lunedì 17 agosto 2026

Sui tentativi di ripensare la poesia di Lorenzo Calogero


 Sulla pagina FB di Luciano Aguzzi (qui) è comparsa un'attenta e acuta lettura del poeta calabrese "fuori norma" (anche nella vita) o "inclassificabile". La riporto in Appendice. Qui copio il mio commento e la replica di Aguzzi:

 
 
dell'autore
Il poeta meridionale ignorato e ai margini … Quanti venuti dopo ne ho conosciuto e ne conosco...Lo stesso Eugenio Grandinetti, che invano ho cercato di segnalare a universitari calabresi…E poi la sua malattia..
Di tanto in tanto alcuni tentano di disseppellirlo dall'oblio. Io ho raccolto questi segnali:
- 2008
FAREPOESIA n.23-NEL CHIUSO DI UNA SIEPE/A Lorenzo Calogero
- 2014
Considerazioni di Dante Maffia sulla poesia di Lorenzo Calogero
- 2015
2015
Caterina Verbaro
Un commento (che non riesco più a ripescare sulla sua pagina FB ma ho copiato):
Ringrazio Laura Barile, Stefano Giovannuzzi, Rosaria Lo Russo e Kevin Wren per avere animato una serata bella e stimolante di omaggio a Lorenzo Calogero. Ringrazio Laura per avere scavato negli intrigati nessi tra lui e Amelia Rosselli, Stefano per avere chiarito l'intraducibilità di queste parole in un discorso logico, Rosaria per aver letto da par suo, ma con una nuova sobrietà dolente, la poesia di Avaro nel tuo pensiero, Kevin per avere restituito in inglese la forza delle immagini straniate. E tuttavia in queste circostanze ci si rende ancora più conto di come una poesia diafana, balbettante, misteriosa, onirica come quella di Calogero sia quanto di più lontano dalla perenne lugubre festosità socializzante dei nostri giorni, dalle mode di realismo nuovo realismo iperrealismo, da social e trend, da letture facili, veloci, ad una dimensione. E ci si rende conto che, esclusi i pochi che lo conoscono e lo amano, il suo viaggio nell'inferno della percezione poetica non interessa a nessuno. Non è vendibile, non consente alcuna "disseminazione" sociale. Non è esemplare di niente. Non è sostenuto dagli editori, dall'accademia, dalla critica "in", oggi come ieri, oggi più di ieri. Per quanti sforzi si possano fare Lorenzo Calogero è ancora lì, sperduto e solo tra i colombi di piazza Duomo, con la sua cartelletta sghemba piena di "capricciosi eventi"...
Temo che proprio ridurlo a "lirico assoluto" lo abbia danneggiato e lo danneggi, costringendolo a restare culto semiprivato per lettori di nicchia raffinati (o presunti tali). Senza una mediazione critica sensibile e intelligente si ripete il destino d'isolamento che l'ha colpito in vita. Davanti ai suoi versi scatta il meccanismo "prendere o lasciare". I più lasciano. I pochi s'inchinano, se ne innamorano, si stupiscono.
Apprezzo l'ottica della tua lettura: "sono convinto che il «non senso» non c’entri per nulla. La struttura della poesia di Calogero si dissocia dal realismo, ma non perde mai di vista alcuni riferimenti al reale e non rinuncia mai a costruire un proprio senso". Ma mi pare arduo recuperare i legami tra "riferimenti al reale" e "immagini originali, spesso splendenti.". Ci vorrebbe un lavoro critico e filologico impegnativo. Ma chi lo farà mai?
Chi sarà in grado di sottrarsi al rumore di fondo dei mass media e valorizzare questa poesia in apparenza così "malata" e immersa nel "silenzio"?
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    Autore
    Ennio Abate Concordo. La poesia si Calogero è davvero invendibile, perché, per il lettore comune che cerca l'immediato coinvolgimento emotivo, rimane misteriosa e oscura, e anche temibile. In Calogero non avviene mai, o quasi mai, il ribaltamento dell'«effetto leopardi», la cui poesia "depressa" infonde tuttavia al lettore una carica di energia. La depressione di Calogero si mostra nuda al lettore, non tradotta né traducibile in una visione filosofica complessiva. O la si prende e ama per quel che è, o non la si "prende". Montale nel 1962 scrisse che «la sua forma ha sempre qualcosa d'inconcluso». Ed è vero, perché non si conclude mai in una narrazione o descrizione autoconclusiva. Del resto rimane anche lontana da qualsiasi interpretazione e uso di carattere politico. Calogero rimane un caso sociale, perché tutto è sempre anche sociale; un caso letterario e, subordinatamente, psicologico e filosofico (vedi Agamben: «Che cos’è, infatti, la poesia, se non ciò che resta della lingua dopo che ne sono state disattivate una a una le normali funzioni comunicative e informative?»).

