mercoledì 1 agosto 2012

Rita Simonitto
Osservazioni su
"Per una poesia esodante"
di Ennio Abate



Pubblico queste dense riflessioni sul mio lungo scritto Per una poesia esodante. La poesia passata a contrappelo. Sulla ex-piccola borghesia o ceto medio in poesia, che si legge interamente qui nell'Appendice del post. [E.A.]

Caro Ennio,
sento molta gratitudine per il lavoro importante (e, direi, necessario) che hai portato avanti e che hai messo generosamente a disposizione di Moltinpoesia.
Mi sento però in difficoltà ad intervenire poiché non ho le competenze necessarie quindi esporrò un mio punto di vista a partire dalle sollecitazioni che il tuo testo mi ha sollevato (tenendo conto anche degli interventi di Francesca Diano relativamente all’illusorietà del “credere di poter fare a meno dell'enorme peso del passato, del gigantesco bagaglio culturale che ci portiamo dietro”, e poi - come questione di Metodo - “PRIMA si deve sapere, POI si può distruggere e ripartire nudi”; e pure di Emy quando sostiene l’importanza di credere nelle capacità di un passato che senza di esso nessun futuro avrebbe senso).


I campi su cui spazierò, senza un ordine preciso, sono essenzialmente tre: il concetto di Ceto Medio, il concetto di poesia e la relazione che intercorre tra i due.
Parto dall’affermazione di Ennio “Siamo tutti ex-piccolo borghesi, meglio cetomedisti” e poi aggiunge: “Non è un’affermazione qualunquista.”
Qualunquista forse no, ma generalizzante sì, perché in quel “tutti”  si rischia di fermarsi alle apparenze (di status economico-sociale-culturale, ad esempio, non disponendo oggi di una perspicua analisi) e annientare le differenze (legate invece alle singole storie), che a volte sono sostanziali e determinanti. E sono sostanziali proprio in quanto possono evitarci di cadere nella aporia pronta lì all’angolo: se siamo tutti cetomedisti da dove e da chi potrà emergere uno stimolo nuovo? Qualcuno che sia, come chiede Ennio, capace di pensare, e che la smetta di riprodurre “in piccolo il caos globale e frammentato” in cui si trova, dove “nessuna nuova polis (globale) si sta costruendo mentre gli stati-nazione vengono sconvolti”?

Anche perché a sostenere lo sguardo “sull’abisso come principio di conoscenza” (Millet, af. 290) ci vuole  uno specifico ‘individuale’, non ‘gruppale’.
E se non si sostiene quello sguardo non si esce dal pantano.

Mi risulta difficile pensare oggi all’esistenza di un Ceto Medio, nemmeno nei termini di un Ceto Medio Mediatico. Il Mondo della Cultura è, che lo si voglia o no, il mondo attraverso il quale si diffonde e si rafforza la ‘Cultura del Gruppo Dominante” che sfrutta le parti più infantili della personalità, basate sul bisogno di riconoscimento, di far parte di qualche cosa altrimenti non si è nessuno. Vi domina l’assenza di pensiero perché quello è demandato a colui (non soltanto figura fisica) che tiene assieme il gruppo stesso (mi fa pensare ai dominatori di cui parla Fortini).
In questa situazione, è assente in misura sostanziale un denominatore comune rappresentabile da un importante valore laico che allo stesso tempo unifichi  i soggetti e li trascenda.
Siamo invece in presenza di aggregati, volatili nella loro aggregazione (lo vediamo bene nei movimenti all’interno dei Partiti); di pluralità costituite da uomini medi (nella accezione datane da O. Welles, nel film “La Ricotta” di Pasolini), più o meno mediaticizzati. Individualismi che non hanno nulla dell’individuo inteso come persona che sta in relazione dinamica e conflittuale (ovvero, non piagnona ma ‘interpretativa’) con il tempo in cui vive.
Mantenere il termine ‘ceto’, molto lontano oggi dal suo significato originario, potrebbe certo stimolare l’ultimo fantasma del desiderio di un ‘ritrovamento’, di una partecipazione attiva dentro un gruppo di appartenenza. Ma temo che, persa la sostanza, sia rimasta solo la buccia formale dentro la quale potersi sentire sicuri, annusarsi ecc. ecc.
“Perché no?”, mi si chiederà. “Anche questo, in mancanza di meglio, potrebbe andare bene”. Sì, certo. Ma non per perseguire l’obiettivo di costituire un ‘noi’. Solo per sopravvivere in attesa di tempi migliori.
Perché, OGGI, no.
Perché la situazione odierna è drammatica.
Perché questo modo di trovarsi assieme va nella direzione di una regressione e non in quella di un movimento in avanti se non viene più riconosciuto alcun debito, o processamento, nei confronti del passato che sono momenti necessari per una trasformazione evolutiva.
Perché quando ognuno fa parte a sé non come individuo ma come frammento che necessita di altri frammenti, non è così che si arriva ad un ‘noi’. Il disgregamento avrà più forza dell’accorpamento.
L’abbattimento di ogni riferimento alla Storia, alla tradizione del proprio paese, quella vera e non quella impostata surrettiziamente, da un lato ha favorito le forze dominanti aumentandone l’orgogliosa tracotanza del vincitore volta a schiacciare il mondo anziché a comprenderlo; dall’altro lato ha prodotto sui dominati, come prevedibile, un penoso effetto di angosciante nullità a cui ci si può illudere di far fronte assumendo passivamente gli slogan del vincitore (“self made man” o il recente inno di veltroniana memoria “yes, we can”),  in una massacrante identificazione con l’aggressore. 
La tendenza odierna ci fa vedere un processo di regressione al branco selvaggio, che però, a differenza dell’’hobbesiano “homo homini lupus”, stenta a riconosce un limite alla sua regressione in quanto, a monte, non ci sono più ‘padri’ per fermarla.
Quando Ennio, parlando di questo Ceto Medio generalizzato in via di impoverimento (“cattivo soggetto”), lo definisce come una  *vasta fascia scolarizzata, culturalizzata, non più interessata saltuariamente alla produzione culturale, ma spesso consumatrice indefessa e ossessiva della vasta gamma di cultura-merce che sotto la spinta del Capitale ha assunto dimensioni del tutto incontrollabili*, egli  dimentica come questo ‘soggetto’ si sia arrogato nel passato il diritto di ‘possedere’ la Verità della cultura, autoinvestendosi quindi del potere culturale di egemonizzare (a fin di bene, si sa!!) le ‘masse incolte’.
Mi è difficile credere in  ‘redenzioni’, che da “cattivo soggetto” si possa passare ad un “buon soggetto” a meno che non si producano dei feroci cambiamenti radicali nella realtà politica che oggi è dominata dal massimo della confusione e della persecutorietà che annichiliscono e spingono alla paura e al silenzio.

