martedì 12 giugno 2012

Daniele Santoro
Da "Sulla strada per Leobschütz"
con una nota di Giorgio Linguaglossa



Daniele Santoro Sulla strada per LeobschützLa Vita Felice, Milano, 2012


nel cortile della morte

Cristo, l’ho visto io come tremava nudo
minacciato dal fucile che si era inceppato,
mica si scomponeva l’ufficiale
scambiava con il sottoposto una battuta
frattanto che ripristinava il percussore
e lo finiva - carponi nella pozza,
la nuca spappolata

pensate, aveva pure di che lamentarsi
l’assassino,    
del fatto che il fucile non sparava
(infatti era successo già altre volte),           
che fosse giunta l’ora di cambiarlo             
intanto sbadigliava






il filosofo

dillo che sei un filosofo, un intellettuale
e che sai a menadito Platone, Plotino, Porfirio
e che hai insegnato ad Heidelberg, a Friburgo.
la tua chiara presenza al campo ci lusinga
un ccorno, Professore, un fico secco
delle tue irrefragabili elucubrazioni.
e bene che tu faccia un po’ esperienza
della realtà del mondo, di cosa lo governa
e di che è veramente fatta l’immanenza.
più convincente qui dei tuoi filosofami è il nerbo
di bue che stringe l’SS nelle mani
e il logos fa tremare, il nous, il nomos

e manda la tua metafisica a riposo.




nuda non ha reagito

lei si è lasciata fare, nuda non ha reagito
ma sonagliere d’ossa, senza un grammo
d’occhi, sfinita per la fame, indifferente.

quelli dopo avere fatto, hanno tirato su
le brache se ne sono andati in ghingheri
ridendo sghignazzando dopotutto
lo sfizio era costato a ognuno una patata.
fiancheggiando il lager delle donne

appena dietro il filo, la catasta
nuda dei corpi (un tempo femminili, caldi)
il velo disonesto che copriva i visi
in noi lo strazio che allentava il passo; non sapere
se madri mogli erano, se figlie sono






Todesmärsche


II

mattina presto ci hanno messi in marcia.
destinazione, pare di capire, Buchenwald
o Dora-Mittelbaum
lontano più possibile dai russi
che avanzano dalla Slovacchia
e hanno già preso Poznań, Breslavia.
lontano più possibile dai russi – dio ci scampi.
quelli, sentiamo dire, non fanno prigionieri
discendono dagli Unni, sono sanguinari,
stupratori, brutti.
magari ad Occidente c’è speranza
che accorrano gli americani a liberarci
(se prima non la smettono di bombardarci)

al diavolo anche loro, maledetti tutti!


* Giorgio Linguaglossa

IL DISCORSO SULL’IMPOSSIBILE DISCORSO


Se l’intendimento è apocalittico, il tono e lo stile del lessico impiegato è quello basso del linguaggio del quotidiano, o meglio, della cronaca, ma è la terza persona che parla, una voce fuori campo perché soltanto dal di fuori è possibile l’orrore del racconto dell’olocausto (con la «o» minuscola), soltanto restando di fuori, dall’al di là di una separazione, di una frattura che separa l’Oggi da Ieri. Se l’intendimento è apocalittico, dicevo, la semantica invece appartiene alla «povertà» delle parole. Le parole degli apologhi di questo libro sono «indigenti». Non v’è accelerazione dello zoom, non v’è fotomontaggio dell’orrore, non ci sono parole «intelligenti» quanto una quieta investigazione di ciò che si è manifestato nel corso della Storia. Così, il discorso poetico di Daniele Santoro continua la sua investigazione della cronaca della Storia, della Storia ridotta a cronaca, quel «discorso sulla verità» iniziato con l’opera di esordio Diario del disertore alle Termopili (Nuova Frontiera, 2006) per tentare di andare a fondo, nel fondo, in quel «muddy centre» come lo chiama Wallace Stevens, in quel punto dove non c’è un «prima» che legittima con la sua presenza un «dopo»; non c’è un mito che legittima con la sua presenza un dopo. Santoro si affida alla sola altezza delle parole «povere»; se il tono complessivo è apocalittico si tratta qui di un discorso riflesso sull’apocalisse prosaica, piana, calcolata e programmata dai solerti burocrati dell’assassinio e dello sterminio di massa della Germania nazista. Come ciò sia potuto accadere resta un mistero, come la cultura abbia potuto sopportare l’orrore di un tale mis-fatto, resta un mistero, e come si sia potuto continuare a scrivere poesia dopo un tale orrore resta un altro mistero. E già la scelta dell’autore di sopprimere ogni accenno ai superlativi, ai sensazionalisti, alle intensificazioni semantiche è un segnale inequivoco della sua scelta di campo; il suo registro ora è collocato nella narrazione e nella descrizione, perché la descrizione, essa sola, permette la dis-chiusura della ri-velazione. Ma c’è una rivelazione?, sembra chiedersi Santoro, c’è qualcosa di ragguagliabile alla rivelazione? Ovviamente, l’autore si guarda bene dal peritarsi di porre questa domanda in modo palese, ma la domanda serpeggia in ogni pagina del libro ed è una domanda che non ha ancora una risposta. L’unica risposta possibile e plausibile l’autore la dà con il suo registro timbrico e fonico, con il suo lessico sobrio e spoglio: la povertà della parola usata dall’autore fa parte della ricchezza di un mondo compossibile ma, purtroppo, non sta alla poesia occuparsi del futuro progressivo o compossibile e Santoro rigetta ogni intonazione che lasci trasparire una speranza, ma non perché la speranza non ci sia quanto perché non è di questo mondo, del mondo della Storia, del mondo di tutti i giorni.

