martedì 20 marzo 2012

Roberto Bertoldo
La polis che non c'è (5)
Poesia civile del resoconto

Concludendo il discorso  su La polis che non c’è. Tre modi di interrogarsi in poesia sul venir meno della polis e della società civile pubblico gli appunti di lettura di R. Bertoldo sulla mia raccolta Immigratorio [E. A.] 

 Su Ennio Abate, Immigratorio, Edizioni CFR, Piateda (SO) 2011

La scelta dell’intersezione di due generi come la prosa e la poesia per realizzare la pulsione narrativa originaria ha prodotto, in Immigratorio, un depotenziamento lirico interessante per le scelte stilistiche che lo veicolano. La sottile trama veristica presente a livello lessicale e epistemologico – pensiamo a Zichilibò, Babbasciò, ma anche al vecchio pittore Ans che consiglia a Vulisse di «lavorare dal vero» (p. 47), anche se poi Vulisse abbandona in parte il disegno «dal vero» (p. 48) – trova espressione sia nelle elencazioni ellittiche e nelle ripetizioni che l’autore usa a fini descrittivi non simbolici, sia nella struttura popolare, quasi da canzone, da cui l’uomo emerge in modo ecumenico.
Ma Abate a differenza di Verga ci presenta un viaggio alla Ulisse e di sola andata nel Nord capitalista, pur senza disdegnare un orientamento rivolto al passato. Se Ulisse non veniva trattenuto dagli affetti per Telemaco, Penelope e Anchise, come ce l’hanno ricordato fra i tanti Dante e Mallarmé, l’esule Abate ha, insieme allo sguardo al futuro, uno sguardo ampio e emozionale verso il passato.
Riguardo la scrittura, oltre a segnalare la poliedricità linguistica, stilistica e strutturale, vorrei riprendere il concetto di narratività che permea tanto la prosa quanto la poesia di Abate, nonostante la vena lirica della sua retorica. I versi presentano una espressività montaliana, penso soprattutto al primo testo che dà non solo il titolo alla raccolta ma, nonostante sia differente da ogni altro testo, perché più racchiuso nella propria tonalità, dà l’imprimatur.
«Vivere di memorie non posso più» (“Botta e risposta I, 1” in Satura), dice Montale appropriandosi di Rimbaud. «Mai in alberghi o nei letti sontuosi della memoria» (p. 13), dice Abate. La scelta di campo è fatta e Abate non la tradirà. Montale, uscito dall’adolescenza, viene «gettato nelle stalle d’Augìa», tra i «muggiti umani». Le stalle di Abate sono meno simboliche e meno storiche ma più sociali. I ricordi che si insinuano in Montale sono «un ricciolo di Gerti, un grillo in gabbia, ultima traccia per il transito di Liuba, il microfilm di un sonetto eufista scivolato dalle dita di Clizia», ecc. (“Botta e risposta I, 2”, Ibidem), mentre ben più concreto e utile è il corredo familiare di Abate.  
Voglio dire che Abate si imbarca poeticamente nel sentiero narrativo, anche dialogico, delineato da Montale ma i versi di Abate sono davvero popolari, i suoi «nomi» sono davvero «usati».
Inoltre la scrittura di Abate, come quella di Montale, non si riduce alla narrazione e alla descrizione, ha ragione Pietro Cataldi a parlare, nella sua bella introduzione, di «ricostruzione intellettuale… della propria storia», una ricostruzione che richiede «un dialogo fra le istanze archeologiche dell’io perduto e quelle prospettiche dell’io investigante».
Ma qual è l’esito di questo dialogo? In cosa consiste l’ideologia di Immigratorio e la ‘pratica’ conseguente?
Faccio parlare il testo: «quest’altro mondo che spuntava / e schiacciava il nostro mondo / di contadini e monaci, / di pastori e povera gente» (p. 30), «città comandata da preti» (p. 34), «al servizio dei padroni, non più dell’anima soltanto, ma del pane e del destino quotidiano» (p. 35), «erano sempre a studiare, studiare, studiare / o rinchiusi in quel giro di preti, / sempre legati a quelli dell’Azione Cattolica» (p. 38), «i palazzi dei ricchi / avevano invaso / le spiagge» (p. 55), «a nessuno interessava quella gente – classe operaia in formazione quasi engelsiana o detriti di un mondo contadino rotolati lì da campagne e province povere o docili? – massa sconosciuta di condannati a ricostruirsi tutto…» (p, 60), ecc., e altre immagini di povertà e solitudine, con la bella e tragica espressione del «bianco rovesciato del Sud»: «proletari truci e sfatti», «pantaloni macchiati di calce, mani screpolate, unghie sporche», «puttanelle infreddolite» (p. 50), e gli «studenti … gocciolanti d’immigrazione» (p. 56).  
Tutto questo con la presenza – oltre che di Engels – di Marx, Benjamin e Fortini, a darci un’idea di scrittore, di poeta, «quello che parla e dà fuoco e non trova mai pace, / che pensa a un mondo diverso e si cala / nella sofferenza di tutti!» (p. 42) che Abate con il suo libro incarna tenacemente.

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