domenica 2 dicembre 2012

Ennio Abate
Su un’intervista a Guido Oldani
a proposito di «realismo terminale»


L'intervista in questione è a cura di Amedeo Anelli e si legge qui sotto in Appendice. (E.A.) 

I poeti  sono gente strana, si sa. Hanno il vizio del “mestiere”: partono  appena possono per la tangente della metafora. Che è - diciamolo - un bel vizio. Permette un assaggio di libertà e felicità. Ma di metafora non si vive, non di sola metafora son fatti i discorsi e specialmente i dialoghi in cui la gente in carne ed ossa s’impegna per raccapezzarsi innanzitutto sulle cose complicate del mondo.  Quel che trovo strano (e che un po’ m’indispettisce, perché in fondo li sento complici del marasma che ci  agita peggio della bufera infernale che trascinava Paolo e Francesca nel V dell’Inferno) è quando i poeti usano paroloni complicati e metafore “spinte” anche fuori dalle loro poesie. Quando, insomma, continuano a fare i poeti anche quando scrivono un saggio o un discorsetto rivolto alla cosiddetta gente comune. Qui ti aspetteresti, appunto, di  dialogare e ragionare con loro su un argomento qualsiasi, di sentire risposte azzeccate alle domande che gli fai. E non soltanto e ancora  accelerazioni, sorpassi e virate mozzafiato sempre sulla stessa Autostrada della Metafora, che conduce non si sa dove.