Il poeta è per Santoro realista e patetico insieme. Realista perché egli incontra così il reale, patetico perché il conoscere il mondo si svolge su un registro patico. La poesia è per Santoro un atto che trasforma il mondo, che si muove nel tempo e nella Storia, e questa esperienza di trasformazione è una finzione per eccellenza ma non finzione che opera soltanto sul linguaggio poetico, non solo, ma finzione che opera nella Storia, quello spazio che si apre tra ethos e pathos, che il linguaggio poetico adotta per mimesi. Il verso e il metro delle composizioni afferiscono al carattere geometrico del «male», un ordine architetturale presiede l’organizzazione scientifica dell’orrore, e la poesia che voglia raffigurare un tale mis-fatto non può che riprodurre, come in una memoria interna, il medesimo ordine architettonico; la memoria ritmico-timbrica trapassa nei testi e si risolve nella violazione delle regole che presiedono alla formazione musicale del verso, alla rima, alla organizzazione fonico-timbrica. Se la rima, come è stato detto, è la memoria della «gioia», il libro di Santoro riflette e sancisce l’assenza della «gioia» e la sua conversione in afflizione, afflizione della povertà dello Spirito hegeliano della Storia. Il verso libero di Santoro è appunto questo: l’esatta misura della afflizione; l’abito narrativo del verso libero scopre così la propria illibertà da quel dominio che ha creato l’orrore. Così, il verso libero di Santoro si scopre affatto libero, anzi, si scopre complice di quell’orrore che voleva rappresentare. Santoro scopre così che non c’è nulla di più rappresentabile dell’orrore accaduto. Il poeta salernitano si è documentato, in calce il libro riporta i riferimenti bibliografici dei fatti presi ad oggetto delle poesie, come per verificare i riferimenti storici e fornire al lettore l’assicurazione che quel che si è scritto appartiene veramente all’accaduto, all’orrore e non è un atto di privata «finzione» o di «immaginazione»: il verso povero, prosaico e ordinario per raffigurare un «reale» povero, prosaico e ordinario. L’impiego del tono ironico è qui da intendere come un tentativo di autodifesa dall’orrore, comprensibile a livello psicologico.

  
            

49 commenti:

  1. Sono colpita - molto colpita - nel senso più vero del termine, da questi testi. Che io sappia, (potrei sbagliarmi) nessuno aveva ancora scritto poesia sull'orrore dell'olocausto (con la o minuscola) proprio con questo sguardo vitreo, che nell'orrore può solo registrare e astrarsi. Santoro registra la sola modalità del narrare - quella di un obiettivo fotografico algido, di un documentario che restituisce, senza commenti possibili (i commenti non sono possibili, perché implicherebbero un giudizio e qui il giudizio travalica l'umana comprensione)la "banalità del male" di cui parla Hannah Arendt.
    Comprendo benissimo la scelta di questo registro e di questo "estraneamento", l'assenza di punteggiatura, di maiuscole, di termini che non siano consueti e "quotidiani". E' proprio in questo modo che l'orrore più grande e apparentemente incomprensibile (in realtà inaccettabile) si mostra in tutta la sua estensione: tutto questo è stato compiuto da esseri umani e non da alieni. Che nessuno ha fermato. Dunque questo, per l'uomo, è possibile.

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  2. Ennio Abate:

    Avendo letto "Sulla strada per Leobschütz" ho apprezzato pulizia e leggibilità dei componimenti, caratteristica anche delle precedenti poesie di Santoro, che ha scelto fin dai suoi inizi la storia come materia della sua poesia.
    Mi restano delle riserve, che ho già comunicato all’autore.
    Le riassumo assieme alle sue obiezioni in modo che se ne possa discutere anche con lui ed altri/e:

    1. il presentatore/narratore di questi quadri tragici della vita dei lager a me pare registri la superficie degli eventi, faccia parlare gli internati, seguendo la lezione di Lee Master, che dava voce ai morti; e usa a volte un tono troppo "disinvolto" e terra terra ("aveva di che fottersene di tutto quello schifo", p. 25);

    1.1. Santoro obietta che il richiamo a Lee Master non è del tutto esatto: qui le voci non parlerebbero con il distacco dei personaggi del poeta americano da un’oltretomba, ma quasi sempre in “presa diretta”; e che il tono basso del verso da me citato potrebbe essere fedele a quella realtà.

