mercoledì 5 settembre 2012

Roberto Bugliani
Greetings from the New World


E' affollato più del solito quest’oggi il Nuovo Mondo
di Erinni smandruppate, Cassandre ammutolite
Atteoni rabberciati alla menopeggio
Andromede zitelle, Tesei usa-e-getta
Menadi zoppe, Eracli anoressici, Sisifi spiaggiati.
.
Ciò che resta dei miti primigeni
marmaglia priva di pathos
a cui basta un profilo new age per rimettersi in gioco
custodi di un Pantheon-trash
in attesa dell’okkei che li sdogani
con il loro corteggio di rituali cool
e posture trend per l’home page.
Liquidato il codazzo di centauri e ippogrifi
al border control di Tijuana, si mettono in fila
per un job di vigilante al Manhattan Mall
o di sguattero in un fast food del Bronx
e la postcard con l’alba mozzafiato sull’Hudson
Greetings from the New World
spediscono all’Olimpo (Greece), ammesso che
il postino si avventuri fin lassù
tra templi diruti e giacigli di homeless. 

Ennio Abate
Nove poesie
da "La polis che non c'è.
Straccetti, rodii, artigliate"
(raccolta inedita)

Tabea Nineo, In fuga, Lug. 2011

POESIA LUNGA DELLA CRISI LUNGHISSIMA

A Gianfranco La Grassa

che fare compagni/ di speranze raggrinzite?/

nella città si preparano non percepibili eventi/ dagli scantinati arrivano rumori di scalpelli/ e dopo pause allarmanti/schianti/ pavimenti immagino in disordine/ calcinacci/ assenze di mobilio/ e quanta industria culturale accolta in quei libri sparsi/ e negli opuscoli redatti su realtà provvisorie/ che ci convinsero a metà/ a tre quarti/ di sbieco/ conservati poi per scrupolo/ quando ancora c’illudevamo di sostituirli/ con dieci/ cento incontri/ spurgati dalle più equivoche passività/  lontani dal chiacchiericcio di via Vetere/ bandiera rossa/ sempre più stinta/ e penzoloni/ sotto le piogge lugubri/di inverni conclusi/ nei quali andarsene in giro ora/ traversando ancora la Milano guardata con sospetto e ira / in centinaia di cortei/ e ritrovar1a più immobile per noi/ che ci fingiamo estranei/ di passaggio/ e abbiamo occhi mollicci che più non prendono/ se non il chiacchiericcio testardo/ senza rigore/ dei pensionati/ e vorremmo ritelefonare/ ma non serve/ all’amico/ all’amica/ perduti di vista / ricontrollare distacchi/ inaridimenti/ sussulti di desideri affondati / inesplorate viltà/ sbrigative semplificazioni/

lunedì 3 settembre 2012

Navio Celese a Giorgio Linguaglossa
Lettera aperta su minimalismo
e conflitto d'interesse


Caro Giorgio Linguaglossa
   sto seguendo su Poesia2.0 il dibattito che si è alimentato con il tuo intervento sulla poesia di Milo De Angelis. Non sono sorpreso della piega che va assumendo. E’ certo che uno dei punti controversi e impliciti alla discussione riguarda il costume letterario. Le posizioni nel blog si stanno appassionatamente orientando pro/contro Milo De Angelis. La sua poesia c’entra poco. La cosa è più evidente ora che vengono messi in campo nomi importanti della critica facendo ricorso a una sorta di contundente principium auctoritatis. Prassi che non è estranea ai vari aspetti della società contemporanea: da quello della politica e dello sport, a quello della stampa e della cultura in generale. Pubblicare oggi non ha connotati molto diversi dalla scalata al potere di qualsiasi tipo. Sullo sfondo lo scambio solidale all’interno dell’establishment (per esempio, la circolarità delle recensioni e dei premi letterari che creano fidelizzazioni oltre che blasoni e credenziali). Perché il blog non s’incarica di indagarne numericamente i circuiti per poi pubblicarne i risultati? Tante recensioni io a te, tante a debito verso me; tanti premi a te e tanti a me; qui in giuria io e là tu. Avrebbero più efficacia di qualsiasi dibattito critico. Benché il costume sia oggetto proprio della sociologia e non della critica.

domenica 2 settembre 2012

Giorgio Linguaglossa
Sette poesie
da "La belligeranza del tramonto"



Nostra Signora dei morti
Perdona nobis Nostra Signora dei morti
se abbiamo bevuto il tuo sangue e mangiato la tua carne
seduti al banchetto nell'ultima cena.
Perdona nobis se abbiamo negoziato col nemico nel Tempio
e convenuto con la meretrice nel talamo nuziale
preparando la guerra nel tempo della pace.
Ora pro nobis Nostra Signora dei morti
se abbiamo seppellito i nostri cari
e dissotterrato l'ascia di guerra per i nemici.
Tutto
è stato vano.
Ti scongiuriamo Nostra Signora dei morti
di umiliarci sotto il tuo mantello di neve
il fratello col fratello, l'assassino col sicario.
Una falange macedone di morti.
Deponi ora che siamo morti
il possente elmo di pietra sopra la spiga di grano.
Misteriosa Atena, donaci la mano
accompagnaci nel luogo dove sono i molti.