E che ci fa la poesia in tutto questo?
Può esistere la poesia senza il poeta?
E se il poeta è in tutt’altre faccende affaccendato, la poesia non può esistere da sola!
Anche questo è un problema!

Perché, secondo Ennio, le poetiche di Madonna o di Busacca rappresentano dei linguaggi ‘morti’ alla stessa stregua in cui definisce morti i linguaggi dei quotidianisti?  Perché mai lui le vede come *‘poetiche di sconfitta’ di fronte ad un mutamento della società che non riescono a pensare e a rappresentarsi…. Non un paradigma vincente o addirittura dominante*.


Ho i miei dubbi, anche se non disperanti, che la poesia possa essere portatrice di un paradigma vincente. Ci troveremmo in tutt’altra epoca storica, anche se riconosco che l’intuizione poetica (e qui ci sarebbe tutto un lungo discorso da fare circa questa espressione) ha la potenzialità di raggiungere aspetti dell’ ‘universale’ a partire dal ‘particolare’. Quanto ad essere  dominante, auspico che questo non accada mai: tradirebbe la sua essenza di ricerca, di contatto con l’ignoto che sta dietro il noto.
Ma anche parlare di una sconfitta è importante. Sconfitta che può essere rappresentata in varie forme e a partire da varie angolazioni.
Alla crisi dei significati si è contrapposto, alla grande, lo sterile trionfo dei ‘segni’.
La realtà viene ‘fotografata’, ‘nominata’ o, tutt’al più, se ne ricerca il nascosto con la tecnica degli ingrandimenti progressivi, come se si trattasse di un oggetto da esaminare al microscopio, secondo la logica utilizzata dal protagonista del film Blow Up.  Quasi mai ‘interpretata’, fatta entrare nel gioco più complesso del simbolico.

Saranno poetiche di sconfitta se, e solo se, non sono in grado di entrare nelle dinamiche profonde del reale (e anticipatorie di quanto verrà, facendo un ponte con il passato): questo dovrebbe essere l’esito del dono di ogni artista (e il poeta, fino a dimostrazione contraria, è un artista).
Ci deve essere uno scarto tra il reale e il rappresentato ed è in quello scarto che si può cogliere, serendipitycamente, qualche cosa di nuovo. Come auspicava Francesca Diano nel suo intervento: *vai a cercare qualche cosa e trovi qualcos’altro di molto importante. Però, per fare questo, ci vogliono comunque gli strumenti*.

Ennio introduce *il bisogno di polis (o il dramma derivante dall’assenza di polis). Questa misura esterna è necessaria. Quando viene celata o mascherata, impedisce o danneggia il chiarimento che potrebbe avvenire*.
Con questa premessa forte (“il bisogno di polis”) sarebbe come mettere il carro davanti ai buoi: che ne sappiamo di che cosa troveremo, quale sarà il ‘noi’ con cui ci dovremo confrontare?
Ennio stesso se ne rende conto quando, più avanti, afferma “. Ma ne deriverebbero delle pose “discepolari”, che svelano solo gli “immaginari di partenza” di ciascuno di noi, quelli a cui siamo più legati. Perché al presente né un individualismo anarco-aristocratico o papiniano di cui parlava Pozzoni né un fortinismo “comunista” né ogni altra impostazione hanno più dalla loro una accertabile “sostanza” attiva nell’oggi. Ci vuole una cornice, un progetto entro il quale questi riferimenti simbolici assolverebbero alla funzione benefica che ha un riferimento al passato. Sono i vivi che interrogano e scelgono il passato e non viceversa.”
Sarà dunque il poeta, in primis, che interrogherà, assieme ad altri, la realtà e che, a partire da questa interrogazione, metterà in forma, attraverso una poetica che ritiene volta per volta adeguata (sia essa lirica, epica, aforistica, civile o quant’altro), la rappresentazione che, interiormente, ne ha avuta.
La cornice, il progetto, possono avere solo una funzione di setting, di inquadramento, ma non possono ‘organizzare’ il set.

Di nuovo grazie per il tuo lavoro.
Rita S.
26.07.2012

22 commenti:

  1. Cara Rita, trovo di grande interesse queste tue riflessioni sulla poesia e sul significato dell'espressione Ceto Medio. Io stessa non so bene di cosa si parli con esattezza quando lo si indica. E' ovvio che si debbano stabilire delle categorie, ma in effetti, come dici tu:
    "L’abbattimento di ogni riferimento alla Storia, alla tradizione del proprio paese, quella vera e non quella impostata surrettiziamente, da un lato ha favorito le forze dominanti aumentandone l’orgogliosa tracotanza del vincitore volta a schiacciare il mondo anziché a comprenderlo; dall’altro lato ha prodotto sui dominati, come prevedibile, un penoso effetto di angosciante nullità a cui ci si può illudere di far fronte assumendo passivamente gli slogan del vincitore (“self made man” o il recente inno di veltroniana memoria “yes, we can”), in una massacrante identificazione con l’aggressore."

    Non mi pare che il Ceto Medio possa riferirsi a quella che un tempo si chiamava borghesia, piccola, media e alta, perché, se il metro è economico, buona parte della piccola e media borghesia di un tempo non ci rientra più o ci rientra per un pelo. In questo senso allora vale il grado d'istruzione? Ma, visto il livello dell'istruzione oggi, compresa quella universitaria non solo degli allievi, ma perfino di molti sedicenti maestri....
    dunque davvero, come tu dici, il distinguo potrebbe essere l'esistenza di un retroterra di memoria culturale e storica, vera e solida. Cioè un qualche tipo di radicamento. Allora, quello che si indica come Ceto Medio Mediatico in tutto questo diventa appunto quella massa volatile, sradicata, manovrabile, incolta, pronta a seguire in modo acritico le pressioni del potere.
    Giustamente come dice Ennio "sono i vivi che interrogheranno il passato". Appunto, i vivi. Non quelli che Eraclito chiamava "i dormienti".

