giovedì 20 dicembre 2012

Lucio Mayoor Tosi,
Pastiglie del mondo
che irradiano.





Oggi
Movimento rotatorio terrestre
Forza di marea in rallentamento.

La montagna guarda in alto e guarda la penna che scrive
guarda in alto e guarda la penna che scrive 

Aspetto.

il  campo da pallacanestro ha il cemento devastato
quello da bocce è ricoperto di foglie. Non c'è nessuno. 
Solo automobili che passano sulla strada laterale.  
E una cornacchia.


Oggi
Montagne in movimento
Su terreni devastati. 

Parole a rovescio in tutte le lingue
per tutte le lingue assetate e per quelle mute

Lingue alle temperature mute. 

I tetti delle case sono i primi a farsi neri quando viene sera.
L'inverno ha le sue gobbe. 
Avrei detto che nel duemila ci saremmo vestiti d'argento
invece torniamo guardando avanti 
scuri dopo la pace del dopoguerra.

L'inverno delle persone è sui tetti
Il Duemila è arrivato di sera
Voci azzurrate nei cellulari

Tetti a rovescio sulle temperature
Automobili in tutte le lingue, sui tetti
Una cornacchia baderà alle luci
Inverno scuro su lingue assetate 

Persone come non ci fosse nessuno
Solo automobili in movimento rotatorio
E una montagna di voci azzurrate
Tornando a casa devastati
Nel futuro muti senza saperlo 
E senza immaginazione 
Scrivere di noi stessi nel duemila 
Sui tetti tra luci come lingue 
Su terreni pieni di gobbe cellulari
Scrivere di noi stessi
Come viaggiando guardandoci
Sulla strada laterale 

Fino a sera.

Aspetto parole certe
Veloci stormi gareggianti
Che faranno piovere schiaffi 
A destra e sinistra 
Parole d'amore su terreni devastati
In movimento, non parole design
Come foglie che sembrano 
Vere persone d'argento 
Nella marea in rallentamento 

E chissà le persone mute
Chissà se quando viene sera
Penseranno al futuro immaginando
Nella fiction la fine o l'inizio di tutto.
Intanto solo automobili che passano sulla strada laterale.  
E una cornacchia.



Dicembre 2012

8 commenti:

  1. Dimostrazione di grande libertà in poesia.
    Quella cornacchia alla fine dà il senso del reale vissuto fino in fondo così semplicemente vero. Lo sguardo si fa introspettivo, severo. Le contraddizioni di questa esistenza, svolgono un ruolo da interpreti, il linguaggio non "ILLUSTRE", privo di artifizi , raggiunge un buonissimo livello estetico e soprattutto dà agli scritti il valore necessario per dirci che abbiamo letto Poesia. Complimenti.Emy


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  2. a Lucio Mayoor Tosi,
    mi permetto di consigliare di leggere attentametne la poesia di Gian Pietro Lucini, perché quello è il modello cui la sua poesia oggi si deve indirizzare: la teatralizzazione, la messa alla berlina, la stupidificazione dei tic e dei vizi della società totalmediatica, la fornicazione dei falsi io... qua e là ci sono dei versi riusciti, ma occorre più cattiveria, maggiroe brillantezza e sbrigliatezza, occorre saper (e voler) sparare dei versi sul mucchio selvaggio del conformismo dei linguaggi poetici telegenici con l'arco dell'anticonformismo senza volerne salvare alcuno, senza salvagente, senza rete di protezione, come un trapezista che saltella lassù sulla corda...

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  3. Oh !Sig. Linguaglossa! Così mi piace! Emy

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  4. Accolgo con gioia e gratitudine l'invito natalizio a maggior cattiveria. Sono sicuro che la bontà, se innata, saprà cavarsela. Scrivere senza salvagente e senza rete: si capirà? La mia è ri-scrittura, scrittura di scritture che rilancio, da funambolo, in modo da poter scomparire... insieme alla prima scrittura... ma la rete di protezione, nelle mie fantasie, sta nella prima scrittura. Vorrà dire che butterò la carta dei regali.
    Grazie
    mayoor

