domenica 22 luglio 2012

Paola Febbraro
Da "Turbolenze in aria chiara"


*

            SOSPIRATI INDIZI

Uscendo dal circondario sapevo
Che la gabbia porta piume



*
Bellezza non ce n'è
e pensare che
ero partita per farne inno.
I sogni sceneggiavano direttamente e puntualmente
gli ultimi richiami prima di chiudere gli occhi
io non li mettevo in pratica, o sì,
scartando la loro realizzazione
e la mattina era più cheta
senza meraviglia, magari
amare per sottrazione d'inganni e promesse.



*
lo non so
altro che prendermi
prima che caschi il buio
di rocce solitarie severe millenarie.
La forza dov'è
di una allegria solitaria
severa millenaria tragedia
che ha fatto innalzare il bosco.
Più non mi copre
con i suoi aghi il pino.
Monte Peglia, luglio '88


*

IL DRAGO ADDORMENTATO
Interminabile giovinezza fra abbandonati amori nelle
                                                                  strade
a ciottolo
a fossa
a rocca
in un mondo rurale di quelle case dove la luce è rimasta
accesa mentre fuori è tutto nero.




 Qual è lo strego?
Miele di quali api regine è senza quel viale mattutino
perché tu e allora io ...
ho visto quell' aria nevosa
le statue sull' Appia Antica erano tutte San Sebastiano.


*
SGOMBERI E TRASLOCHI
Se cambia il tempo
è atmosferico il corso delle cose cadute dalle mani, rotte.


Come se amore fosse la maggiore
tra le cose da misurare per valutare questa stagione
di sgomberi e traslochi da un sentimento ad un altro.



*

                                                        è che io
                                   impermeabile incredula
           ho fatto incetta di così tanta me stessa 
    (200 penne 300 quaderni per tempi migliori)
                                e navigo nell'abbondanza
  sul filo del souvenir di una collezione stramba.


                                       e tu: amore inesistente
                 se è per la mia mente che hai resistito
                                 col pudore delle intemperie
              restituisci ora sulle inselvatichite spiagge
 le mie mucche sentimentali, arrese e ormai sazie.



*

ed è già come avessimo saputo l'incalzare della festa
                 
è già come avessimo sentito
quel gridare taciuto solo perché avevamo fame
                     di semplicità ballerina
scalza l'avevamo immaginata la sera che non disse niente



*
A FRATELLO STEFANO
mano nella mano attraversiamo l'ennesima ambulanza




*
Pensavo t'incontravo in un modo:
hai tutte e due le mani tue
hai tutti i tuoi capelli neri
hai tutta l'aria
e ti conosco in un altro.
Andavo conoscendoti non uguale
mentr'io mentivo quel mio aspetto ancora dato:
io
ero
io sono.
T'andavo conoscendo in un modo
avevo dismisura delle cose
ogni tanto mi infilavo una gonna
avevo in solitaria fisionomia eretta dentro
adesso che decido della gonna.
T'andavo conoscendo in un modo ti vado incontro in un
                                                                         altro.



*

Se apro la porta e ascolto il tuo silenzio
lo spavento si rintana in un'abitudine forzata
e il dolore circumnaviga senza approdare
a nulla se non fissa bandiera nella preghiera
degli ammutinati.




*
            TURBOLENZE IN ARIA CHIARA

Se s'avvicina ciò che di me è stata
senza differenza tra chi ci fa nascere e chi ci abbandona
non è di poco conto una domanda
se non è di muoversi di stanza in stanza
ma occupar le stanze dire
non cerco strade non voglio camminare ma stare
in casa a più piani a più riprese d'ossigeno e di rose
dire: ce l'ho da fare.
II
Se s'avvicina ciò che di me è stata
interrotta
allora mi allontana la sconfitta
come se non fossi stata io
convertita
ho fretta
voglio invecchiare
come la terra che sotto ha 1'animale.
 III

Se s'avvicina ciò che di me è stato

insonne sogno di clausura mio possesso lotta
per la supremazia dello spavento
allora trema e tremi la ragione
di uno stato terremoto
mio sesso nato da sesso uguale.




*
Ogni soffio di vento è una lama di gelo
scricchiola un velo diventato dal freddo
vetro.
La natura fa visibile il respiro di anime e viceversa.
Nate comunque d'inverno
lode al Vostro silenzio e al Nostro
sesso dal primo respiro.



*

Il coraggio non usato per nascere
è ciò che canta prima di parlare

40 commenti:

  1. per il rispetto che si deve a chi non c'è più e per il rispetto alla sparutissima esigua schiera dei lettori, bisogna dire che questa pseudo-poesia di Paola Febbraro mostra evidentissimi tutti i difetti di una impostazione calcolata di ricercata originalità che finisce in semplicismo e banalità e di parafrasi dell'ovvietà con il dissimulato proposito di voler prendere per il naso gli ignavi d'intelletto. Leggiamo questi versi:

    Bellezza non ce n'è
    e pensare che
    ero partita per farne inno.
    I sogni sceneggiavano direttamente e puntualmente
    gli ultimi richiami prima di chiudere gli occhi
    io non li mettevo in pratica, o sì,
    scartando la loro realizzazione
    e la mattina era più cheta
    senza meraviglia, magari
    amare per sottrazione d'inganni e promesse.

    Le prime parole sortiscono da un pensierino piccolo piccolo: che la bellezza non v'è e che l'autrice era partita per fare un inno. E noi ci chiediamo: qual è il problema? Tutti noi partiamo per fare la Nike di Samotracia e poi ci accontentiamo di care un pupazzo di neve... E poi l'autrice prosegue scrivendo che "i sogni sceneggiavano direttamente e puntualmente
    gli ultimi richiami prima di chiudere gli occhi"; e io mi chiedo che cosa mai significhi questa frase, mi chiedo qual è l'assunto e se esso non poteva essere detto con meno dispendio di parole e di giri di frase inutili e volutamente oscuri come per evidenziare una qualche duttilità di grande intelligenza dell'autrice.
    Ma prendiamo ad es. le ultime due righe. Che significano? Io, lo ammetto, non capisco l'italiano della Febbraro, ho delle difficoltà:

    Il coraggio non usato per nascere
    è ciò che canta prima di parlare

    e non posso fare altro che cedere le armi all'avversario, cioè all'autrice, la quale o è molto intelligente e parla un suo idioletto incomprensibile o io sono del tutto inintelligente che non capisco neanche la lingua che parlo.
    Non soltanto il livello ritmico (per non parlare del livello fonetico) di queste "composizioni" è assente ma anche il livello dialettico dialogico è sceso, direi, molto in basso, così come il tasso di comunicabilità di questa pseudo-poesia.
    Il lettore si chiede: quale comunicabilità, qual è il messaggio di queste frasi? Che significato hanno queste frasette assemblate per colpire il lettore svogliato e scimunito?

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  2. Traggo a caso da messaggi su Facebook, mi perdonino gli autori se non li nomino e se de-contestualizzo gli scritti:

    "oggi se siete a vigevano c'è Millefoglie con Mario De Santis, prima che sul palco salga Jim Morrison"

    ""andavo al mare e non tornavo""

    "in questo momento sarei capace di restare immobile per tutta la vita"

    Questo per dire che il frammento si sta delineando come forma di messaggio. Ed è anche ciò che ho colto, seppure in forma ancora imperfetta, e non so quanto consapevole, in queste poesie di Paola Febbraro. E' la presenza del frammento che mette in subbuglio la consequenzialità semantica. Ma avrebbe dovuto essere compreso maggiormente, dall'autrice voglio dire, magari ponendosi in confronto con altre brevità.

    ho fretta
    voglio invecchiare
    come la terra che sotto ha l'animale.

    Potrebbe continuare, ma come frammento può bastare eccome. Per il resto è vero, queste poesie mi sembrano un supplizio, ma alcune aggettivazioni non mancano di inventiva :

    "di una collezione stramba"
    "le mie mucche sentimentali"
    "è atmosferico il corso delle cose cadute dalle mani"
    "allora trema e tremi la ragione
    di uno stato terremoto"

    Anche il titolo "stellezze" (Lieto Colle), mi sembra abbia di questi connotati.
    Abbandonando ogni consequenzialità s'approda al frammento. Poi, che sia un difetto espressivo, un'attitudine congenita, oppure un segno preoccupante dei tempi, non saprei dire. Ma dilagasse per davvero...

    mayoor

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  3. Ennio Abate a Giorgio Linguaglossa:


    Caro Giorgio,
    i versi di Paola Febbraro mi avevano impressionato. Feci una lettura minima di una sua poesia il 23 agosto 2011 (qui: http://moltinpoesia.blogspot.it/2011/08/contributi-ennio-abate-su-paola.html
    La copio sotto, in appendice, per comodità dei lettori.
    Adesso mi colpisce (negativamente) questa lettura che fai tu di un’altra poesia tra quelle che ho appena pubblicato sul blog. E' la diversità di approccio (il tuo liquidatorio, il mio di ascolto attento) che fa problema...
    Non dico che questa poesia (o le altre della Febbraro) non sia oscura.
    Dico che, tenendo a bada temporaneamente antipatia o simpatia, si può/possono interrogare in altro modo.
    E provo a farlo anche con questa.

