mercoledì 7 dicembre 2011

Ennio Abate
La lettura inquinata dall’ideologia
non regala libertà


 


Replica 2 a Donato Salzarulo

 

Avete - parlo al plurale perché so che molti/e la pensano come Donato - un bel dire e applaudire, ma per me l’ideologia del «piacere della lettura»  oggi resta una fregatura. E non mi va di vedervi sguazzare dentro come omini e donnine che si abbracciano e si sbaciucchiano nella fontana della giovinezza di qualche affresco medievale. L’acqua del “piacere della lettura” è per me sporca, sporchissima. E di piacere autentico c’è spesso solo l’apparenza. Che Donato, sulla scia di  Luca Ferrieri, a sua volta sulla scia di Barthes, metta intelligenza e bella scrittura anche al servizio di questa ideologia è questione che ci divide. Ma non c’impedirà, spero, di continuare discutere per capire meglio e di più e non solo per stabilire “chi ha più ragione” (o consenso). E perciò ribatto ancora.Nella mia prima replica avevo  fatto alcune obiezioni. Dicevo in sostanza: 1. una comprensione scientifica e/o politica del fenomeno della lettura è  tuttora carente; 2. con il moralismo e l’autobiografismo  dei lettori (forti) tale vuoto di conoscenza non viene colmato; 3. il piacere reale  (anche della lettura), che io - sia chiaro! - non nego, va distinto  dall’«IDEOLOGIA DEL PIACERE DELLA LETTURA, che come tutte le ideologie acceca, rende unilaterali e spinge alla rimozione delle cose NON PIACEVOLI», che vanno sempre tenute presenti; 4. dunque, anche la lettura - pratica utilissima e complessa, dove secondo me entrano piacere e non piacere e persino vera e propria fatica, può essere, anzi è, in certe condizioni storiche e sociali (capitalistiche), un’operazione ambivalente. Può, cioè, sporcarsi, inquinarsi e, per dirla con Fortini, diventare «vino dei servi», con il quale ubriacarsi e dimenticare appunto le cose  non piacevoli (ad es. guerre o salassi che il governo Monti ci ha preparato o tantissime, realissime cose)  che anche la lettura  (sempre strumento) potrebbe  aiutare (forse) ad affrontare e capire meglio. Ora nella lunga replica di  Donato (qui) ci sono varie cose che non funzionano e sfuggono alle sue ammiratrici; ed io, leggendola senza piacere, cercherò di ragionarci su seguendo i suoi punti:


1. Non capisco perché mi debba mettere in bocca (deducendole dal retrobottega della mia o della sua mente?) cose che io non penso né ho detto. Ho parlato del fenomeno della lettura come spia di differenze sociali. E lui, dilungandosi con esempi più o meno sfiziosi, mi accusa di aver identificato i «lettori forti» (o i moltinpoesia) coi  “capitalisti”, mettendo tutti in un mucchio. Questo travisare la mia posizione non agevola il confronto. Tener presente le differenze sociali, anche quando si parlasse soltanto di lettura, per me  è rilevante. Credo che esse la condizionino. Ma  non in maniera automatica e meccanica, per cui,  se uno è ricco o benestante,  legge; e, se non lo è, non legge o legge pochissimo. Io voglio sottolineare che il «piacere della lettura» (reale o droga ideologica) di per sé queste differenze sociali (meglio ancora questi rapporti sociali diseguali, gerarchici e nient’affatto naturali, ma qui il discorso si amplierebbe troppo e, con qualche capogiro, dovremmo uscire dalla «piatta empiria»)  non le smuove.  E questo  è un problema, forse irrisolvibile, ma  che fino ad anni recenti preoccupava le persone intelligenti e sensibili.Non mi sento di sostituirlo con quello della lettura e del “piacere della lettura”, che rischia di apparire un surrogato, un contentino e niente affatto un atto di libertà. Proprio per la persistenza  o il rafforzamento di questi rapporti diseguali non diventeremo mai tutti lettori o lettori forti, come l’utopia del “piacere della lettura” induce a pensare. Che tra i «lettori forti» non ci siano soltanto dirigenti  di aziende, di piccole e medie imprese, ecc. ma «diversi disoccupati, cassintegrati o disperatamente in cerca di lavoro» lo vedo io pure. Non sono cieco. Ma la questione che io pongo è un’altra: questo “popolo di lettori forti” è solo in apparenza accomunato; e l’ideologia del piacere della lettura contribuisce a questa finzione. Se la comunione fosse  vera, reale e non soltanto idealistica, anche le condizioni sociali dei singoli dovrebbero essere intercambiabili: il dirigente potrebbe  mettersi al posto del disoccupato e viceversa. Ora mi chiedo: persistendo tali differenze sociali squilibrate, non essendo affatto  intercambiabili  i ruoli sociali,  il “piacere della lettura” che prova un disoccupato è  della stessa qualità e intensità di quello che prova il dirigente d’azienda o il benestante? Un “piacere della lettura” assaggiato (si potrebbe meglio dire: strappato)  non è la stessa cosa di quello di cui gode un benestante. Perché se, nel caso dei benestanti, il “piacere della lettura” può essere considerato un prolungamento, un’estensione coerente di una condizione di vita mai del tutto felice (vabbè) ma, tutto sommato, più sicura e tranquilla (almeno sotto alcuni aspetti non trascurabili), nel caso dei disoccupati, dei giovani precari c’è contraddizione fra quel “piacere della lettura” che riescono a strappare (quando risultasse  vero e reale, cosa che non escludo a priori) e la loro condizione di vita precaria, sempre più precaria e, come si dice, senza futuro.