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  5. Non è un testo facile. Non appartiene alla Koiné prevalente. È, però, molto interessante sia per l’orchestrazione formale (a due voci) che per l’enunciazione dei contenuti. Due sono le figure retoriche prevalenti: l’ellissi verbale e l’anafora. La prima dà vita allo stile nominale che caratterizza abbondantemente questa poesia fin dai primi tre versi: «Oggi / Movimento rotatorio terrestre / Forza di marea in rallentamento». La seconda consente la ripresa, la sottolineatura degli elementi che l’autore usa creativamente per partorire nuove metafore e combinazioni («Sui tetti tra luci come lingue / Su terreni pieni di gobbe cellulari»). Lo stile nominale produce l’effetto di uno sguardo oggettivante, portando in primo piano cose, movimenti, situazioni, parole. L’effetto si conserva anche quando l’autore ricorre alla personificazione e utilizza una sintassi quasi sempre semplice e, per lo più, paratattica : «La montagna guarda in alto e guarda la penna che scrive / guarda in alto e guarda la penna che scrive ». La penna che scrive. Metonimia, ma anche reificazione. Lo sguardo oggettivante sa essere mimetico delle relazioni reificanti, alienanti tessute sui nostri paesaggi sociali devastati, desolati, serali, invernali, ingobbiti. L’uso sapiente dell’anafora fino alla produzione di vere e proprie combinazioni alchemiche («Solo automobili in movimento rotatorio / E una montagna di voci azzurrate / Tornando a casa devastati / Nel futuro muti senza saperlo») contribuisce alla costruzione di un climax ascendente. Da un’iniziale freddezza degli elementi evocati si procede ad un loro riscaldamento fino ad una scintillante, e tuttavia drammatica, fusione.
    (Continua)
    Donato

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  6. Il punto di svolta è sintattico: «I tetti delle case sono i primi a farsi neri quando viene sera./
    L'inverno ha le sue gobbe. / Avrei detto che nel duemila ci saremmo vestiti d'argento / invece torniamo guardando avanti / scuri dopo la pace del dopoguerra.» Versi bellissimi, pronunciati con voce ferma, con un periodare che soltanto in questo punto diventa più coomplesso ed ipotattico. Bravo Mayor. Questa tua poesia merita uno studio più approfondito. Altro che Lucini. Qui c’è una rappresentazione ricca e vera del nostro Oggi, del nostro trovarci in questo “futuro muti senza saperlo”. «Intanto solo automobili che passano sulla strada laterale. / E una cornacchia.» Maledetti! Fermate un po’ queste automobili e cacciate via quell’uccellaccio portatore di sciagure!...
    Ciao
    Donato

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  7. da Rita Simonitto

    Oltre che ad essere bella, trovo molto interessante e stimolante la lettura di questa poesia di L.M. Tosi (così come di tutte le altre sue, sia chiaro) perché al di là del gusto soggettivo (mi piace, non mi piace) essa va oltre, ovvero porta ad ulteriori pensieri, suggestioni e/o associazioni le quali possono anche non ‘incontrare’, ma, come ben si sa, non è questo il destino delle associazioni. Esse infatti appartengono al campo delle difese.
    Associando, dunque, L.M. Tosi riesce a rendere in ‘parola’ quello che è stato reso in forma ‘cinematografica’, utilizzando il movimento visivo del montaggio, dal programma TV “Blob” di E. Ghezzi, fine anni ‘80.
    Il quale programma aveva riscosso, all’epoca, entusiasmi e non. A me, personalmente, sulle prime era piaciuto non solo per la novità, ma anche per il tentativo ‘serio’ di produrre in immagine attraverso i particolari accostamenti, una realtà sottesa che disattendeva ampiamente la realtà manifesta che veniva solitamente presentata. Poi, quando tutto questo diventò ‘moda’, pura ‘estetizzazione’, ovvero un ‘in sé e per sé’, non l’ho più seguito.
    Dunque dicevo di questa particolare abilità/sensibilità di L.M. Tosi di riuscire attraverso questi ideogrammi-di-parole (mi scuso per questo apparente bisticcio) a rendere un paesaggio che non solo è frammentato, disumanizzato ma che, più che raccoglierne i cocci, non ha alcun ‘cantore’, dove per ‘cantore’ si intende chi se ne fa l’assunzione di responsabilità. L’unico personaggio ‘vivo’, la cornacchia, se ne sta lì e basta. Spettatore ininfluente. Magari visto anche male, come uccellaccio.
    Qui il discorso si farebbe lungo, anzi lunghissimo e complicatissimo perché va a richiamare molti stimoli che questo Blog di Moltinpoesia butta là da tempo in merito alla funzione del poetare oggi e alla posizione di chi fa poesia (non dico ancora del ‘poeta’), … oltre a ciò che è stato detto in merito al Ceto Medio Mediatico, ecc. ecc.
    Mi limiterò dunque alle associazioni.
    Questo visionario testo/viaggio di L.M. Tosi mi ha fatto venire alla mente il film di Pasolini, “Uccellacci e uccellini” non solo perché stimolato da un andare osservativo; né per la presenza della cornacchia (ovvero la figura commentante del corvo, che nel film di Pasolini fa una brutta fine); ma soprattutto per la implicita domanda che ci si pone rispetto: a) alla realtà osservata; b) alla posizione dell’osservatore; c) a ciò che ci si aspetta da questa interazione.
    Mi sta più che bene che la cornacchia della poesia del nostro multinpoesiante Mayoor venga raffigurata come muta partecipe della realtà osservata e ciò in aperta differenza della posizione parlante e saccente del ‘corvo/intellettuale’ rappresentato nel film di Pasolini.
    Nel contesto pasoliniano (a partire dalla osservazione e commento della realtà durante il viaggio di Totò e Ninetto Davoli nello squallore della periferia romana), si tentava di attribuire all’intellettuale(corvo) una spinta quasi ‘salvifica’ derivante dal fatto che l’intellettuale assumerebbe la posizione prometeica dell’ “io so”.
    Invece, nella poesia “Pastiglie del mondo che irradiano”, la posizione della cornacchia è più poetica e tragica: è più assimilabile alla figura di Cassandra (visto che la cornacchia è stata chiamata ‘uccellaccio portatore di sciagure’) la quale, pur vedendo gli eventi, è comunque ad essi interna.
    Essa (= Intellettuale? Poeta?) può quindi soltanto segnalare, con dolenza, il “punto storico” del come ci si è arrivati fin lì, e ciò non soltanto attraverso la descrizione del presente ma includendo anche quel passato che ha portato a questo presente sia sul versante storico e sia sulle sue rappresentazioni, quella poetica, in primis.

