaria quando riuscirà a penetrare gli effettivi meccanismi che hanno fatto il passato e che aumentati di volume, fosse solo per i miliardi in piu sul pianeta da controllare, stanno amplificando il grande inganno che già di per sé contiene la realtà in uan visione trascendentale, quella da cui peraltro al tuo richiamo "madre", natura o uomo o vita.

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  30. A Rò:

    Ciao ,
    non mi sento manovrata, assolutamente , altrimenti non risponderei neppure a chi ho risposto. Voglio , come sempre essere dalla parte di chi per un motivo o per un altro esprime le proprie idee ,anche quelle che comprendono le debolezze umane, e qui mi pare che quasi nessuno riconosca le proprie. In poesia se non consideri anche questo aspetto il "nuovo" sarà nullità e nessuno avrà capito il nostro tempo, ma proprio nessuno. Ciao con il mio Bum Bum . Emy

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    1. Non ti ho sollevato dubbi sulle tue personali capacità o incapacità a sentirti o meno manovrata, ma domande plurali...l'interferenza, questo voleva essere tanto che se il plurale si fosse posto nei secoli delle non rivoluzioni, cosa gli avevano fatto passare per rivoluzione ( comprese quelle scolorate piu recente arabe) , non saremmo ancora qui a non intenderci né daun punto di vista cuore, nè da un punto di vista cervello.

      Tam tam...bum bum ..bacchette e fruste a TE!
      :-)))

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    2. in realtà però , se proprio devo dirtelo, io mi sento moooolto manovrata, perché le grandi manovre dei poteri dominanti tanto quanto dei contropoteri di chi vorrebbe il potere dei primi, non mi appartiene ma ha determinato e determina una realtà fisica che mi fa cagare.

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  31. Ah Rò! Anch'io somatizzo allo stesso modo, ma non giova a nessuno nè a ma nè agli altri, il potere comunque lo si eserciti mi fa paura , rabbia e un po' schifo. Oggi ho visto nascere delle piccole rondinelle , e questa è la terza covata , sotto la trave del mio tetto; sono certa che l'anno prossimo torneranno tutte quante e questo mi fa capire quanto valga la gioia di vivere! Ciao Bum Bum Emy

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  32. A Rita:

    Partendo dal presupposto che uno quando è cretino non sa di esserlo e forse si vanta anche della sua condizione e magari si permette anche di tramandare le proprie idee con tutte le forze che ha in corpo,mi fa escludere il fatto che possa combattere la sua cretineria. Per quanto riguarda invece la parte "cretina" che c'è in noi ,come tu la chiami, la potremmo anche combattere, ma siamo sicuri che forse una parte non si debba conservare, per i momenti in cui la saggezza, l'intelligenza, il buon senso, la razionalità , cedono e noi dobbiamo comunque sopravvivere o addirittura ritornare a vivere? Io dico che se tutti noi abbiamo una parte "cretina" significa che sicuramente ne abbiamo bisogno.Tu o qualcun'altro non l'avete ma sperimentato? Ciao .Emy

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