venerdì 20 luglio 2012
PER UNA POESIA ESODANTE
Ennio Abate
La poesia passata a contrappelo.
Sulla ex-piccola borghesia
o ceto medio in poesia. (3)
9. Contraddizioni interne a gruppi
diversi, concorrenti ma in modi subordinati
Luciano Troisio
Poesie da "Locations, impermanenza.
L'amore al tempo del pc"
PERCHE'
NON CONOSCIAMO LE AVVENTURE STRAORDINARIE
Le avventure più straordinarie
non furono mai documentate
né su stele né su papiro
tanto meno su feuilleton
o sulla “Trivial Literature”
che si occupavano di banali imitazioni per condòmini
poverini.
Non si devono raccontare.
Molti dubitano che siano davvero successe.
Rimasero nelle remote memorie delle fanciulle più riservate
belle in modo raro e divinamente timide
in quelle degli erculei trasgressivi marinai
di braccio forte e zigomi vigorosi.
giovedì 19 luglio 2012
PER UNA POESIA ESODANTE
Ennio Abate
La poesia passata a contrappelo.
Sulla ex-piccola borghesia
o ceto medio in poesia. (2)
Tabea Nineo 1990
4. La piccola borghesia ai tempi di Fortini e Montale
Provo, facendo un altro passo, a riallacciarmi a un mio commento sul nodo
Montale-Fortini-Mengaldo (qui);
e in particolare al punto in cui scrivevo «c’è piccola borghesia e piccola
borghesia» e mi dichiaravo - ancora una volta e per le stesse ragioni già indicate
- contrario ad «un’assolutizzazione della categoria ‘piccola borghesia’» o di quella affine di «ceto medio».
Può servire un confronto con queste due figure: Fortini e Montale. Fortini si poteva rapportare ancora a un noi reale e storicamente solido (il movimento operaio, i “paesi allegorici” che per lui furono l’Urss, il Vietnam, poi la Cina). Quel noi ai suoi occhi pareva potesse ereditare una grande tradizione classico-borghese (lucacciana o adorniana) da contrapporre all’invasione dell’industria culturale, a cui Pasolini parve cedere. Poteva anche ricorrere fiduciosamente alla «sublime lingua borghese» come argine ai linguaggi dei mass media. O sentire ancora la “lotta per i comunismo” come un processo di inveramento possibile dei valori della Totalità Umanistica. Proprio quei valori che, forti in passato, il Moderno aveva spezzato o accantonato, promettendo di sostituirli con altri ben più universali. Poteva, infine, pensare alla propria poesia come un omologo anticipato della Forma, che l’umanità, uscendo dalla servitù capitalistica, avrebbe potuto dare alla propria vita.
mercoledì 18 luglio 2012
PER UNA POESIA ESODANTE
Ennio Abate
La poesia passata a contrappelo.
Sulla ex-piccola borghesia
o ceto medio in poesia. (1)
Tabea Nineo 1990
Divergevano due strade in un bosco
ingiallito, e spiacente di non poterle fare
entrambe uno restando, a lungo mi fermai
una di esse finché potevo scrutando
là dove in mezzo agli arbusti svoltava.
Poi presi l’altra, così com’era,
che aveva forse i titoli migliori,
perché era erbosa e non portava segni;
benché, in fondo, il passar della gente
le avesse invero segnate più o meno lo stesso,
perché nessuna in quella mattina
mostrava
sui fili d’erba l’impronta nera di un passo.
Oh, quell’altra lasciavo a un altro giorno!
Pure, sapendo bene che strada porta a strada,
dubitavo se mai sarei tornato.
Io dovrò dire questo con un
sospiro
in qualche posto fra molto molto tempo:
divergevano due strade in un bosco, ed io…..
io presi la meno battuta,
e di qui tutta la differenza è venuta.
(Robert Frost, “La strada non
presa”, Traduzione di G. Giudici)
1. Coincidenze
Sul sito
(cuginastro?) di "Le Parole e Le Cose" ho letto «Il romanzo nell’epoca della postletteratura» (qui). Il saggio - una introduzione di Carlo
Carabba a L'inferno del romanzo del
francese Richard Millet - sfiora appena il tema ‘poesia’, ma ho trovato delle
coincidenze non casuali tra i suo concetti di «epoca della postletteratura» (la
nostra d’oggi) o di «estetica postletteraria» e i discorsi sulla «post-poesia»
o sul’«epoca della stagnazione» spesso accennati, sul questo blog e altrove, da
Giorgio Linguaglossa.
Per farsi un’idea, vediamo nella sintesi di
Carabba cosa si intende per
«postletteratura». Per Millet:
«Postletterario è chi «scrive senza avere letto» (af. 277), la sua principale caratteristica è scrivere senza rendere conto di trovarsi in una tradizione: «Nei postletterari, tutto risiede nella postura, vale a dire nell’ignoranza della tradizione e nella fede nei poteri di immediatezza espressiva del linguaggio» (af. 346), o anche «postletteratura come confutazione dell’albero genealogico» (af. 233). L’autenticità data dall’immediatezza è obiettivo dello scrittore postletterario e prova della sua validità: «L’ignoranza della lingua in quanto prova di autenticità: ecco un elemento dell’estetica postletteraria» (af. 3); «il romanziere postletterario scrive addossato non alle rovine di un’estetica obsoleta ma nell’amnesia volontaria che fa di lui un agente del nichilismo, con l’immediatezza dell’autentico per unico argomento» (af. 92). […] In poche parole l’autore postletterario è quello che considera la letterarietà come un disvalore, che rinuncia a interrogare la tradizione a favore di uno spontaneismo compositivo, in cui l’atto creativo può rispondere a certe regole più o meno apprendibili e formalizzabili, ma mai a uno sguardo sull’«abisso come principio di conoscenza» (af. 290)».