    Auguri di Buon Natale a tutti.
    Rita

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  8. Sembra che il Nocevento abbia chiuso le porte a causa della sua improvvisa mancanza di contemporaneità. Non si tratta più di essere con Pasolini, pro o anti novecentisti, il fatto è che sono cambiati i giochi linguistici e parafrasandone le forme espressive rischiamo di non essere ascoltati, letti e capiti. La novità sta nel fraseggio breve offerto alla memoria dalle banche di dati, nei giochi linguistici finalizzati all'uso esclusivo di un dato momento che sortiranno effetti certi se attingendo alla conoscenza inesauribile memorizzata riusciranno in questa a depositarsi. Non è orribile? No, è orribile il fatto che, malgrado la sovrabbondanza di mezzi che rendono la conoscenza fruibile e disponibile a chiunque, non ne derivi un'esplosione culturale senza precedenti. Non fosse che siamo solo al primo decennio dovremmo pensare a Lyotard come ad un inguaribile ottimista. Conviene abbandonare ogni affrancamento al reale, rinunciando così alla vertigine derivante da osservazione e pensiero? Nella poesia "Pastiglie del mondo che irradiano" avrei dovuto tralasciare il campo da pallacanestro e quello da bocce, le automobili sulla strada laterale per dedicarmi esclusivamente alle gobbe dell'inverno? Contano solo l'invenzione e il pensiero?
    Borges sostiene che la nostra sostanza è il tempo: ad esempio quando sogniamo al nostro corpo fisico non importa, "quel che importa è la nostra memoria e le immagini che tessiamo con essa. Questo appartiene evidentemente ad un ordine temporale, non spaziale". Mi ha fatto subito pensare a Bernardo Bertolucci che in una recente intervista si meravigliava per il fatto che suo padre, Attilio, non inventasse tanto. Ammirava il fatto che questi versi :"Coglierò per te / l'ultima rosa del gridino, / la rosa bianca che fiorisce / nelle prime nebbie" parlassero del roseto che esiste per davvero, da sempre, nella loro casa. Stiamo abbandonando il realismo descrittivo per mimetizzarci nella metafora? Questo spiega "l'orchestrazione a due voci" giustamente rilevata da Donato. E anche il mio attuale tentennamento.
    Quanto alla responsabilità: secondo me la conoscenza non ha autore, quello dell'autore è solo l'ennesimo nome che vi si aggiunge. Borges sostiene che se siamo qui siamo contemporanei, non ha alcun senso sprecare fatica per cercare di esserlo. Di fatto è assai più difficile starne fuori.
    Giunti a questo punto, direbbero i saggi indiani del nord America, conviene farsi una pipata. E ricambiare gli auguri, con sincera gratitudine per tutte le critiche e gli apprezzamenti ricevuti. A presto.
    mayoor

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