    Parto da una parafrasi approssimativa della parte che afferro:
    La Bellezza (che m’illudevo esistesse, che mi prendeva) non c’è. Sono sconcertata, perché io ero partita (scrivendo poesia) dall’idea che ci fosse; e anzi la volevo cantare («farne un inno»).
    Brusco cambio di scena o di discorso. I sogni (miei?) mettevano in scena i (loro? dei sogni?) «ultimi richiami» (alla Bellezza?). E lo facevano «direttamente e puntualmente» (erano, dunque, insistenti, quasi fossero delle raccomandazioni…). Io (ammesso che questo possa essere il soggetto della frase…), però, «prima di chiudere gli occhi» (intendo: addormentarmi e sognare), avevo un reazione contraddittoria: «non li mettevo in pratica, o sì». Si potrebbe intendere: non accoglievo quei richiami, quelle raccomandazioni, quegli inviti contenuti nei sogni; ma non ne sono tanto sicura, perché forse, a modo mio, accettavo quei segnali. Però «non li mettevo in pratica», non vi rispondevo cioè adeguatamente, non gli davo tutta l’importanza che essi meritavano.
    Così facendo («scartando la loro realizzazione»), rimuovendoli cioè, lasciandoli perdere, «la mattina era più cheta», non ne veniva turbata, rimaneva «senza meraviglia» (quella che dà la bellezza?).
    E qui viene forse il verso più oscuro, l’ultimo. Che, però, potrebbe essere inteso: io, «scartando la loro [dei sogni] realizzazione» (evitavo - per paura? - di realizzarli, come essi m’inducevano a fare), tentavo di amare lo stesso (la vita, gli altri, etc) mettendo da parte («per sottrazione») gli inganni e le promesse, proprie dei sogni. Cercavo cioè di amare evitando inganni e promesse che l’amore comunque comporta.
    Tutto il componimento potrebbe essere interpretato come una confessione disincantata di una “realista”. E essere letto in una luce psicanalitica, lacaniana ad es. molto interessante ( l'eticità per Lacan sta ne rispettare il desiderio a cui il sogno allude...).
    Questo è il mio tentativo di lettura or ora improvvisato.
    Mi pare evidente il contrasto con la tua lettura.

    Anche il distico:

    Il coraggio non usato per nascere
    è ciò che canta prima di parlare

    mi pare - idioletto o meno - riconducibile a un significato: « Il coraggio non usato per nascere » ( infatti, mi pare evidente che quando nasciamo, inconsapevoli come siamo del mondo, non facciamo nessun atto di coraggio) è qualcosa che viene prima del «parlare». Si potrebbe intendere: è canto.

    Mi fermo qui tenendomi solo al livello dei significati.
    Mi chiedo però da dove nasca questa divaricazione così forte tra le nostre due letture.
    Spero che altri intervengano.

    [Continua]

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  4. Ennio Abate a Giorgio Linguaglossa (continua):

    APPENDICE:
    Ecco quanto avevo scritto l'agosto scorso nel post linkato:

    È stata Marcella Corsi di Roma a farmi per la prima volta il nome, a me ignoto, di Paola Febbraro anni fa. Afferrai che ammirava i suoi versi e che aveva una stima affettuosa per lei, che nata nel 1956 è morta nel 2008. Più tardi ebbi, sempre da un amico romano, Salvatore Dell’Aquila, il suo libro pubblicato da Manni nel 2002, La rivoluzione è solo la terra. Ha un formato di dimensioni inconsuete (un rettangolo 13x20,5 cm.) scelte - suppongo - per accogliere versi quasi sempre lunghi o lunghissimi. Sono riuscito ad aprirlo e a leggerlo solo quest’estate. E qui, a puntate, farò il resoconto della mia lettura.

    L’introduzione di Mara Cini mi scalda poco. Mi sa di scolastica femminista. La scrittura della Febbraro sarebbe un esempio di écriture féminine, perché parlerebbe delle «radici corporee del processo di pensiero». Poi la solita semina di citazioni di versi belli o significativi incorporati nel discorso di presentazione. Tesi principale: il «fare» della poetessa, che sarebbe una tensione «volta ad “incastrare” cose, parole e fatti al loro posto, “nel lavorio del mondo”». Do, invece, una lettura a salti dei versi della raccolta; e mi prendono subito.Leggo Fammi restare con te lavorìo del mondo:

    o! tenera forma già fatta crosta del pane lattuga o! mare di tutte le lacrime che pure sono acqua del corpo che pure escono e spingono e si allargano dentro come fiume di fuoco e li senti che stai diventando guscio dell’uovo del mondo che sei trasparente come tutti quando si torce la forza consiste nel non alzare lo sguardo per vedere il già fatto la forza è restare incollati al lavoro fammi restare con te lavorìo del mondo rendimi zucca pelata non farmi vedere riempimi d’acqua chiama a raccolta le menti del mondo le menti isolate e tranquille le schiene nelle risaie quei fili dell’erba a uno a uno o! muraglie o! gelsomini o! dirupi! o! capre del sale e il nero di china fammi restare con te lavorìo del mondo rendimi invincibile come filo di rame arrossami e non farmi morire porta via da me questo non fare questo credere di non stare facendo non darmi queste ultime parole: rovinami tu!”


    30 settembre 1996

    Sono dieci righe (tante appaiono sul cartaceo, sul Web a volte il numero non è rispettato) di versi mascherati da prosa. Fortemente lirici. Me lo segnalano i sette esclamativi e i sei simpatici ‘o!’ vocativi e, in più, l'assenza di ogni altro segno d’interpunzione che rende il flusso di parole ancora più compatto. A me fanno venire in mente Amelia Rosselli e Zanzotto. L’invocazione simil-zanzottiana (Mondo, sii, e buono;/ esisti buonamente,/ fa' che, cerca di, tendi a, dimmi tutto,ricordate?) contenuta nel titolo è ripetuta altre due volte nel testo. Nel flusso di parole spiccano immagini comuni di cose riferibili alla natura o forse, meglio, al mondo contadino di una volta (pane, lattuga, guscio dell’uovo, zucca, acqua, risaie, fili d’erbe, muraglie, gelsomini, dirupi, capre). Si colgono delle metamorfosi in atto (ti senti che stai diventando guscio dell’uovo del mondo). Avvengono in luogo imprecisato (mente? anima? corpo?). Ci sono poi delle (auto) raccomandazioni etiche (la forza consiste nel non alzare lo sguardo per vedere il già fatto la forza è restare incollati al lavoro). E, nel finale angoscioso, una serie di invocazioni-preghiere martellate con grande effetto dagli imperativi (fammi..rendimi..arrossami..non farmi morire.. porta via… non darmi… rovinami).
    Per ora mi fermo qui.


    [Fine]

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  5. Ennio Abate: "Mi chiedo però da dove nasca questa divaricazione così forte tra le nostre due letture."


    Ennio Abate nel post Un nodo: Montale-Fortini-Mengaldo:
    "...A me pare che questo paradigma non ci sia. Ci sia invece un pluralismo confuso, un caos stilistico, un epigonismo delle posizioni del passato."

    Io, nello stesso post: "Queste affermazioni rendono ragione dello stato di confusione in cui ci troviamo. E soprattutto spiegano i giudizi, a volte diametralmente opposti (a me quindi spesso incomprensibili), formulati dai critici (anche su questo blog) su questo o quel poeta..."

    Ciao!
    Flavio

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  6. Ennio Abate a Flavio:

    Il richiamo alla confusione generale non risolve molto.
    Aggrappiamoci al testo e misuriamo le due (in questo caso) diverse letture, vedendone i pro e i contro.
    E' il modo più onesto di procedere per diradare la confusione.
    Altrimenti...che facciamo? Ce la godiamo?