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  2. Quant'è bello e giusto quel fra parentesi"anticipatorie di quanto verrà facendo ponte con il passato" , cara Rita l'artista è tale solo nel momento in cui vive l'oggi con nel cuore l'ieri e nella testa la porta sempre aperta al futuro, ed è da quella porta che lui saprà riconoscere il nuovo che lo viene a trovare, nel caso della poesia è la sensazione che rivela la parola padrona nuovamente del testo che a sua volta apre le braccia a quell'oggi che saprà aspettare un domani nuovo , non sempre sorprendente , ma nuovo. E' molto utile e bello leggerti. Grazie Emy

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  3. Ennio Abate:

    In quel “Siamo tutti ex-piccolo borghesi, meglio cetomedisti” per me era implicito che ci sono tante storie singole, diverse.
    E «sostanziali»? Andiamoci piano, perché il sostanziale di quelle storie non esiste di per sé. Potrebbe venir fuori solo se da qualche dove e da qualcuno «potrà emergere uno stimolo nuovo».
    Il problema inedito è proprio questo.
    Le risposte date in passato no dovrebbero essere più soddisfacenti.
    Schematicamente è accaduto questo:
    O la piccolo borghesia (quando era tale soprattutto nella prima metà del Novecento, quando era un “cattivo soggetto”, poco affidabile sia per i rivoluzionari che per i conservatori “veri”) doveva essere tirata fuori dalla sua “brutta situazione” ( né carne né pesce) grazie all’alleanza con un Soggetto forte.
    ( E qui un bel problema. Alleanza attiva? Subordinata? In dettaglio i partiti socialisti e poi comunisti della classe operaia “rivoluzionaria” sorvolavano, facendo leva sul senso di colpa del piccolo borghese, che era definito un “privilegiato” rispetto ai proletari e agli operai e pareva costretto a pagare un qualche scotto o a “proletarizzarsi” o almeno a votare per i partiti della classe operaia. Mentre i partiti fascisti immergevano “misticamente” il ceto medio in seno al Popolo o allo Stato etico, azzittendolo).
    Oppure c’era la via (per alcuni saggia) di Heidegger: solo un Dio ci salverà.

    Ripetiamoci oggi la domanda: se siamo tutti cetomedisti da dove e da chi potrà emergere uno stimolo nuovo?
    Dal pantano - ho provato a rispondere io - si esce con una scommessa. La fa chi prende atto che il pantano è insopportabile e vuole uscirne ( l’esodo come prospettiva).
    Quanti ci proveranno? Quanti ne usciranno? Non lo so.
    Ma se qualcosa di “sostanziale” c’è davvero in queste storie di singoli cetomedisti, verrà fuori. Non so quanti singoli o gruppi si renderanno faticosamente conto della collocazione che hanno nel “mondo reale” (che - ho ricordato - non è fatto solo da cetomedisti, anzi!). E per rendersene conto come singoli o gruppi, bisogna capire a fondo anche le « apparenze (di status economico-sociale-culturale ». Non vedo perché sottovalutarle o nasconderle o non ragionarci più sopra. Né perché ragionarci su significherebbe “fermarsi” ad esse.

    [Continua]

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  4. Ennio Abate (continua):


    «Ci vuole uno specifico ‘individuale’, non ‘gruppale’» per operare in tale direzione?
    Resto convinto che bisogna operare sui due fronti complementari dell’io e del noi, senza metterli artificiosamente in contrapposizione e finire - come ho detto - o individualisti o comunitaristi assoluti.

    Non capisco perché sia « difficile pensare oggi all’esistenza di un Ceto Medio, nemmeno nei termini di un Ceto Medio Mediatico».
    Evitando di assolutizzare il concetto e farne una sorta di grande Ameba, studi intelligenti sul ceto medio (minuscolo!) nelle sue varie articolazioni - dalle più tradizionali a quelle ultime - ci sono. Io ho citato quelli di Sergio Bologna (e ho pure , per i volenterosi, indicato il link di una discussione tra me e lui sul suo libro CETOMEDIO,QUALE FUTURO?).
    Quanto al ceto medio mediatico (sempre in minuscolo!) non vedo arduo individuarlo. Sono tutti quegli “intellettuali intrattenitori” (Luperini) o «knowledge workers» (lavoratori della conoscenza) che lavorano, pochi ben stipendiati e molti invece costretti al precariato, nella miriade di unità produttive di “cultura” legate alla TV, ai giornali, alla società dello spettacolo, ecc.

    Il problema non è del nome. Il nome di ‘ceto medio’ (questo concetto-contenitore, approssimativo di una realtà sociale non conosciuta bene) è approssimativo, ma serve per individuare almeno, nella “società liquida” (Baumann), una sua zona con una qualche “consistenza” e che tra l’altro è quella con cui noi siamo più a contatto diretto e frequente (e perciòce ne sentiamo anche “soffocati” e la rimuoviamo).

    Il vero problema è come costruire un “noi” pescando in questa zona. Non per sopravvivere in attesa di tempi migliori. Organizzare un “noi” (un laboratorio, una rivista, un blog, ecc) non va affatto «nella direzione di una regressione», se il singolo o il gruppo che promuove questo spazio sapranno contrastare le spinte al «narcisismo isterico e all’egolatria diffusa» (Luperini) tipica oggi del ceto medio.

    Non c’è da redimere nessuno. Tantomeno attribuire, stabilendo una continuità storica che invece si è profondamente spezzata, le colpe del ceto medio passato ( quello che si era arrogato « nel passato il diritto di ‘possedere’ la Verità della cultura, autoinvestendosi quindi del potere culturale di egemonizzare (a fin di bene, si sa!!) le ‘masse incolte’») a questo d’oggi, in gran parte trasformato, impoverito, sconosciuto e temuto (perché vederlo esclusivamente come « banco selvaggio»?).
    C’è da lavorare strenuamente a conoscere ( e il più da vicino possibile) - sempre come dicevo - la nuova ( non facile, non incoraggiante) realtà in cui siamo capitati.

    E la poesia e i poeti?
    No, non idealizzo e non vedo nei poeti un “nuovo soggetto” o un “paradigma vincente”. Vedo semplicemente un campo socio-culturale da conoscere esplorare e organizzare, se possibile in forme rinnovate. Vedo qui una “sezione” del ceto medio generale con cui lavorare e discutere.
    Certo che ci vogliono gli strumenti.
    Certo che ci si interrogherà assieme ad altri sulla realtà e si tenterà un progetto a partire dai bisogni sentiti da ciascuno o da un gruppo.


    [Fine]

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  5. da Rita Simonitto
    Grazie a Francesca e ad Emy per il vostro supporto: la reciprocità nel dialogare è un aspetto molto importante della comunicazione in quanto evita appunto le secche dell’autoreferenzialità, aspetto molto in voga oggi.

    Quanto ad Ennio, se dicessi che è un inguaribile ‘romantico’, tutti, lui compreso, salterebbero sulla poltrona, o sedia, o scranno, inorriditi.