Una volta avrei osato anche dire a questi «lettori forti» ma economicamente e socialmente sfigati: Uè ragazzi, perché invece di organizzarvi e lottare per uscire dalla vostra situazione di merda, vi buttate a leggere per “il piacere della lettura”? perché, invece, non affrontate lo svantaggio sociale che è la causa principale (realisticamente parlando eh!) della vostra sofferenza? Perché almeno non leggete cose più toste e magari faticose (che ci sia anche un “piacere della fatica o nella fatica”?) per  capire che fare per uscire da una situazione di merda e non accontentarvi del piatto di lenticchie del “piacere della lettura” che, nel vostro caso, è alquanto dubbio o comunque viene annullato appena  chiudete il bel romanzo che vi ha fatto sognare e vi guardate attorno?
Oggi non lo dico più perché non trovo a chi dirlo; e mi pare di essere un Ulisse  alle prese con i suoi compagni lotofagi, ma ormai incalliti loro  e senza alcun potere lui di risvegliarli o di imbarcarli a forza verso una qualche Itaca. Resto però convinto che il “piacere della lettura” che essi si procurano, pur continuando a restare disoccupati ecc., è soltanto una droga o un compenso più o meno illusorio, che attenua temporaneamente la sofferenza o il disagio per la dura sorte sociale che vivono. Può essere anche - non lo nego in assoluto -  una forma “debole” di resistenza: magari  per non impazzire in una situazione pesantissima di isolamento e di sfascio politico come quello in cui ci troviamo e in cui tutti non sappiamo più come uscire. Però il contesto reale sempre più rigido, in cui  questo piacere (reale o fittizio) viene provato o assaggiato o strappato, non è secondario. Come non cogliere, allora, quanta ambivalenza  soggettiva e quante differenti realtà sociali e materiali  copre  l’ideologia - appunto - del “piacere della lettura”? Se davvero fosse tutto piacere autentico, a disposizione comunque del ricco o del povero, del disoccupato o dell’impiegato, il capitalismo avrebbe risolto una buona parte dei drammi dell’esistenza  umana: avrebbe dato a tutti qualcosa d’importante e vitale. (In misura minima questa ipotesi non va esclusa,  potrebbe anche spiegare  l’assenza di rivolte malgrado  l’insoddisfazione che tutti provano o dicono di provare; ma, per accertarla, bisognerebbe diradare proprio la nebbia ideologica invece di aggiungerne altra).