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  7. Leggo in questi versi un voler riconoscere nelle prove della vita i propri errori , dai quali l'autrice non riesce a togliere lo sguardo, l'angoscia per questo rende tutto il lavoro molto interessante in quanto scorre nelle parole un forte disagio del vivere nell'accettazione del quotidiano e in "Turbolenze in aria chiara" trovo tutto questo ben concentrato e si sa che l'angoscia porta a frenare un po' il resto della lettura, ma io trovo il tutto oltre che sorprendente, ben fatto soprattutto metaforicamente. Non emoziona ma da un senso di freddezza e di reale confessione, come una richiesta di perdono che trovo davvero ben nascosta dietro parole scelte con accuratezza ed intelligenza. Mi è piaciuta. Emy

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  8. Stimolato da Marcella Corsi, ho letto i commenti alle poesie di Paola Febbraro pubblicate in Moltinpoesia col titolo di “Turbolenze in aria chiara” (come l’omonima raccolta edita da Empiria), e cerco di rispondere allo stupore di Ennio Abate circa la grande distanza tra le sue impressioni di lettura e quelle di Giorgio Linguaglossa, azzardando un’ipotesi la cui sostenibilità provo ad argomentare.
    Parto dal dato di fatto che a me la poesia di Paola Febbraro parla. Non solo mi parla, ma il suo ascolto arricchisce la mia percezione del mondo; la sua, quindi, è una poesia che nutre il mio stare al mondo, mi aiuta ad attraversarlo. Non ho prove oggettive con cui sostenere quanto affermo, e poiché non considero probanti le parafrasi dei versi (a monte di certe dimostrazioni c’è sempre un’intenzione indimostrabile) non opererò come Ennio Abate, benché condivida le ragioni del suo parafrasare. Cercherò, invece, facendo mia una logica processuale, di dimostrare l’infondatezza dei giudizi di Linguaglossa che così scrive: “…pseudo-poesia di Paola Febbraro mostra evidentissimi tutti i difetti di una impostazione calcolata di ricercata originalità che finisce in semplicismo e banalità e di parafrasi dell'ovvietà con il dissimulato proposito di voler prendere per il naso gli ignavi d'intelletto”. Tralasciando la “psudo-poesia” (mi sembra liberissimo di considerarla tale), mi colpisce come Linguaglossa arrivi a cogliere “evidentissimi tutti i difetti di una impostazione calcolata di ricercata originalità”. Ho conosciuto Paola Febbraro a un seminario di Elio Pagliarani tenuto a Roma nell’87, l’ho frequentata, personalmente e poeticamente, fino alla morte, e posso davvero giurare sull’assenza, in lei, dei meccanismi che vede Linguaglossa; l’immagine di Paola Febbraro che imposta in modo calcolato i suoi versi per ottenerne una ricercata originalità è quanto di più lontano dal vero possa esistere. E allora mi domando: perché Linguaglossa non si limita a considerare pseudo-poesia quella di Paola Febbraro e deve inventare, come il peggiore degli inquisitori, le scelleratezze che starebbero dietro a quella mancata poesia (“con il dissimulato proposito di voler prendere per il naso gli ignavi d'intelletto”)? Io accetto con curiosità chi dà un giudizio estetico diverso dal mio, valuto le argomentazioni che lo sostengono, ma vado in difficoltà quando il giudizio si avvale di corollari totalmente infondati, che dal poetico traslano al comportamentale delineando una sorta di orrida tesi per cui alla pseudo-poesia corrisponderebbe anche una scelleratezza d’intenti, una meschinità comportamentale. E ancora, e qui viene il bello, o meglio, il brutto. Perché Linguaglossa vede il “dissimulato proposito” di Paola Febbraro di “prendere per il naso gli ignavi d’intelletto” (quali saremmo, a questo punto, Ennio Abate, Marcella Corsi, Elio Pagliarani, Marco Caporali, io e i tanti altri che quella poesia amano?). Perché Linguaglossa non ammette che possa esistere un giudizio estetico diverso dal suo e deve bollare preliminarmente come grullo chi abbocca all’amo di quella che lui considera pseudo-poesia? Già solo per questi dettagli (attribuire cattive intenzioni a chi farebbe della pseudo-poesia, e bollare per grulli quelli che ci cascano e vi trovano dei valori) trovo scorretto l’argomentare di Linguaglossa, ignoro da cosa sia dettato; l’ipotesi sordità non tiene, perché se lui fosse sordo e basta alla poesia di Paola Febbraro si limiterebbe a non amarla, a considerarla pseudo-poesia. Invece no, questo non gli basta e deve farle terra bruciata dietro (c’è calcolo in quella bassezza) e davanti (è un grullo chi ci casca). È come se Linguaglossa temesse la poesia di Paola Febbraro; o anche, è come se il suo metodo non funzionasse, con quella poesia, e allora, anziché mettere in discussione il metodo, Linguaglossa vituperasse la poesia che lo ha messo in crisi. Di sicuro mi sbaglio, ma se così fosse…

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  9. Ho dimenticato la firma: Fabio Ciriachi

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  10. da Rita Simonitto
    Come appartenente alla *sparutissima esigua schiera dei lettori* e approfittando del Blog Moltinpoesia inteso come Laboratorio, vorrei capire un po’ di più sui criteri che vengono utilizzati per differenziare una buona poesia da una pseudo-poesia come viene definita questa della Febbraro e di cui paiono *evidentissimi tutti i difetti di una impostazione calcolata di ricercata originalità che finisce in semplicismo e banalità e di parafrasi dell'ovvietà con il dissimulato proposito di voler prendere per il naso gli ignavi d'intelletto*. Così scrive Linguaglossa.

    Per quanto concerne la parte ‘formale’ partirei dal commento di Linguaglossa del 26.07 in cui suggerisce:
    * Facciamo, come sollecitava Fortini, una «prova dei materiali poetici»: Se [….](o qualcun altro) mette le "frasi" del componimento tutte di seguito abolendo l'a capo, si vedrà che il componimento regge meglio (o meglio, meno peggio). E allora sarà chiaro che non è poesia, è qualcosa che sta lì in mezzo tra prosa e poesia, che non ha né l'agilità della prosa né la velocità della poesia. È stentata, prosastica, grigia, atonica. Può essere al massimo un tentativo di preparazione dei materiali poetici per una poesia di là da venire, che ancora non c'è e non ci sarà fin quando l'autore non si renderà conto che un conto è scrivere in prosa con degli a capo e un altro scrivere un testo poetico dove gli a capo siano giustificati e necessitati.*
    Io ho provato a fare l’esperimento con le tre poesie che seguono.

    *La grande casa immersa tra gli aranci. Un vento freddo la percorre a ritroso. Nel cofanetto, i gioielli di mia madre, il bocchino d’avorio, le lettere avvolte in un nastro azzurro, il quaderno viola dove è scritto il destino. Sullo stipite del tempo, l’algida immortalità dell’angelo: “Vivete in casa e la casa non crollerà”.* (G. Linguaglossa)

    *Lo sguardo è là ma non vede una storia di sé o di altri. Non sa più chi sia l’ostinato che a notte annera carte coi segni di una lingua non più sua e replica il suo errore. E’ niente? E’ qualche cosa?
    Una risposta a queste domande è dovuta. La forza di luglio era grande. Quando è passata, è passata l’estate. Però l’estate non è tutto.* (F. Fortini)

    * Dicono i più che la poesia debba attingere al dizionario delle parole morte. Ecco, ci sono parole impossibili: - difficili da pronunciare – una di queste è anima altre sono: amore, cuore, dolore – con annesse rime – altre ancora: bello brutto, sole, primavera, mare azzurro… (con tutto ciò che di sordido c’è al loro interno…) e poi… numerose altre: infinito, empireo, angeli cherubini farseschi, santità, diavoli… ma sarebbe ben lungo l’elenco. Se tu lettore vuoi sincerartene non c’è che aprire a caso il dizionario delle parole morte e gettarci un’occhiata.* (M.R. Madonna)

    Senza dubbio la scelta dei testi (e, oltretutto, di un singolo testo, estrapolato da una più vasta produzione) non può rendere giustizia all’assunto di base da cui si è partiti, però comunque ne inficia un pochino la validità. Quindi la prova regge relativamente.
    Perché, in sincerità, leggere in prosa i testi di cui sopra mi ha reso il discorso più agevole ed entrante nella problematica affrontata; in particolare modo quello di Madonna, poiché ha aggiunto una vena di simpatia rispetto alla pesantezza di quanto percepivo scritto in versi.

    Quanto ai contenuti, e ancora una volta chiedo venia per l’utilizzo dell’estrapolazione che in parte può essere ideologica (ognuno utilizza un suo punto di vista), ma che in parte viene fatta per capire, dando rilievo a ciò che non quadra (o, almeno a me, non quadra).
    Lasciamo da parte il supporto della parafrasi perché lì c’è molto del pensiero di chi la fa.

    [continua]

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  11. [segue]
    Vediamo i testi.

    E’ un nuovo inizio. Freddo feldspato di silenzio.
    Il silenzio nuota come una stella
    e il mare è un aquilone che un bambino
    tiene per una cordicella.
    Un antico vento solfeggia per il bosco
    e lo puoi afferrare, se vuoi, come una palla di gomma
    che rimbalza contro il muro
    e torna indietro.
    (Maria Rosaria Madonna)

    Bellezza non ce n'è
    e pensare che
    ero partita per farne inno.
    I sogni sceneggiavano direttamente e puntualmente
    gli ultimi richiami prima di chiudere gli occhi
    io non li mettevo in pratica, o sì,
    scartando la loro realizzazione
    e la mattina era più cheta
    senza meraviglia, magari
    amare per sottrazione d'inganni e promesse.
    (Paola Febbraro)