Faccio questi pensieri, mentre leggo e boccheggio e storco la bocca sulla prima  parte di un’intervista che Amedeo Anelli ha fatto a Guido Oldani, «una delle voci internazionali più riconoscibili» che si muove nella «tradizione dantesca della poesia europea».
Si parte con una generalizzazione che mi dà il primo brivido: «Letteralmente l’uomo non può sfuggire ai prodotti ed attraversa mari e monti per raggiungerli». Mi chiedo petulante: chi è l’«uomo»? ( E meno male che è ancora scritto in minuscolo!). Io, terra terra, sono ancora abituato a disaggregare un concetto e, per meglio orientarmi, a distinguere almeno nel concetto di uomo - che so - i concettini di classi sociali, nazioni, stati, ceti, gruppi professionali, sesso. Qui no. Mi sento inchiodato all’uomo, a una generalizzazione dimostratasi sempre vaga se non cattiva (per le porcherie che ha celato sotto l’idea).
E i prodotti? Quali sono ‘sti benedetti prodotti? Le merci, immagino. Visto che vivo in una società capitalistica che ne produce - qui d’accordo con Oldani -  all’inverosimile. Tra cui, però, continuano ad esserci quelle come pane, frutta, abiti, che sono indispensabili per vivere in questo maledetto mondo (capitalistico aggiungo io). E per soddisfare bisogni che nella società (sempre capitalistica la chiamo ancora io) in cui mi trovo sono, in una certa misura, indispensabili a tutti. Anche se - è vero - esistono variazioni vistose nei modi in cui tali bisogni si formano e vengono soddisfatti: da classe a classe, da ceto a ceto, da individuo a individuo. (Per me  leggere dei libri è diventato col tempo bisogno indispensabile; per un altro è indispensabile la TV). Se tali bisogni non li soddisfi in una qualche misura, crepi. O ci stai male. Oppure ti senti emarginato. Oppure sono gli altri ad emarginarti. Certo, poi ci sono altre merci (voluttuarie, mi pare che le classifichino gli economisti) che - per abbreviare - non tutti consideriamo indispensabili; e di cui alcuni o molti di noi pensano di poter fare  anche a meno, se non martellasse i nostri sensi e il nostro inconscio la Strega Pubblicità, che ce le presenta come assolutamente indispensabili e anzi capaci di darci piaceri straordinari, di migliorare la nostra immagine, di farci sentire pari ai vip, di renderci felici un attimo dopo l’acquisto. (Sarebbe da aggiungere, che se pensassimo possibile fuoriuscire dalla società capitalistica, le cose si metterebbero in altra maniera, ma lasciamo per ora da parte questo discorso diventato oggi troppo complicato persino per i poeti iper-metaforici).
Subito dopo incappo in una definizione ultrapoetica, di quelle di cui (in questo contesto, in un saggio dico) volentieri farei a meno. Oldani parla, sulla scia di una nobile tradizione novecentesca (da Baudelaire a Fritz Lang) della «metropoli come recipiente mostruoso di gente accavallata sugli utensili presenti». Qui esito, incerto tra adesione e rigetto. Perché mi ricordo che anch’io in un verso giovanile  ho parlato di «bidone metropolitano» in cui noi poveretti  ci agitiamo e cerchiamo di tirare a campare. L’espressione di Oldani è più forte. Fa pensare a una infernale scatola di sardine ancora sguscianti e angosciosamente vive. Solletica il mio “lato poetico”. Ma, quando accenna alla voglia diabolica che tutti avrebbero di arraffare quegli «utensili presenti», che - immagino - sono sempre le merci (nel mio  basso e vetero linguaggio di derivazione marxiana) e rincara la dose (metaforica), esagerando, assolutizzando a più non posso e presentando una «umanità intera» (la solita astrazione indeterminata) che «sta ai beni di consumo come le mosche allo sterco», non ci sto più e dico alt. Non ci sto a vedermi paragonato a una mosca e sospetto ogni volta che  un umano come me animalizza gli altri umani.  So dove si va a parare con l’animalizzazione degli altri.So che c’è sempre in agguato qualcuno che è pronto a servirsi della metafora poeticamente innocua e atrasformarla in espressioni politicamente mirate contro i malcapitati di turno (ad es. ebrei una volta, nuovi immigrati oggi) del tipo:«quei vermi, quelle bestie, quegli insetti… ci vorrebbe una bella disinfestazione, uno sterminio». E poi, andiamo,  ci sono ancora ragioni serie e un po’ oggettive (se è possibile ancora usare questo termine) per pensare che non tutti i  beni di consumo (le merci) sono «sterco» né gli uomini sono mosche brulicanti sullo «sterco». Ho imparato a rispettare la fatica secolare degli uomini in carne ed ossa che devono pur consumare per riprodursi e riprodurre la società in cui vivere (antica, medievale, moderna, capitalista che sia). Ho imparato, sempre con un po’ di marxismo, a distinguere tra beni d’uso e beni di scambio. E so che le merci, che sono costretto ad acquistare assieme a milioni di altri a basso-medio reddito come me, servono a soddisfare - come ho detto - bisogni elementari e insopprimibili: mangiare, coprirsi, abitare. E i poeti devono tenerne conto.
