di Ennio Abate
il lampo non mi sfioreràadesso che
un cane in guardia per una finta sassata
pochi amici di svista
mi sono bastati per mesi
ci sono portoni
sbagliati?
Maria Maizer, chi era?
dente per dente cane per cane?
e si va di qua?
volevo soltanto
uscire dal campo dell’insalata
fischiare ancora
non vivere più dov’ero nato
ma l’una l’ho baciata
l’altra sputata via
e sto nel buio
- un canto alle mie spalle -
come un lampione acceso
(1963 | 20 maggio 2026)
*Immagine. Carboncino anni '90 di Tabea Nineo

4 commenti:
il lampo della memoria? nemmeno più il nome...
perché ossessone del passato?
@ Cristiana
MIO AUTOCOMMENTO (ANNI 80 CIRCA)
[Il primo verso ha un tono di sfida: « Il lampo non mi sfiorerà di certo». Da ragazzo avevo paura dei lampi. Mia madre si faceva il segno della croce. In un’altra poesia : « La nonna tra i rutti affretta l'avemmaria prima che scoppi il tuono». È come se avessi voluto dire che nella nuova situazione in cui vivevo, quelle paure del passato o dell’infanzia, riassunte nell’evocazione del lampo, non c’erano più o si erano indebolite.
Ci sono cortocircuiti tra passato e presente: il passato ( il lampo?) non fa più paura o si è in grado di sfidare quella paura, ma solo perché avevo imparato a resistere ( a quel passato? a quelle paure?).
Ma l’«adesso» è segnato da immagini comunque inquiete:
- di allarme («un cane accucciato [si mette] in guardia a una finta sassata»: il cane prima era tranquillo, ma subito diventa vigile e pronto ad assalire chi ha finto di lanciargli un sasso);
- di stramba autosufficienza: chi parla si sarebbe accontentato «per mesi» di stare con «pochi amici» (non granché affidabili o interessanti, se conosciuti o frequentati «di svista», cioè quasi per errore.. forse riferimento alla gente conosciuta in quegli anni… a Sa? O a Mi?) o dell’ascolto di « un canto alle spalle nel buio» probabilmente udito per strada e comunque indefinito.
Poi fa affermazioni laconiche, incomplete, equivoche o reticenti.
«Vi sono portoni sbagliati»? In che senso? qualcuno vi è entrato per sbaglio? E perché vi è entrato? Cosa cercava? O sono portoni sbagliati perché rischiosi?
«Maria Maizer, chi è?» equivale un po’ alla domanda che Manzoni mette in bocca all'inizio del cap. 8° dei Promessi Sposi, a don Abbondio: «Carneade! Chi era costui?».
(Io, e forse solo io potrei dire che è il nome di una persona a me sconosciuta: il nome di un omosessuale di Genova di cui mi aveva parlato Sergio D.N. della latteria di via Spontini da me frequentatoa nel primo anno in cui ero arrivato a Milano).
È la domanda che affiora quando la memoria ci rimanda una traccia di qualcuno (in questo caso) che non si riesce più subito a mettere a fuoco.
Anche «Dente per dente, cane per cane» è una strana storpiatura (e senza un senso logico) del noto proverbio «Occhio per occhio, dente per dente», come per un rimescolamento di nozioni orecchiate ma smarrite.
Lo stesso vale per l’altro strano accostamento di «cane per cane», non so se con riferimento alla figura del cane accennata prima .
Altrettanto sconnessa e surreale, come di affermazione che viene da tutt’altro contesto, è la risposta « Ma volevo cogliere un’insalata non imparare la vita dov’ero nato. » alla domanda dubbiosa: «Allora si va di qua?». [questa prima versione è ora – 2026 – diventata:« volevo soltanto | uscire dal campo dell’insalata»]
Per concludere con un altro corto circuito tra quel «Potessi fischiare» [diventato ora – 2026 - «volevo… fischiare…»], che in me fa risuonare un ricordo di un momento di sgomento giovanile.
Non mio ma di mio padre che - mi aveva raccontato -, quando da ragazzo doveva tornare a casa da solo e attraversare un bosco al buio, si faceva coraggio fischiando.
Il legame è con quello che allora stavo vivendo io – primo anni a Milano - di scissione dolorosa tra amore e odio per una donna («Anche se l’una l’ho baciata e l’altra sputata, stasera»).