    Linguaglossa scrive a proposito della Febbraro: *Le prime parole sortiscono da un pensierino piccolo piccolo: che la bellezza non v'è e che l'autrice era partita per fare un inno. E noi ci chiediamo: qual è il problema?*.
    Ma se partiamo accompagnati da un atteggiamento irrispettoso potremmo anche affermare che (nella poesia di Madonna), se il mare viene definito come “un aquilone che un bambino/tiene per una cordicella” questa espressione è tutt’al più buona per una pubblicità di una qualche località balneare. O, anche, se volessimo calcare la mano sulla ‘banalità’, sui “pensierini piccoli piccoli”, sotto la stessa scure cadrebbe sia la *bellezza che non c’è* e sia * la palla di gomma/che rimbalza contro il muro/ e torna indietro*. Ovvio, no?
    Quindi non possiamo arroccarci su questi piccoli particolari in cui, come recita il detto, più che Dio, ‘si nasconde il Diavolo’.
    Se mettessimo queste due poesie a confronto, vediamo espresse due diverse concezioni del mondo.
    “Il sidereo silenzio che sottolinea l’inizio può accompagnarsi alla bellezza dei sogni oppure quelli sono imprendibili?” potrebbe essere la domanda di Madonna.
    “No, non esiste questo tipo di bellezza. Men che meno quando i sogni non fungono da sogni ma fanno da sceneggiatura ad una realtà troppo inquieta per poter essere accolta” potrebbe essere la risposta di Febbraro.
    Il punto sta nel come queste due (supposte) concezioni ‘personali’ vengono presentate al mondo.
    Se la prima entra più facilmente a toccare corde, la seconda è più ostica, quand’anche non ostile, proprio a partire da quella ‘concretezza’ che la Febbraro mette in sceneggiatura troppo direttamente, senza quegli scarti che permettono al pensiero, e alla poesia, di librarsi un po’ più in alto.
    L’unico momento in cui questo avviene è nel distico ben commentato da Ennio:
    *Il coraggio non usato per nascere
    è ciò che canta prima di parlare*.
    Però lì, stranamente, Linguaglossa si perde e si arrocca difendendosi dietro una dichiarata incomprensibilità di linguaggio, afferrandosi dunque alla *langue* e respingendo la *parole*.

    Rita S.

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  12. Caro Fabio Ciriachi,
    il mio commento risolutorio della poesia di Paola Febbraro non deriva da supposti personalismi (non ho mai conosciuto la persona) ma una valutazione delle analogie dei testi e della loro traduzione sintattica. Ebbene, nei testi della Febbraro c'è una ricercata complicazione nell'uso delle analogie sotterranee ai testi, l'autore vuole così invitare il lettore ad entrare nel meccanismo seduttivo dei suoi testi per poi coglierlo in flagranza attorcigliato nei meandri e nei gangli della sua sintassi invertita. Capisco i danni che ha fatto in proposito la poesia di Milo De Angelis, capisco anche come possa riuscire facile mostrare al lettore una profondità (finta) con delle contratture sintattiche e delle inversioni logiche (del tutto gratuite) che invece di facilitare l'ingresso nei testi del lettore lo allontanano. Leggiamo una composizione:

    Se s'avvicina ciò che di me è stata
    interrotta
    allora mi allontana la sconfitta
    come se non fossi stata io
    convertita

    ho fretta
    voglio invecchiare
    come la terra che sotto ha 1'animale.
    III

    Se s'avvicina ciò che di me è stato

    insonne sogno di clausura mio possesso lotta
    per la supremazia dello spavento ...

    La Febbraro scrive che "se s'avvicina ciò che di me è stata interrotta..." E qui c'è il primo trucco: il lettore non capisce che cos'è questo evento che si avvicina e che è stato interrotto. È come nel gioco delle tre carte, l'autrice mescola le carte sotto gli occhi dell'osservatore e poi gli chiede: dov'è la carta giusta? Ma qui siamo dinanzi ad una prestidigitazione! a un esercizio di abilità! Ma proseguiamo la lettura: l'autrice scrive: «allora mi allontana la sconfitta / come se non fossi stata io / convertita». E il lettrore si chiede: di che si parla? Che cosa c'entra la «sconfitta» con l'essere «convertita»? È chiaro che qui la Febbraro gioca con le tre carte, vuole alludere a chissà quali profondità (che non ci sono). Io fracamente (da lettore) non capisco la relazione che lega la «sconfitta» alla «conversione», è un grumo che sta nella mente dell'autrice ma non nel testo poetico. Una regola primaria del testo poetico è che tutto quello che c'è dentro il testo sia sufficiente ad offrire la chiave di interpretazione penetrazione del lettore nel testo. E qui non c'è nessuna chiave! Anzi, la Febbraro tiene celata e ben nascosta qualsiasi chiave di penetrazione del lettore nel suo dramma spirituale, e lo fa appunto come lo fa un prestigiatore, facendo scomparire il terzo elemento che potrebbe legare la «sconfitta» alla «conversione»! Mi sia consentito dire, a questo punto, che qui la partita è truccata: si vuole fingere una profondità immettendo nel testo delle parole verticali (ancora Milo De Angelis) per far vedere al lettore: vedi quanto sono brava a nascondere ciò che andava mostrato?
    Passiamo alle ultime tre righe: «ho fretta / voglio invecchiare / come la terra che sotto ha 1'animale».
    Anche qui l'analogia (presunta) tra l'invecchiamento e «la terra che sotto ha l'animale», è volutamente non risolta, non transitiva; la Febbraro vuole ancora una volta mostrare al lettore quanto è brava a nascondere i nessi relazionali, sintattici e metaforici che esistono tra le immagini; vuole dire al lettore: vieni, seguimi se ne sei capace in questi labirinti di bravura! Ma non sono labirinti, sono dei semplici trucchi per far apparire la poesia più intelligente e più profonda, quando invece è terribilmente supponente e noiosa. E così via. La Febbraro è una nipotina che segue troppo acriticamente la lezione della poetica, diciamo, orfica che ha attraversato la poesia italiana dagli anni Ottanta in poi. Ma sono trucchi, prove di abilità gratuite e calcolate che credo che un critico intelligente non può accettare come verbo rivelato.

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  13. Se si va invece a vedere la poesia di M.R. Madonna citata da Rita Simonitto, vediamo che lì le immagini sono interamente esplicitate e chiare. E la differenza mi sembra notevole. Nella poesia di Madonna non c'è mai nessun trucco, il lettore viene chiamato in causa ma gli si offrono sempre tutte le chiavi per la decodificazione.

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  14. Ringrazio Fabio e Rita che, a partire da una capacità di argomentare maggiore della mia, hanno espresso quanto anch'io avrei voluto. E condivido fino in fondo le loro argomentazioni.
    Credo che giudizi riguardanti il modo con cui un autore produce i suoi versi possano essere espressi solo da chi conosce assai bene quel modo e quell'autore, altrimenti quel che si afferma si mostra solo come una proiezione della propria esperienza, da altro nutrita.
    Per quello che conoscevo Paola (e mi rammarico di doverlo percepire come poco) credo di poter affermare che "una impostazione calcolata di ricercata originalità" e un "dissimulato proposito di voler prendere per il naso gli ignavi d'intelletto" sia quanto di più lontano possa immaginarsi dal suo modo di concepire poesia (e vita).
    Se qualcuno avesse voglia di leggere qualcosa di questo suo modo, potrebbe cercare il dialogo di Paola con Brunella Antomarini apparso su "Il Cannocchiale" nella primavera del 2002. Io ne fui affascinata e ne consiglierei la lettura a chiunque sia interessato alla poesia.
    Che a me la poesia di Paola Febbraro parli (quando più quando meno intensamente ma comunque parli) è evidente da quanto scrissi in un articolo pubblicato su "Poliscritture" n. 5 nel febbraio 2009, pur a partire dal mio non essere che poeta (non critico, intendo).
    Giacché è l'unico numero della rivista che sul sito non è (ancora) leggibile, lo riproduco qui sotto. Sarà anche un modo per riproporre alcuni versi, a mio modo di vedere, di memorabile bellezza.
    Da ultimo una considerazione che mi deriva dalla parte finale dell'intervento di Rita.
    "Il coraggio non usato per nascere
    è ciò che canta prima di parlare"
    Interpreto questi versi in modo diverso da quello di Ennio (rimane ancora una parte di coraggio oltre a quella, molta, usata per nascere; quella riserva, che è prima della vita e forse anche dopo, è quel che produce il canto, la poesia, che si dà prima [e forse anche dopo] il parlare). Ma questo mi sembra solo l'ennesima conferma del loro valore: la poesia parla ad ognuno in maniera diversa e il suo valore è in questa concreta fascinosa possibilità.
    Un caro saluto a tutti
    Marcella

    (continua)

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  15. Turbolenze in aria chiara
    Purezza, intensità espressiva, originalità nelle poesie di Paola P. Febbraro



    Fammi restare con te lavorìo del mondo

    o! tenera forma già fatta crosta del pane lattuga o! mare di tutte le lacrime che pure sono
    acqua del corpo che pure escono e spingono e si allargano dentro come fiume di fuoco e ti senti che stai diventando guscio dell’uovo del mondo che sei trasparente come tutti quando si torce la forza consiste nel non alzare lo sguardo per vedere il già fatto la forza è restare incollati al lavoro fammi restare con te lavorìo del mondo rendimi zucca pelata non farmi vedere riempimi d’acqua chiama a raccolta le menti del mondo le menti isolate e tranquille le schiene nelle risaie quei fili dell’erba a uno a uno o! muraglie o! gelsomini o! dirupi! o! capre del sale e il nero di china fammi restare con te lavorìo del mondo rendimi invincibile come filo di rame arrossami e non fammi morire porta via da me questo non fare questo credere di non stare facendo non darmi queste ultime parole: rovinami tu!

