lunedì 21 febbraio 2011

CONTRIBUTI
Rita Simonitto
Sulla poesia
(che scrivo rigorosamente
in minuscolo!)



Lettera a E.A.

Caro Ennio,

anche se non ho avuto il tempo materiale di rispondere volta per volta, ho seguito con interesse il dibattito sulla poesia fra te e Leonardo Terzo sul blog MOLTINPOESIA.

Vorrei esprimere qui alcune mie riflessioni che non hanno certo una competenza specialistica ma penso possano servire, così come, immagino, possa servire ogni valutazione che viene da un osservatore esterno.

Ci fu un tempo in cui anch’io credevo nella Poesia, nell’Arte, nella Psicoanalisi, nella Lotta di Classe, nel Comunismo… (ovvero quello che tu descrivi come “ciò che abbiamo desiderato o sperato: cose o persone o mondi, che allo stesso tempo ci apparivano (o credevamo potessero essere) belli e buoni e giusti e umani o magari santi”) [da E. Abate, Sulla Bellezza e oltre]…e poi, purtroppo non molto POI,  ho scoperto che si creava uno stato di  perniciosa confusione non solo tra il nostro, sia pur legittimo, desiderio e la realtà, ma anche, metodologicamente, fra quello che è il lavoro di astrazione (che poi deve confrontarsi, volta per volta, con il concreto, anzi, con i vari aspetti del concreto) e quello che è il processo di assolutizzazione e generalizzazione.
Nello stesso tempo, però, poiché ‘esiste’ anche la percezione soggettiva di quell’istante fugace in cui si realizza quella specie di unione ‘mistica’ fra il desiderio e la sua realizzazione, o, in campo estetico, tra contenuto e forma -  e questo non lo possiamo negare -, rimane il problema di come ciò che potrebbe essere un puro ‘delirio soggettivo’ (anche in senso clinico) si possa trasformare in un patrimonio esperienziale della collettività. Ed è qui che, secondo me, iniziano i problemi.


L. Terzo scrive:

…. la produzione della bellezza - fine specifico dell’estetica - utilizza comunque dei materiali che appartengono a tutti gli altri campi della realtà umana, cioè il sapere o i saperi. Tali materiali hanno un loro significato e valore originario, che viene trasformato e trasfigurato, e quindi osservato, fruito e interpretato in un nuovo contesto funzionale, culturale e addirittura “cultuale”, dove acquista un suo senso “altro” e specifico.
La contemplazione estetica implica infatti non solo un piacere sensibile e una comprensione intellettuale, ma anche un’aura di ammirazione estatica e di trasporto emotivo assimilabile appunto al culto. Ciò disturba chi vuol ridurre la letteratura a discorso letterale e referenziale. Di qui l’accusa di fare dell’arte una religione. Che cosa voglia dire “religione” per chi lancia queste accuse non è chiaro, ma è certo un significato spregiativo. Forse si intende fede cieca in qualcosa che non si può capire.

Posso anche concordare con quanto viene sostenuto, soprattutto per quanto concerne la speciale unità di senso e di intento che il dire poetico porta con sé, ma andrei molto più cauta proprio rispetto a quell’area “cultuale”, che non ha per me alcun senso spregiativo se avvicinata all’area della religione, intesa come re-ligio, tentativo di legare qualche cosa che non è accessibile alla pura sensorialità, ma mi allerta quando quell’area si costituisce a partire da un privilegio, il suo culto e la sua gestione.

La Poesia, in questo caso, verrebbe percepita come proveniente da una Grande Madre che accomuna e accoglie nel suo ampio ventre il mondo dei Poeti che si riconoscono in essa, nella sua Bellezza fondante, che da Lei discendono in una specie di creazione che si autofonda e non necessita di interventi esterni, si configura senza padri, ovvero senza storia e/o storie individuali.
Questo mi richiama in parte il tuo pensiero quando scrivi che:

Ci sono quelli che ritengono che la poesia possa avere rapporti più o meno intimi ma tra “simili” ( tra saperi simili)  e, quindi,con le altre arti “sorelle” come pittura o oggi arti visive o a massimo con  discipline “consolidate” come filosofia,  teologia, psicanalisi (delle scienze nessuno parla o se ne parla a mezza bocca).  Solo pochi “retrogradi” come me vengono accusati di volerla spingere tra le grinfie della politica o distoglierla da un rapporto  che sembrerebbe monogamico ed obbligato con la bellezza (o Bellezza) e portarla a sporcarsi con le “cose brutte” o con gli orrori del mondo in guerra o in ebollizione.