    2. il potenziale lettore di tali versi a me non pare messo bene a fuoco, nel senso che io ancora oggi me l’immagino come uno che ha delle resistenze a penetrare in questa storia di un genocidio “industrializzato” (banale ma tremenda), che vuole rimuovere (basti ricordare le difficoltà che ha incontrato Primo Levi al suo ritorno dal lager nel testimoniare quell’orrore, al lungo silenzio di molte di quelle vittime che temevano di rievocare i tormenti subiti e non volevano parlarne, al rifiuto di comprendere A FONDO da parte di chi pure ha ascoltato o letto i suoi libri), che è spesso politicamente in malafede (perché magari si scandalizza di questo genocidio nazista, ma tace o giustifica quelli degli indios, dei pellirosse, dei popolo colonizzati dagli europei e passa disinvoltamente sopra alle atomiche sganciate dagli Usa su Hiroshima e Nagasaki e a quello che ancora oggi vanno compiendo). E allora un poeta che scrive dei lager ( o sui gulag, o sulle uccisioni mirate di Israele o sull’uccisione del dittatore Gheddafi) non deve dare tregua a quest’ *hypocrite lecteur*. E, poiché credo che le poesie oggi le leggano soprattutto i rappresentati del ceto medio intellettuale (semicolto, dovremmo aggiungere, perché acculturatosi nella scuola di massa e su «Repubblica» o alla TV), non bisognerebbe riproporgli le “cose che già si sanno” (e facevo l’esempio del trattamento più spietato verso gli intellettuali descritto da Amery e ripreso in un componimento (p. 19), dove mi pareva “si facesse il verso” al nazista anti-intellettuale. Mi riferisco al fatto che qui la voce (attribuibile a un nazista) rivolgendosi a un internato intellettuale fa:
    «dillo che sei un filosofo, un intellettuale/ e che sai a menadito Platone, Plotino, Porfirio» e conclude «più convincente qui dei tuoi filosofami è il nerbo / di bue che stringe l‘SS nelle mani/ e il logos fa tremare, il nous, il nomos // e manda la tua metafisica a riposo».

    2.1. Santoro obietta che molti quadri dirigenti nazisti erano intellettuali fini ed eruditi ( cosa notissima, come la storiella del capo del lager che fuori dal lager amava la musica di Beethoven, i suoi figlioletti e il suo cane lupo e poi nel lager era spietato; o basta pensare al notissimo film *Il pianista* di Roman Polański, dove il nazista salva la vita appunto ad un artista perché commosso per un attimo dalla bellezza della musica); e che gli episodi qui rievocati sarebbero ancora di stretta conoscenza specialistica o che ancora vengono ignorate le documentazioni degli eccidi di massa fatti dalle Eizengruppen.

    [Continua]

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  3. Ennio Abate (continua):


    3. Non mi pare tenuto sotto controllo (anche stilistico) il contenuto sadico della materia qui narrata. Ho ricordato le riflessioni di Stefano Levi Torre, nipote di Primo, il quale ha messo in guardia, in riferimento anche alle Giornate della Memoria ormai istituzionalizzate, dalla somministrazione di dettagli sadici, spesso del tutto controproducenti. Chi li propone con l’intento di produrre commozione e riflessione rischia di incentivare pulsioni inconsce di ben altro tenore. E del resto alla TV (o sul Web) sempre più spesso vengono proposte proprio immagini e filmati che, lungi dal far riflettere sulle ragioni vere e profonde di stragi e genocidi che continuano "impressionano" e ,secondo me, paralizzano la ragione (non si spiega così anche il venir meno di tutti i movimenti per la pace?), promuovono cioè proprio un «voyerismo sadico» del tutto apolitico. E qui cito direttamente dalla mia mail:
    «troppo facilmente Giuseppe Conte nella prefazione [al libro di Santoro] a mio parere travisa l’ambiguità psichica, quando parla disinvoltamente di "energia etica che ribalta il male mentre lo inscena, e ne mostra l'intollerabile, banale disumanità" ( p.6). Non sono convinto che davvero la rappresentazione realistica del dettaglio procuri una catarsi benefica e non solleciti invece una perversa e un po' egoistica "percezione vitale" (banalmente: questo a me non tocca, l'ho scampata, vivo in un'altra epoca...).
    E capisco di più la scelta di Paul Celan di staccarsi nelle sue poesie dal dato realistico nel misurarsi con l'orrore dei lager. Esiste poi l'enorme questione del senso di questo orrore, che sfugge a un discorso di semplice registrazione dei dettagli realistici anche macabri e richiede di sfondarlo con ragionamenti serrati e radicali (a mio parere storici, politici, filosofici)».

    3.1 Santoro replica su questo punto che egli non si è posto la «questione del senso di questo orrore» e che un tale compito spetterebbe agli storici e ai filosofi o ai politici «con le loro - spesso - astruserie» o, insomma, ad altri, ma non al poeta, per il quale reclama l’assoluta “libertà”.

    (Per ora non tratto la questione di come e se sia possibile che poesia e storia possano convivere e rafforzarsi).

    [Fine]

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    1. Caro Ennio, do perfettamente ragione a Santoro quando dice che questi testi nulla hanno a che vedere con l'Antologia di Lee Masters. Lì i morti parlavano con commozione e intensità di se stessi, in prima persona, di eventi di cui avevano diretta memoria e cognizione. Qui no. Qui c'è un occhio "neutro", un registratore, l'unico mezzo possibile, anche se il narratore può essere in prima persona. E' comunque una prima persona - per così dire - impersonale. Ma questo registratore tutto fa fuorché mostrare la superficie delle cose. Perché queste cose, questi eventi, emergono come un urlo da un silenzio che li precede e li segue (così li ha resi Santoro) ed è l'abisso di questo silenzio che agghiaccia.
      Non mi pare poi che il narrare delle storie dei lager, (che mi sembra abbia trovato svolgendo delle ricerche) escluda la condanna di altre stragi, di altri genocidi, di altri infiniti orrori di cui l'uomo si è macchiato e si macchia.
      Trovo molta consonanza con il mio "Congedi", pur nella diversità della genesi e del fine.

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    2. Francesca, cogli nel segno quando dici che “queste cose, questi eventi, emergono come un urlo da un silenzio che li precede e li segue … ed è l'abisso di questo silenzio che agghiaccia”. Ti ringrazio, e ringrazio anche Linguaglossa che ha evidenziato questo aspetto.
      (D.S.)