    Appendice

    Lorenzo Calogero: «Nel silenzio si combatte ogni fatica»
    [La poesia della domenica, 177
    di Luciano Aguzzi
    -
    (Metrica: sette quartine a rima ABAB, eccetto la terza a rima ABBA, versi di varia lunghezza, da 9 a 13 sillabe metriche)
    *
    NEL SILENZIO SI COMBATTE OGNI FATICA
    -
    Nel silenzio si combatte ogni fatica
    perigliosa all’anima inumana.
    Un soffio di vento mi affatica
    col potere di una forza di fiumana.
    Mentre tacito scrivo e penso e medito
    e guardo nell’anima mia che sente
    una potenza d’abisso, un canto inedito
    come un sibilo tumultuosamente,
    vedo nel vuoto pallidi sfilare
    ogni tormento, ogni idea repressa
    e misuro la gioia inespressa
    che tutto mi fa pallido vibrare.
    Penso e medito come una volta
    lontanissima nei tempi sepolti
    piani scoscesi pieni di molta
    tristezza sui chini pallidi volti.
    I cieli aggiornavano nella luce
    mattutina su piani sconvolti
    ed era come se un viso torbido e truce
    risplendesse come ricordi sepolti.
    Nell’infinità triste del ricordo
    splendevano verità ignote.
    Un dolce tacito accordo
    insinuava malinconie e note.
    I pallidi cieli si copersero a un tratto
    come un incubo sotterraneo
    spaventoso ed il mio viso disfatto
    vide il mondo diradarsi subitaneo.
    **
    Commento. Questa lirica appartiene alla raccolta giovanile «25 poesie (1932-1933)», edita molto più tardi come sezione del volume «Parole del tempo (1932-1935)» (Siena, Maia edizioni, gennaio 1956. Lo stesso volume ristampava, con molte varianti, la prima raccolta edita «Poco suono (1933-1935)» (Milano, Centauro editore, 1936) e la nuova sezione di «Parole nel tempo (1933-1935)». Il poeta aveva esordito con «16 poesie» comprese in una raccolta antologica di «Dieci poeti» (Milano, Centauro editore, 1935). Aveva e avrà sempre in vita difficoltà a trovare un editore e a farsi conoscere nel campo letterario, per cui la seconda raccolta edita appare quasi vent’anni dopo, col titolo «Ma questo... (1950-1954)» (Siena, Maia, 1955). Ottiene i primi riconoscimenti, in particolare da parte di Leonardo Sinisgalli, e gli viene assegnato nel 1957 il premio letterario «Villa San Giovanni», da una giuria composta da Falqui, G. Selvaggi, G.B. Angioletti, G. Doria, S. Solmi. Tuttavia, nonostante il premio, non troverà un editore di maggiore prestigio né critici disposti ad appoggiarlo, per cui publicherà «Parole nel tempo» ancora con la piccola casa editrice Maia, che gli stampa anche la raccolta successiva «Come in dittici (1954-1956)» (Siena, Maia, 1956). Queste pubblicazioni in vita raccolgono solo una piccola parte dell’immensa quantità di versi scritti da Calogero, morto nel 1961. La maggior parte è poi stata edita postuma e molte altre poesie manoscritte sono ancora inedite.
    *
    Singolare è la vicenda di Lorenzo Calogero, nato a Melicuccà il 28 maggio 1910 e lì morto nel marzo 1961 (venne rinvenuto il 25, morto da alcuni giorni, forse il 21). Melicuccà è un piccolo comune dell’area metropolitana di Reggio Calabria. Lorenzo era terzo di sei fratelli, figli di Michelangelo, posidente terriero e figlio di un notaio, e Maria Giuseppa Cardone, figlia di un farmacista. Famiglia agiata, almeno fino al 1934 quando un rovescio economico li costrinse a tornare al paese per diminuire le spese. In precedenza, per permettere ai figli di seguire gli studi fino all’università, si erano prima trasferiti a Reggio Calabria e poi a Napoli. Lorenzo consegue la maturità scientifica a Reggio e nel 1929 inizia all’università di Napoli gli studi di ingegneria, ma l’anno dopo cambia facoltà e si iscrive a medicina, riuscendo, con difficoltà, a laurearsi nel 1937.