    *


    Rondine nera
    (per Amelia Rosselli)

    ed io ora le canto quasi senza voce perché senta

    e tu stai tranquilla
    non vedi quanti pesci in fondo al mare
    non senti come trillano gli uccelli
    hanno trillato tutti dall’altra parte della terra
    regina delle rondini
    anzi
    sorella

    *


    a volte io credo così forte alla rotazione della terra attorno all’asse
    e credo che questo a volte questa intermittenza

    pensa

    *


    Settembre

    e l’intensità di cui sono piena scende piano ed io
    lascio che salga dalla pianta dei piedi questa liberazione

    è come se il tempo entrasse così dentro il mio corpo
    e così cammino respirando ogni lento passo dei miei piedi

    e questa stanchezza mi fa occhi limpidi come acqua delle montagne e
    c’è dentro di me una sorgente forte che non sta bruciando
    ed è così ricca di minerali

    io
    ho
    sapore

    *


    Gennaio

    io devo custodire un cuore misterioso
    io devo custodire un’ombra

    io non ci devo parlare io devo
    io devo lasciarlo andare

    io devo lasciare che viva che mi attraversi
    io mi devo abbandonare al fresco della sua ombra

    io non devo avere paura che muoia io non ci devo parlare
    se ci parlo io non comunico più io sono sola

    *

    Febbraio

    nessuno ti dice perché custodisci

    e se è l’opera a custodire se stessa allora ci nascono figli

    come lunghi alberi silenziosi

    *

    (continua)

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  16. La raccolta di poesie, oggi introvabile, dalla quale ho tratto le liriche sin qui riportate fu pubblicata da Manni nel 2001, quale opera vincitrice del premio nazionale Renato Giorgi. La rivoluzione è solo della terra ne era il titolo.
    E’ appena uscita da Empiria la terza raccolta di Paola Febbraro, il cui titolo Turbolenze in aria chiara riprende quello della silloge finalista nel ’94 al premio “Laura Nobile”.

    Raramente capita di incontrare tanta immediata purezza di intenzioni espressive, tanta aderenza al ritmo, spezzato e insieme naturale, dell’esistenza degli umani di sesso femminile, e un linguaggio poetico così capace di rendere quello che il corpo sa nella sua interezza di intuito, concretezza, intelligenza.

    Poeta sin nelle più intime fibre (noi otri pieni di consonanti mute), donna complice e originale (che meraviglia o madre mia questa vita da eterne innamorate), Paola Febbraro sembra talora volersi definire, delimitare come poeta, quasi mortificare in relazione al mondo, riuscendo al contrario a darci il senso delle sue grandi possibilità:

    tra essere e volere non corre l’infinito verso

    il cuore in mano
    la mano in tasca
    l’appetito strano

    di povertà

    Talora segnala una rinuncia tanto essenziale e naturale da diventare conquista di libertà:

    non animo più i segni e lascio liberi gli uccelli e la loro scienza del volo

    e loro

    lasciano libera me

    Le sue pennellate in versi hanno talvolta ironia o autoironia (c’è qualcosa di religioso in un tu resinoso?), e sempre sapienza. La sapienza concreta e surreale di Paola è in qualche modo ancora connessa con valori terrigni, di resistenza, come in quella sua poetica rivoluzione:

    ho portato le mani dietro la schiena
    come un contadino sulla sua terra

    senza mani sto separando esempi e monumenti
    sto seminando i mondi facendo i conti
    con la pazienza

    E’ la natura a permetterle qualche volta ristoro e, forse, felicità:

    Cinguettano che è ancora buio.
    Io ascolto solo loro.
    Amo il ciclo del giorno e a lui mi sposo.

    (continua)

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  17. Gli oggetti le servono e li usa, le consentono metafore ardite. E il fare le è indispensabile. Anche per respirare:

    l’anima è un setaccio
    ne ha il movimento ondulatorio un ritmo di sonaglio
    così fino e insieme così rozzo

    l’anima è lavoro
    pretende utilità

    Pure gli oggetti e il fare che li riguarda, il corpo ed il suo fare le servono per riconoscersi e per riconoscere somiglianze:

    Fabio

    noi siamo fatti così perché usiamo le mani
    per questo e non per quello
    come i piedi se i piedi portano il cuore o l’hanno portato
    lassù

    tra gli alberi

    La lingua poetica, pervasa da una tensione etica non comune, è assolutamente originale, spiazzante. Mai alla ricerca del ‘bello’ letterario, vissuto invece come condizionamento. Senza sperimentalismi, e in diretto legame con il suo essere a momenti assorta, quasi silente in versi di una o due parole, o invece capace di asserzioni fulminee dentro versi che possono essere anche molto lunghi.
    Talora, dentro la sua bella lucidità di affetti e di vita oltre che di poesia, la lingua le sfugge di mano e smaga (o meglio strega):

    Verderama

    Cupetuda snaffìra da pua da mea sottilenta
    Intanta sbirilla na degia mara

    Tergiversa immaga:
    verderama! verderama!

    Certo leggere i versi di Paola mette spesso a rischio di irrelata fascinazione.

    Non potremo ascoltare una sua lettura, provocarne la vivida attenzione o avanzare domande: Paola Febbraro è morta nel maggio scorso(nota).
    La pubblicazione di Turbolenze in aria chiara da parte di Empiria e il ricordo che attraverso i suoi testi offriamo a lei e a noi è un tentativo di farla restare insieme con noi in quel lavorìo del mondo che amava e del quale era parte essenziale. Era tale la sua intensità di poeta e di persona che verrebbe a noi di esclamare, ripetendo il suo verso ora che non c’è più: facci restare con te, lavorìo del mondo!


    Marcella Corsi



    (nota): Paola Febbraro è nata a Marsciano (PG) nel 1956. Ha vissuto e lavorato a Roma. Nel 1994 è stata finalista al premio “Laura Nobile”. Ha partecipato a varie edizioni del Festival dei Poeti ad Ostia antica (1994-1999). Nel 1996 ha curato per la rivista “Galleria” Lezioni e conversazioni di Amelia Rosselli. Ha pubblicato: A fratello Stefano (La Volpe e l’uva, 2000), La rivoluzione è solo della terra (Manni, 2002, premio Renato Giorgi), di piccole foglie sparse e di giardini (La camera verde, 2008), Turbolenze in aria chiara (Empiria, 2008). Nel 2003 ha curato per Stampa alternativa Ecchime, antologia di racconti e poesie di Victor Cavallo. Recentemente è uscito Stellezze, per Lietocolle.

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  18. Meraviglioso, Marcella, meraviglioso. Emy

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  19. grazie dell'attenzione, Emy... dispiace che il blog non consenta di riprodurre le differenze di corpo e di stile dell'originale (titoli in grassetto, commenti in corpo maggiore rispetto ai testi, ...), ma spero che lo scritto sia ugualmente risultato abbastanza chiaro. ciao.
    Marcella

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  20. Ennio Abate a Giorgio Linguaglossa:


    Caro Giorgio,
    ti pongo una serie di domande, su cui vorrei riflettessi senza necessariamente rispondermi:

    1. Perché nei testi della Febbraro l’uso complicato delle analogie dovrebbe essere uno stratagemma ricercato o un meccanismo seduttivo nei confronti del lettore per soffocarlo «nei meandri e nei gangli della sua sintassi invertita»?
    Potrebbe anche essere un modo serio e sincero di rapportarsi agli “oggetti“ complessi della sua/nostra esperienza.
    In poesia, ma anche nella vita, l’oscurità va interrogata, non demonizzata. Non sempre è maschera per darsi un’aria di sapienza orfica o di finta profondità. O è «trucco» (magari da prestigiatore/trice), gioco «con le tre carte» per « mostrare al lettore quanto è brava a nascondere i nessi relazionali, sintattici e metaforici che esistono tra le immagini». Questi potrebbero essere solo dei sospetti tuoi, magari legittimi in partenza. Ma, in critica come in altri campi, è richiesto l’onere della prova. Che nel caso della Febbraro a me pare del tutto mancante.

    2. La poesia di Milo De Angelis avrà fatto dei danni in una certa area della poesia italiana. Ma sei certo che la Febbraro fosse influenzata da Milo De Angelis? Sei certo che «la Febbraro è una nipotina che segue troppo acriticamente la lezione della poetica, diciamo, orfica che ha attraversato la poesia italiana dagli anni Ottanta in poi»? E poi qualsiasi movimento, anche quello dell’orfismo,
    non costruisce poeti e poetesse con lo stampino.