 Quel «proposito di auto miglioramento» che l’intellettuale (politcamente pentito) Berardinelli, dalla cattedra confindustriale del «Domenicale del Sole 24 ore», scorge  nella lettura è per me una frottola. Con l’aggravante che  a lui  i padroncini del giornale pagano non so  quanto a colonna l’articolo e lo gratificano con un po’ di “visibilità”, mentre i fessacchiotti, che si bevono i suoi articoli, inebetiscono ancora di più. Leggendo «letteratura, filosofia e scienza», ma restando impiegatucci o disoccupati o precari, si “concedono un lusso” (espressione per me ipocrita e odiosa) o s’illudono di assaggiare « una passione virtuosa o leggermente perversa; un vizio». In realtà restano come la piccola fiammiferaia della crudele favola  popolare  di Andersen. Se non sono fessi fino in fondo, chiuso il libro, dovrebbero appunto accorgersi che l’operazione fatta in quelle condizioni di vita non è affatto « un modo per uscire da sé e dall’ambiente circostante». (Come non ne usciva un’altra loro prototipa, ottocentesca questa, Madame Bovary).  E neppure «un modo per frequentare più consapevolmente se stessi e il proprio ordine e disordine mentale»,  che avrebbe bisogno di confronto con gli altri  e con la realtà, per non ridursi anch’esso a mera illusione.  
Metterci o mettermi, come fa Donato, tra gli « Iper-arci-stra-lettori» un po’ mi fa sorridere e un po’ incazzare. Non perché non appartenga anch’io alla piccolissima borghesia, ma perché, pur sociologicamente piccolo borghese, proprio perché non c’è meccanico determinismo  di classe o di ceto nei pensieri e nei comportamenti  degli individui, io m’illudo di  non cedere, almeno in parte,  a questa ideologia del “piacere della lettura”.  E non mi concedo affatto « il lusso, il privilegio, il piacere, la passione di leggere più di 12 libri l'anno».  E non sto affatto a mio agio nella casella (sociologica e apparentemente gratificante) del “lettore forte”. Se cioè anch’io leggo non so quanti libri all’anno o leggo dal Web, non iscrivo questa mia pratica in quell’ideologia. Semmai -  direi polemicamente - vorrei essere collocato in una classifica che misuri  il “dispiacere della lettura”. Dico meglio: per me la lettura prescinde dal piacere o non piacere, salta questa falsa distinzione. Per me esiste solo una lettura motivata, strumento per raggiungere qualcosa d’altro. È come quando uso l’auto: non lo faccio per il piacer mio, né per far piacere a Dio o al Partito o al General Intellect, ma per avvicinarmi possibilmente di più alla realtà. E se domani fosse alla mia portata uno strumento superiore e più efficace della lettura (che so viaggiare o  incontrare gente direttamente), lo adotterei. Per me la lettura non è un feticcio da adorare. Non ci rinuncio però, perché non ho  trovato finora altro strumento più adatto per accostarmi - ripeto - alla realtà.

2. Donato: « La lettura è un'abilità, la democrazia una forma di governo, l'amore un sentimento, la fraternità una relazione di appartenenza tra figli della stessa famiglia...  Limitandosi ad affermare che sono tutti valori positivi, sì che si rischia di far della retorica e del moralismo»  Qui sorvolo su tutti gli esempi e aneddoti da lui collezionati; e ancora una volta  noto  degli aut aut che manco mi sono passati per la testa: «Sono per questo “cattivi”, mentre gli altri (i lettori divoratori di pagine) sono “buoni”? Scherziamo?!... ». Ho detto soltanto che ci sono cose a cui di solito attribuiamo valore positivo. Tra queste, per molti (come lo zio Peppo lettore di un unico libro ricordato da Donato), rientra anche la lettura. E come problematici ( e spesso pura facciata, ideologia) sono gli altri valori , lo è (o lo diventa in situazioni concrete) anche la lettura.

3. Donato: « Il “piacere della lettura”, prima di essere proposto come paradigma esplicativo del come e perché si diventa lettore forte, è un fatto che si può cogliere ad occhio nudo.». Ma certo che è un fatto empirico e storico. Com’è certo che la gente che legge prova un piacere o che pare leggano di più le donne. Ma io non ho messo in discussione il «fatto». Ho messo in discussione l’ideologia (e magari l’immaginario che spesso ad essa s’accompagna) che, come sempre,  con un «fatto» concresce, da un «fatto» scaturisce, ad un «fatto» si collega se deve funzionare con una qualche efficacia. (O a un bisogno spontaneo/indotto, ma anche qui  si aprirebbe un’altra sterminata problematica…). E, ripeto ancora, ho posto il semplice problema di distinguere tra pratiche di letture e ideologia delle pratiche di lettura.

4. Donato: « Non si può menare il can per l’aia. Non si può dire “il problema è un altro”, se quello da spiegare è relativo alla lettura. E se si sostiene che è un altro, si deve mostrare, ripeto, in che relazione, in che rapporto sta con quest’altro che s’invoca. Sotto questo profilo le osservazioni di Abate mi sembrano davvero generiche. Meglio dire chiaramente che non si è interessati a questo problema».