    Le sue difficoltà sono di tre tipi: quella economica, che è forse la minore; l’interesse sempre più predominante per la poesia (inizia a scrivere poesie nel 1929), che diventa pressoché esclusivo proprio negli anni dal 1932 in poi; il manifestarsi dei primi disturbi psichiatrici, in forma di patofobie, nevrosi e soprattutto depressione.
    Scrive lettere a diversi scrittori e invia poesie a riviste, come il «Frontespizio», che gliele rifiutano. Il suo stato di salute peggiora. Consegue l’abilitazione nel 1939 e inizia a esercitare la professione come medico condotto, ma l’instabilità psicologica non lo rende continuo e affidabile e incontra problemi che lo portano a lunghe interruzioni fino all’abbandono della professione. Tende a tornare a Melicuccà presso la madre, con la quale ha un rapporto intenso, che si può definire di dipendenza affettiva. Nel 1942 tenta il primo suicidio sparandosi al cuore e si salva a fatica. Per quasi un decennio pare distaccarsi dalla scrittura, alla quale torna dal 1944. In quest’anno inizia un fidanzamento con una ragazza di Reggio Calabria, Graziella, che si concluderà per volere di lei dopo cinque anni, vista l’impossibilità di progettare una stabile vita familiare. Lorenzo però continuerà a pensare a lei e a scriverle lettere, e lei diventa una presenza fantasmatica, fra realtà e immaginazione, nelle sue poesie. Man mano che la sua vita diventa sempre più caotica, introversa e con evidenti segni di dissociazione fra mondo reale e mondo immaginario interiore, sarà la poesia a occupare il suo intero orizzonte mentale, in una specie di flusso interiore inesauribile e, in un certo senso, sempre più “autonomo” rispetto la stessa volontà dell’autore. Scrivere versi pare sempre più diventare un obbligo ossessivo, un furore irresistibile. In pari tempo continua a scrivere lettere a scrittori noti e a riviste, ma senza risultato. Compie anche un viaggio a Milano e Torino per incontrare l’editore Einaudi, ma non riesce a vederlo e parlarci. Torna a Melicuccà più sfiduciato che mai. Pubblica presso il piccolo editore Maia, a proprie spese, le raccolte che ho sopra citato e fra i tanti solo Sinisgalli lo prende sul serio e lo considera un autentico poeta da valorizzare.
    Il 9 settembre 1956 muore la madre ed è per Lorenzo un colpo devastante. Viene ricoverato per la prima volta nella casa di cura «Villa Nuccia» a Gagliano di Catanzaro. Ne esce, ma poco dopo è ricoverato di nuovo e tenta un secondo suicidio tagliandosi le vene dei polsi.
    Gli ultimi anni della sua vita li passa a «Villa Nuccia» o nella sua casa di Melicuccà, solo e isolato da tutti, tanto che della sua morte ce se n’accorge solo alcuni giorni dopo. Ma nel 1960 fece un ultimo tentativo per essere ascoltato, recandosi per alcuni giorni a Roma dove conosce Giuseppe Tedeschi che sarà poi uno dei curatori di una ampia scelta di poesie edite postume in due volumi, col titolo «Opere poetiche» (a cura di Roberto Lerici e Giuseppe Tedeschi, Milano, Lerici editore, 1962 e 1966).
    *
    La poesia di Lorenzo Calogero venne in pratica scoperta dopo la sua morte e per alcuni anni costituì un «caso letterario», con centinaia di articoli sulla stampa quotidiana e alcune riviste, ma dopo il 1966 ritornò il silenzio, quasi completo, interrotto solo da alcune recensioni alle nuove raccolte inedite o ristampe di sue poesie.
    Il “corpus inedito” dell’opera di Calogero è ancora oggi enorme, comprende circa ottocento quaderni manoscritti pieni di poesie, scritti in prosa, lettere. È stato calcolato che le poesie inedite comprendano circa 15.000 versi.
