lunedì 8 giugno 2026

Ricami e affondi sulla crisi della poesia

 


di Ennio Abate

Ricami - come quelli sulla pagina FB di Gabriela Fantato di cui ho detto qui -  sono pure quelli di Alessandro Carrera sul blog "Le parole e le cose 2" (qui).
Affondi quelli di Franco Fortini in questa intervista del 1993 a RAI Educational, ora non più in circolazione ma che può essere letta interamente qui

Ricopio il commento che ho lasciato su "Le parole e le cose 2" con lo stralcio dall'intervista a Fortini che ben chiarisce uno dei punti che Carrera tratta vagamente:


« Perché mai la poesia dovrebbe sempre avere un destino pubblico, quando la sua natura è spesso così intensamente privata?» (Carrera)

« E’ difficile pensare a un giovane adolescente studente che non si sia cimentato, perlomeno una volta, con la scrittura di una poesia. Ecco, perché in ogni età, cultura e condizione si scrivono versi?

Effettivamente con la successione delle tendenze letterarie e delle tendenze culturali o, diciamo ideologiche, degli ultimi due secoli a partire pressappoco dall’età della Rivoluzione francese, la scrittura in generale e la scrittura poetica in particolare sono diventate uno strumento di introspezione, sono diventate una via alla ricerca della propria identità. Insomma ogni scrittura che non abbia delle finalità puramente pratiche, sembra guidare alla scoperta di se stessi: allora scrivere versi diventa, in misura minore, anche tenere un diario o scrivere delle lettere reali o immaginarie. Scrivere versi diventa un modo rapido, un modo economico e, ahimé, un modo illusorio di risparmiarsi una crescita psicologica o un trattamento psicanalitico. Per esempio è diffusa l’idea che le scritture poetiche private siano alcunché di gratuito che uno può fare o può non fare, invece ci si accorge che questa è la conseguenza del fatto che le classi dominanti a partire dall’inizio dell’Ottocento avevano investito la categoria degli intellettuali di quelle funzioni che erano state nei secoli precedenti propri della casta sacerdotale, e esaltarono all’interno di questi intellettuali i letterati e i poeti come dei portatori di qualcosa di particolarmente rilevante, libero, gratuito, sublime e hanno continuato a mantenere questa sorta di illusione attraverso l’educazione di massa, attraverso i media audiovisivi, nonostante che appunto l’educazione di massa e i media audiovisivi, l’industria culturale dei nostri tempi, abbiano tolto ogni mandato sociale, ogni compito collettivo al letterato. So benissimo che mi si dirà che questo non è del tutto vero. Certo, fittiziamente vengono mantenuti, ma vengono mantenuti con una funzione analoga a quella che hanno i corazzieri al Quirinale. Il poeta si lascia adulare grazie ai suoi supposti rapporti col mondo dell’invisibile e dell’inconscio, come vedremo supposti, ma non del tutto falsi. Insomma per risolvere dei problemi affettivi, morali, psicologici, religiosi, metafisici è meglio non fare assegnamento sulla scrittura dei versi. Se si scrivono o se si leggono dei versi senza qualche coscienza critica o storica della tradizione letteraria per un verso e della loro destinazione, della loro collocazione nella realtà di oggi, si fa una strada falsa, non dimenticando che una letteratura di consumo di apparente immediatezza esiste ed è quella che troviamo per esempio in molte forme pubblicitarie, nell’uso della parola nei testi pubblicitari o nelle canzoni di consumo.»




(da Franco Fortini, Cos’è la poesia? Intervista a RAI Educational, 8 maggio1993
https://moltinpoesia.blogspot.com/2010/10/proposta-di-lavoro-n1-ottobrenovembre.html#more)

15 commenti:

Alberto Rizzi ha detto...

Io non ho mai creduto a una crisi della poesia. C’è, semmai, una crisi della società e questa provoca una crisi in tutto ciò che è qualitativamente “alto”, a causa della sempre maggiore incapacità critica della maggioranza.
Fioriscono perciò iniziative volte al ribasso, alla mera acquisizione di una briciola di potere e/o visibilità e questo genera l’impressione di una crisi generale.
Ma la poesia, come qualunque forma d’arte pura, è così pervasiva che una vera crisi non la conoscerà mai. Ci saranno generi che “passeranno di moda” (ma anche altri che torneranno, o che si evolveranno), il restringersi del campo d’interesse… Ma di vera crisi non si potrà mai parlare.

Ennio Abate ha detto...

"Io non ho mai creduto a una crisi della poesia. C’è, semmai, una crisi della società " (Rizzi)

Ma hai una visione idealistica. Tra poesia e società non ci sono legami? La società si trasforma (o s'ammala, o si corrompe, o decade, o rinasce) e la poesia starebbe in un altro mondo incorrotto e incorruttibile?

Anonimo ha detto...

" se c'è poesia c'è vita"? Per me è l'esatto contrario: se c'è vita c'è poesia", dunque la poesia va indagata nel suo farsi, non negli esiti formali ed estetici.

Ennio Abate ha detto...

"la poesia va indagata nel suo farsi, non negli esiti formali ed estetici."

E perché non in entrambe queste sue dimensioni?
A parte il fatto che gli "esiti formali ed estetici" sono oggettivi (il testo finale o sue versioni precedenti) e possono essere letti, approfonditi, interpretati mentre il "suo farsi" non sempre è accertabile o chiaro.

Anonimo ha detto...

Se diamo per vero che l'arte è continuità con l'esperienza, il compito del poeta è anzitutto vivere e trasformare l'esperienza in consapevolezza, da cui far derivare la poesia. A me interessa che la poesia sia vera.