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  4. Una sorta di mimesi premeditata che a me sembra più frequente nella narrativa, e quindi oggi insolita per la poesia. Il linguaggio è parlato-scritto, nel senso che non è vero parlato ma è scelto tra narrativa e cronaca giornalistica. Letto e da leggere.
    Basta la veridicità degli episodi per affermare che si tratti di verità? Secondo me no, ma non interessa più che ci sia verità perché è evidente che stare nella storia è stare nella finzione. Altrimenti si sceglierebbe di parlare d'altro, perché la verità non può essere "accaduta" ma accade soltanto. La prova sta nel fatto che dopo aver letto ci si desta, esattamente come quando si esce da teatro o da una sala cinematografica.
    Infine, ma non suol essere un giudizio, si tratta di rappresentazione.
    mayoor

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    1. In fondo, sì, si tratta sempre di una rappresentazione (etim. di un rendere presenti cose passate), e ciò avviene non senza “una sorta di mimesi premeditata”. (D.S.)

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  5. @Ennio: trovo le tue perplessità rispetto al "potenziale lettore di tali versi", perdonami, un po' cervellotiche, e, fra l’altro, trovo molto più indulgente rispetto ad un possibile piacere “sadico” che il lettore (che dipingi come mediamente ignorante e piuttosto in malafede) potrebbe trarre, l’agghiacciante immagine la cui pubblicazione a commento del post trovo non del tutto giusticata.
    Trovo, al contrario, l'operazione di Santoro coraggiosa, soprattutto perché, contrariamente a quanto qualcuno ha osservato, non mi sembra che il narratore sia "neutro"; si tratta piuttosto di un testimone diretto che osserva e precisamente riporta, niente affatto smaterializzato, ovvero per nulla ridotto a puro tramite (come una telecamera o un registratore) della realtà. Anzi, egli è vivo, prova sentimenti, dà giudizi (chiarissimo ne “Il filosofo”); utilizza pertanto il linguaggio, disturbante finché si vuole, che gli appartiene. Qui, a mio avviso, l’interesse sta nel ribaltamento del lato da cui la storia viene raccontata; il lato è quello sbagliato. E', in diversi momenti, il punto di vista del Male (con la maiuscola), e questo può risultare spiazzante. In “Todesmarsche” non si può non sottolineare l’ambiguità di fondo che lega a doppio filo vittima e carnefice: il narratore fugge il liberatore che viene da oriente e che, paradossalmente, sembra temere più del carnefice nazista. Ma forse c’è qualche attinenza fra questa vittima e il carnefice (un kapò?). La vittima/carnefice dirige la propria imprecazione finale verso l’umanità intera: oriente e occidente pari sono nella produzione di orrori, l’effetto finale è lo stesso. A tutto questo non siamo abituati: quando si parla di Olocausto (con la maiuscola) siamo abituati alla testimonianza di chi il Male l’ha subito. È giusto. Non si può prescindere dagli scritti di coloro i quali hanno sofferto direttamente o indirettamente tale orrore. Sono tuttavia dell’idea che questo di Santoro sia un atto di coraggio. Le testimonianze dirette dei carnefici, fra tutte ricordo quella di Rudolf Hoss (comandante di Auschwitz, e fra i principali artefici, insieme ad Eichmann dello sterminio), sono piene di ovvie reticenze e grottesche autogiustificazioni che se da una parte chiariscono alcuni aspetti della mentalità nazista dall’altra non ci permettono di afferrare appieno l’abisso in cui sono piombati, e con loro l'intera umanità. Forse questi scritti aggiungono qualcosa, con una sintesi abile e rischiosa fra finzione e realtà.
    Riparlare di Olocausto oggi non è tempo perso, non è sterile ripetizione, nulla toglie agli eccidi passati, presenti e, ahimè, futuri, anzi ci permette di comprenderli meglio. Ovviamente non mi illudo che possa contribuire ad evitarli.
    -continua-

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    1. Flavio, la tua lettura è davvero puntuale e hai sciolti molti nodi; ti ringrazio moltissimo per l’intervento. Interessante quanto dici: “La vittima/carnefice dirige la propria imprecazione finale verso l’umanità intera: oriente e occidente pari sono nella produzione di orrori, l’effetto finale è lo stesso”. (D.S.)

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  6. -continua-
    Trovo un parallelismo fra questo lavoro di Santoro (che vorrei leggere nella sua interezza) e il romanzo "Le benevole", dello scrittore americano (trapiantato in Francia) Jonathan Littell, pubblicato nel 2006 e vincitore del Goncourt nello stesso anno; romanzo che ha per protagonista un nazista, e che ha scatenato un'infinità di polemiche anche (e forse soprattutto) per l'origine ebraica dell'autore (un recente commento sul romanzo può essere reperito su LPLC a cura di Guido Mazzoni). Anche in questo caso la scelta di un narratore con punto di vista "politicamente scorretto" è una scelta estremamente coraggiosa, forse addirittura inevitabile se qualcosa di nuovo si vuole aggiungere alla comprensione di un orrore tanto (all'apparenza) incomprensibile. Scelta coraggiosa quanto quella della Arendt, non per nulla altrettanto criticata da chi ha voluto leggere nelle sue parole una giustificazione piuttosto che un atto di estrema intelligenza e onestà intellettuale tutto rivolto alla più profonda comprensione di un fenomeno di portata epocale, da cui non si può prescindere.
    L’aspetto che trovo di ulteriore interesse è l’uso della poesia per raccontare la Storia. Considero le immagini poetiche di una icasticità difficile da reperire nella prosa narrativa: il fatto arriva diretto, senza intermediazioni, non filtrato e pertanto ancora più potentemente disturbante. E questo deve essere lo scopo di scritti di questo genere.
    Mi permetto infine una notazione personale, e di questo chiedo scusa: per chi fosse interessato, in questo stesso blog è pubblicato un mio lavoro che va nella direzione di una riscrittura “poetica” della Storia e di cui copio il link (http://moltinpoesia.blogspot.it/2012/01/flavio-villani-lassedio-di-saigon.html).
    Un saluto a tutti
    Flavio