    La pubblicazione degli inediti sarebbe importante e determinante, permettendo lo studio delle numerose varianti e delle diverse versioni delle stesse poesie, per entrare nel laboratorio del poeta e capire che parte abbia la “follia”, la scrittura automatica e ossessiva, e che parte invece la lucidità e la piena consapevolezza poetica dell’autore.
    **
    La poesia giovanile di cui ho riproposto la lettura ci permette di cogliere un autore che nutre qualche influenza di Leopardi, di D’Annunzio, di Pascoli, ma anche del crepuscolarismo, e di Ungaretti e altri suoi contemporanei, miscelati e stravolti però in una forma che conserva le rime e le quartine della tradizione, ma non la regolarità del verso e la musicalità melodica. Ciò che però colpisce maggiormente è il tono filosofico e visionario, in certi punti quasi oracolare, che trasforma gli elementi descrittivi e narrativi in analogie di immagini e suoni, spezzandoli e dissociandoli in una interiorità psicologica che trova il suo approfondimento, il suo punto di caduta, non nel riferimento realistico, ma nel suo correlativo per accumulo di immagini e richiami di situazioni e stati d’animo. Il “senso” della poesie, rispetto alla realtà da cui nasce, è di terzo o quarto livello, cioè distaccato dalla realtà che viene conservata solo come riferimento mentale ma come sepolta da un lavorio della mente su più piani, in modo onirico, o surrealistico. A ogni livello di “approfondimento” psicologico i riferimenti concreti della realtà si diradano per rivestirsi di accostamenti analogici di parole e suoni. Si potrebbe parlare di un “ermetismo” spinto al massimo livello, fino al dissolvimento completo delle normali strutture lessicali e sintattiche dell’uso linguistico.
    Il testo a cui questo procedimento arriva non permette una parafrasi che ne ricostruisca la narrazione, perché una narrazione vera e propria non c’è, ma c’è una rappresentazione globale di una situazione interiore dell’autore che si articola in più passi ma non nel senso del procedere di una narrazione, bensì in quello del ripetere una rappresentazione.
    Dal primo all’ultimo verso si ripetono gli stessi concetti con immagini e forme variate. Il testo descrive una profonda lotta interiore in cui il silenzio diventa un campo di battaglia per l'anima, segnato dall'alienazione e dal tormento psicologico. La poesia evoca paesaggi interiori di desolazione e memorie dolorose, culminando in un senso di dissoluzione della realtà. La parafrasi spiega il senso di oppressione e la lotta di un'anima svuotata, mentre l'analisi evidenzia il ruolo del ricordo e del trauma in un'atmosfera sospesa tra iperbole e rime tradizionali. Si descrive un intenso stato di isolamento e sofferenza psicologica, in cui il poeta vive una profonda crisi esistenziale che trasforma il mondo esterno in una minaccia travolgente. Attraverso una memoria dolorosa e una scrittura febbrile, viene rappresentato il collasso finale della realtà materiale e la dissoluzione dell'identità del poeta stesso. Si colgono le immagini dell'angoscia del poeta, del silenzio che consuma l'anima, della sua fragilità. I pensieri diventano fardelli insostenibili e la scrittura funge da dolorosa analisi interiore. Il viaggio nella memoria rivela traumi passati e tristezza, portando a una visione in cui la realtà circostante si dissolve di fronte al tormento interiore.
    Però, volendo spiegare i versi in dettaglio, si dovrebbe per forza ricostruire, in forma verosimile, una narrazione che il poeta non ci dà e che, ricostruita dal lettore, diventa solo un’ipotesi interpretativa, non una certezza di ciò che ha ispirato le singole immagini. Ad esempio, prendiamo la prima quartina:
    «Nel silenzio si combatte ogni fatica
    «perigliosa all’anima inumana.
    «Un soffio di vento mi affatica
    «col potere di una forza di fiumana.
    Una possibile parafrasi potrebbe essere: Nel silenzio della mia solitudine posso combattere i pericoli delle fatiche, dei doveri, degli oneri del vivere che danneggiano l’anima, degradandola ad anima inumana. L’anima umana è quella che obbedisce alla sua vocazione e non alle fatiche del vivere. Ma un insieme di cose (un soffio di vento) mi costringe proprio al vivere le fatiche disumane, con un potere / una forza simile a quello di un fiume in piena che travolge tutto ciò che incontra.
