domenica 22 luglio 2012

Paola Febbraro
Da "Turbolenze in aria chiara"


*

            SOSPIRATI INDIZI

Uscendo dal circondario sapevo
Che la gabbia porta piume



*
Bellezza non ce n'è
e pensare che
ero partita per farne inno.
I sogni sceneggiavano direttamente e puntualmente
gli ultimi richiami prima di chiudere gli occhi
io non li mettevo in pratica, o sì,
scartando la loro realizzazione
e la mattina era più cheta
senza meraviglia, magari
amare per sottrazione d'inganni e promesse.


venerdì 20 luglio 2012

PER UNA POESIA ESODANTE
Ennio Abate
La poesia passata a contrappelo.
Sulla ex-piccola borghesia
o ceto medio in poesia. (3)


Tabea Nineo 1990


9. Contraddizioni interne a gruppi diversi, concorrenti ma in modi subordinati

 

Chiarito che siamo tutti ceto medio e che non è possibile più essere dei piccolo borghesi alla Montale o alla Fortini (a seconda delle preferenze), ci restano del passato vari modelli: eroicistici, nicciani, “neo/neon/avanguardistici” o fortiniani, montaliani, ecc. Sono necessari (ciascuno porta con sé - ammettendolo o negandolo - le sue «buone   «rovine»), ma da soli insufficienti per la chiarificazione della situazione presente e in mutamento. Sono simboli non trascurabili, sintomi di adesioni profonde a una storia o a una visione del mondo, ma da soli non decisivi.[1]  Nello specifico del discorso poetico, ne consegue che, come dice Linguaglossa, è vero: la “democratizzazione” dei linguaggi poetici “quotidiani” subisce l’egemonia di quelli dei mass media ed è  ad essi subordinata (e depauperata delle sue potenzialità). Anche perché la democrazia e la poesia non possono ridursi alla dimensione del quotidiano. Né esse possono esserci (ammesso che le si trovi dove si dice che siano) soltanto nel quotidiano. È però vero pure che l’aristocraticismo -  opposto della medaglia -, che oggi permane negli interstizi o nelle frange del ceto medio più ai margini dalle mode “democratiche” e muove una critica  in parte accettabile a  tale fasulla democratizzazione, limitandosi a fare il broncio e a richiamandosi all’antico, al premoderno o alle Origini, resta  un aspetto, complementare ma non alternativo della situazione di stallo.  E riesce patetico coi suoi tratti di nobiltà decaduta quanto l’altro - il democraticismo - appare  arrogante, rampante o falsamente modesto.

Luciano Troisio
Poesie da "Locations, impermanenza.
L'amore al tempo del pc"


PERCHE' NON CONOSCIAMO LE AVVENTURE STRAORDINARIE

Le avventure più straordinarie
non furono mai documentate
né su stele né su papiro
tanto meno su feuilleton o sulla “Trivial Literature”
che si occupavano di banali imitazioni per condòmini poverini.
Non si devono raccontare.
Molti dubitano che siano davvero successe.
Rimasero nelle remote memorie delle fanciulle più riservate
belle in modo raro e divinamente timide
in quelle degli erculei trasgressivi marinai
di braccio forte e zigomi vigorosi.

giovedì 19 luglio 2012

PER UNA POESIA ESODANTE
Ennio Abate
La poesia passata a contrappelo.
Sulla ex-piccola borghesia
o ceto medio in poesia. (2)

Tabea Nineo 1990

4. La piccola borghesia ai tempi di Fortini e Montale

 

Provo, facendo un altro passo, a riallacciarmi a un mio commento sul nodo Montale-Fortini-Mengaldo (qui); e in particolare al punto in cui scrivevo «c’è piccola borghesia e piccola borghesia» e mi dichiaravo - ancora una volta e per le stesse ragioni già indicate - contrario ad «un’assolutizzazione della categoria ‘piccola borghesia’»  o di quella affine di «ceto medio».

Può servire un confronto con queste due figure: Fortini e Montale. Fortini  si poteva rapportare ancora a un noi reale e storicamente solido (il movimento operaio, i “paesi allegorici” che per lui furono l’Urss, il Vietnam, poi la Cina). Quel noi ai suoi occhi pareva potesse ereditare una grande tradizione classico-borghese (lucacciana o adorniana) da contrapporre all’invasione dell’industria culturale, a cui Pasolini parve cedere. Poteva anche ricorrere fiduciosamente alla «sublime lingua borghese» come argine ai linguaggi dei mass media. O sentire ancora la “lotta per i comunismo” come un processo di inveramento possibile dei valori della Totalità Umanistica. Proprio quei valori che, forti in passato, il Moderno aveva spezzato o accantonato, promettendo di sostituirli con altri ben più universali. Poteva, infine, pensare alla propria poesia come un omologo anticipato della Forma, che l’umanità, uscendo dalla servitù capitalistica, avrebbe potuto dare alla propria vita.