Ma, a questo punto, si pone la domanda.
Che posto, o che ruolo (da ‘retrogradi’ forse, o da disillusi?) potrà avere l’individuo con la sua unicità, o il singolare, messo così in scacco da un ‘generale’ che fa quadrato e che, al fine si trasforma nel ‘generico’, il brodo lungo per cui ‘tutti sono poeti’ (= nessuno lo è)?
Credo che le strade che si sono tentate (ribadisco che, in questo campo, sto parlando da osservatrice esterna) abbiano operato su livelli parziali di espressione della soggettività.
Da un lato, introducendo la possibilità di dare credito alla percezione emotiva soggettiva (= mi piace, non mi piace; mi emoziona, non mi emoziona) come criterio valido per sostenere o distruggere un testo, (possibilità che, guarda caso, viene esclusa quando si affrontano i temi inerenti il campo scientifico. Forse è per questo che la Poesia – in maiuscolo – oggi vorrebbe essere refrattaria a regole e a critiche?).
Dall’altro lato, introducendo la possibilità di giocare un (ancora parziale) senso dell’individualità facendo leva sull’eccentrico, ovvero ciò che sta fuori dal comune. Procedimento che è ben diverso da quello che è il percorso della sperimentazione.
E quindi, ancora una volta, colpire l’immaginazione, l’eccitazione momentanea come quella che si sperimenta davanti allo spettacolo dei fuochi d’artificio.
Naturalmente, queste ‘espressioni’ o ‘esplosioni’ di soggettività non possono rimanere isolate, proprio perché in sé inconsistenti. Allora diventa opportuno costruire attorno a queste singolarità delle ideologie, dei ‘criteri di Bellezza’ che vengono assunti in modo a-critico perché l’unico punto di forza su cui poggiano è ‘il Nuovo per il Nuovo’, oppure la forzatura della Realtà attuale intesa come innovazione e su cui  saranno poi i cosiddetti critici o i maîtres à penser a costruirne il campo ideologico di riferimento. Ogni singolo sarà così convinto della sua unicità mentre fa parte, invece,  di un gruppo costituito ideologicamente (vedi, di nuovo, il movimento delle donne del 13 febbraio).

Prendo un tuo punto:

la politica deve passare attraverso il filtro della poesia. E cioè il contenuto politico di un testo non è di per sé ragione sufficiente per essere dichiarato poesia.  

Io credo che la poesia sia uno strumento attraverso il quale il se-dicente poeta cerca di mettersi nel mondo (storico e politico) nel quale si sta sviluppando (o inibendo) la sua esperienza di essere sociale. E’ dunque un linguaggio - e il linguaggio è uno strumento -, privilegiato, perché cerca di mettere in contatto di senso due sfere non pienamente esplicitate, il mondo interno e quello esterno; e privilegiato anche perché potrebbe cogliere creativamente, nel contatto, quei vuoti che possono diventare pieni di ulteriore significato. Ed è appunto nel gioco ambiguo (certo che sì, ambiguo) dei pieni e dei vuoti che si esplicita, a mio parere, l’espressione poetica. C’è sempre qualche cosa che rinvia ad altro, e poi ad altro ancora, creando quella tensione espressiva che permette al vissuto dell’impotenza per non poter mai esprimere il tutto, di essere tollerabile.
Qui concordo con Terzo quando scrive che:

Il  modo in cui certe cose (o contenuti) vengono dette o scritte (quelle scelte lessicali, quella metrica dei versi, quelle rime esplicite e no, quei suoni, quegli accenti, quel ritmo dell’insieme) significano, aggiungono altro. Questo altro  va colto, costituisce parte integrante della poesia e non lo si ritrova in un saggio in prosa o un articolo di giornale che riferissero le medesime cose.

Concordo pure,  in parte, quando Terzo afferma che la forma è anche significato. E poi prosegue:

Questa comunicazione cifrata e fino allora inedita e segreta potrebbe essere sia rivoluzionaria sia conservatrice in termini di ideologie referenziali vigenti, ma sempre sovversiva appunto perché è, per sua natura, “cultuale”, nel senso che è capace di rivelare uno spostamento di visione in un’altra prospettiva. Una prospettiva che, partendo dal linguaggio, dalle tecniche, dalla costruzione di  nuove forme del contenuto, rivela, spiazza, sovverte, oppure anche conferma, ma produce comunque il proverbiale “shock del riconoscimento”, cioè fa capire ciò che magari sapevamo già, ma non eravamo così limpidamente coscienti di sapere.

Perché concordo ‘in parte’? In primis, perché la sottolineatura della forma come quella che è in grado di produrre il “proverbiale shock del riconoscimento” mi impensierisce, nella misura in cui si può dare credito solo a ciò che formalmente colpisce i sensi. In secondo luogo, perché ogni volta che percepisco un particolare atteggiamento di sicurezza nell’esplicitare quelli che sono processi di natura inconscia mi si allerta il sesto senso. E’ come se si desse per scontato qualche cosa che scontato invece non è, ma è sempre in fieri.

Andiamo avanti.
Tu prendi in esame il rapporto tra contenuto e forma:

Altri passi indispensabili riguardano anche il contenuto e il rapporto che in quel testo si stabilisce tra contenuto e forma.