    Cercherò di spiegare meglio il senso di questa mia anomala osservazione.
    Sono d’accordissimo con lui sull’ *operare sui due fronti complementari dell’io e del noi, senza metterli artificiosamente in contrapposizione e finire […] o individualisti o comunitaristi assoluti*. Sottoscrivo in pieno anche perché, in una *situazione ideale*, essi sono imprescindibili l’uno dall’altro. Non può esistere un ‘io’ senza ‘noi’ e viceversa. E’ nella situazioni patologiche che si registra questo.
    Ma oggi non ci troviamo in una *situazione ideale* ma piuttosto in quel pantano che cita Ennio.
    Io ne faccio una questione di ‘priorità’, come dovrebbe accadere nell’analisi di ogni specifica situazione, altrimenti diventiamo schizofrenici, tipo la madre che dice al figlio, cui ha regalato due cravatte: “ho visto che hai indossato questa cravatta.
    Certamente l’altra non ti piace”.
    Nella scala di priorità di Ennio, ho l’impressione che più volte egli metta l’accento sul ‘noi’ come punto di partenza (o come nostalgia?).
    Nella mia scala di priorità io considero il ‘noi’ come momento ‘indubbiamente importante’, ma oggi non ‘dominante’. Perché quel ‘noi’ lo diventi, deve emergere un ‘io’ capace di leggere in modo trasformativo la realtà liquida (Baumann) indirizzandola in una canalizzazione adeguata e non dispersiva.
    Mi rendo anche conto di quanto il mio pensiero sia ‘controcorrente’ ma, come Cassandra (ah, che jella!) non posso dire di non vedere ciò che vedo, riconoscendomi, nel contempo, il beneficio del possibile errore ideologico.
    Perché di quegli errori ideologici siamo sempre intrisi.
    Se guardiamo (o, meglio, se guardo) indietro alla nostra storia, minuscola storia anche se caratterizzata da eventi importantissimi, si è sempre cercato di uscire da un pantano, provocato da altri, ovviamente. Facendoci trascinare da parole d’ordine che, se per noi, allora, avevano un senso fondato su studi, discussioni ecc. (abolire lo sfruttamento, ricercare la libertà, l’uguaglianza e l’elenco dei diritti sarebbe lungo) e che portarono, con dolori, anche a certe conquiste, non ci hanno portato fuori dal pantano. Forse ci siamo adagiati troppo velocemente sulle ‘conquiste’ non analizzando più le dinamiche politico-sociali ma spostando tutto sulle dinamiche partitiche. O forse era il caso di analizzare il pantano, contemplare come, e se, noi facessimo parte, inconsapevole ma integrante, di quel pantano.
    Ma, per fare questo bisognava avere coraggio, bisognava andare giù, in fondo, senza alcuna garanzia che ci sarebbe stato poi qualcuno a tirarci fuori, nè che ci saremmo tirati fuori da soli, come aveva fatto il mitico Barone di Munchausen.
    * Dal pantano [dice Ennio] si esce con una scommessa. La fa chi prende atto che il pantano è insopportabile e vuole uscirne ( l’esodo come prospettiva). Quanti ci proveranno? Quanti ne usciranno? Non lo so*

    [continua]

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  6. [continua]

    Se prendiamo il modello psicoanalitico, come modello non come vangelo, vediamo che i pazienti riconoscono di stare male, ne vorrebbero venire fuori ma a modo loro, salvando capra e cavoli, non rinunciando a nulla.
    E il terapeuta può fare alleanza con le parti regressive? Ne verrebbe travolto e con lui il paziente stesso. Le deve accogliere, certo, ma l’alleanza per permettere a queste parti di potersi esprimere – non nel senso di venire ‘educate’, ma che possano far emergere la loro potenzialità in essere – deve essere fatta con gli aspetti più maturi della persona, con l’Io.
    Per questi motivi credo che il riconoscersi come ceto medio impoverito sia insufficiente, NECESSARIO ma non sufficiente, a produrre una reale presa di coscienza e poi un cambiamento.
    Credo che sia invece importante il *lavorare strenuamente a conoscere ( e il più da vicino possibile) […] la nuova ( non facile, non incoraggiante) realtà in cui siamo capitati* (Ennio).
    Il veicolo “poesia”, o strumento “poesia”, in questo caso assumerebbe una valenza in più, ben più importante anche come collante. Essa non sarebbe più fine a se stessa, utilizzata narcisisticamente per essere esposta in una qualche vetrina mediatica. Anche se essa si presentasse come un ‘divertissement’ personale, il gruppo (Moltinpoesia, in questo caso) potrebbe comunque accoglierla come ‘esercizio’ espressivo, come una delle tante forme di partecipazione alla ricerca. In questo caso sì, il gruppo, il ‘noi’, avrebbe la sua importanza. Ma tutto ciò deriva da quanto valore il singolo dia al gruppo, al punto di sacrificare una parte della propria individualità.


    Incontri

    Per consessi non porterò, né per cenacoli
    l’amaro sapore delle caritatevoli minestre.
    C’è chi dice ‘lo so’ eppure non sa niente,
    o chi dice ‘capisco’ ma ha la mente altrove.

    Solo per questo entro in te mia pena
    sempre più giù nel vorace antro
    nessuna Arianna fuori a tenere il filo
    ma solo colorati cacatua ad assordare il silenzio.

    Nel buio, anche il Minotauro sfinito da battaglie
    non decise da lui, con occhi lucidi
    toccherà il fondo del mio sguardo e non avrà paura.
    Ci troveranno abbracciati, se qualcuno verrà.

    Gennaio 2011

    [fine]

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  7. Il cetomedio è stato spazzato via dalla globalizzazione che ha uniformato trasversalmente bisogni e desideri, col risultato che oggi poveri e meno poveri hanno l'opportunità di riflettere sul surplus delle loro necessità che ormai son quasi le stesse, almeno nei paesi industrializzati. La critica quindi andrebbe fatta ai consumi e alla società che si presentò come quella del "benessere". Culturalmente siamo alla svendita del "bello" divenuto ormai dozzinale, e alla salvaguardia del "bellissimo" inarrivabile o accessibile a pochi.
    Sono d'accordo con Rita Simonitto sull'io così ben inteso, anche perché renderebbe il noi meno enfatico, più vero, più ricco di contributi differenziati. Insomma sarebbe la risultante naturale di un impegno che si potrebbe anche volgere guardando altrove. Del resto, anche se in piccolo, osservo che anche nei Molti quel noi arriva come indigesto... anche se sentito.
    Sentito... ragionato... vedremo.
    Il passato: vorrei tanto che qualcuno scrivesse la "storia degli errori dell'umanità", allora sì che potrei trarne dei utili insegnamenti. Purché si limiti a questi e non cerchi di salvaguardare i fallimenti, interpretando e desiderando in base alle convenienze dell'oggi.
    Oppure un libro, questo sarebbe un libretto, sulle "cose buone fatte dall'umanità"...
    A parte gli scherzi, faccio notare il salto nel linguaggio creato da Rita allorché immette una poesia nel suo discorso. Ecco, su questo io continuo a fare affidamento perché ritengo che la cosa migliore che si possa fare in quest'epoca tanto globalizzata sia quella di creare situazioni imprevedibili, non catalogabili dalle indagini di mercato. E quindi serve creatività su tutti i fronti, sia artistici che scientifici. Non sarebbe questo il momento migliore, per la poesia, di darsi per morta.
    mayoor

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  8. Ennio Abate:

    Ah, Lucio!