            Andando avanti nella lettura dell’intervista, Oldani passa a parlare di ‘oggetti’ invece che di ‘prodotti’ (ma il termine ‘merci’non viene mai usato, se non sbaglio, e mi pare sintomatico…), e c’è una timida e  problematica domanda di Anelli: non è che, magari, «gli oggetti umanizzano» o rendono o potrebbero rendere umani o più umani. E qui Oldani mi sembra  parta davvero per la tangente. No, noi saremmo come  quegli schiavi neri che, quando negli USA venne abolita la schiavitù, non ne volevano sapere di essere liberi. Oddio, non è che scavi molto sul paradossale rifiuto di quegli antichi schiavi e ne spieghi i possibili motivi. A me, ad esempio, col senno del poi, quel paradossale rifiuto non pare così stupido. Specie se si pensi all’alternativa - il lavoro salariato e coatto in fabbrica - che sostituì per quei poveracci la precedente schiavitù “all’aria aperta” e che gli fu imposto dai “liberatori” (i filantropi degli Stati americani del Nord, alla Lincoln, che badavano a strappare ai pigri e ben panciuti cotonieri del Sud manodopera per la loro  modernizzazione industriale). E gli fu imposto come una nuova religione, presentando l’operazione come “progresso”. E sempre il senno di poi ci dice che i progressi, si sa, sono sempre stabiliti dall’alto. Come i dogmi. E che col tempo ciascuno si accorge che il progresso, che spetta a lui o ad altri simili a lui, è un po’ meno bello e piacevole di quello toccato ad altri. Ma, a parte questo, Oldani dovrebbe spiegare una cosa che proprio non capisco: come farebbero gli oggetti a «signoreggiarci» se non ci fossero dei nostri simili, in posizioni economiche e politiche e militari più vantaggiose delle nostre, ad imporre, come ben si vede - con le buone (Monti, secondo  alcuni, tanto per dire) e con le cattive (vedi Grecia) - una iniqua distribuzione dei redditi (e delle risorse disponibili per produrre quei beni o prodotti o merci o, come preferisce Oldani, oggetti); e del denaro, insomma,  che serve sempre in questa società capitalista per  comprare e “godere” (da virgolettare al massimo) degli oggetti stessi.
Marx ha spiegato che il capitale è un rapporto sociale. E anche l’oggetto - potrei dire a Oldani. che non lo sa o forse fa finta di non saperlo - è un rapporto sociale. Se non fossimo  sottomessi a questi rapporti sociali di dominio, se non ci fossero questi “signori” (una volta si chiamavano padroni) che ce li impongono, è certo che gli oggetti o le cose - di per sé, da soli - non riuscirebbero a signoreggiare nemmeno uno schiavo che  bramasse davvero di restare schiavo.
 A meno di non attribuire alle merci, agli oggetti, qualità che vanno attribuite agli uomini; e che spesso sono state attribuite alle divinità. Se poi Oldani si aspettasse che siano le merci, gli oggetti, che oggi ci signoreggerebbero, a spingerci alla «ribellione e quindi a un nuovo neoumanesimo», campa cavallo! Il via alle ribellioni non è mai venuto dagli oggetti, ma sempre e solo da soggetti in grado di innescarle con l’obbiettivo di ribaltare  o almeno scalfire il dominio dei  soggetti, i padroni, i dominatori, fatti come noi di carne e ossa, ma con più oggetti a disposizione (saperi, denaro, armi) per tenerci sotto.
Non è poi affatto vero che, dalla scomoda posizione in cui ci troviamo rispetto ai dominatori, godiamo del «beneficio di non dover decidere nulla». Oh, l’eterno ritornello che ci ripetono proprio i dominatori! Mi dispiace che Oldani lo riecheggi. Sapessero (loro e Oldani) quante continue decisioni dobbiamo prendere giorno dopo giorno. Specie di questi tempi: spedire curriculum per cercare un lavoretto precario; pagarci master per sperare poi di accedere a qualche posto di lavoro che sta diventando un irraggiungibile Eldorado; rinunciare ad andare dal dentista; accollarsi un mutuo ultradecennale per avere un tetto sulla testa; stringere in vari modi la cinghia perché a fine mese si va in rosso; rinunciare a questo o a quell’ oggetto-prodotto-cosa-utensile-merce-roba, che per Oldani sembrano solo «termini interscambiabili»; e per noi invece sarebbero cose urgenti o necessarie e, ad averle,  ci farebbero almeno respirare meglio, pur  restando nel recipiente-metropoli.
E arrivo affannato al «realismo terminale». Cos’è? Di realismo molto si discute di questi tempi tra alti accademici forse un po’ stufi di  rimestare tra i gorghi del postmodernismo che ha fatto evaporare il concetto di ‘reale’. Pare di capire dalle parole di Oldani che egli voglia riferirsi ai popoli «che hanno cioè “terminato” il viaggio sugli oggetti», mentre altri si avviano a concluderlo. Allude - mi chiedo - alle società ex-industriali ed oggi post-industriali e ai popoli dell’ex-Terzo Mondo che ora  sono partiti con la loro bella (e sempre un po’ distruttiva) industrializzazione? Forse. Sempre a tentoni, perché sfiora in modi, che a me paiono criptici, le questioni dell’etica e del linguaggio, riesco ad afferrare che sarebbe in atto  una «rivoluzione che viene dal Realismo Terminale», il quale dovrebbe portare ad utilizzare in altro modo l’intelligenza umana, producendo così «nuovi proverbi, nuova sapienzialità, l’insediamento di rinnovate conseguenze». (Cosa siano queste «rinnovate conseguenze» che s’insedieranno e dove non è dato di capire, ma sorvoliamo…).