Eugenio Grandinetti
Il grande fiume












Sto su una sponda del gran fiume e guardo 
l'acqua scorrere lenta e andare a perdersi 
tra le anse ed i salici e m'appare 
che un fiume non è altro che lo scorrere 
di vapori indistinti che da mari 
lontani una corrente 

mercoledì 18 luglio 2012

PER UNA POESIA ESODANTE
Ennio Abate
La poesia passata a contrappelo.
Sulla ex-piccola borghesia
o ceto medio in poesia. (1)

Tabea Nineo 1990

Pubblico, suddivisa in varie puntate, una lunga riflessione sulla crisi della poesia e sul soggetto che oggi  maggiormente se ne occupa, confrontandomi soprattutto con gli scritti dell'amico Giorgio Linguaglossa. [E.A.]

 Divergevano due strade in un bosco
ingiallito, e spiacente di non poterle fare
entrambe uno restando, a lungo mi fermai
una di esse finché potevo scrutando
là dove in mezzo agli arbusti svoltava.

Poi presi l’altra, così com’era,
che aveva forse i titoli migliori,
perché era erbosa e non portava segni;
benché, in fondo, il passar della gente
le avesse invero segnate più o meno lo stesso,

perché nessuna in quella mattina mostrava
sui fili d’erba l’impronta nera di un passo.
Oh, quell’altra lasciavo a un altro giorno!
Pure, sapendo bene che strada porta a strada,
dubitavo se mai sarei tornato.

Io dovrò dire questo con un sospiro
in qualche posto fra molto molto tempo:
divergevano due strade in un bosco, ed io…..
io presi la meno battuta,
e di qui tutta la differenza è venuta.

(Robert Frost, “La strada non presa”, Traduzione di G. Giudici)

 

 

1. Coincidenze

 

Sul sito (cuginastro?) di "Le Parole e Le Cose" ho letto «Il romanzo nell’epoca della postletteratura» (qui). Il saggio - una introduzione di Carlo Carabba  a L'inferno del romanzo  del francese Richard Millet - sfiora appena il tema ‘poesia’, ma ho trovato delle coincidenze non casuali tra i suo concetti di «epoca della postletteratura» (la nostra d’oggi) o di «estetica postletteraria» e i discorsi sulla «post-poesia» o sul’«epoca della stagnazione» spesso accennati, sul questo blog e altrove, da Giorgio Linguaglossa.

Per  farsi un’idea, vediamo nella sintesi di Carabba  cosa si intende per «postletteratura». Per Millet:

 

«Postletterario è chi «scrive senza avere letto» (af. 277), la sua principale caratteristica è scrivere senza rendere conto di trovarsi in una tradizione: «Nei postletterari, tutto risiede nella postura, vale a dire nell’ignoranza della tradizione e nella fede nei poteri di immediatezza espressiva del linguaggio» (af. 346), o anche «postletteratura come confutazione dell’albero genealogico» (af. 233). L’autenticità data dall’immediatezza è obiettivo dello scrittore postletterario e prova della sua validità: «L’ignoranza della lingua in quanto prova di autenticità: ecco un elemento dell’estetica postletteraria» (af. 3); «il romanziere postletterario scrive addossato non alle rovine di un’estetica obsoleta ma nell’amnesia volontaria che fa di lui un agente del nichilismo, con l’immediatezza dell’autentico per unico argomento» (af. 92). […] In poche parole l’autore postletterario è quello che considera la letterarietà come un disvalore, che rinuncia a interrogare la tradizione a favore di uno spontaneismo compositivo, in cui l’atto creativo può rispondere a certe regole più o meno apprendibili e formalizzabili, ma mai a uno sguardo sull’«abisso come principio di conoscenza» (af. 290)».