    “Il cetomedio è stato spazzato via dalla globalizzazione che ha uniformato trasversalmente bisogni e desideri” (Mayoor)

    Ecco come l’io (in questo caso), inseguendo la sua soggettività (e la sua libertà), spazza via con la sua bacchettina magica - è il caso di dirlo - la realtà. O almeno un bel pezzo di realtà, perché qui si accenna vagamente a «bisogni e desideri» ( mi pare di tornare al ’77… Do you remember Agnes Heller e la sua teoria dei bisogni?) e si scarta - senza dirlo - il resto (l’economia, il divario nei redditi, il divario nei saperi, le guerre, ecc.).
    Quanto alla "storia degli errori dell'umanità" basta studiarsi un buon manuale di storia per farne l’elenco e ragionarci su. Ce ne sono. Ma questo io è disponibile a guardare in faccia orrori e disonori dei popoli, dei leader, dei gruppi sociali (compresa la ex-piccola borghesia ora ceto medio) o vuole leggersi solo un libretto sulle "cose buone fatte dall'umanità"...?
    E la poesia dell’io è disposta ad uscire appunto dall’io lirico e sporcarsi l’ispirazione con il noi ( la storia appunto)?


    P.s.
    Per Rita. Queste cose le dice un romantico?!

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    Risposte
    1. Ennio, forse non lo sai ma nelle indagini di mercato s'indaga su tutto: quali portali di internet, quante volte fai la spesa, se leggi cosa leggi, se spendi per i cosmetici... sai perché? Perché da quando il costo della vita è più che raddoppiato si son dimezzate le cose che metti nel carrello della spesa. E non san più come regolarsi. Unico superstite l'iphone (che hanno quasi tutti si sa mai che gli sfugga un'email).
      Esprimo solo le mie opinioni che sono solo quelle di una persona che osserva ( e che lavora da anni nel campo della comunicazione). Tempo fa ero in un paesino del bergamasco come fan spesso i milanesi in cerca di un po' di natura, chissà che mi credevo, che avrei trovato qualche prodotto tipico... invece vicino al campanile c'era un negozio di Gucci e altri simili, come in città. Un tempo parlavo di urbanizzazione delle province, oggi cedo all'idea della globalizzazione come fatto reale, non come convegno delle superpotenze. Se chiude una di queste aziende si abbassano le serrande in mezzo mondo.
      (continua)

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    2. Certo che potrei parlare dei responsabili di tutto, ma questo è pur sempre un blog di poesia... e il noi in poesia è soggetto per me ancora incredibile. Già ho dovuto penare per non prendermi la responsabilità del macismo e delle disgrazie che provoca in ogni istante, già fatico a stare in un collettivo che mal sopporto, già devo guardarmi dagli "ideali" degli arrampicatori sociali, già stento a capire come si possa stare tutta la vita dentro un'officina a respirar polvere per quattro euro, già mi tappo le orecchie per non sentire cantare l'inno della mia
      squadra di calcio come fosse questione di vita o di morte... continuo? Sei mai stato in un autogrill dopo che ti sei fatto una settimana di terapia intensiva per cercare di ritrovarti? Quante coppie felici, davvero felici e appagate, hai incontrato? Neanche posso togliermi il costume per farmi la doccia (quella dei maschi!) in piscina.. che a
      momenti mi arrestano. Noi chi? Quelli come me? Li conosco uno ad uno quando li riconosco... siamo una classe sociale, una categoria (di sfruttati, di presi per i fondelli, di utopisti, di sognatori)? Sì? Allora intendiamoci diversamente perché la ex-piccola borghesia (Lolli, ricordi?) è da mo' che annaspa nel proprio inferno (cattolico) e, ma come? ho sempre rubato onestamente e adesso mi trovo sul lastrico. Tanta fatica (che non è solo la loro ma fa niente) per nulla?
      Quanto ai popoli (onori e disonori): disonore è smarrire il senso della comunità, la ragione per stare nello stesso luogo-paese. Disonore è abbandonare alla speculazione quei poveracci di cittadini che non hanno modo di procurarsi una foglia di lattuga senza pagare. Perfettamente ricattati sui bisogni primari, e pensare che c'è chi l'invidia. Il teorico sei tu, mettili insieme tu i pezzi, ma trova parole nuove che sei poeta, e dei migliori. Che te ne fai dei dubbi amletici di Fortini? Ai suoi tempi c'erano gli intellettuali, c'era la classe operaia e c'erano i padroni... non si può più schematizzare, serve una felicità incolpevole, solidale, intelligente. Bertolucci, in quel capolavoro che è Novecento, mette le classi in un conflitto senza soluzione. Che avrà voluto dire?
      mayoor

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    3. roberto buffagni12 agosto 2012 10:11

      "Novecento" di Bertolucci è un capolavoro? Non me n'ero accorto.

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  9. Enzo Giarmoleo3 agosto 2012 21:30

    Il concetto di ceto medio si è annacquato è avvolto dalla nebbia. Anche le ultime proteste tipo Occupy Wall Street lo dimostrano, non si tratta più di una classe con contorni ben definiti. Si tratta di masse unite da condizioni di oggettiva povertà come nella Grande Depressione americana. La classe media americana ad esempio subisce un processo di smantellamento inesorabile dietro la pressione della crisi economica, i mutui, gli sfratti, i derivati etc. Nei grandi appelli globali ci sono gli studenti ma anche i senza tetto che appaiono per la prima volta e si stanno organizzando, i rom e gli zingari in generale. A questi si sono aggiunti quelli dell' ex ceto medio che non arrivano neanche alla 2° settimana e che in Italia fanno la fila all'Opera di S. Francesco. Insomma è vero che la globalizzazione con i suoi disastri tende ad una omologazione verso il basso. Ma qual è il problema? Perché ripetere gli errori di interpretazione del passato ?