P.s.
Dopo aver steso questi appunti di lettura, avendo incontrato Anelli e avendogli parlato delle mie perplessità sull’intervista, egli ha avuto la gentilezza di inviarmi il libretto di Guido Oldani, intitolato appunto Il REALISMO TERMINALE (Mursia, Milano 2010). L’ho letto tutto d’un fiato  e a quanto sopra sento di aggiungere per ora queste brevi note:

1. Oldani  enfatizza oltremisura un dato demografico («Il passaggio, dopo il 2000, della maggior parte delle genti del mondo alla vita del supplizio urbanistico», p.14) e ne fa la chiave di volta dei suoi ragionamenti proiettati nel futuro:«Col terzo millennio e con l’umanità prevalentemente urbanizzata, cambia  antropologicamente l’organizzazione della percezione della realtà, fatta largamente più di oggetti che di natura» (p.14).

2. Attribuisce agli «oggetti», nel «tempo del realismo terminale»(che - sarà un mio limite - devo capire ancora cosa è), una potenza autonoma e dovrei dire, ricorrendo al linguaggio religioso - diabolica o divina. Per Oldani gli «oggetti» in un crescendo ossessivo: sono «irresistibili» (p.14); si incrementano in modo inaudito (p. 15); sono presi a modello  dalla natura (p. 16); hanno dato inizio a una loro «democratica dittatura» sul popolo e seppellito «l’uomo» (p.18) o, in altri termini, «l’umanesimo è stato sostituito dall’”oggettivesimo”» (p.20) o, in altri termini ancora, «l’uomo è stato spodestato e la galassia degli oggetti occupa ora la posizione centrale che era di lui» (p. 30); sono sempre «democraticamente» diventati i «nuovi soggetti»;  polverizzando e frantumando l’«io» (p. 22); richiedono, anzi ordinano di essere acquistati (p. 24); si fanno obbedire «figlialmente e ciecamente» (p. 28) dall’uomo; consumano l’uomo (p. 31); si sono trasformati  «in divinità» (p. 32);

3. Oldani  a un certo punto del suo discorso ha un dubbio che, secondo me, potrebbe permettergli  di evitare la sua lamentazione umanistica  sulla Dittatura degli Oggetti. Si chiede, infatti: «Ma queste cose non le aveva dette Marx?». Scarta però subito il dubbio, cedendo  alla moda che ha liquidato Marx come “vetero” pensatore, e risponde: «Credo di no. Lui pensava alla liberazione dell’uomo, mentre in realtà l’uomo del terzo millennio vuole essere [sic!] come una faraona cucinata, il cui ripieno è dato dal maggior numero di oggetti possibili». In effetti ha ragione: Marx non ha affatto ragionato, come fa Oldani in questo suo libretto. Non ha fatto dell’ oggetto-prodotto-cosa-utensile-merce-roba un feticcio che sottomette l’”uomo”. Ha, invece, svelato proprio che (come ho detto sopra) la merce (o «oggetto» per Oldani) è solo maschera di rapporti sociali squilibrati;  e che a dominare non è la merce  (o «oggetto» per Oldani), ma sono i dominatori: genbte in carne ed ossa (capitalisti oggi) come noi, che da essi siamo dominati. È questo il problema che Oldani non si pone o forse non si è mai posto. Perciò quando scrive:«La ragazza compra la borsa in tinta coi suoi occhi, ma la borsa, con il suo colore, determina che la ragazza acquisti un certo abbigliamento di determinata colorazione e il colore del trucco dei suoi stesso occhi» (p. 24), si ferma all’apparenza. Non vede che a  determinare le “libere” scelte della ragazza non è la borsa (l’«oggetto»), ma  il  meccanismo collaborativo-concorrenziale tra soggetti, i capitalisti (uomini in carne ed ossa), che ha richiesto investimenti per produrre merci: borse, abbigliamenti, etc. E che la ragazza è una minima pedina in questo grande gioco conflittuale tra i produttori di merci.