    3. Siamo così sicuri che il poeta debba sempre «facilitare l’ingresso nei testi del lettore»? A me pare che a volte hai espresso opinione contraria in proposito e, se questo criterio avesse validità generale, ti dovrebbero piacere le poesie di Eugenio Grandinetti, che invece hai criticato…

    [continua]

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  21. Ennio Abate (Continua):

    4. Siamo così sicuri che quella che tu consideri una «regola primaria del testo poetico» consista nel fatto che « tutto quello che c'è dentro il testo sia sufficiente ad offrire la chiave di interpretazione penetrazione del lettore nel testo» valga per tutti i testi? Ti rimando a quanto disse Fortini nell’intervista «Che cos’è la poesia» a proposito di una poesia di Brecht ( evidenzio in maiuscolo il passo che mi pare in sintonia con il senso della mia domanda) :


    «Io vorrei prendere l’esempio di una brevissima poesia di Brecht che ha anch’essa un’epigrafe. "Qui giace/ Karl Liebknecht/ che combatté contro la guerra. Quando fu assassinato/ la nostra città c’era ancora". Si noti che di fronte a un testo come questo viene a mancare quasi del tutto l’idea corrente che la poesia sia intraducibile perché IL BARICENTRO, IL PESO DI QUESTI VERSI NON È INTERNO AI VERSI STESSI, È ESTERNO: CONSISTE NEL SAPERE DEI DESTINATARI, DEI LETTORI. PER ESEMPIO SE I LETTORI NON SANNO CHE QUESTO LIEBKNECHT È UN RIVOLUZIONARIO SOCIALISTA TEDESCO CHE È STATO UCCISO DA MILITARI DELLA DESTRA NAZIONALISTA TEDESCA ALLA FINE DEL 1918, INSIEME A ROSA LUXEMBURG; E SE NON SANNO CHE "LA NOSTRA CITTÀ" DI CUI SI PARLA È BERLINO E CHE LA DISTRUZIONE DI QUESTA CITTÀ NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE È AVVENUTA VENTISETTE ANNI DOPO LA MORTE DI LIEBKNECHT, QUESTA POESIA CI DIVENTA INCOMPRENSIBILE. Tutte le nozioni storiche, morali e politiche che premono intorno a quelle quindici parole - "Qui giace Karl Liebknecht che combatté contro la Guerra, quando fu assassinato la nostra città c’era ancora" - premono intorno a queste parole non diversamente da quanto faccia per esempio la teologia intorno alla poesia cristiana o la mitologia classica per poter capire il canto di Ulisse di Dante. La "guerra" che ha distrutto la "nostra città" di cui si parla nella poesia non è quella contro cui si batté Liebknecht però il suo assassinio è stato un passo verso quella distruzione; ma questa non sarebbe ancora una poesia, la si avverte, anzi essa diventa una poesia, se si capisce che il rapporto di causa e di effetto per la morte del dirigente rivoluzionario e pacifista e la distruzione di un’intera capitale crea un personaggio, non quello dell’assassinato, il personaggio di colui che parla. Quest’ultimo passa da un pensiero all’altro, "qui giace Liebkneicht che combatté contro la guerra - pausa - quando fu assassinato la nostra città c’era ancora": c’è lo stupore e la tristezza di questa scoperta e di questa connessione tra epoche diverse. Chi parla non è l’autore Brecht, è un suo personaggio, il visitatore della tomba, il berlinese che fra sé e sé ripercorre sinteticamente un cinquantennio di storia. È questa la forza poetica dell’epigrafe. Naturalmente poi non conta molto che la città sia stata ricostruita, anche Troia fu ricostruita: dalla distruzione di Troia a quella di Berlino l’umanità ormai in proposito ha una lunga esperienza».)


    [Fine]

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  22. Ringrazio Marcella Corsi ed Ennio Abate per la dettagliata e precisa pazienza con cui confutano la posizione di Linguaglossa la cui indole inquisitoria, però, per essere neutralizzata, avrebbe bisogno di incontrare una opposizione meno accondiscendente.
    Nel commento rivolto a me, che inizia con "Caro Fabio Ciriachi", Linguaglossa dice di non essere mosso da personalismi nei confronti di Paola Febbraro, giacché non l'ha mai conosciuta, e poi, però, rincara la dosa paragonando il suo comporre versi all'attività di quei mariuoli di bassa lega che cercano di fregare gli allocchi col gioco delle tre carte.
    Un critico analizza i testi ed esprime il suo pensiero, col solo dovere di argomentare; un inquisitore processa le intenzioni senza bisogno di addurre prove bastandogli lo strapotere della sua parola.
    E' per questa inaccettabile posizione di Linguaglossa che non ho condiviso in nessun modo l'ambito poetico/letterario che pure si è arricchito di discorsi, intorno alla poesia di Paola Febbraro. In pervicace presenza di certi nodi comportamentali, che ai miei occhi squalificano l'interlocutore, io non riesco a parlare. Scusate la sommarietà, ma varie e gravi ragioni m'impediscono di perdere tempo.
    Fabio Ciriachi

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  23. Ennio Abate a Fabio Ciriachi:

    Con la stessa "dettagliata e precisa pazienza" che mi riconosci t'invito a lasciar da parte paragoni improponibili con l'inquisizione e attribuzioni di indole inquisitoria a chicchesia.
    Qui - bene o male - si tenta di discutere nel merito delle cose.

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  24. cari interlocutori,
    capisco il dispiacere di chi è stato amico di Paola Febbraro che un terzo eslcuso (lo scrivente in veste di critico) esprima valutazioni risolutorie (mai inquisitorie) su un tipo di poesia che ha goduto (e ne ha presso le "poetesse" più giovani e meno istruite di oggi) di una certa popolarità. Ma dobbiamo cercare di ragionare sulla regola base del testo poetico (è inutile qui citare Lotman e tutti gli altri), perché se cade questo assioma crolla la possibilità caro Ennio Abate tenere presente questo binario conc ettuale, la regola primaria(da "Gilgamesh" alla "Commedia" all'"Orlando furioso" fino a "I quanti del karma" di Helle Busacca) della poesia (non parliamo del romanzo) di tutti i tempi è che il testo deve offrire al lettore tutti i dati indispensabili per la decodifica. Se manca questo requisito la poesia finisce nel vaniloquio di un folle, nell'idioletto incomprensibile, nella lingua inventata. E non mi meraviglia che anche la Paola Febbraro sia finita a scrivere in una lingua inventata come nella poesia citata da Marcella Corsi poc'anzi. È la diretta conseguenza di una impostazione di poetica che trascura il ruolo del lettore, che non lo considera come un interlocutore pari grado, non lo mette a proprio agio nel ruolo di lettore ma cerca di imporgli un "patto" costruito come un rebus di parole incrociate. Certo, dimenticavo il ruolo svolto dalla settimana enigmistica in questo degrado della poesia epigonica it. del tardo Novecento. Potrei dire in termini filosofici che qui il soggetto è diventato un luogo tropologico, ma è inutile scomodare i filosofemi: a mio modestissimo avviso la poesia della Febbraro riproduce tutti i giochetti da settimana enigmistica, e anche negli altri esempi riportati da Marcella Corsi questo grave difetto diventa macroscopico, addirittura esodante direi con le parole di Abate.
    Ovviamente, quando io tiro in ballo la poesia di Milo De Angelis faccio implicitametne un distinguo automatico: la poesia deangelisiana è sideralmente superiore a quella della Febbraro, non vorrei essere equivocato su questo punto, ma presenta quei pendii, quei difetti che presso gli epigoni diventeranno delle vere fiumane, delle valanghe, fino ad arrivare alla creazione di idioletti incomprensibili e molto simili, questi sì, alla balbuzie di Dio, alla glossolalia dei primi cristiani che credevano di parlare direttametne con Dio.
    In breve, ritengo che la poesia sia una forma di espressione che consente di parlare agli uomini di questo mondo e non agli abitanti del pianeta Marte.

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  25. Non amo i dialoghi tra sordi, quindi dico per l'ultima volta qualcosa (la speranza è l'ultima a morire) e poi esco: a Ennio - chi desume intenzioni truffaldine dalle forme con cui ci si esprime in poesia, vuole blindare in modo autoritario il giudizio critico, e anche se non è un inquisitore mette in atto atteggiamenti inquisitori.
    A Linguaglossa: continui a non capire che il tuo giudizio critico negativo sulla poesia di Paola Febbraro non è in discussione, te ne riconosco tutto il diritto. Non puoi, invece, ed è la ragione per cui non sono interessato a dibattere con te nel merito, attribuirle intenzioni malevole nella composizione dei suoi versi.
    Fabio Ciriachi

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  26. Ennio Abate:

    a Fabio Ciriachi:

    A me non pare che i giudizi negativi di Linguaglossa sulla poesia di Paola Febbraro, che tu stesso riconosci legittimi, blindino alcunché. Qui si sta discutendo su posizioni forse diametralmente opposte. E sarebbe importante continuare a farlo per capire - e sarebbe interessante - le ragioni di fondo di questa divaricazione di giudizi.
    Bisogna, però, essere interessati a dibattere "nel merito".

    E poi a me non scandalizza che un critico veda "intenzioni malevole" nel lavoro di una poetessa.
    Alla base dell'atto critico c'è sempre un sospetto ( vi ricordate i maestri del sospetto: Marx, Freud, Nietzsche?)
    o persino un'aggressività malevola.
    Perché spaventarsene o stracciarsi le vesti?
    Bisogna vedere cosa si costruisce a partire da questa pulsione, nient'affatto riprovevole di per sé (a meno di non essere roussoviani
    e di pensare che l'uomo sia per natura buono; e allora basta dare un'occhiata in giro...).
    Bisogna vedere se quei sospetti trovano fondamento. In questo caso sul testo.