Giorgio Linguaglossa
Sul "QUADERNARIO BLU"
della LietoColle -
Partiamo dalla
proposizione «Siamo usciti dal Novecento» che molto spesso si trova pronunciata
dagli autori delle ultime generazioni. Che cosa significa essere usciti dal
Novecento? Che cosa comporta trovarsi nel mezzo del guado dell’«Ignoto»? Hanno
coscienza i nuovi autori di questa Antologia di ciò che comporta l’essere
usciti dal Novecento? - Giampiero Neri e
Vincenzo Mascolo hanno lavorato sodo, hanno consegnato alle stampe questo
tomo di 274 pagine che raccoglie «alcune
tra le voci poetiche più interessanti di oggi. Non un’antologia…», come è
scritto nella brevissima introduzione, appena un cenno e via. Eppure, ci
sarebbe stato bisogno di spiegare le ragioni che militano in favore
dell’esistenza di questa cospicua schiera di autori presentati. Se davvero la
poesia ha, oggi, diritto all’esistenza, dico una esistenza reale e
significativa per dei lettori che cercano esperienze linguistiche
significative.
martedì 17 luglio 2012
Samizdat
Scherzetto contro un filo-Monti
* Il testo (specie per i riferimenti a Stan, un commentatore) fa riferimento al dibattito in corso nel post: I primi otto mesi del governo Monti di Mauro Piras apparso su LE PAROLE E LE COSE di Mauro Piras (qui)
Cabaletta,
tratta dal *Trovatore dei Riformatori fasulli*,
musica
rubata da Samizdat a Giuseppe Verdi, libretto da riscrivere nei prossimi mesi.
Manrico
(tenore):
Di quella
Piras l'orrendo foco
ELLEPI’ELLECI’
avvamperà!...
Empi,
spegnetela! O Stan tra poco
Col sangue
vostro la spegnerà...
Bruciava
già TreMonti fa.
Or ch’al
PIDI' uno glien resta
L’onta a
sinistra chi laverà
Nell’Italietta
ognor men desta?
Leonora:
Non reggo a
colpi tanto funesti...
Oh quanto
meglio sarìa morir!
Ruiz, Coro
di armati (rivolgendosi a Stan):
All'armi,
all'armi! eccone presti
A pugnar
teco, teco a sparir.
lunedì 16 luglio 2012
Luca Ferrieri
da "L'amore senza"
IN VECE DI POETICA
(Versacci, 5)
(Versacci, 5)
Scrivo
quando la musica sale alle tempie
addenta la polpa, il midollo, la luce.
addenta la polpa, il midollo, la luce.
Lo
spasmo getta piccole gocce d'inchiostro,
artiglia la carta, scarnifica fino
artiglia la carta, scarnifica fino
a
vederne zampillata l'arteria.
Quando
si placa, anche le tracce della lotta
scompaiono; nella distesa bianca nulla
scompaiono; nella distesa bianca nulla
che
dica la strage fatta, l'orrendo nodo
mozzato alla gola. Stinge in parole
domestiche, che la mano pietosa
appallottola.
mozzato alla gola. Stinge in parole
domestiche, che la mano pietosa
appallottola.
sabato 14 luglio 2012
Giuseppe Cornacchia
Su alcuni problemi della poesia d'oggi
Van Dongen, Clow
Per incoraggiare il confronto sui problemi della poesia d'oggi pubblico e apro la discussione su questa risposta ad un questionario del 2001 della rivista Atelier. E' di Giuseppe Cornacchia, fondatore e co-gestore del blog nabassar - letterature ed arti . [E.A]
La questione
"Ci si è lamentati, di recente, di una chiusura della poesia nel privato, ma di che cosa la storia ci chiede testimonianza? Ci si è anche preoccupati del pubblico della poesia, ricadendo in sociologismi viziosi e perdendo di vista la responsabilità del poeta che è forse rivolta, anzitutto, all'oggetto del proprio discorso. Allora, che cosa ci ispira poesia oggi, e perché? E che cosa significa essere ispirati? E come si resta (nella lingua e nello stile) fedeli all'avvenimento di cui ci sentiamo responsabili?
È sempre più diffusa la convinzione che il Novecento sia prossimo alla
fine, se non già esaurito. Sei d'accordo con la realtà di questo passaggio? E
quale poesia sta soppiantando quella novecentesca? Quali scelte nuove
sarebbero, secondo te, alla base della svolta? Dal Simbolismo in poi, e in un
certo senso per tutto il Novecento, abbiamo assistito all'annuncio di un evento
assoluto, come se il quid da sondare fosse la creazione in sé.
Superare il Novecento significa riferirsi a questa tradizione, magari
sviluppandone le istanze in modo finalmente costruttivo, oppure volgersi ad
altre linee forti, ad esempio a certe esperienze progettuali oppure 'civili',
per inaugurare (o tornare a) una poesia più inerente alla Storia?
Iscriviti a:
Post (Atom)