    La seconda quartina ripete lo stesso concetto, ma nel primo verso si esplicita il «silenzio» della prima quartina. Si tratta del silenzio del poeta che scrive, pensa e medita e scruta la sua anima. La «potenza d’abisso» ripete la «forza di fiumana»; si tratta sempre di una forza avvertita come esterna che obbliga il poeta a fare ciò che fa e sentirsi come si sente. Questa forza ora si rivela anche come «canto inedito / come un sibilo tumultuosamente». In sostanza, è l’obbligo ossessivo del poeta a scrivere, ascoltando e mettendo in versi la sua voce interiore, o meglio, quella voce interiore che forse gli viene da qualche esterno e non dalla sua volontà.
    Nella terza quartina il «vuoto» richiama il silenzio. La meditazione e lo scrutare l’anima lo portano a vedere, come se gli sfilassero davanti, i propri tormenti, le sue idee represse, e la gioia che ha in sé inespressa, potremmo dire in potenza ma non in atto, non realizzata, per cui lo mantiene in uno stato febbrile (mi fa pallido vibrare).
    La quarta quartina ripete il «penso e medito», ma ora riferito al passato lontano, in tempi della sua vita ora sepolti, che gli ricordano la tristezza sui volti delle persone.
    Parla di «piani scoscesi», e nella quartina successiva di «piani sconvolti», quindi di difficoltà, di cammino difficile, e forse c’è un riferimento alle condizioni della famiglia e alle vicende dei suoi familiari. Questi «ricordi sepolti» poco piacevoli gli appaiono con un’immagine onirica: «un viso torbido e truce» che risplende. Quasi un incubo.
    Nella sesta quartina si ripete il termine «ricordo» come triste infinità, nella quale però erano incluse anche «verità ignote» che splendevano, quindi positive e fonte di gioia, di «dolce tacito accordo» che insinua malinconie e musica (note).
    L’ultima quartina ripete il concetto negativo dell’incubo, sotterraneo perché nascosto, perché si rivela solo al pensiero e alla meditazione sulla condizione della sua anima. I cieli, pallidi ma non oscurati, a un tratto si copersero con quell’incubo spaventoso e l’autore, disfatto dall’avvenimento qui rappresentato dall’incubo, vide all’improvviso (subitaneo) il mondo diradarsi. Qui si allude probabilmente a qualche avvenimento familiare e personale negativo, peggiorativo della condizione materiale e spirituale.
    **
    La possibile ricostruzione del piano della realtà che si riflette nella poesia, è qui possibile. Infatti in questa poesia giovanile il procedimento di dissociazione fra realtà e testo poetico non è ancora portato all’estremo. Però si avvertono molti elementi propri di tutta la poesia di Calogero. A partire dal termine «silenzio» che nelle sue poesie si incontra decine e decine di volte, dalle immagini ardite e dai salti sintattici.
    **
    Di ciò il poeta pare esserne consapevole, almeno fino a un certo punto, tanto che in alcune poesie dello stesso periodo giovanile, più decisamente “ermetiche”, ce ne dà quasi la chiave interpretativa. Come nella seguente, tratta dalla raccolta «Poco suono»
    *
    FIGURE IMMAGINARIE
    -
    Figure immaginarie
    che germina l’anima
    per vederle partire
    in un mare di sogno.
    -
    Siamo legati alla vita
    da sottilissime vene
    come ad un mare pauroso
    che sempre abbuisce.
    -
    Ci levighiamo colla speranza sottile
    di conoscere le cose a fondo,
    di traghettare sulle nostre spalle
    l’ombra della nostra morte
    sull’altra riva
    -
    ed essere così
    immutabili ed eterni
    al livello desiderato.
    *
    Il senso di questa lirica è abbastanza chiaro e sempre corrisponde a una visione triste della vita (l’elemento leopardiano riaffiora in molte poesie di Calogero). Si rifletta però sull’affermazione iniziale: l’anima germina / produce figure immaginarie e lo si fa per vederle partire in un mare di sogno, cioè per sostituire alla vita reale una vita immaginaria, di sogno. Perché lo si fa? Perché la vita è come un mare pauroso a cui siamo legati, per cui con l’immaginazione e il sogno alimentiamo la speranza di un destino diverso di esseri immutabili ed eterni secondo il desiderio; e con questa speranza ci «levighiamo», ci ripuliamo di tutte le asperità della vita.