    - a Giorgio Linguaglossa:

    insisto a dire che la "lingua inventata" della Febbraro non mi pare riducibile a enigmistica.

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  27. Allora io chiedo a chi vorrà rispondermi:

    -Quando inizia e quando finisce la libertà in poesia?-

    Grazie in anticipo . Emy

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  28. Ennio Abate a Emy:

    Solo in poesia? Dappertutto! La libertà inizia ogni tanto (a volte senza che ce ne accorgiamo) e finisce presto (e qui fatichiamo ad accorgercene). Ma non per colpa dei critici cattivi come Linguaglossa!
    (Che al massimo mostrano quanto ce ne sia poca in giro dove tutti/e credono di amministrarsela a loro piacimento ...)

    RispondiElimina
  29. Cari compagni di scialuppa,
    ormai della poesia non gliene frega niente a nessuno, i primi a fregarsene sono i critici e i secondi sono i poeti, quindi se qui si esprimono certe convinzioni non è certo per condannare nessuno, tantomeno la Paola Febbraro che non è più tra di noi. Però bisogna essere chiari. L'accusa che rivolgo alla poesia della Febbraro di essersi ispirata alla enigmistica e ai rebus non è poi da buttare via gridando allo scandalo, è tutta una intera cultura epigonica che ha continuato a scrivere testi di poesia e prosa imbevuti di enigmistica e che oggi sono finiti da tempo nel cassetto dei libri illeggibili.
    Emy scrive: «Quando inizia e quando finisce la libertà in poesia?», quesito legittimo che ci consente di mettere i punti sulle i. Ha diritto - diciamo noi - il poeta di prendersi delle libertà? Ha diritto di violare la sintassi, le regole della comunicazione? Ha diritto di intervenire a scardinare la fonetica e la fonematica di una lingua?Personalmente io credo di no. Certo ci sono stati nel Novecento poeti che si sono presi la briga di adoperare la «libertà» a proprio vantaggio, e anche con impareggiabile maestria, come Zanzotto. Ma si era nel pieno del post-moderno, nella cultura dello sperimentalismo... ma adesso che si è passati a «Dopo il Moderno» e che la cultura dello sperimentalismo si è esaurita, vogliamo ancora considerare al pari di un dogma il principio della «libertà» del poeta nell'epoca della «illibertà universale» delle società ad organizzazione Amministrata come la chiamava un filosofo non equivoco come Adorno? Io penso molto semplicemente che tutta la poesia del Novecento (e Dopo il Novecento) che ha fatto uso e abuso del concetto di «libertà» in poesia oltre che commettere un atto di imperdonabile leggerezza nei confronti del linguaggio (come se il linguaggio fosse una cosa che si lascia volentieri violare dalla «libertà creativa» di un poeta!), ha commesso anche un vero e proprio atto di falsificazione del «reale» (anche qui lasciamo stare la parola «verità» troppo compromessa con le questioni ideologiche e teologiche).
    Ecco, direi che la poesia della Febbraro cade rovinosamente proprio su questo punto: che si è presa la briga di organizzare la propria «libertà» come di un demanio privato da esportare nel demanio pubblico per eccellenza qual è la lingua degli uomini parlanti e vocianti. Questa operazione, questa esportazione di una «libertà» privata del poeta nella «illibertà» pubblica della Lingua della comunicazione, è proprio quell'errore concettuale tipico del post-sperimentalismo (anche nella sua variante orfica).

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  30. A Ennio: Oh! Va bene caro Ennio ,ma mi dici come si può arrivare a dire che le poesie della Febbraro sono enigmistica e poi ancora con presenza di intenzioni malevoli? Quando arriveremo a discutere del nuovo nel momento in cui si presenterà come lo definiremo? diremo:- Cose dell'altro mondo!Ma chi crede d'essere questo/a poeta?- Io non ho studi per criticare così a fondo la poesia ma posso dire che non sono assolutamente daccordo sul fatto che la lbertà inizi ogni tanto e finisca presto (sto parlando di poesia), proprio perchè si tratta di poesia la libertà deve starci e sempre. il limite non lo danno certo i poeti e secondo te neanche icritici, forse la società? Come al solito...come se poeti e critici appartenessero ad un altro pianeta. Su ,non facciamo i presuntuosi quando lavoriamo sulle parole e sul loro significato , colui che scrive deve come minimo capire il concetto di libertà e su questo deve lavorare con coraggio. Comunque non hai risposto alla mia domanda. Ciao Emy

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  31. Chiedo scusa per il d'accordo ho dimenticato l'apostrofo - Emy

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  32. da Rita Simonitto

    Ho trovato molti nodi controversi (o non condivisibili) in alcune delle affermazioni di G. Linguaglossa che, via via, ho incontrato in questo Blog. Ci sono stati dei punti con i quali mi sono trovata in netto disaccordo e, in particolare modo, quando, da un punto di vista ‘formale’ , trascendevano i confini della critica per entrare nel campo di un ‘ipse dixit’ senza remissione (ovvero abolito anche il *remissio peccatis tuis*).
    Qui, però, non posso che sottoscrivere quanto da lui affermato:
    * Ha diritto - diciamo noi - il poeta di prendersi delle libertà? Ha diritto di violare la sintassi, le regole della comunicazione? Ha diritto di intervenire a scardinare la fonetica e la fonematica di una lingua?Personalmente io credo di no. Certo ci sono stati nel Novecento poeti che si sono presi la briga di adoperare la «libertà» a proprio vantaggio, e anche con impareggiabile maestria, come Zanzotto. Ma si era nel pieno del post-moderno, nella cultura dello sperimentalismo…*
    ….....
    * Io penso molto semplicemente che tutta la poesia del Novecento (e Dopo il Novecento) che ha fatto uso e abuso del concetto di «libertà» in poesia oltre che commettere un atto di imperdonabile leggerezza nei confronti del linguaggio (come se il linguaggio fosse una cosa che si lascia volentieri violare dalla «libertà creativa» di un poeta!), ha commesso anche un vero e proprio atto di falsificazione del «reale» (anche qui lasciamo stare la parola «verità» troppo compromessa con le questioni ideologiche e teologiche)*.

    Da parte mia credo che questi atti di onnipotente ‘leggerezza’ non si siano applicati solo all’uso e abuso del concetto di “libertà” IN POESIA (la quale, in quanto strumento interpretativo, è l’ultimo anello della catena: prima viene la cosiddetta realtà e poi la sua interpretazione) ma anche si siano abbinate ad un disinvolto uso di “uguaglianza” e “democrazia” applicato a tutta quanta la Società con l’esito drammatico che oggi è sotto gli occhi di tutti.
    La sperimentazione linguistica, ben venga. Ogni strumentazione che serva a capire (e, anche, a manipolare il mondo) non può essere aprioristicamente cassata. Ma, appunto come chiede Emy, qual è il limite? Anche le sperimentazioni in biologia sono utili ma….da chi sono governate?
    Si ripropone nuovamente il discorso del potere, del posto che i poeti hanno all’interno della cultura dominante, ecc. ecc.
    E non è cosa da poco.

    p.s. Mi piace molto la dizione di 'compagni di scialuppa'.
    Rende molto bene.

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  33. Ennio Abate:

    Anch'io trovo importatissima la questione posta da Giorgio sulla necessità di ripensare cosa intendere per "libertà del poeta". Permette di uscire dal caso particolare di Paola Febbraro e d'interrogarci più a fondo e in generale, come suggerisce anche Rita.
    Appena posso risalgo sulla scialuppa...ma per ora volevo segnalare l'importanza di questa svolta nella discussione.

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  34. Alla scialuppa:
    Attenzione: io ho chiesto dove inizia e dove finisce la libertà in POESIA e non dove inizia e dove finisce quella del poeta, sembra semplice il concetto ma per me non lo è. Emy
    P.s.; non vorrei che si pensasse alla mia domanda come ad una sfida è davvero una mia sanissima curiosità.

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  35. Ennio Abate:

    «proprio perché si tratta di poesia la libertà deve starci e sempre. il limite non lo danno certo i poeti e secondo te neanche i critici, forse la società? Come al solito...come se poeti e critici appartenessero ad un altro pianeta. Su, non facciamo i presuntuosi quando lavoriamo sulle parole e sul loro significato , colui che scrive deve come minimo capire il concetto di libertà e su questo deve lavorare con coraggio. Comunque non hai risposto alla mia domanda. Ciao» (Emy)

    A volte le domande sono davvero retoriche, false domande. Innanzitutto io noto la contraddizione:
    se uno/a parte da una posizione di principio («proprio perché si tratta di poesia la libertà deve starci e sempre») davvero dogmatica, fa già capire a chi dovrebbe rispondere alla sua “domanda” che o risponde come lui/lei vuole o è meglio che stia zitto.
    È come se uno/a fingesse di chiedere che cosa è Dio ed escludesse la risposta di un ateo.
    Che ricerca è questa?
    Mancano i presupposti elementari della ricerca. Che deve essere aperta e contemplare tutte le possibili risposte che possono venir fuori: quelle passate, quelle presenti e magari, se possibili, anche le future.
    Sì, è vero: non ho risposto a QUESTO MODO DI PORRE LA DOMANDA sulla libertà.