4. Su questi suoi ragionamenti “oggettistici” Oldani costruisce, dopo aver accennato davvero sbrigativamente a futurismo, crepuscolarismo, surrealismo, neorealismo, una poetica «che è anche una lettura del mondo» (p.6). Ma a me pare che la sua ipotesi di un nostro vivere in un «bozzolo di oggetti» che rischia di diventare «un sarcofago di prodotti»(p.6) e che gli suggerisce un poetico contrasto tra un futuro da farfalle e uno da mummie, colga solo l’apparenza; e rende fragile il fondamento della sua stessa poetica.

*APPENDICE

Amedeo Anelli intervista Guido Oldani
http://www.kanlah.it/

Guido Oldani (Melegnano 1947) è una delle voci internazionali più riconoscibili. La sua poesia, architettonica e memorabile, si muove nella tradizione dantesca della poesia europea in cui valori conoscitivo, etico ed estetico, sono in stretta tensione.

A. A. : Il tuo ultimo libro, dopo quello di versi Il cielo di Lardo (Mursia 2008), è un libro di poetica Il realismo terminale (Mursia 2010). La poetica come visione della letteratura e del mondo è piuttosto negletta nel nostro paese, dove vige una attardata divisione fra teoresi e fare artistico. Perché ti sei deciso a questo passo?
G. O. : Sono stato letteralmente travolto da quello che sta accadendo: è così totale e radicale che sarebbe stato come finire sotto un treno e far finta di nulla. Letteralmente l’uomo non può sfuggire ai prodotti ed attraversa mari e monti per raggiungerli. È  come se tutti quanti volessimo abitare lo stesso punto della terra. Nasce una torre di Babele al contrario, la metropoli come recipiente mostruoso di gente accavallata sugli utensili presenti. In fondo l’umanità intera sta ai beni di consumo come le mosche stanno allo sterco. I secondi sono ineludibili e rappresentano il destino ma questa sarebbe stata, forse, antropologia e mi sarei potuto fermare qui. Questa legge che ci governa ha però dei riscontri nel linguaggio. Tale riscontro è in fondo la mia poetica. Avrebbe potuto nascere anche in astratto e sarebbe stata una finzione letteraria. Questa invece è indotta, coatta, una conseguenza di una causa. Dopo tanto pensiero debole, riferire questo che accade equivale a pensiero fortissimo, è questo il tempo della totalità.
A. A. : Il linguaggio appunto e l’oggetto. In un mondo in cui gli artefatti sembrano prevalere sulla natura prima, di là da tematizzazioni alienative, esiste un dritto oltre al rovescio, per cui gli oggetti umanizzano?
G. O. : Quando negli Usa venne abolita la schiavitù, nacque una organizzazione di schiavi irriducibili che tale schiavitù desideravano conservare. Il beneficio di non dover decidere nulla è infatti enorme. Noi oggi siamo nella condizione di quegli schiavi ma non siamo la minoranza, siamo la quasi totalità; ci sarà un tempo, è augurabile, in cui gli oggetti, a forza di signoreggiarci, ci spingeranno alla ribellione e quindi ad un neoumanesimo. Per ora questo è solo cinematografico e anche un po’ grottesco. Per me l’oggetto, il prodotto, la cosa, l’utensile, la roba, e così via sono termini interscambiabili, perché quello che è il mio centro d’attenzione è la forza obbligante di spostamento del genere umano accumulantesi subalternamente su di loro.
Il beneficio di non dover decidere nulla è, per certe persone, enorme (G. Oldani)
A. A.: Vi è un nodo inestricabile fra poesia ed etica, una tensione conoscitiva in cui il piano etico è fondativo, non solo di quello estetico, ma anche di quello conoscitivo. Daniela Marcheschi propende per un umanesimo antropologico, per quanto mi riguarda per una poesia filosofica interrogante ed aperta, polifonica ed a gradi del sapere, in cui, alla Nicolai Hartmann, l’orizzonte problematico sia in dominante su quello descrittivo e sistematico. Tutti convinti che non tutto avvenga nel linguaggio, ma, che di linguaggio in poesia si tratti, come si pone la questione del realismo e del realismo terminale?
G. O.: Provo a partire dal fondo della domanda. L’aggettivo terminale è riferito alla quantità di popoli già accumulati che hanno cioè “terminato” in viaggio sugli oggetti. Viaggio che i popoli residui si avviano a concludere. Il termine realismo, vuole essere l’immagine della prevalenza, per quel che riguarda il vivere umano, della natura elaborata in prodotti rispetto alla natura in attesa di essere artificializzata. Tale termine intende essere un mirino puntato precisamente su quanto detto. E l’etica? Il linguaggio è capace di tutto, o quasi. Le neoavanguardie hanno provato a lasciarlo libero in maniera che fosse lui a produrre una rivoluzione che noi deleganti non eravamo in grado di concretizzare. Per quanto il linguaggio possa essere libero, deradicato, significante solo, alla fin fine una forza di gravità lo colloca su qualche versante. Cioè il linguaggio non è a-gravitario, non è neutrale, ma ha una sua natalità e un luogo di arresto, che è una meta. Che è un bersaglio. Entra cioè, il linguaggio stesso, in contatto di attrito con la sua ragione prima e con la sua conseguenza ultima. Mentre esso strappa continue briciole di significato dall’ignoto, per farne conoscenza, smuove una qualche responsabilità di chi lo usa. Poiché il linguaggio è umano, è dell’uomo e porta l’impronta del suo giudizio sul mondo. Quello che riguarda il realismo terminale è quello di Enea che porta Anchise, è quello di Atlante che regge il mondo. Dove Anchise e il mondo (pletora di artefatti) costringono la parola dei loro rispettivi sottoposti.
A. A.: Insomma questa terminalità ha più a che fare con una svolta antropologica, con un “urto del reale”, che non con visioni apocalittiche, o nichilistiche, o con lamentazioni sull’imperio della tecnica disumanizzante? In questa prospettiva come si pone la questione dell’umanesimo e la necessità di superare la doppia cultura? Entrambi siamo approdati alla scrittura poetica anche da studi scientifici.
G. O.: Proprio così.
La rivoluzione che viene dal Realismo Terminale riguarda totalmente un’alterità con la quale l’uomo utilizza la propria intelligenza. Occorre oggi avere una ulteriore patente culturale, patente che registri da una parte una mutazione lessicale ma dall’altra una capriola stilistica d’assemblamento delle parole; un nuovo modo di dare sequenza ai fraseggi. In fondo rovesciare una similitudine non è poca cosa. È un’alterazione sistematica, che può essere bruttissima, su fino a diventare delicata e poi tenera, drammatica o ironica e comica. Un po’ come due pipistrelli che si parlano a testa in giù, con la stessa familiarità con la quale noi ci parliamo a teste in su. Non si può dire sia esattamente la stessa cosa, anche perché la modalità d’osservazione del mondo cambia con il diverso uso del linguaggio e viceversa. Il rovesciamento della similitudine, a me pare, possa inaugurare un dizionario semantico indotto i cui limiti non sono prevedibili. Immagino nuovi proverbi, nuova sapienzialità, l’insediamento di rinnovate conseguenze. E cioè un mondo espressivo che sia nettamente il contrario dell’accartocciamento nichilismo. 
Alcuni prodotti hanno raggiunto la facoltà di addomesticare il genere umano (G. Oldani)
A. A.: Ai tempi di Stilnostro ponevi l’accento sull’aspetto “profetico”, potremmo dire anche laicamente predittivo della tua poesia, ora che ne è di questa direzione? Se il reale diviene continuamente altro e si possibilizza e la necessità è di “cambiare il cambiamento”, potremmo parlare a proposito della tua poesia di un “realismo prospettico” in cui tutte le direzioni temporali e non si intersecano in un pluriverso?
G. O.: Ai tempi di Stilnostro, che è oramai su uno sfondo circa trentennale, ero avvinto da un’idea di assoluto, di atemporalità. Siccome c’è sempre una modalità retorica, stilistica, lì il canone era dato dal servirsi dei gerundi e dei participi passati. Così facendo il tempo veniva estratto da se stesso e reso indeterminato, forse assoluto. Mi pareva che la cultura del momento, come, a maggior ragione quella di oggi, fosse pari a un dente guasto da cavare. Cercavo di farlo così. Ne usciva una poesia asciuttissima che concedeva niente allo spettacolare. Non è un caso che una testa fine come quella di Giovanni Raboni si accorse di quanto stavo facendo. Ora la faccenda del dente guasto si ripete, ma mi pare di avere colto il processo che lo governa. Tutti i corpi del pianeta si vogliono raccogliere in un unicum, come un corpo umano, in cui il peso della testa sfracelli i piedi che stanno sotto a sostenere. È chiaro che ciò rappresenti una prospettiva. Esattamente come delle linee di fuga che vanno ad incontrarsi in un fuoco. Il fuoco è la congerie urbana degli artefatti cioè sono i prodotti che hanno raggiunto la facoltà di addomesticare il genere umano. Il fuoco citato diventerà, di fatto, le future colonne d’ercole, al di là delle quali, o Ulisse troverà la morte o Cristoforo Colombo scoprirà l’America.
 Oldani ha rilasciato in occasione dell'intervista due componimenti.

l'inizio
di ogni paesaggio c’è il suo peggio
ed il colore dei polmoni nostri
è uguale a quelli delle nostre azioni.
la notte è un imballaggio nell’asfalto
e il giorno è chiaro, tutto di cemento,
se spunta anche un solo filo d’erba,
dà inizio a un disgraziato inquinamento.
le vie dei fossi
e i pioppi, in fila indiana sono in tanti
percorrono le scure vie dei fossi,
tra stalle di maiali per salumi
e mucche come secchi di buon latte,
ruminanti rosari di foraggio
e del paesaggio non importa niente
ma conta l'inesausto mio occidente.