    *
    Dalla raccolta «Ma questo», che comprende poesie degli anni 1950-1954, ne traggo una della maturità del poeta, dove la dissociazione fra realtà e immaginazione è più forte.
    *
    AMALGAMA DI COSE ROSSASTRE
    -
    Amalgama di cose rossastre,
    punti neri sull’orizzonte.
    La vita del deserto ama le soglie
    nelle quali nivea tu vieni
    e la vita è un lievito
    che a tutto risponde.
    Prima parola dolce che consola
    e su le ciglia smorte
    è un beato soave andirivieni.
    E poi che vennero tutte
    e si confusero le beate sponde
    e ai piedi del letto sovrumano
    è una rugiada infinita di miriadi
    di gocciole di rose, un’immagine quieta
    e un silenzio sonnolento illuminato
    la cara effigie dei nostri morti.
    Nella tua cava mano
    era il sorriso, il silenzio dei pastori
    come ultimo suono che giocava coi tuoi sensi
    coi tuoi veli d’aria.
    E poi che le tue mani
    converse furono nello squallido alone
    della mia notte e della mia vecchiaia,
    vidi i nostri sogni infiniti,
    taciti infitti nelle cose, che risplendevano
    nel tuo sonno d’aria
    variopinti come rosse.
    **
    Anche qui abbiano a che fare con molteplici immagini che si sovrappongono e delle quali la radice reale è perduta, forse impossibile da ricostruire. Come scrisse Antonio Piromalli in un saggio dedicato alla poesia del nostro autore, «i versi di Calogero diventano filigrane di pitture, tavole di elementari presenze naviganti in una mutevole composizione: “rugiada infinita di miriadi - di gocciole di rose”, “amalgama di cose rossastre”, “punti neri sull'orizzonte”, “riverbero di giardino - dentro un vaso giallo di fiori”, “gomitolo che si sperde”». Tuttavia dei punti di riferimento si possono rintracciare e in generale sono i ricordi, la madre, la figura femminile che diventa una specie di ideale astratto, ed elementi della natura menzionati non direttamente ma per mezzo del loro effetto o colore o pensiero che vi si associa. In questa lirica una figura femminile, non identificabile, compare: «nivea tu vieni», «nella tua cava mano», «le tue mani». Questa figura porta parole dolci che consolano: nel deserto, nel silenzio sonnolento, nella «mia notte e della mia vecchiaia». Non importa determinare chi sia, perché il poeta le ha comunque tolto ogni tratto concreto; potrebbe essere la madre, la ex fidanzata Graziella a cui il poeta continua a pensare, una infermiera di «Villa Nuccia» di cui Lorenzo si era innamorato, non corrisposto. Ombre di figure femminili compaiono in numerose poesie dell’autore. Ma potrebbe essere anche cosa del tutto diversa, ad esempio la luna, che viene bianca (nivea) a dar lievito alla vita. Ma anche in questo caso la luna, come in altre poesie, perde i suoi tratti concreti e diventa figura astratta a cui il poeta attribuisce connotati immaginari e onirici. Ai fini dell’interpretazione letteraria dei versi non cambierebbe molto, se donna o se Luna o altro, perché il poeta non si muove a livello della realtà ma a quello del sovrapporsi di immagini scaturite da analogie di suoni, colori e sentimenti affidati alle singole immagini e non alla narratività del testo, pressoché assente.
    **
    Chiudo questa essenziale antologia con una breve lirica, o forse sarebbe meglio dire abbozzo, senza titolo, estratta dai manoscritti pubblicati postumi. Il testo risale alla primavera del 1959 e si trova nei quaderni di «Villa Nuccia».
    *
    Sapevo, e per virtù ridotta
    non giunse mai nessuno.
    Ora era calmo l’ordine, l’ardire
    sopra uno sghembo tondo
    che tagliò il viso d’autunno
    sopra un trono.
    Non hai mai visto
    nulla di simile nella tua vita
    oltre un contadino che, oltre le sue terre,
    numerò la febbre e il pube tuo
    sulle tue dita, come un tuo racconto.