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    1. @ Flavio
      Capisco la critica mossa alla mia definizione di "occhio neutro", ma forse non mi sono spiegata a sufficienza. Usando la metafora del registratore e simili, non intendevo indicare una non partecipazione dei narratori, ma, come ho spiegato, una sorta di distacco, di "sguardo vitreo" tipico di chi ha subito un trauma, uno shock così spaventoso da divenire assente a se stesso, da una sorta di spaccatura dell'io. L'orrore è tale che non può essere detto, non può essere espresso con linguaggio emotivo o con partecipazione e il solo mezzo possibile è il silenzio o l'assenza. Questa assenza è espressa da Santoro con l'assenza di segni diacritici, maiuscole, termini che non siano semplici e quasi elementari. Insomma, con un ritorno a un linguaggio-base. Un linguaggio fatto di cose e non di emozioni o astrazioni. Quasi afasico.
      Questa è poesia che dà voce all'assenza. Quella di chi voce non ha avuto. E in fondo, questi narratori che emergono dal silenzio non sono solo le vittime dell'Olocausto, ma danno voce a tutte le vittime della ferocia umana, dovunque siano state ingoiate dal silenzio.

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    2. @Flavio
      Non ho letto Jonathan Littell ma l’accostamento mi fa riflettere circa l’atto di coraggio, “la scelta estremamente coraggiosa […] se qualcosa di nuovo si vuole aggiungere alla comprensione di un orrore tanto (all'apparenza) incomprensibile”. Quanto all’apologia della poesia storica – di cui parli, Flavio – vuoi per l’icasticità delle immagini, vuoi per il carattere disturbante, non posso che trovarmi in sintonia. Ancora grazie. (Daniele)

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  7. ...se per linguaggio-base s'intende quello della cronaca: "nel cortile della morte", "nuda non ha reagito", sono chiaramente titoli giornalistici. Sarei più prudente nel lasciarmi coinvolgere.
    mayoor

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  8. Ennio Abate a Flavio:

    Purtroppo le mie affermazioni non sono cervellotiche. Specie se si vanno ad approfondire le questioni ( e una poesia deve presupporre o questo approfondimento o da studio o per "intuizione").

    Ho citato Stefano Levi Della Torre e copio qui sotto un brano di una delle sue profonde riflessioni sulla Shoah (rimando però al link:
    http://isintellettualistoria2.myblog.it/archive/2012/01/27/stefano-levi-della-torre-auschwitz-la-memoria-e-il-presente.html per una lettura completa del saggio che consiglio):

    "Dunque, se la solidarietà con le vittime dei Lager soddisfa la nostra buona coscienza, la domanda che qui intendo invece affrontare è questa: che cosa ci può accomunare se non con i carnefici, almeno con il conformismo consenziente, o con l’indifferenza al destino altrui, o con il non voler sapere per evitare responsabilità, con tutti quegli atteggiamenti, insomma, che hanno permesso che Auschwitz avvenisse?

    Nel leggere e rileggere I sommersi e i salvati (Einaudi 1986) di Primo Levi, uno dei testi fondamentali su cui si fonda la nostra memoria e la nostra riflessione su Auschwitz, ci imbattiamo in un’affermazione che a prima vista ci sorprende e ci spiazza: “Nei campi di sterminio, tra i tedeschi i sadici erano relativamente pochi”.
    Che cosa ci saremmo aspettati? Che quell’atrocità organizzata su vasta scala e senza limiti non potesse venir condotta se non da esseri “disumani”. Questa era la nostra aspettativa “logica”. Un’aspettativa in un certo senso rassicurante: gente normale come noi non arriverebbe mai a fare simili cose; solo dei sadici patologici potrebbero spingersi a tanto, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Questo è un nostro meccanismo di riparo dall’orrore: spontaneamente cerchiamo un sollievo dall’angoscia pensando “logicamente” che, nel suo complesso, il personale del Lager fosse di una specie animale diversa da noi.

    L’affermazione di Primo Levi ci impedisce questo sollievo, questo pensiero rassicurante su noi stessi. La sua affermazione ci dice che, in genere, gli stessi funzionari del Lager erano gente comune, e ci pone una domanda inquietante: che cosa ci garantisce da che ciascuno di noi, in determinate circostanze e sotto la pressione di una propaganda capace di produrre un senso comune pervertito non sarebbe indotto (per conformismo, per opportunismo, per bisogno di un posto di lavoro e di uno stipendio) a farsi rotella di un immenso meccanismo di oppressione e di strage? Il burocrate che gestiva i documenti e gli archivi, il ferroviere che conduceva i convogli della deportazione di massa verso i campi della morte, la guardia che conduceva i semi-vivi al loro lavoro di schiavi, che guidava alle camere a gas una massa umana, resa repellente dalla sporcizia, dalle privazioni e dalle violenze, erano padri e madri di famiglia che svolgevano le loro mansioni parcellizzate e feroci pensando amorevolmente ai propri figli ecc.