Ma che pretesa! Io uso un mio metodo, perché sono convinto che  le pratiche di lettura non si spiegano mettendosi i paraocchi del «lettore forte», ma togliendoseli. Il mio sforzo è quello di guardare pratiche di lettura reali e lettori reali dentro un contesto  reale e politico. Questo è il mio punto di partenza. Solo così - penso -  si può stabilire  quanto quel “piacere della lettura” sia reale o illusione, perché ci dicono  che “bisogna provarlo” o “tutti lo provano”. E si può stabilire se davvero sia così separabile dal “dispiacere della lettura” o dalla fatica che  certe letture, magari preziose, non possono non comportare. Sono  abbastanza interessato alla lettura come piacere reale, ma voglio accertarlo con il mio corpo e la mia mente, lo voglio sentire. Molto di più sono  interessato  alla lettura - piacevole o faticosa non m’importa - che mi apre gli occhi sulle cose che mi preoccupano o che mi stanno a cuore. E perciò mi affatico, ora che ho un PC, a fare il copia/incolla di certi articoli pallosi, a sottolineare i passi che mi paiono decisivi, ad aggiungervi brevi commenti  in rosso o in blu,  a rileggere, a ricompattare i miei appunti di lettura e magari passarli ad amici e amiche. Se, nel far tutto ciò, dovessi dire che provo solo o soprattutto piacere, mentirei. Se dovessi dire che provo solo fatica, dispiacere, che soffro come  un  santo dedito ad esercizi spirituali e sono in attesa delle stimmate, mentirei lo stesso. Ripeto: non sono interessato a misurare  certe pratiche dal grado di piacere o di fatica che mi procurano, ma solo da grado di convinzione, di presa  totale, generale che hanno su di me.

 

5. Donato: «Perché i non lettori non leggono? Perché non sono ricchi o benestanti. Se non capisco male, questa è la risposta di Abate». Ecco ancora un travisamento. Ho spiegato sopra il rapporto non meccanico tra  condizione sociale e lettura e non ci torno. E non mi prende neppure il discorso  dai toni patetici sui «lettori forti» piccolo borghesi. Donato  mi dà l’impressione di volerli coccolare o sedurre o difendere, perché sono stati attaccati - che so - dalla Gelmini. Io vorrei scuoterli e magari scandalizzarli, perché sono convinto che troppo spesso si vittimizzino da soli e si auto consolano troppo facilmente. No, insomma, a sedurre un ennesimo “popolo”, in questo caso di lettori forti piccolo borghesi! E stia certo Donato: appena  andasse a ripetere « passi del Capitale, dei Grundrisse, di Brecht, di Fortini», il “piacere della lettura”  svanirebbe come neve al sole. «I libri, quelli che contano, pretendono scelte» appunto! Se leggi Marx, la prima scelta da fare è disfarsi dell’ideologia del “piacere della lettura”.

6 commenti:

  1. ???????? "omini e donnine " ???????

    questo sarebbe "duello"?????

    ho gia scritto come la penso su un voler essere intellettuale separandosi completamente dalla carnalita poetica , sia di fratelli che non hanno mai letto una pagina sia di fratelli che ne avessero elaborato milioni di milioni di testi , quindi vado subito al punto:

    Omini e Donnine lo puoi andare a dire a tu' soreta , tu' moglieta o tu fratete... anzi mi sa nemmeno a loro . Poi però vorresti pure avere l'esclusiva di mantere lo spirito critico , magari di critica sociale autenticamente marxista ? ma facciamoci il piacere!
    anche questa volta è neolingua orwelliana allo stato puro!

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  2. Ennio Abate:

    Gentile "in soffitta",
    lo stile baccante in libera uscita non mi piace e mi pare del tutto improduttivo in un blog.
    Pensaci.

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  3. Riflettendo potrei leggere anche ciò che non mi interessa ma che dovrebbe interessarmi e se poi non ce la faccio? Che faccio? Continuo a leggere? E sì dovrei, sì sì dovrei. Accidenti mi sento diversa , troppo diversa. Gentilmente saluto Emy

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  4. Mi sembra che le parole *libertà* e *realtà* siano un po’ i binari su cui procede il treno di questa discussione: il “piacere della lettura” starebbe al di sopra di ogni distinzione sociologica di ricchezza e di povertà?
    Secondo Ennio << il “piacere della lettura” assaggiato (si potrebbe meglio dire: strappato) non è la stessa cosa di quello di cui gode il benestante>>.