La conclusione è sconsolata e amara: solitudine:
« Così al buio valgo quanto un lampione», cioè pocoCome dire: un po’ di luce la emano ma è circoscritta come quella di un lampione. O altrimenti: la mia presenza nel mondo c’è ma se n’accorgono in pochi). [. [Ora - 2026 - ridotta a : «e sto nel buio |- un canto alle mie spalle - | come un lampione acceso»]
@ Cristiana
COMMENTO DI CHAT GPT
Questa poesia, “Adesso che”, ha un tono insieme dimesso e inquieto: sembra il monologo interiore di qualcuno che guarda la propria vita dopo una fuga, o dopo una trasformazione, senza però sentirsi davvero arrivato da nessuna parte.
Il testo procede per immagini spezzate, quasi lampi di memoria o pensieri associativi. Non racconta una storia lineare: costruisce uno stato d’animo.
Il senso dell’“adesso”
L’incipit:
“il lampo non mi sfiorerà
adesso che”
dà subito l’idea di un pericolo passato o evitato. Il “lampo” può essere la violenza, il trauma, la passione, oppure semplicemente la paura della vita. C’è un senso di sopravvivenza: adesso il peggio forse non colpisce più.
Ma questa sicurezza è fragile e ironica. Subito dopo arrivano immagini di precarietà:
“un cane in guardia per una finta sassata
pochi amici di svista”
Il cane reagisce anche a una minaccia falsa: il mondo della poesia è dominato dalla diffidenza, dai riflessi automatici della paura. Anche gli amici sono pochi e casuali (“di svista”), non legami profondi.
Lo spaesamento
La parte centrale è fatta di domande:
“ci sono portoni sbagliati?
Maria Maizer, chi era?
dente per dente cane per cane?
e si va di qua?”
Qui emerge una perdita di orientamento. I “portoni sbagliati” evocano errori di percorso, vite entrate per sbaglio. “Maria Maizer, chi era?” sembra il riaffiorare improvviso di un nome dimenticato: la memoria è frammentaria, quasi allucinata.
“Dente per dente cane per cane?” riprende il linguaggio proverbiale (“dente per dente”), ma lo deforma in qualcosa di animalesco e aggressivo. È come se la realtà avesse perso ordine logico.
Infine:
“e si va di qua?”
sembra la domanda di qualcuno che non sa più dove dirigersi, né fisicamente né esistenzialmente.
Il desiderio di uscire
La poesia poi si fa più chiara emotivamente:
“volevo soltanto
uscire dal campo dell’insalata
fischiare ancora
non vivere più dov’ero nato”
Qui appare il desiderio di evasione. “Campo dell’insalata” è un’immagine volutamente umile, quotidiana, quasi contadina: rappresenta probabilmente un ambiente ristretto, provinciale, soffocante. Il poeta voleva andarsene, essere libero, “fischiare ancora”, cioè recuperare leggerezza e spontaneità.
C’è anche il rifiuto delle origini:
“non vivere più dov’ero nato”
tema tipico di molta poesia contemporanea: il conflitto con il luogo d’origine, sentito come destino da cui liberarsi.
Il finale
Il finale è molto bello e ambiguo:
“ma l’una l’ho baciata
l’altra sputata via”
Potrebbe riferirsi a due donne, a due possibilità di vita, a due identità. Il gesto alterna amore e rifiuto: il soggetto non riesce a scegliere in modo pacificato.
E poi:
“e sto nel buio
– un canto alle mie spalle –
come un lampione acceso”
Qui c’è il cuore poetico del testo. L’immagine è paradossale: stare nel buio “come un lampione acceso”. Il lampione illumina gli altri ma resta solo, fermo, esposto. È una figura di solitudine ma anche di resistenza: il poeta è ancora lì, acceso, mentre dietro di lui rimane “un canto”, forse il passato, forse la memoria, forse la vita stessa che continua.
In sintesi
La poesia parla di:
• disorientamento;
• fuga dalle origini;
• paura e solitudine;
• desiderio di libertà;
• identità frammentata;
• sopravvivenza malinconica.
Lo stile frammentario e visionario serve proprio a rendere questa condizione interiore: non una riflessione ordinata, ma pensieri che emergono dal buio della memoria e dell’esperienza.
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