    L’affermazione di Primo Levi sulla banale normalità dei funzionari del Lager non diminuisce l’orrore; al contrario lo aumenta, perché ci dice come la normalità, la nostra stessa normalità, interessata al proprio particolare, possa trovare mille giustificazioni private che la rendano disponibile a far funzionare, ciascuno per la sua parte, un colossale sistema pubblico di distruzione dell’uomo. Un sistema capace di trasformare la normalità delle persone in una macchina di sterminio, immersa e lubrificata dal consenso o dal conformismo di massa."

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  9. Ennio Abate:

    Ancora. Sui trabocchetti della memoria e la "malafede" anche dei volenterosi che vogliono ricordare rimando a:
    Come ricordare Auschwitz?
    di Stefano Levi Della Torre
    a questo link:
    http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2011/01/24/vivalascuola-67/#more-43313

    E più sotto - in sintonia con quanto dicevo sul "voyerismo sadico" trovate questo scritto:
    Come educare a ricordare?
    di Luigi Monti

    dal quale stralcio il seguente brano:

    Una superficiale e strumentalizzabile pedagogia dell’orrore, da Norimberga in avanti, continua a somministrarci scabrose immagini di repertorio, nella convinzione che lo choc provocato dai bulldozer che ammucchiano cadaveri a Bergen-Belsen o dai corpi martoriati delle vittime degli esperimenti di Mengele contengano un’intrinseca e catartica forza educativa.

    " Credo al contrario che la reiterazione di questo approccio visivo, a parte solleticare il gusto voyeuristico e morbosamente pornografico del nostro immaginario, abbia solo reso quelle immagini sacrileghe, mute e senza sostanza. L’immagine dell’orrore senza la mediazione di alcuna interpretazione non aiuta a chiarire e anzi allontana la comprensione del percorso politico che portò al più agghiacciante dei crimini di Stato."

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    1. Caro Ennio, il mio "cervellotico" (termine un po’ “forte”, lo ammetto) si riferiva al paragrafo in cui descrivi il "potenziale lettore di tali versi", il cosiddetto "hypocrite lecteur", il borghese pseudoacculturato, a cui non si "deve dare tregua", e a cui non si dovrebbero somministrare "cose che già si sanno".
      “Il già si sa” che dai per scontato è affermazione tutta da dimostrare, ma un ottimo alibi per chi ha interesse che certe cose vengano dimenticate.
      Quanti per esempio sanno che lo sterminio strutturato in Auschwitz è la precisa evoluzione di un pensiero “efficientista” – profondamente “banale” quindi – che confrontava le spese e l’impegno proferito dal personale addetto all’eliminazione fisica di centinaia di migliaia di persone mediante fucilazione, rispetto ai risultati ottenuti con il programma T4? Nel primo componimento che hai postato a mio avviso c’è anche questo: il fucile che s’inceppa, uno dei problemi pratici che gli sterminatori degli Einsatzgruppen (che hai citato) dovevano affrontare nello svolgimento della loro “opera”. Certo, si potrà discutere all’infinito (per quanto si sa di quelle carneficine e delle reazioni psicologiche dei carnefici) sulla verosimiglianza dello sbadiglio finale, ma ciò non toglie che quanto viene descritto non è poi così scontato.
      La critica mossa a chi ancora vuole parlare/ricordare/mostrare l’Olocausto mi ricorda la critica, analoga per certi versi, rivolta a chi voleva parlare di mafia, mostrarla nella sua bruttezza, ma anche banalità. Ridurre, minimizzare, mi sembra funzionale a chi ha interesse che di certe cose non si parli, e la memoria si faccia incerta.
      Saluti
      Flavio

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    2. Ennio Abate:

      Caro Flavio,
      forse non c'intendiamo perché tu interpreti il mio "già si sanno" come una sorta di censura nei confronti dei volenterosi che vogliono far sapere.
      Ma il vero senso della mia critica è questo: non basta conoscere o far conoscere, se questa conoscenza non è strutturata in modo da spingere all'azione politica. Ese non esiste un soggetto capace di accogliere e praticare quel messaggio politico.
      Siamo in un sistema in cui passano le conoscenze che non scuotono più. Anzi ne passano tante, tantissime. Ma nessuno riesce a controllarle tutte o a scegliere quelle che davvero servono a reragire. Ed, infatti, mangrado la sovrabbondanza di informazione, non succede nulla. Le "giornate della memoria" sono un esempio di uesta informazione istituzionale innocua (politicamente).
      Anche se si aggiungessero altri particolari finora ignoti, come quelli che tu riferisci, non succede nulla, non c'è reazione reale di sdegno né organizzazione politica di questo sdegno capace di vietare ai potenti certe azioni ( guerre, tasse, ecc.).
      Uscirno le foto dei torturati di Abu Ghraib. E con questo? Il movimento pacifista s'è sdegnato per alcuni giorni e poi è tornato a nanna.
      Questa inefficacia che caratterizza l’attuale informazione deve far riflettere chi crede che basti illuminare, svelare qualcuno degli arcani del potere per far avanzare la verità, la giustizia, la democrazia (o, perché no, la poesia).
      Non basta. Se il seme non cade in un terreno fertile non germoglia. Qui il vangelo vedeva giusto.
      Nel '68 le foto del massacro statunitense in Vietnam contribuirono alla rivolta studentesca e poi operaia perché appunto c'era già o si stava formando un terreno fertile.
      Oggi non mi pare.
      Si parla della mafia in abbondanza e la mafia prospera.
      Non certo perché uno come me minimizza, ma perché le fonti che alimentano la mafia non vengono intaccate da quest'abbondanza di discorsi. E non esiste un noi capace di contrastarla davvero se non in modi limitati ( e convenienti anche ai mafiosi).
      Il mio non è un discorso qualunquista, ma un allarme e un invito a intendere di più con quale Potere dobbiamo misurarci. Esso non c'è più bisogno di mettere la mordacchia ai condannati che vanno al patibolo per non fargli dire qualche ultima verità. Anche se la gridassero, il popolo non li sente. Perché non c'è più il popolo. Anzi in nome del popolo (italiano) si fanno le guerre colonialiste.
      Non illudiamoci di essere in democrazia, amici miei.