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  10. La protesta ha in se un grande pericolo, quello di essere solo uno sfogo. Il gruppo organizzato , non fa più paura a nessuno. Il sindacato si è venduto già parecchi anni fa. Al poeta e a tutti gli artisti resta il pensiero, che nessuno o quasi ha tempo di leggere. Conosco due o tre amici e una amica che alla bella età di anni 50 hanno perso il lavoro, licenziati, la ditta chiude dopo aver sperperato talmente tanto denaro sotto gli occhi di tutti , da far rabbrividire. In questo caso, quando non pagavano le tasse lo stato dov'era? E il sindacato? E i dipendenti stessi? Mai una parola , un sussulto, un dubbio e no il dubbio nooo...era atroce pensare ad una così triste fine, limitava la libertà, quale libertà? Quella di vedere davanti agli occhi la tua fine efar finta di niente...ma non ne faccio sicuramente una colpa a chi ha subito tutto questo, ma voglio dire che la libertà se si vuol conquistare , purtroppo oggi ha un solo sbocco: la rivoluzione. Io non la farò perchè non è ho davvero voglia, sono spenta, ma non si sa mai , chissà, forse qualcuno potrà un giorno darmi un'idea che mi accenda, forse un poeta. Emy

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  11. Cari Ennio Abate e amici della scialuppa

    Montale paventava la cultura di massa, ne aveva orrore e terrore; paventava il consumo veloce e temeva che, applicato alla poesia il metodo di lettura del consumo veloce il risultato sarebbe stato dirompente: l'affondamento del fragile vascello della «poesia». Dall'altro lato del quadrante anche un poeta come Fortini era ossessionato dall'idea che la cultura di massa avrebbe imposto i propri canoni di lettura alla poesia, distorcendo e annichilendo le capacità critiche del pubblico dei lettori. Di qui la sua «fede» nell'idea (marxista) del rivolgimento rivoluzionario dei fattori produttivi e dei rapporti tra le forze di produzione affinché si cambiassero anche le regole di porre una legittimità ad un certo tipo di «poesia» che è sempre un prodotto storico-sociale. Per il marxista Fortini soltanto la Rivoluzione socialista avrebbe potuto farsi carico di questo mutamento. Di qui l'aporia di Fortini: la poesia del presente (e del futuro) non sarebbe stata cambiabile perché occorreva attendere lo sviluppo della Rivoluzione incombente. Soltanto dopo la Rivoluzione sarebbe cambiata la «poesia».
    Entrambi, sia Montale che Fortini ma anche Pasolini, ciascuno in diversa misura e con diverse armi intellettuali, tenta una «resistenza» contro l'invasione di quello che, dagli anni Ottanta in giù diventerà l'esercito dei nuovi barbari: il Ceto Medio Mediatico. Tentare di definire il Ceto Medio Mediatico in modo netto secondo una definizione di classe di tipo marxista ritengo sia un errore: il Ceto Medio Mediatico accorpa nel proprio ventre di Balena Bianca diversi strati sociali e culturali ACCOMUNATI dalla CULTURA DI MASSA DELLA CIVILTA' MEDIATICA. Questo è un dato di fatto incontrovertibile, credo. E qui si pone il problema: che fare? Ebbene, io credo che occorra mutare visione della «cosa» e strategia: non più «resistenza» né passiva né attiva (entrambi metodi inadeguati di fronte alla gravità della situazione) ma rinuncia ad una visione nostalgico-riappropriativa in quanto riprodurrebbe, in noi e nelle nostre produzioni estetiche, la medesima antinomia che si cela nella «cosa» di cui ci si riappropria. Non c'è più nulla di cui dobbiamo riappropriarci: anche la Tradizione non è più una «cosa» di cui noi dobbiamo appropriarci. Essa non c'è. È stata inghiottita nella voragine della rivoluzione telematica e noi non potremmo che risuscitare che i fantasmi della tradizione, non la tradizione! A questo punto tu mi chiederai: come si fa a riconoscere (e a fare) una buona poesia? La risposta è semplice: rinunciando ad appropriarmi di quella «cosa» che i nostri antenati possedevano: la tradizione; accettare questa «mancanza» come una perdita irreversibile. E ricominciare daccapo, con coraggio, senza nessun cedimento alla Nostalgia, alla Sensucht, alla Stimmung, andando al di là della categoria hegeliana della Aufhebung, sapendo che fare o riconoscere una poesia è un atto che si compie soltanto andando contro corrente. Con tutte le forze.

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  12. Da Emy:

    Ma non è detto che l'andare contro corrente sia sempe voler dire andare verso il nuovo. Il nuovo sta nel poeta che trova nel suo poetare la nuova vita delle parole, ma si sa che la vita in ogni caso ha sempre bisogno delle stesse "cose" amore, forza, coraggio e libertà (o no?).

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  13. da Rita Simonitto

    Visto che questo è un Blog che tratta di poesia credo che sia importante raccogliere quanto chiede Ennio: “E la poesia dell’io è disposta ad uscire appunto dall’io lirico e sporcarsi l’ispirazione con il noi ( la storia appunto)?” in quanto lui (Ennio) immagina che “[…] l’io (in questo caso), inseguendo la sua soggettività (e la sua libertà), spazza via con la sua bacchettina magica - è il caso di dirlo - la realtà. O almeno un bel pezzo di realtà, perché qui si accenna vagamente a «bisogni e desideri»”….
    (Ennio fa riferimento a quanto espresso da Mayoor: “La critica quindi andrebbe fatta ai consumi e alla società che si presentò come quella del "benessere").
    Continuo a ritenere che la poesia è fatta, concepita, da un ‘io’ più che da un ‘noi’.
    (Mi vengono in mente le discussioni fatte nel passato per decidere se quello che era scritto con il nome di Omero o di Shakespeare rispondesse effettivamente ad una singola persona e non ad un ‘gruppo’ di poeti).

    Senza alcun dubbio il ‘noi’ è indispensabile, così come lo è la realtà in cui ci si sporca le mani. Ma non può trattarsi di un lavoro a catena come quando all’università, durante la contestazione, gli studenti esigevano l’esame di gruppo e studiavano un pezzetto ciascuno.
    Quanto all’ ‘io’, si tratta di un ‘io’ particolare, non solipsistico.
    Nemmeno ‘narcisistico’ (“che insegue la sua soggettività e la sua libertà”), perché esso potrebbe esprimersi non solo nella lirica ma pure nella poesia epica, o civile o anche là dove esso finge di parlare ‘al’ o ‘per’ il ‘noi’ ma, in realtà, parla per se stesso.
    Un ‘io’ che raccoglie in sé le istanze di realtà che pullulano (pluf, pluf, pluf) a intermittenza e poi scompaiono (quasi un encefalogramma piatto) in quel magma di stagione storica in cui il poeta si trova. E che poi, come emerse dai gorghi marini, egli nel suo poetare le rende accessibili agli altri.
    E’ soprattutto un ‘io’ solo e tragico: sia che esso abbia potuto partecipare all’esperienza dell’essere ‘noi’, e sia che ne abbia patito la deprivazione.
    Mi si dirà che questo ‘io’ non esiste, è idealizzato.
    Ma è questo il conflitto che si agita all’interno del poeta che porta con sé i segni di una scissione conflittuale tra il suo ‘io’ poetico e il suo ‘io’ come persona.
    (continua)

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  14. (segue)
    Rispetto al ‘liricismo’.
    “Uccidiamo il chiaro di luna” così recitava uno slogan dei futuristi nauseati dal * languente e femmineo momento della belle epoque e la corruzione spirituale degli agi e della lussuria tipici della pace* (Marinetti).
    Ma Petrolini, influenzato ma non sedotto dal futurismo, genialmente, con la sua espressione critico/ironica verso “il non mai ucciso abbastanza chiaro di luna”, segnalava che il problema non stava lì, nell’abolizione di questo aspetto lirico. Bensì dell’uso del lirico per espellere la conflittualità con il tragico. Il suo ‘Nerone’ ci racconta, fra le altre cose, anche questo.