Giorgio Linguaglossa
Sul "QUADERNARIO BLU"
della LietoColle -


Venticinque poeti d’oggi a cura di Giampiero Neri e Vincenzo Mascolo LietoColle, Faloppio, 2012

Partiamo dalla proposizione «Siamo usciti dal Novecento» che molto spesso si trova pronunciata dagli autori delle ultime generazioni. Che cosa significa essere usciti dal Novecento? Che cosa comporta trovarsi nel mezzo del guado dell’«Ignoto»? Hanno coscienza i nuovi autori di questa Antologia di ciò che comporta l’essere usciti dal Novecento?  - Giampiero Neri e Vincenzo Mascolo hanno lavorato sodo, hanno consegnato alle stampe questo tomo  di 274 pagine che raccoglie «alcune tra le voci poetiche più interessanti di oggi. Non un’antologia…», come è scritto nella brevissima introduzione, appena un cenno e via. Eppure, ci sarebbe stato bisogno di spiegare le ragioni che militano in favore dell’esistenza di questa cospicua schiera di autori presentati. Se davvero la poesia ha, oggi, diritto all’esistenza, dico una esistenza reale e significativa per dei lettori che cercano esperienze linguistiche significative.

martedì 17 luglio 2012

Samizdat
Scherzetto contro un filo-Monti



* Il testo (specie per i riferimenti a Stan, un commentatore) fa riferimento al dibattito in corso nel post: I primi otto mesi del governo Monti di  Mauro Piras apparso su LE PAROLE E LE COSE   di Mauro Piras (qui)

Cabaletta, tratta dal *Trovatore dei Riformatori fasulli*,
musica rubata da Samizdat a Giuseppe Verdi, libretto da riscrivere nei prossimi mesi.

Manrico (tenore):

Di quella Piras l'orrendo foco
ELLEPI’ELLECI’ avvamperà!...
Empi, spegnetela! O Stan tra poco
Col sangue vostro la spegnerà...

Bruciava già TreMonti fa.
Or ch’al PIDI' uno glien resta
L’onta a sinistra chi laverà
Nell’Italietta ognor men desta?

Leonora:

Non reggo a colpi tanto funesti...
Oh quanto meglio sarìa morir!

Ruiz, Coro di armati (rivolgendosi a Stan):

All'armi, all'armi! eccone presti
A pugnar teco, teco a sparir.

lunedì 16 luglio 2012

Luca Ferrieri
da "L'amore senza"


IN VECE DI POETICA
(Versacci, 5)

Scrivo quando la musica sale alle tempie
addenta la polpa
, il midollo, la luce.
Lo spasmo getta piccole gocce d'inchiostro,
artiglia la carta, scarnifica fino
a vederne zampillata l'arteria.
Quando si placa, anche le tracce della lotta
scompaiono
; nella distesa bianca nulla
che dica la strage fatta, l'orrendo nodo
mozzato alla gola. Stinge in parole
domestiche, che la mano pietosa
appallottola.

sabato 14 luglio 2012

Giuseppe Cornacchia
Su alcuni problemi della poesia d'oggi


Van Dongen, Clow

Per incoraggiare il confronto sui problemi della poesia d'oggi pubblico e apro la discussione su questa risposta ad  un questionario del 2001 della rivista Atelier. E' di Giuseppe Cornacchia, fondatore e co-gestore del  blog nabassar - letterature ed arti . [E.A]

La questione



"Ci si è lamentati, di recente, di una chiusura della poesia nel privato, ma di che cosa la storia ci chiede testimonianza? Ci si è anche preoccupati del pubblico della poesia, ricadendo in sociologismi viziosi e perdendo di vista la responsabilità del poeta che è forse rivolta, anzitutto, all'oggetto del proprio discorso. Allora, che cosa ci ispira poesia oggi, e perché? E che cosa significa essere ispirati? E come si resta (nella lingua e nello stile) fedeli all'avvenimento di cui ci sentiamo responsabili? 
È sempre più diffusa la convinzione che il Novecento sia prossimo alla fine, se non già esaurito. Sei d'accordo con la realtà di questo passaggio? E quale poesia sta soppiantando quella novecentesca? Quali scelte nuove sarebbero, secondo te, alla base della svolta? Dal Simbolismo in poi, e in un certo senso per tutto il Novecento, abbiamo assistito all'annuncio di un evento assoluto, come se il quid da sondare fosse la creazione in sé. Superare il Novecento significa riferirsi a questa tradizione, magari sviluppandone le istanze in modo finalmente costruttivo, oppure volgersi ad altre linee forti, ad esempio a certe esperienze progettuali oppure 'civili', per inaugurare (o tornare a) una poesia più inerente alla Storia?