7 commenti:

  1. Ho letto poesie di Oldani in libreria, ma confesso di non averlo mai acquistato. Credo mi abbia trattenuto "l’impronta del suo giudizio sul mondo", da un lato, e dall'altro l'uso di oggetti appartenenti al mondo contadino che a me sembrano messi sapientemente, per facile provocazione, in contrasto con il clima consumistico, particolarmente quello cittadino à la page e modaiolo. Quelle sue composizioni brevi, stilisticamente inappuntabili, di contadino non hanno niente, di contadino hanno la semplicità ordinaria dei giudizi che sfiorano il modo di dire, quasi proverbi, ma che a me sono sembrate grette e semplicistiche. Non a caso Oldani cita Raboni, infatti anche Raboni come poeta era solito scivolare nel piccolo moralismo del come-era-ed eravamo. Con buona pace di Pasolini. Cosa ci sia dietro non sono riuscito a capirlo, ma sospetto una visione conservatrice di tipo patriarcale, parecchio retrò. Tutt'al più un Ligabue (che sarebbe un complimento), ma nel senso di leggiadro e naif. E forse anche un "islamico" castigare.
    mayoor

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  2. Idee chiare in questo Oldani. Gli oggetti, le cose vivono con l'uomo e ne portano il suo peso . Gente e oggetti di consumo pare non vivano di una loro identità ma si trascinano in un solo destino , in un gorgo che li travolge , mi sembra che tutto dia un'idea di nichilisomo più che di realtà...ma dovrei leggere qualcosa in più riguardo i suo componimenti. Emy

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  3. la critica di Oldani a quello che lui non osa chiamare con il suo nome proprio (cioè la società capitalistica)è di carattere morale. L'impianto e l'impiego delle sue categorie è quindi sviato da un assunto di Condanna di matrice teologica, contro riformistica: la società degli esseri umani deve essere condannata perché «l’umanità intera sta ai beni di consumo come le mosche stanno allo sterco»; che è manifestamente un Giudizio Morale emesso da un Tribunale Teologico Penale.

    Ora, io ho imparato a diffidare di tutti i Tribunali che emettono sentenze di condanna senza la possibilità di consentire al lettore un giudizio di appello, una verifica delle sentenze date una volta per tutte come irrevocabili e immodificabili.
    A parte la completa gratuità, ingenuità e arbitrio con cui Oldani impiega la sua terminologia filosofica, come ha bene indicato Ennio Abate nel suo commento, io mi limito a rilevare come tutto il discorso di Oldani derivi da una ipostasi moralistica di matrice teologica.

    Devo dire che lo scrivente, in qualità di critico (laico e materialista) di poesia, si dichiara del tutto incompetente ad entrare nei meccanismi di un discorso sostanzialmente teologico-ideologico di Condanna addirittura di tutta l'umanità paragonata a un consesso di «mosche» che si addensano sullo «sterco». Non riesco a capire tutto questo astio per gli esseri umani. E ne prendo le distanze nel modo più reciso.

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    1. G. Linguaglossa su Oldani - dal sito di Lietocolle - Guido Oldani Il cielo di lardo Milano, Mursia, 2008