    Mi sento di ribadire che il “piacere della lettura”, inteso come tale, è un fatto squisitamente soggettivo nella misura in cui è personale la relazione che si instaura con l’oggetto verso cui ci si dirige, ovvero la lettura in questo caso. E’ come un amplesso amoroso: anche il ‘ricco’ lo può vivere con rabbia, come se dovesse ‘strappare’ qualche cosa, anziché essere accompagnato dal piacere della scoperta. E leggere implica il piacere della scoperta. Ognuno sarebbe dunque 'libero di' ma non 'libero da' i condizionamenti sia interni che esterni.
    Infatti, sostiene Ennio, il benestante avrebbe la possibilità di questo godimento e, se non la utilizza, sono affaracci suoi, mentre il disoccupato o il precario non godono di un bel niente.
    Ma perché tirare in ballo il piacere della lettura? Perché questo malcapitato non può provare piacere in ciò che legge, sia che si tratti di “Novella 2000” oppure de “Il Don Chisciotte”?
    Il problema che si pone ha dunque a che vedere, per l’appunto, con l’uso ideologico di questo concetto, la cui realtà viene manipolata *ad usum delphini*, per mantenere posizioni di potere.
    E’ proprio sull’idea (ideologica) che lo svantaggio sociale produca sofferenza (per alcuni sì, ma non per tutti; e poi bisogna capire di che tipo di sofferenza si tratti!) ci marcia alla grande l’altra ideologia, quella del potere. A te, povero svantaggiato, verranno date le stesse (si fa per dire) opportunità dei potenti, potrai sperimentare il “piacere della lettura” (e giù conferenze, ‘dibbbattiti’); potrai andare a vedere tutte le mostre che vuoi; andare anche a sentire i concerti alla Scala…. ma sarai sempre un subordinato. Questo è il succo.
    Il "piacere" della lettura non ci ha nulla a che vedere. E’ un falso problema.
    Nello stesso tempo la lettura è sì uno strumento per accostarsi alla realtà, ma non alla realtà concreta: non è come quando si usa l’auto. Sì, certo, quando uno mette il culo sul sedile dell’auto, si impadronisce dei comandi, può sentirsi dentro un <> che possono *anche* esulare dal piacere; ma il piacere della lettura ha un’altra presa. Esso è in contatto con il simbolico, con il metaforico; con l’effimero, anche, e quindi con la sofferenza. Per tutto ciò è molto sensibile alle manipolazioni ed è per questo che bisogna prestare molta attenzione.
    E allora? Il nostro 'fare' a volte si può ridurre soltanto ad un 'segnalare'.

    Rita S.

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  5. Scusate, ma c'è un refuso nel commento precedente nel punto dove appare un simbolo carino, tipo occhio. Lì andrebbe inserita una citazione da Ennio quando parla di "un grado di convinzione, di presa totale, generale"...
    Grazie.
    Rita S.

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  6. Ennio Abate a Rita S.:

    "Infatti, sostiene Ennio, il benestante avrebbe la possibilità di questo godimento e, se non la utilizza, sono affaracci suoi, mentre il disoccupato o il precario non godono di un bel niente.
    Ma perché tirare in ballo il piacere della lettura? Perché questo malcapitato non può provare piacere in ciò che legge, sia che si tratti di “Novella 2000” oppure de “Il Don Chisciotte”?"

    Mi sembra una semplificazione eccessiva del mio discorso. Vorrei che si rileggesse il passo in questione, che è il seguente:

    "Ora mi chiedo: persistendo tali differenze sociali squilibrate, non essendo affatto intercambiabili i ruoli sociali, il “piacere della lettura” che prova un disoccupato è della stessa qualità e intensità di quello che prova il dirigente d’azienda o il benestante? Un “piacere della lettura” assaggiato (si potrebbe meglio dire: strappato) non è la stessa cosa di quello di cui gode un benestante. Perché se, nel caso dei benestanti, il “piacere della lettura” può essere considerato un prolungamento, un’estensione coerente di una condizione di vita mai del tutto felice (vabbè) ma, tutto sommato, più sicura e tranquilla (almeno sotto alcuni aspetti non trascurabili), nel caso dei disoccupati, dei giovani precari c’è contraddizione fra quel “piacere della lettura” che riescono a strappare (quando risultasse vero e reale, cosa che non escludo a priori) e la loro condizione di vita precaria, sempre più precaria e, come si dice, senza futuro."

    Come si vede (e anche da altre annotazioni "antimeccanicistiche" contenute nella mia replica) io non nego il piacere, non dico che solo i benestanti possono provarlo. Faccio un discorso sulla qualità e intensità di tale piacere. Il piacere provato leggendo Novella 2000 indubbiamente lo è, ma è imparagonabile con quello che si prova se si riuscisse (!) a leggere il Don Chisciotte. Ma è davvero improbabile che in certe condizioni uno dopo a ver letto Novella 2000 legga pure Don Chisciotte.
    Un saluto

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