    Emy chiede ancora: dove inizia e dove finisce la libertà in POESIA e non dove inizia e dove finisce quella del poeta?
    E che differenza c’è? Io non la vedo: la poesia è fatta dai poeti e senza poeti non c’è poesia. E perciò se i poeti sono liberi, ci sarà poesia libera. Se no, no.
    Io una risposta al problema della libertà ( in poesia e fuori della poesia, perché non credo che ci possa essere libertà dei poeti o della poesia senza libertà della *polis* in cui essi stanno) l’ho, però, già data: « La libertà inizia ogni tanto (a volte senza che ce ne accorgiamo) e finisce presto (e qui fatichiamo ad accorgercene».
    Ma è una risposta che non piace a chi crede che noi, dopotutto, godiamo di una certa libertà (anche in poesia) e ce la possiamo per così dire amministrare ( e non abbiamo cioè bisogno di conquistarcela da zero).

    Come non piace la risposta che ha dato Giorgio Linguaglossa, che dice una cosa simile a quella che ho appena detto io: « nell'epoca della «illibertà universale» delle società ad organizzazione Amministrata» (Adorno) non è possibile neppure la libertà del poeta o della poesia.
    Dall’altra parte, sempre nel suo ultimo commento, egli ha dato una risposta molto “fortiniana” al discorso della libertà del poeta o in poesia: la libertà della poesia e dei poeti non sta nel « violare la sintassi, le regole della comunicazione» o nello «scardinare la fonetica e la fonematica di una lingua».
    E ha giustamente denunciato:
    « la poesia del Novecento (e Dopo il Novecento) che ha fatto uso e abuso del concetto di «libertà» in poesia oltre che commettere un atto di imperdonabile leggerezza nei confronti del linguaggio (come se il linguaggio fosse una cosa che si lascia volentieri violare dalla «libertà creativa» di un poeta!), ha commesso anche un vero e proprio atto di falsificazione del «reale» (anche qui lasciamo stare la parola «verità» troppo compromessa con le questioni ideologiche e teologiche)»

    [Continua]

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  36. Ennio Abate (continua):




    In questi giorni, lavorando su Fortini per il n. 9 di Poliscritture, ho trovato un’annotazione di Jean Charles Vegliante, il traduttore in francese delle sue poesie, che ben si collega a questi discorsi sul linguaggio (anche poetico).
    Vegliante ricorda che il ritmo di fondo della poesia di Fortini non si sottrae mai ad una eventuale verifica della ragione comune, di un logos da trasmettere. La sua lingua poetica, anche quando si spinge verso le «frontiere» della possibilità espressiva, non pretende mai di sfondarle; e, pur indicando un altro «anche trascendentale», si sottomette sempre con «dedizione» all’identico comune immanente della coscienza politica di quelli a cui si rivolge.

    Fortini, in effetti, è stato uno dei pochi che si è opposto a certo sperimentalismo delle neoavanguardie. Linguaglossa è, credo, su quella linea.
    Personalmente anch’io la condivido. Ma non sono arrivato alle conclusioni «risolutorie» di Giorgio, che forse ha una maggiore conoscenza diretta della produzione poetica novecentesca e dell’organizzazione editorial-politica che la impone; e certi colpi d’accetta se li permette a ragion veduta anche sui singoli poeti o sulle singole poetesse.
    Eppure se a volte non condivido la drasticità apodittica (come ha ben detto Rita Simonitto) di certi suoi giudizi particolari e vedo una sorta di cortocircuito tra discorso generale e applicazioni sui testi, sento di condividere l’esigenza generale che li muove: quella di voltare pagina. Altrimenti non parlerei neppure io di «poesia esodante».
    Però siamo nella crisi (= non siamo affatto liberi!). E allora che cosa si ha al posto della libertà o della supposta libertà?
    Direi dei tentativi di arrivarci, che vanno valutati. Caso per caso e magari opera per opera.
    Tra questi tentativi io ci metto sia quelli degli sperimentalisti, sia quelli di Zanzotto o di De Angelis e sia quelli della Febbraro e tanti altri, anche dei “moltinpoesia” o (per alcuni) della “parapoesia”. Le considero tutte «rovine» del Novecento da valutare. Non me la sento di buttarli via con la sicurezza (o superbia?) che mostra Giorgio. (Che però non mi scandalizza…)

    [Fine]

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  37. A Ennio:

    anche un carcerato a vita può diventare un poeta ma deve conoscere le regole che governano la poesia? Io dico no e tu?
    La libertà , pensandoci, dopo averti letto è del poeta, ma quale libertà? La libertà di scrivere? Di pensare? Di meditare?
    La poesia va riconosciuta nel momento in cui nasce, il poeta la partorisce liberamente e la sua libertà è la sua poesia? Io direi timidamente sì. Ma dimmi, dimmi tu o meglio che ne dici? Lo chiederei anche a Linguaglossa , lui ha le idee così chiare...Emy

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  38. Sono poesia

    Nasco per già morire
    negli occhi delle parole
    riconosco me stessa.

    Emy una rovina del Novecento

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  39. cari amici della scialuppa
    ...ancora al tempo del periodo blu e rosa Picasso era un pittore del tutto tradizionale che non aveva detto nulla di nuovo. La sua pittura non si era presa alcuna «libertà» nelle condizioni date del suo tempo. Con "Les demoiselle d'Avignon" inizia il periodo cubista, Picasso decide di prendere la rotta della «libertà» del pittore sulla tela. È il periodo delle avanguardie storiche, un proliferare di avanguardie in tutta l'Europa. «Libertà» contro «necessità», dereglement contro il ritorno all'ordine. Quando Rilke vide per la prima volta i quadri di Picasso ne rimase profondamente sgomento e atterrito. Dove poteva andare una simile arte? questo si chiedeva Rilke che qualche anno dopo avrebbe prodotto i suoi capolavori poetici (Le elegie Duinesi e i Sonetti a Orfeo)ma in direzione inversa rispetto a quella intrapresa da Picasso. Non credo che in poesia (e in arte) esista una «libertà» ab-soluta ma una libertà condizionata, tanto più condizionata quanto più grande è la fetta di libertà di cui si impossessa l'artista. Tanto più il poeta (e l'artista) punta in alto quanto più dovrà fare i conti con la libertà condizionata concessa all'artista. E allora? Allora al poeta non resta altro da fare che decidere la direzione da prendere. E quale sarà la direzione da prendere? Alcuni scelgono la via meno problematica, meno dolorosa e meno accidentata, quella che dà frutti subito; altri scelgono una via in salita che darà i suoi frutti molto tempo dopo che le loro opere vedranno la luce. Quest'ultima via sarà quella intrapresa da un poeta come Mandel'stam; la prima via è stata quella intrapresa da un poeta come Majakovskij. Poi ci sono i poeti che scelgono un campo poco zappato: tipico esempio la poesia post-dialettale che si è sviluppata in Italia dagli anni Ottanta ad oggi. Un terreno boscoso e (apparentemente) adatto ad essere disboscato. Tale è la via scelta dai due maggiori poeti in dialetto degli ultimi 30 anni: Dante Maffìa e Franco Loi, ma il primo dopo la quadrilogia degli anni Ottanta (da "I ruspe cannarute" a "Papaciòmme") deciderà di porre fine alla esperienza della poesia in dialetto calabrese mentre Loi deciderà di continuare a disboscare il terreno della sua koiné milanese fino ai giorni nostri. Quale dei due ha avuto ragione? Quale delle due vie sarà ritenuta dai posteri quella di più lunga gittata? E qui credo che rientra in campo il problema della «libertà» del poeta rispetto al proprio linguaggio. Quale legittimità può avere il linguaggio poetico dialettale dopo la scomparsa delle comunità parlanti in dialetto? Questo è il vero interrogtivo sul quale i poeti dialettali non si sono ancora pronunciati. Maffìa mi disse una volta che si era stancato di scrivere in dialetto e che non aveva più nulla da dire con il dialetto, che ciò che aveva da dire non poteva più essere scritto in dialetto. Mi disse anche che riteneva tutte le opere pubblicate in dialetto una via di mezzo tra il folklore e la curiosità. Sarei curioso sapere da Franco Loi qual è la sua opinione in proposito visto che continua a scrivere opere in dialetto. Un altro problema è quello posto dalla poesia di Valentino Campo appena postata nel blog. Qual è la «libertà» concessa al poeta di legiferare con la propria scrittura poetica a ridosso di un evento luttuoso come la morte della propria madre? È possibile prendersi la «libertà» o è la «libertà» che ci prende in ostaggio? Restano problemi aperti, credo. Di fatto, la poesia (e l'arte) ha a che fare sempre con un «lutto». Resta da decidere quale sia però il «lutto» oggi. E non è un problema da poco.

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