Alberto Rizzi ha detto...

Temo di essermi espresso male.
Non penso che le arti in generale siano avulse dalla società, ci mancherebbe: quello che in sintesi sto dicendo è che è la crisi della società a riverberarsi sulle arti, non che – per esempio - la Poesia è in crisi in quanto tale.
Quello che intendo, è che la crisi della società toglie sostegni strutturali alle arti (distribuzione, analisi qualitativa), perciò ci viene prima dire “la Poesia è in crisi”, anziché “la crisi della società colpisce la Poesia, non a livello di contenuti, ma per la sua visibilità e per il suo apprezzamento critico”.
Qualsiasi arte continuerà a produrre lavori di alto livello e ben centrati all’epoca in cui vengono prodotti: su questo sono tranquillissimo.

Alberto Rizzi ha detto...

Riguardo al dialogo “Anonimo – Ennio”:
Avete ragione tutti e due: vanno indagati entrambi gli ambiti e il “farsi” è un po’ più complicato, mancando parametri oggettivi (per quanto sempre discutibili), come quelli che si applicano a forma ed estetica.
E d’altronde, che significa che la poesia “dev’essere vera”? Già qui siamo molto sul soggettivo…

Anonimo ha detto...

Quando leggo una poesia di Mahmud Darwish, faccio esperienza del vero. Non mi sogno di andare a indagare l'aspetto formale. Sai perché? Perché in quei testi forma e contenuto, quindi vita, vissuto, coincidono.

Ennio Abate ha detto...



1. Stiamo nel campo della poesia e perciò constato: “la Poesia è in crisi”. In tutti i miei numerosi interventi (da decenni) non faccio che insistere sul legame con la crisi della società (capitalistica).

2. "Qualsiasi arte continuerà a produrre lavori di alto livello". Determinismo puro.

Ennio Abate ha detto...

L'arte non è "continuità con l'esperienza" se non in apparenza.
In certi casi - nelle poetiche realistiche - si può fingere questa continuità. Ma per fare arte, bisogna che l'esperienza si nterrompa. Su cosa s'intenda per "poesia vera" ci sarebbe parecchio da discutere.

Ennio Abate ha detto...

"Quando leggo una poesia di Mahmud Darwish, faccio esperienza del vero"

A parte il fatto che bisognerebbe capire cosa intendi per 'vero', se leggi Dante o Cervantes, etc., potresti dire lo stesso.

Anonimo ha detto...

Per vero intendo vita vissuta, sangue versato...In Palestina tutti scrivono poesie. Non occorre un editore che le pubblichi. Vero vuol dire VERO! O non abbiamo più il senso delle parole?

Anonimo ha detto...

Senza troppi giri di parole, considerate quale, fra le due poesie è autofiction.



Come abbiamo fatto a perderci,
ad essere solo un altro amore,
ad essere uguali agli altri,
proprio noi,
prima persona plurale,
essere singolari deficienze,
sottrarci,
schivarci,
mancarci così,
io non lo ricordo.

E "io"
è così piccolo adesso:
sembra un vagito,
nella culla
che non dondoli più.

Non mi ricordo
come abbiamo fatto
a prendere l’incastro
del nostro corpo esemplare
e a farne una somma
di due qualunque;
a trasformare in ricordo improbabile,
l’unica vita possibile.


Beatrice Zerbini

*




La tenda è un corpo fragile,
la sua pelle di stoffa stanca,
le sue costole bastoni esili
oscillano a ogni sussurro del vento.
Il vento non chiede permesso,
entra da ogni fessura, apre le porte su un vuoto infinito,
ruba il calore dell’istante
e lascia dietro di sé un silenzio tremante.
La tenda non è una casa,
è una promessa d’attesa,
e ogni impeto di vento
ti ricorda che sei di passaggio
su una terra che non porta il tuo nome.
Poi arriva la pioggia,
pesante come un’antica tristezza,
colpisce il tetto della tenda
come a mettere alla prova la sua resistenza.
S’insinua all’interno,
disegnando mappe di macchie d’acqua
su un suolo che mai si asciugherà.
Il vento scuote la tenda,
la tenda abbraccia la pioggia,
e la pioggia lava via tutto,
ma non la memoria di chi ci vive.
Così la tenda rimane in piedi,
a testimoniare che la fragilità
è l’altro volto del Sumùd.

Yousef Elqedra



Alberto Rizzi ha detto...

Per Ennio:
1) – Allora, almeno in linea generale, su questo siamo d’accordo. Ma, per specificare, trovo che la crisi sia nell’affollarsi e nel dare visibilità a persone che “scrivono”, anziché “fare poesia”; nelle storture della distribuzione e dell’editoria: e questi sono problemi che nascono, appunto, dalla crisi della società, non della Poesia in quanto tale.
– “Arte” non è una “categoria del fare”: è una “qualità nel fare”. Pertanto la Poesia produrrà sempre scritti qualitativamente validi; si potrà poi discutere se tanto, o abbastanza validi: ma se non ci fosse questa qualità, non sarebbe Poesia. Tautologico.

Alberto Rizzi ha detto...

Per "Anonimo":
Purtroppo il fatto che una poesia sia fatta “sul campo” non basta a renderla “vera”.
Chiarito questo, il concetto di “vero” è piuttosto soggettivo: io potrei rispondere che “provo il vero” davanti a “Ode al verme solitario” di Regazzoni. Vi sento tutta la sofferenza di detto animale per la propria solitudine, pur se l’autore mai fu una tenia; a meno di non tirare agli estremi la teoria della reincarnazione…