      (..) Oldani prende atto della mutata percezione che noi abbiamo degli oggetti nella nuova situazione della civiltà mediatica. È mutata l'ontologia degli oggetti e, di conseguenza, è mutata l'ontologia del «soggetto», di qui il capovolgimento del correlativo oggettivo. Sono gli oggetti artificiali che prestano realtà agli oggetti reali, e non più viceversa. (..)
      Poste queste premesse il poeta milanese capovolge l'impostazione delle poetiche realistiche del Novecento incentrate sul rapporto soggetto-oggetto (acriticamente considerato nella sua asettica immutabilità metafisica) e sull'«elogio della leggerezza». Oldani propugna una procedura poetica incentrata sulla presa d'atto della «similitudine rovesciata» e del rapporto capovolto di inferenza tra il soggetto e l'oggetto. Fatto ciò, non resta che rovesciare i tradizionali rapporti della grammatica logica pensa Oldani. Gli «oggetti perfetti» sono gli oggetti capovolti e le relazioni linguistiche che rispecchiano questo reale capovolto sono a loro volta capovolte. La derisione dei rapporti linguistici e metaforici produce l'inversione (e l'eversione) dei nessi sintattici e logici. Saltano così le cerniere sintattiche delle proposizioni con conseguente adozione dell'anacoluto e dell'ellisse. Oldani prende atto che «l'oggettotropismo» ha mutato anche il tropismo del «soggetto» ormai relegato all'interno delle «vetrine del supermercato planetario»; al «soggetto» non rimane altro che inseguire le realtà oggettuali in perpetuo movimento: il «realismo terminale» è anche il termine del realismo: nella poesia di Oldani gli oggetti (instabili e mutevoli) scappano da tutte le parti e il soggetto è dis-membrato, dis-locato, de-territorializzato; il rapporto fra soggetto e oggetto è così «direttamente proporzionale al prodotto delle loro masse ed inversamente al quadrato della loro distanza». La post-poesia di Oldani è un sofisticato strumento di registrazione delle oscillazioni, dei sussulti, della instabilità e delle proiezioni degli «oggetti» (e del «soggetto») capovolti nella superficie (capovolta) del discorso poetico; il disagio degli oggetti è la loro instabile configurazione referenziale; essi diventano, nel discorso poetico, degli antipodi («gli oggetti perfetti»), che continuano a sopravvivere in un mondo capovolto. E da antipodi a zombie. La sintassi viene stravolta e capovolta, i legami referenziali e inferenziali vengono stravolti e capovolti, la stilizzazione tra «alto» e «basso» ne sortisce stravolta e capovolta: il dopo viene prima, l'effetto viene prima della causa, il nesso di causa ed effetto viene scombiccherato, e così il nesso cronotopico e cronometrico vengono sconvolti e sbrindellati: la sintassi del pensiero poetico non può che ripercorrere, all'incontrario, il cinetismo antipodico degli «oggetti». È la procedura derisorio-antipodica del reale che presta al discorso poetico il proprio calco mimetico-procedurale:

      di sera e la mattina gli sciacquoni
      cantano in casa come bassi russi,
      da fuori li guardonano i lampioni.
      e il sole che è bisex, di notte è luna
      e noi si vive finché scatta il taimer,
      che più ci fa longevi ci bastona
      e caricati di ricordi orrendi,
      ci allevia la fatina dell'alzheimer.

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  4. Vedo le riflessioni che Abate ha prodotto circa il Realismo Terminale di Oldani.
    Lo fa a più riprese ed a strappi, man mano che legge il materiale fornitogli.
    PUO’ ESSERE UTILE SAPERE CHE STANNO PER USCIRE GLI ATTI DEL CONVEGNO DI CAGLIARI 2012, RELATIVI ALLO STESSO RT, PRESSO L’EDITORE MURSIA CON IL TITOLO ” LA FARAONA RIPIENA, BULIMIA DEGLI OGGETTI “, IN CUI POETI, MATEMATICI, ITALIANISTI, PSICANALISTI, GIORNALISTI, MEDICI, AFFRONTANO L’ARGOMENTO IN QUESTIONE.
    INOLTRE, IN ALCUNI GIORNALI E RIVISTE, ESISTONO ANALOGHE DOCUMENTAZIONI; NEGLI USA, LO SCORSO ANNO, RT E’ STATO TRADOTTO E CIRCOLA NELLE UNIVERSITA’ AMERICANE, MENTRE IL SUO ASSUNTO SI RINVIENE ANCHE IN AMBITO TEATRALE E IN QUELLO DELLE ARTI FIGURATIVE.
    CHE COS’E’ RT?: “LO SI PUÒ DEFINIRE IN PIÙ MODI, COSÌ COME UN OGGETTO ATTRAVERSO LE PROIEZIONI ORTOGONALI. E’ UNA POETICA IMPETUOSA CHE DERIVA DAL FATTO CHE LA MAGGIOR PARTE DI NOI, GENTE DELLA TERRA, È ANDATA A VIVERE INSIEME AI PRODOTTI, MESCOLATI NELLE BETONIERE METROPOLITANE. IL FATTO E’ NUOVO E SCONVOLGENTE, NASCE UNA NUOVA ETICA ED ESTETICA DELLA POESIA E LA SIMILITUDINE ROVESCIATA CHE E’ LA RICONOSCIUTA FIGURA RETORICA DILAGANTE NEL LINGUAGGIO ODIERNO, A PARTIRE DAI BAMBINI.
    LA SIMILITUDINE ROVESCIATA (E’ LA NATURA CHE ASSUME COME TERMINE DI PARAGONE L’ARTEFATTO) E’ SEMPRE ESISTITA OVVIAMENTE, MA NON RICONOSCIUTA E DENOMINATA COME INVECE FA RT. LA PALLA DI NEVE DELLA SIMILITUDINE ROVESCIATA, NEGLI ULTIMI ANNI, È DIVENTATA UNA VERA E PROPRIA VALANGA. LA POESIA CHE NE DERIVA CONSEGUENTEMENTE, DÀ VITA A QUESTO FATTO NUOVO PROPRIO DEL III MILLENNIO.
    COSÌ LE OSSERVAZIONI, NON SEMPRE PACATE DI ABATE, NON PRODUCONO ALCUNA NUOVA POETICA, NIENTE DI NIENTE. IL RT INVECE E’ LA NUOVA INELUDIBILE POETICA. UN ESEMPIO PER TUTTI? FINO A VENT’ANNI FA AVREMMO “PENSIONATO” UN VECCHIO VEICOLO (TERMINE DI PARAGONE È L’UOMO), OGGI “ROTTAMIAMO” LA VECCHIA CLASSE POLITICA (TERMINE DI PARAGONE È L’OGGETTO).
    L’ORTO DEI SEMPLICI DEL REALISMO TERMINALE, SEMBRAVA COSTITUITO DA POCHI LICHENI POETICI MA, COME DIMOSTRANO I VARI SEMINARI CHE OLDANI TIENE PRESSO I GIOVANI, TALE POETICA, CHE NON È ALTRO CHE UNA POETICA, PRODUCE UNA FORESTA DI BAOBAB DI NUOVA SCRITTURA. CIÒ AL TEMPO IN CUI ANCHE LA POESIA SEMBRA VIAGGIARE CON TIRATO IL FRENO A MANO.
    MENTRE IL LINGUAGGIO DI RT SI MUOVE FUORI DAI TABÙ E DALLE CENSURE CHE SEMPRE RASSICURANO CHI HA PAURA DEL NUOVO.
    LUISA COZZI
    UFF. STAMPA GUIDO OLDANI