A volte ho l’impressione che il lavoro poetico possa sempre autogiustificarsi: ogni poeta diventa il referente di se stesso attraverso il suo poetare. E questo sarebbe anche legittimo: ognuno può affermare che ciò che ha espresso è proprio ciò che intendeva esprimere (ovvero il raggiungimento dell’unità di forma e contenuto). Ma guai se manca la posizione terza che permetta una relazione, non simbiotica ma critica, tra la forma e il contenuto.

Prendo ad esempio la tua poesia “Cronaca di performer” che mi ha molto coinvolto, a più livelli, spingendomi a porre delle interrogazioni.
Interrogarsi. E’ anche questo il ruolo ‘politico’ della poesia? E quindi non è il suo contenuto tout-court o la sua forma ad essere fonte di interesse ma ciò che il suo contenuto-forma suscita nel lettore/fruitore?
Riporto la definizione di performance:

 La performance diventa un dialogo, un rapporto diretto di azione e reazione, tra il  performer e lo spettatore che non può restare inattivo mentre assiste in prima persona all'azione ed è quindi psicologicamente costretto a reagire. La reazione dello spettatore diventa l’oggetto della performance.

Però si può anche correre il rischio che la poesia diventi performativa fine a se stessa, ovvero quando si considera il “reale per quello che è”,  e che questo Reale possa essere trasformato attraverso la performance, ovvero il dire poetico che si appiattisce sul cosiddetto reale (= cronaca?).
Sappiamo che non esiste il Reale. Quando Marina Abramovic espone il suo corpo ai maltrattamenti da parte sua e/o da parte di altri, lo tratta esclusivamente come corpo in sé, come se non avesse anche una componente mentale/emozionale, ma si trattasse solo di un corpo i cui limiti possono essere violati ecc. ecc.  Senza dubbio si può riconoscere questa spinta, questo tentativo di esplorare le limitazioni fisiche del corpo, come un anelito a superarne le barriere: “Una volta che sei entrato nello stato della performance, puoi spingere il tuo corpo a fare cose che non potresti assolutamente mai fare normalmente.” Così lei afferma. Anche se, in tempo successivo, la stessa Abramovic, dopo una brutta esperienza in cui ha rischiato di perdere la vita, si rende conto del limite del superare il limite: <<Ero molto arrabbiata perché avevo capito che c'è un limite fisico: quando perdi coscienza non puoi essere presente; non puoi performare>>. Le paure circa i propri limiti non possono essere affrontate soltanto nel campo del limite ma anche nella sua parte simbolica.
Ma questo discorso a quale pro-getto è orientato?
Quando tu concludi con il verso: “Qui moltinpoesia e moltintelevisione./Per ora” , quale universo di senso si apre? Moltimpoesia potrebbe diventare un agone di performances?

Il capo dello Stato tunisino, Ben Ali,
 è un ex ufficiale di polizia; e a quanto pare
sua moglie, Leila Trabelsi, che gioca
un ruolo importante nell´ombra,
ha un passato di parrucchiera»…..

Abbiamo, attraverso questa poesia, la possibilità di esplorare tre performer che con il loro ‘darsi’ mettono il pubblico di fronte ad un enigma: che fare? Che risposta dare?
La situazione tunisina, l’ambulante che si dà fuoco, il poeta che trascrive/fotografa quella realtà: tutti loro non sono più soggetti della domanda bensì SONO la domanda stessa, apparentemente spogliata della possibilità di dare un senso.
Il poeta, in questo caso Ennio, non pone più la sua domanda provocatoria del tipo “Che fai tu, luna, in ciel, dimmi che fai, silenziosa luna…”. Oppure: “E come potevamo noi cantare, con il piede nemico sopra il cuore”, tanto per citare due esempi, così velocemente. Ma fa una rappresentazione senza interlocutore. In questa poesia, appunto, non c’è un altro che possa rispondere, ovvero viene esclusa a monte la possibilità che ci possa essere un dialogante (e questo mi pare essere il punto nodale del problema) perché non c’è una domanda esplicita: il corpo della poesia viene usato come esperienza del limite a cui si sottopone il dire poetico.
Viene da chiedersi: che cosa significa tutto ciò? Provocazione? Sperimentalismo - ma allora qual è il progetto sperimentale -? Ricerca dell’ex-centrico per non essere fagocitati dalla massa? Lascio queste domande aperte.

Ma, al di là di tutto questo, personalmente credo che sia proprio il fatto di poter stimolare delle domande e/o riflessioni a rendere ‘politica’ la poesia. Non è dunque soltanto perché parla di fatti politici presi nella loro concretezza ma nella misura in cui pone nel rapporto sentimento-ragione una apertura di senso al visibile, connotandolo di un significato.
Un caro abbraccio.

Rita

13 febbraio 2011



  






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