    Nulla era vero o questo fu vero
    e fu come un intoppo.
    Hai la sagoma alata densa della vita
    o questa fu la strana, forse,
    la strana origine del mondo.
    *
    Il problema che la critica letteraria, e nemmeno la psicologia e la filosofia di chi ha letto le poesie di Calogero da questi diversi punti di vista, ha risolto, è il determinare, se possibile, in che misura la malattia invalidante di Calogero, diagnosticata come depressione maggiore, nevrosi ossessive, ansia generalizzata, ipocondria e psicosi da isolamento, abbia condizionato negativamente la sua poesia, non solo dissociando realtà e immaginazione, ma anche le strutture descrittive e narrative e la sintassi dei suoi testi, oppure, al contrario, l’abbia condizionata positivamente, approfondendola, liberandola dai ciarpami dei riferimenti realistici e futili e rendendola «pura». Si è parlato, in proposito, sia di poesia pura, sia del Rimbaud italiano, sia di surrealismo, sia di poeta assoluto, sia di alta poesia, unica in questa forma nel Novecento italiano. Un caso notevole, da accostare alla poesia di Hölderlin, di Campana, di Paul Celan e di altri celebri “folli”.
    Si è anche parlato di tendenza alla poesia del «non senso», tutta basata sul suono e le analogie foniche. Ma io sono convinto che il «non senso» non c’entri per nulla. La struttura della poesia di Calogero si dissocia dal realismo, ma non perde mai di vista alcuni riferimenti al reale e non rinuncia mai a costruire un proprio senso. Certo, nel gran mare dei versi scritti, anche sotto la spinta ossessiva della malattia, ci sono ripetizioni, cadute, versi anche banali, ma quasi sempre la scrittura si mantiene ricca di immagini originali, spesso splendenti. Se si arriverà mai a pubblicare tutti gli inediti, si potrà capire meglio in che misura si tratta di una costruzione poetica del tutto consapevole, capace anche di usare la lima e le varianti d’autore, o in parte di una scrittura ossessiva il cui effetto letterario, estetico, sfuggiva al controllo dell’autore.
    Dopo il 1966 sono stati pubblicati altri inediti e alcune antologie delle poesie, oltre ad alcune ristampe delle raccolte pubblicate in vita. Ecco alcuni titoli per un approccio antologico alla poesia di Lorenzo Calogero.
    «Perpendicolarmente a vuoto», a cura di G. Bova, R. Chirico, A. Stilo, ed. Parallelo 38, Reggio Calabria, 1982.
    «Poesie», a cura di L. Tassoni, Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ), 1986.
    «Antologia», a cura di R. Meliadò, Falzea, Reggio Calabria 1996.
    «Itinerario poetico di Lorenzo Calogero. Percorso critico e poesie scelte», a cura di G. A. Martino, Qualecultura, Vibo Valentia, 2003.
    «Parole del Tempo», a cura di M. Sechi, Roma, Donzelli, 2011.
    «Avaro nel tuo pensiero», a cura di M. Sechi e C. Verbaro, Roma, Donzelli, 2014.
    «Un’orchidea ora splende nella mano: Poesie scelte 1932-1960», edizione bilingue, traduzione inglese di J. Taylor, prefazione di A. Nove, con un’opera di E. Isgrò, a cura di N. Cannatà, Cittanova (RC), Lyriks, 2024.
    ***
    Fotografie: 1) Lorenzo Calogero, ritratto fotografico. 2) Lorenzo Calogero, ritratto in Piazza Duomo a Milano, 1954. 3) Lorenzo Calogero, sua casa a Melicuccà. 4) Lorenzo Calogero, tomba al cimitero di Melicuccà. 5) Lorenzo Calogero, locandina della Festa della poesia, Melicuccà, agosto 2026. 6) Lorenzo Calogero, «Ma questo». Siena, Maia, 1955, copertina. 7) Lorenzo Calogero, «Parole del tempo». Siena, Maia, 1956, copertina. 8] Lorenzo Calogero, «Come in dittici». Siena, Maia, 1956, copertina. 9) Lorenzo Calogero, «Opere poetiche». Vol. 1, Milano, Lerici Editori, 1962, copertina. 10) Lorenzo Calogero, «Poesie». Soveria Mannelli, Rubbettino Editore, 1986, copertina.




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