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  5. Ennio Abate:

    Gentile Luisa Cozzi,
    avrei preferito una risposta diretta di Oldani alle mie meditate e pacatissime obiezioni e non un sbrigativo comunicato per interposto ufficio stampa (o a mia insaputa la poesia si va aziendalizzando come ha già fatto l’università?).
    Le rispondo comunque e preciso che:
    1. leggerò volentieri gli Atti del convegno di Cagliari, quando disponibili;
    2. le mie riflessioni, necessariamente «a più riprese ed a strappi», sono riferite comunque a testi scritti e pubblicati e non divagano su cose orecchiate di corsa;
    3. non miravano a produrre, in questa sede, una «nuova poetica» (per questa direzione di lavoro può consultare invece come la penso qui: http://www.poesia2punto0.com/2012/09/25/appunti-per-una-poesia-esodante-sulla-ex-piccola-borghesia-o-ceto-medio-in-poesia-di-ennio-abate/..), ma a criticare le fragili basi storico-politico-filosofiche della poetica di Oldani;
    4. la sovrabbondanza di linguaggio metaforico, a cui anche lei ricorre nel comunicato, può alludere a verità più profonde che sfuggono al mio sempliciotto intelletto, ma può anche enfatizzare oltremisura fenomeni reali e linguistici senza spiegarne le ragioni più profonde. Riprendo il suo esempio: se vent’anni fa, esistendo una parvenza maggiore di Stato sociale, si diceva di un’auto invecchiata che andava “pensionata” e oggi si usa il renziano “rottamiamo”, per me vuol dire che siamo di fronte a una classe politica indurita e più rapace; e che essa, in altri tempi, sarebbe stata processata e fucilata, mentre oggi è orrendamente impunita e cresce in arroganza. Questo fatto reale vuol dire anche per me che una “nuova poetica” è insufficiente contro tale degrado politico; e che l’”orto dei semplici” anche nel «III MILLENNIO» potrebbe essere il solito, volterriano, orticello di sempre che raccoglie gli spiriti (egoisti) in fuga dal reale;
    4. Personalmente sono spaventato dalla moltiplicazione di soli “licheni poetici” (che poi non so come facciano a produrre baobab) tra i giovani, specialmente se si riproducono su una base storico-politico- filosofica che, come ho detto, considero fragile;
    5. non mi pare che la poesia oggi viaggi «con tirato il freno a mano»; semmai è del tutto sfrenata e caotica e senza tabù; ed è un grosso problema irrisolto;
    6. a me un «nuovo», non specificato socialmente politicamente filosoficamente, fa paura; e combatterò, come posso, la presunzione di chi lo spaccia per tale senza provare che lo sia davvero.

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  6. Caro Ennio Abate,
    un po' tardivo ma arrivo.
    Nel frattempo vedo, con piacere, due tue poesie per l'Antologia "Il ricatto del pane" per la quale ho scritto una nota prefattiva.
    Ti dirò che i tuoi testi mi piacciono. Intanto stanno da una parte che a me sembra quella giusta. Vedo anche che te ne vai dalla Casa della Poesia e qui non sono proprio in grado di dire nulla, se non il fatto che in un mondo dove tutti vogliono restare, andarsene non è di ogni giorno.
    Circa il mio RT, perdonami se non sono interessato alla polemica ma a svilupparlo, esso è una poetica che ha gli occhi lunghi e forse anche le mani.
    I gomitoli di tutte le città del mondo che si vanno via via accrescendo, contengono sempre più gente di quanta ve ne sia fuori. Lì dentro comandano i prodotti e la natura cede il passo, nella nostra antropologia, ai prodotti stessi.
    Ecco l'nvenzione della similitudine rovesciata: stabilizzazione di una figura retorica.
    Con le mie metafore, credo di avere dato un contributo; gli interventi continui di scritti dei giovani universitari, di quelli delle Accademie o dei licei, mi fanno capire che le nuove generazioni comprendono e hanno una grande voglia di contribuire.
    Dunque, continuo a lavorare.
    Se ti fa piacere, vienimi a trovare alla Mursia.
    Un caro augurio,
    Guido Oldani

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