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  10. E' vero l'orrore va spiegato, interpretato per capire i perseguitati e i carnefici. Certo le immagini danno molto su cui pensare, ma l'orrore spesso sconvolge corpo e animo al punto che il capire non trova spazio.L'emozione, come tutte le emozioni è di breve durata e lascia quasi sempre inermi con la voglia di cambiare pagina, questa reazione distrae fino alla prossima occasione, tipo "la giornata della memoria", occasione che dà alle coscienze un certo senso di appagamento . In Siria oggi le torture vengono perpetrate quotidianamente....nessuna immagine. Per quanto riguarda le poesie di Santoro trovo tanto di già detto ma purtroppo tristemente è così "già detto", nient'altro si può fare? Emilia Banfi

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  11. Capelli.

    Da qualche parte c'è ancora
    quel materasso di capelli?
    E mi guarda come una bambina
    in cerca di un gioco, di una bambola
    la stessa della foto.

    Il padre ha mani da pianista,
    i capelli neri della madre
    scendono, toccano le spalle
    sull'abito rosso una forcina.

    Ma lei non ha voglia d'immagini
    rivuole quelle teste, la bambola,
    il pianoforte.

    Muove tre dita sul cuscino.

    Dorme sul divano da allora
    il letto in camera freddo, intatto.

    Fuori un uomo di colore
    le sistema il prato.

    Si alza, c'è odore d'erba.

    Emy

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  12. ------"al diavolo anche loro, maledetti tutti!"------

    Mi soffermo solo su un aspetto della "strada" di Daniele Santoro, che non conosco nella sua produzione, ma che con questa maledizione fornisce traccia dell' autentico de profundis a testimonianza/comprensione della storia.

    Il tema "sterminio" in (s)oggetto è ormai scabroso e mi spiego. Se si legge la storia, per quanto mi riguarda assolutamente NON quella ufficiale, ci si può mettere nei panni di chiunque l'ha incontrata dall'inzio a oggi .Sia esso armeno, ebreo, maori, indios, zulu, etc

    Non c'è esclusiva né premio e consolazione di uno sterminio più grave dell'altro, con cui "competere", mostrarsi, rimostrarsi non per parlare del dramma della storia, ma solo della propria storia, farne giorni della memoria, portare ai campi le nazionali di calcio per operazioni patina, etc etc etc tutte cose volute da determinati poteri peraltro contro gli ebrei stessi, come illustra bene pappe o gilad aztmon.

    Quello del secolo scorso degli "ebrei" ha avuto una linea di priorità "geopolitica", superiore a tutti gli altri. Gli ebrei sono stati usati e sacrificati in milioni,sia da chi ha organizzato per anni l'industria dei "cortili" di morte, sia da chi,dall'altra parte dell'oceano, ha finanziato gli stessi aguzzini,facendo con loro "business" per anni e solo alla fine intervenendo per l'affare finale, il migliore di tutti: il patto di ferro, yalta..il patto atlantico etc...e previa recita di norimberga, ma con tanti nazi utili per altre terre e altri regimi ( vedi sud africa...vedi sud america etc) e prima ancora, come per i vari Saddam, impiccandoli e/o bombardandoli, facendo finta di liberare le popolazioni. Il teorico dell'eugenetica applicata da Hitler, nasce negli Usa e si chiama Edison.

    La storia si ripete sempre, perché non è quella che ci raccontano nei libri di scuola, né quella delle istituzioni ufficiali in cui è ben sedimentata e occultata da tutta una barriera che dire massonica è poco, tale per cui chiunque osa darne versioni diverse, per qualsiasi argomento, riceve se va bene il marchio di complottista, se va male di negazionista, mentre in realtà la cosa più segreta, del succo storico, è quella di non raccontare mai che chi ti ha condannato a morte è il tuo stesso fratello.

    In queste condizioni lo sterminio di milioni di ebrei è servito come svolta storica,epocale, premeditata, ma soprattutto di vero e proprio primo imperiale esperimento mediatico che ha infatti concentrato ogni attenzione successiva per il confronto ...per dimostrare, da lì in avanti, il successo totalitario della "democrazia" da esportare a qualsiasi "tiranno" . Anche se non fosse stato minimamente paragonabile a Hitler , ha potuto essere venduto al mondo come tale, vedi i paesi "comunisti", poi vedi iraq, serbia, etc etc e poi vedi Siria per la quale la storia ufficiale mai racconterà che " i massacri " sono stati organizzati dagli stessi fratelli venduti a chi deve prendere possesso e potere anche di/su quel pezzo di terra, tanto come avvenuto solo un anno fa in libia.

    Nel mentre gli stermini quotidiani, democratici dunque ancor piu "banali", hanno aumentato il loro volume sia nelle guerre non convenzionali ( vedi quelle economiche finanziarie),sia nella truffa della recita democratica, sia in quelle tradizionali, ovviamente senza che nessuno alzi un dito importando o esportando diritti umani per nessun altro.

