venerdì 16 settembre 2011

SEGNALAZIONE
Galatea



E' uscito in rete il fascicolo di settembre di Galatea.
E' una rivista che cerca di parlare di realtà, di far parlare le persone, di sottrarsi all'ovvietà e alla banalità che assedia e  prepara il disastro.
E' un buon fascicolo, penso sia utile segnalarvelo:  www.galatea.ch

Piero Del Giudice

Luigi Di Ruscio

    di Piero Del Giudice

    "Ai compagni con cui ho lavoratoper quasi una vita”, «Questa notte vi ho sognato/ tutti/ splendidamente vivi/ ritornammo a rivedere/ tutti gli orrori di quel reparto ridendo/ non sono riusciti ad ammazzarci/siamo ancora tutti vivi/ nuovi come fossimo risuscitati/ non più contaminati della sporca morte». « È questo essere insieme la prova dell’epoca, devono imparare ad accettarsi così come sono perché è vero quello che mi diceva nonna analfabeta “siamo tutti figli di madri”, le nostre diversità contano meno di tutto quello che abbiamo in comune. Quell’essere insieme come quando ero in quel reparto, italiano insieme a tutti i norvegesi, quasi la pecora nera tra i biondi e gli azzurrati eppure eravamo insieme e fummo insieme per diecine d’anni continui. Ero insieme a tutti voi con le vostre tute, con gli ingenui vestiti della domenica, li ricordo uno a uno ora che sono quasi tutti morti». È, in poesia e in prosa, Luigi Di Ruscio. Nato a Fermo nelle Marche, nel 1930, emigrato in Norvegia, dove muore, a Oslo, pochi mesi fa. Vi lavora come operaio metalmeccanico per una vita, vi si sposa con Mary Sandberg, lascia quattro figli. Di Ruscio di giorno vive, fuma, parla - in norvegese - con i compagni di lavoro, la sera e la notte scrive versi e prose in italiano. Un bell’italiano con costrutti gergali, inflessioni dialettali, forte. Di lui colpisce sempre il dettato irrompente, l’aggressività che preme, l’efficacia minacciosa di una lingua fluente e semplice, la musicalità ossessiva, il ritmo anzi, ‘fordista’, dei suoi versi. Su sfondi apocalittici, in trampoli su retoriche castigatrici dei costumi, moralista ed epigrammatico nonostante la sua poesia sia narrativa, ampia, dal lungo verso. È stato un uomo di lettere singolare e antiaccademico. Non si è lasciato sedurre e limitare dalla targa di “poeta operaio” quando di moda. Ha rovesciato sul banco della comunicazione la sua ruvidezza a metà contadina e operaia, di carni ed ossa logorate dalla fatica e dal lavoro. Leggere, in poesia: Le streghe s’arrotano le dentiere, Istruzioni per l’uso della repressione, Firmum (autoantologia); in prosa Palmiro, Le mitologie di Mary.

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