    Nel nostro presente, prendiamo la poesia ‘lirica’ di Emy, “Trasporto”, apparsa su questo Blog. Alla fine c’è un colpo di coda drammatico, dove i ‘buoni sentimenti’ trovano pane per i loro denti. C’è, sì, del lirismo, ma anche il suo rovesciamento.

    Quanto al Ceto Medio, non credo sia stato spazzato via dalla *globalizzazione che ha uniformato trasversalmente bisogni e desideri, col risultato che oggi poveri e meno poveri hanno l'opportunità di riflettere sul surplus delle loro necessità che ormai son quasi le stesse, almeno nei paesi industrializzati* come sostiene Mayoor. Si parva licet, così come è accaduto all’impero bizantino, esso Ceto Medio si è fatto fuori da sé, zombizzato dalla espansione ad infinitum della sua stessa libertà.
    A comporre il Ceto Medio sia Produttivo che Culturale c’è stato il concorso di una gemmazione della Piccola Borghesia, da una parte, del suo bisogno di tagliare con un passato ingombrante (soprattutto politico) e di darsi una cultura sua propria. E, dall’altra parte, di una aspirazione del Ceto Proletario che, guidato dallo slogan “L’operaio conosce 10 parole ed il padrone 1000. Per questo lui è il padrone” ha dato il via ad una corsa LEGITTIMA, NECESSARIA ma troppo SFRENATA, VELOCE e ONNIVORA verso l’impadronirsi di qualche cosa chiamata “conoscenza”. Non ci si ‘impadronisce’ della conoscenza, essa non è un oggetto ma una esperienza.
    Oggi, infatti, sappiamo molte cose ma abbiamo perso di vista il senso della loro costruzione, abbiamo perso i paradigmi essenziali. E lo sperimentiamo bene quando il nostro PC va in tilt e ci sentiamo perduti.

    Da Poesia in forma di rosa.

    Io sono una forza del Passato.
    Solo nella tradizione è il mio amore.
    Vengo dai ruderi, dalle chiese,
    dalle pale d'altare, dai borghi
    abbandonati sugli Appennini o le Prealpi,
    dove sono vissuti i fratelli.
    Giro per la Tuscolana come un pazzo,
    per l'Appia come un cane senza padrone.
    O guardo i crepuscoli, le mattine
    su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
    come i primi atti della Dopostoria,
    cui io assisto, per privilegio d'anagrafe,
    dall'orlo estremo di qualche età
    sepolta. Mostruoso è chi è nato
    dalle viscere di una donna morta.
    E io, feto adulto, mi aggiro
    più moderno di ogni moderno
    a cercare fratelli che non sono più.

    Pier Paolo Pasolini

    @ Linguaglossa
    di cui leggo adesso, dopo aver scritto e postato il mio testo – guarda le combinazioni - il suo pensiero sulla Tradizione. Non intendo la “Tradizione” come una cosa di cui dobbiamo riappropriarci . Assolutamente no! Ma una esperienza importante sulla perdita della quale dovremmo pure fare un lutto. Non si va avanti senza padri né madri, riconosciuti ma poi, come diceva Goethe, superati.
    (fine)

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    1. Gent.le compagna di scialuppa Rita Simonitto,
      visto che la scialuppa è già piena di profughi del Novecento (la Grande Nave che è affondata: ma chi se n'è accorto?), visto che hai citato questa poesia di Pasolini che gronda di atmosfera nostalgico retorica (oggi certe poesie di Pasolini e non solo di lui sono illeggibili), dobbiamo chiederci: Perché? Perché la poesia di Pasolini dopo "Le ceneri di Gramsci" si apre alla retorica e al rapporto desiderante con il suo oggetto agognato: il sottoproletariato? Ebbene, vogliamo dirlo? Il sottoproletariato di Pasolini è stato un bluff, una pseudo categoria di pessimo marxismo, il sottoproletariato non è mai esistito nella Storia, è sempre stato invisibile, al servizio dei Padroni, come invisibili sono stati le centinaia di migliaia di schiavi egiziani che hanno costruito le piramidi. Si ha il sospetto che Pasolini abbia utilizzato quegli invisibili come materia di canto per la sua Musa, ma è un canto farlocco, una ipotiposi, una messinscena che oggi non mi illude più, mi annoia quella generosa retorica che abbonda nei versi di Pasolini, e mi annoia per quella visione nostalgica restaurativa che era propria al suo marxismo ingenuo e popolareggiante, così come mi annoia e non mi diverte affatto il proposito cattocomunista di un Giudici di mettere "la vita in versi", altra guisa e altra forma per avere nei confronti del reale una visione piccolo borghese consolatoria e pacificatrice. Oggi bisogna avere le idee chiare, chiarissime su questo punto. Direi, per semplificare: ABOLIAMO NON IL CHIARO DI LUNA MA LA VISIONE NOSTALGICO RESTAURATRICE dei cattolici con il portafoglio ben gonfio di banconote e delle categorie marxiane annacquate da personalismi e da lirismi popolareschi. Il problema del CETO MEDIO MEDIATICO non è un problema metafisico, ma politico, reale, concreto. Dinanzi alla BALENA BIANCA della visione piccolo borghese io ritengo che bisogna essere chiarissimi: un NO PIENO E DISINTERESSATO. Di fronte alla visione del ceto medio metodista si va dritti nel buco della serratura della cultura finto progressista ma in realtà reazionaria degli scrittori di Palazzo, del nuovo palazzo populista abitato dagli inquilini dei Parioli e di via Montenapoleone. Tutto ciò neanche più mi indigna, mi annoia. Il programma oggi per un intellettuale con un etto di dignità, dinanzi allo sfascio sociale e spirituale del Paese, non può che essere di PRESA DI DISTANZA dal Ceto Medio, dal Ceto Basso e dal Ceto Alto. Distanza da tutti i Ceti e dalla Tradizione che ha esercitato l'egemonia dei Vincitori della rivoluzione telematica.
      Mi ritornano alla mente le parole del principe di Salina ne "Il Gattopardo": "cambiare tutto per non cambiare nulla".