venerdì 31 agosto 2012

Rita Simonitto
Tra-collo


Iniziamo con questo racconto   di Rita Simonitto un esperimento: apriamo  di tanto in tanto il blog Moltinpoesia anche a altri tipi di scritture non strettamente poetiche o riguardanti la poesia. [E.A]

“Buon giorno! So che mi aveva cercato.”
“Buon giorno. Sì. Ah, è lei” aveva risposto una voce fredda al di là della cornetta.“Senta, è da un po’ che tento di mettermi in contatto. Ma che cazzo sta succedendo! Non va mica bene, così, sa? Se ne renderà conto. Oppure… no! Non se ne rende conto......Ma dove….?”.
Lui ascoltava, senza proferire verbo, quelle parole che gli scivolavano nelle orecchie come un brusìo, e anche i suoi pensieri si erano ammutoliti. Tutti tranne uno che martellava fisso nella sua mente “E, adesso, che faccio?”.
Non ci sarebbe stato niente di altro da fare, lo sapeva bene, se non quello di mettersi finalmente ad ascoltare ciò che il suo capo gli stava dicendo dall’altra parte, che però percepiva come se venisse dall’altra parte del mondo. Ma non ne aveva né la voglia né la forza.
Così, di colpo, non potendo reggere più la situazione, mollò la voce che continuava a  parlare lungo quel filo penzolante, e, ottuso ormai, abbandonò il tutto e uscì dalla stanza.

mercoledì 29 agosto 2012

Flavio Villani
Il canto di Semmelweis



Le mani… Lavarsi le mani. Una fra le tante azioni fisiche che ogni giorno mettiamo in pratica quasi automaticamente. Il più delle volte ce ne dimentichiamo subito dopo. Irrilevante, si direbbe. Eppure…

Le mani costituiscono l’interfaccia fra noi e il mondo. Nel bene e nel male. Attraverso le mani facciamo esperienza. Di noi stessi, degli altri. Stringiamo amicizie, ci difendiamo e offendiamo. Acquisiamo e trasmettiamo “sostanze” invisibili. Milioni di germi colonizzano le nostre dita. Può sembrare cosa scontata, ma ancora oggi l’igiene delle mani è considerata momento fondamentale nella prevenzione delle infezioni, almeno, secondo l’OMS[1], [2]. Ma non possiamo considerare l’atto di lavarsi le mani dal solo punto di vista igienico: di cosa ci liberiamo con quell’atto? Da cosa prendiamo le distanze quando pronunciamo, magari stizziti, il fatidico “me ne lavo le mani”?
Una normale e per lo più lodevole azione/pulsione si può trasformare in compulsione rituale, sequenza motoria stereotipata, forse necessaria ad attenuare ansie altrimenti incoercibili[3], [4].

Emilia Banfi
Almeno il lume




Al mio paese si va al cimitero a trovare i morti
la madre e il padre quasi sempre insieme
le lapidi bianche e pulite sui muri con lumi accesi
tutte uguali chi non paga è senza luce.

Indarno da Tempo
Forza e coraggio



Il bambino vizioso
Che gioca a videopoker
Sorseggiando sfizioso
Qualche gas zuccherato

Appartiene al passato
Di un mondo illetterato
Refrattario alle tasse
E quasi non bastasse

Poco sportivo. Adesso
Diete ed allenamenti
Gli riempiranno i giorni

Forse un poco più tetri
Per diventar campione
Sui cinquecento metri.

(29 agosto 2012)

Nota. Questo sonetto non contiene alcun riferimento,  se non casuale, a vicende contemporanee. Esso si ispira alla storia di un tale che scopre che sua moglie e il suo socio fanno l’amore sul divano del suo ufficio. Che fare? Divorziare gli spiaceva, perché in fondo, distrazioni a parte, era tutto sommato una buona moglie. Il socio era fuori causa perché era lui che ci metteva i soldi. E allora? Vendette il divano. (I.d.T.)



martedì 28 agosto 2012

Francesca Diano
Dante Maffìa
o del participio presente



Nel leggere l’Opera di Maffìa, volendo avere una visione d’insieme e iniziando dal principio, si prova innanzitutto sgomento.  E però è uno sgomento felice, perché  ci si affonda immediatamente come in uno di quei piumoni soffici e rigonfi che a premerli con la mano le si gonfiano subito tutt’attorno in uno sbuffo e la mano non la vedi più. Poi però t’accorgi che quella morbidezza in realtà ha dell’inquietante, perché ricorda vagamente le sabbie mobili. Il fatto è che te ne risenti risucchiato e trattenuto.