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    2. questo suo commento Linguaglossa è imbarazzante, a livello individuale e non, piano sé singolo e plurale....è inoltre il gioco perfetto di ch ha disegnato cosi come sono le mobili sabbie o paludi che dir si voglia dell'uomo antiuomo. Paragonabile agli embarghi contro l'iran, anche se proprio non lo vorrebbe. Rientra nei desiderata della balcanizzazione dei rapporti di tutti contro tutti. perché diventare strumenti di questo gioco? a sua insaputa, solo per un desiderio di distinguersi?

      con tutto i sapere che ha e che è ? perchè?

      perché ha preferito saltare a piè pari l'appello bum bum tamburo di Emy? troppo poco di latta? troppo poco Gunter?

      nemmeno miti oltre la leggenda , vedi Bolt paragonando quei muscoli ai suoi della sua grande mente, ragiona allargando la sua preparazione alla pista su altre piste e strade della vita.

      e nemmeno i salvatori più strani della storia hanno avuto bisogno di distinguersi cosi tanto dai propri simili e questa zattera che la vità è, senza remi , senza scafo, senza parapetto.

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    3. roberto buffagni12 agosto 2012 10:15

      a Linguaglossa:

      Guardi però che a costruire le Piramidi non sono stati schiavi, ma lavoratori salariati trattati anche piuttosto bene. Gli schiavi pelati, frustati, che vanno a finire sotto il rullo col pietrone, etc., ce li ha messi Cecil B. De Mille, ma i faraoni avevano un welfare mica male.

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  15. Cara Ros,
    le mie domande erano un modestissimo stimolo e le risposte non me le aspettavo (o forse sì), sono domande di cui io ho già delle risposte, piene di dubbi , illusioni ,disillusioni. Per quanto riguarda Pasolini, vorrei dire che la sua vita, le sue scelte, senz'altro discutubili non gli toglieranno mai la forza che ha trasmesso nell' affrontare un mondo che amava come la sua vita e il suo grande pensiero. Vi mando questi versi da " Le ceneri di Gramsci" come risposta a Linguaglossa e a te, senza nient'altro aggiungere. EMY

    ...Sfortunati decenni...così vivi
    da non poter essere vissuti
    se non con un'ansia che li privi

    di ogni quiete e conoscenza,con l'inutile
    dolore di assisterne la perdita
    nella troppa prossimità...Muti

    decenni, di un secolo ancor verde,
    e bruciato dalla rabbia dell'azione
    non trascinante ad altro che a disperdere

    nel suo fuoico ogni luce di passione.
    Le ultime stanze gremisce la pura
    paura espressa in cristalline zone

    d'infantile e senile cinismo: scura
    e abbagliata l'Europa vi proietta
    i suoi interni paesaggi.

    E' matura
    qui, se più trasparente vi si specchia,
    la luce della tempesta; i carnami
    di Buchenwald, la periferia infetta

    delle città incendiate,i cupi camions
    delle caserme dei fascismi, i binachi
    terrazzi delle coste nelle mani

    di questo zingaro si fanno infamanti
    feste, angelici cori di carogne:
    testimonianza che dei doloranti

    nostri anni può la vergogna
    esprimere il pudore, tramandare
    l'angoscia l'allegrezza: che bisogna

    ESSERE FOLLI PER ESSERE CHIARI.

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  16. da Rita Simonitto
    @ G. Linguaglossa

    *ABOLIAMO NON IL CHIARO DI LUNA MA LA VISIONE NOSTALGICO RESTAURATRICE dei cattolici con il portafoglio ben gonfio di banconote e delle categorie marxiane annacquate da personalismi e da lirismi popolareschi*.

    Oh, benedette, sante parole che sottoscrivo in pieno nel loro registro descrittivo! Nel registro dei contenuti avrei delle perplessità. Tralascerei la sottesa critica sul “ predicare bene e razzolare male”: ci inoltreremmo in un terreno moraleggiante che non ci porta da nessuna parte. Infatti, potremmo avere a che fare anche con persone integerrime, povere di portafoglio, ma che propinano cavolate immani sul marxismo o su un populismo da quattro soldi. Questo senza togliere nulla alla loro integrità NECESSARIA ma NON SUFFICIENTE (purtroppo, purtroppo, ma oggi è così) a trasformare il mondo.
    Ma vediamo nel dettaglio. Se non vado errata, se non ho capito male, si tratta di NON fare di ogni erba un fascio MA di separare l’oggetto di riflessione dall’uso che ne viene fatto. Il “il chiaro di luna”, ad esempio, che, buon per lui, se ne sta lì per i fattacci suoi senza dare disturbo a nessuno, può essere mantenuto. E questo varrebbe anche per il concetto di “tradizione”.
    In un momento storico in cui il concetto di “tradizione” è stato o annullato o ‘bevuto’ come una droga, mi piacerebbe capire (al pari della domanda che lei si pone a proposito dei cambiamenti nella poetica di Pasolini) che cosa è successo. E mi piacerebbe, anche che, nella gestione di questa domanda, la poesia avesse un suo, non dico compito, ma un suo ‘posto’.
    Che il ‘dire poetico’ possa ristabilire una “tradizione nuova”: perdoni l’ossimoro, ma la poesia ci va a nozze con questi artifici retorici.
    Questa è stata la spinta che mi ha convinto a mettere la poesia di Pasolini: vedere se lì, da lì, c’era qualche cosa da prendere senza buttare via tutto nell’immondezzaio.
    La poesia è sempre un’arma a doppio taglio perché mette in contatto con il sentire, non soltanto con la logica, ed espone al rischio che questo contatto venga preso fine a se stesso.
    Mi sta bene che Pasolini utilizzi la materia di canto che più gli aggrada (in poesia), ad esempio quell’inconsistente figura di sottoproletariato (“inconsistente” non perché non avesse una sua dignità, un suo valore, ma in quanto ininfluente ai fini di un’analisi sociologica). Mi dà fastidio, come ad un certo punto ha dato fastidio che, politicamente, lui passasse dal canto alle generalizzazioni psico-socio-politiche, ad esempio tutto il dibattito che ci fu sui ‘poveri ragazzotti’ costretti a fare i poliziotti.
    Ma questo lo possiamo dire molto di più attraverso gli occhi di ora, perché con gli occhi di allora, pur con dei distinguo, avevamo bisogno di relazionarci con quella particolare realtà.
    Quello che lei fa intravvedere, infine, così mi sembra di capire, è la necessità di tenere sempre presente il “cui prodest”. Ma qui mi addentrerei in un’altra lenzuolata per cui è meglio che mi fermi qui.

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