    ------"al diavolo anche loro, maledetti tutti!"------

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  13. Il problema sta proprio negli "arcani del potere", nel modo cioè in cui, istituzionalizzando lo sdegno per gli orrori compiuti da quello stesso potere, lo si imbriglia, se ne spegne ogni spinta alla rivolta ecc. Insomma, le "Giornate della Memoria". a cui io sono assolutamente contraria, ottengono appunto l'effetto di costituire un bel bagno di pulizia per il potere (che anche oggi rimane nelle stesse mani di allora) e di far sentire tanto buoni, pietosi e diversi coloro che le celebrano. E in più se ne ricavano anche dei bei soldi. L'istituzione (come per la Festa della donna ad esempio) uccide lo sdegno perché lo dosa e lo controlla dalle stanze dei bottoni, lasciando al popolo bue l'illusione della giustizia e della libertà e riducendolo alla banalità.
    Analogamente, pubblicare libri di denuncia e andare in giro a fare gli eroi raccontando quello che tutti sanno su mafie, camorre ecc. proprio sponsorizzati da chi di quelle mafie e camorre è parte e ne trae pure profitto, ha l'effetto di annientare ogni autentica risposta di ribellione. Insomma, il potere più oscuro, mostrando una inesistente faccia "sociale" e umana, gestisce e controlla le risposte e il sonno dei cittadini.
    La quantità di informazione poi, ben lontana dal costituire una risorsa, è tale da intontire e mettere sullo stesso piano le urla di protesta più vere e il rumore di fondo fatto ad arte che le confonde in una gelatina vischiosa in cui perdono forza.
    Il popolo vuole la democrazia? Il popolo vuole la libertà? Mettiamolo in una bella bolla di vetro con tanti bei giochini dentro in cui si illuda di trovarle, mentre noi ci teniamo quella bella bolla di vetro sul tavolo per decorazione durante le nostre ristrette riunioni in cui decidiamo le sorti dell'economia mondiale a nostro esclusivo vantaggio.

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  14. Buongiorno a tutti. Prima di procedere, un doveroso ringraziamento a Ennio per avermi gentilmente ospitato sul suo blog di discussione; a Giorgio Linguaglossa che ha firmato questa straordinaria nota di lettura al libro; a quanti finora sono intervenuti (anche più volte) con argomentazioni tutte di grossa levatura e foriere di riflessioni interessanti alle quali, in qualità di autore, poco sentirei da aggiungere; ciò anche per impedire che il libro perda quella sua “aura” di ambiguità, quella “possibile” pluralità di letture, di detto/non detto: in fondo, il libro è lì, parla ‘da’ e per ‘sé’, e l’autore che voglia motivare, spiegare scelte e quant’altro penso gli arrecherebbe danno, lo snaturerebbe.
    Intanto, un sentito grazie a Francesca per le belle parole e per l’acume mostrato (tanto più dalla sola lettura di 5 testi) su quanto scrive a proposito della scelta del “registro e di questo "estraneamento"”, giacché è “proprio in questo modo che l'orrore più grande e apparentemente incomprensibile (in realtà inaccettabile) si mostra in tutta la sua estensione”; mi trova d’accordo. È una constatazione che pure fa notare, con acutezza, Linguaglossa, a partire già dalla titolazione, tutt’altro che ortodossa e in sapore di mera dialettica, del suo minisaggio, vale a dire “il discorso sull’impossibile discorso”. Ne riporto uno stralcio significativo che ho molto apprezzato: “L’unica risposta possibile e plausibile l’autore la dà con il suo registro timbrico e fonico, con il suo lessico sobrio e spoglio: la povertà della parola usata dall’autore fa parte della ricchezza di un mondo compossibile ma, purtroppo, non sta alla poesia occuparsi del futuro progressivo o compossibile e Santoro rigetta ogni intonazione che lasci trasparire una speranza, ma non perché la speranza non ci sia quanto perché non è di questo mondo, del mondo della Storia, del mondo di tutti i giorni”.
    Con Ennio mi sono già “incontrato” dialetticamente via e-mail (come lo stesso, d’altronde, precisa); peccato che purtroppo dalle mie obiezioni alle sue riserve siano espunti alcuni inserti (se necessari, mi permetterò di riportarli - beninteso, solo per esigenza di chiarimento) giacché temo si offra un’interpretazione parziale e presto liquidatoria tale da offrire il piglio magari a commenti del tipo “(cosa notissima)” ecc..
    Sulla questione Lee Master mi conforta l’osservazione di Francesca e anche dell’ottimo Flavio delle cui osservazioni non posso che congratularmi pienamente. Quanto all’ “occhio neutro”, la precisazione di Francesca a quest’ultimo è pertinente e bene argomentata e mi sembra che entrambi i gentili commentatori siano nel vero (entrambe, comunque, le osservazioni attestano i plurali piani di lettura del libro).
    Daniele Santoro

    (continua)

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  15. In merito al punto 2, Ennio solleva una questione che francamente non mi sono posta, vale a dire quella del “potenziale lettore di tali versi […] spesso politicamente in malafede (perché magari si scandalizza di questo genocidio nazista, ma tace o giustifica quelli degli indios, dei pellirosse, dei popolo colonizzati dagli europei e passa disinvoltamente sopra alle atomiche sganciate dagli Usa su Hiroshima e Nagasaki e a quello che ancora oggi vanno compiendo). Approfitto dell’occasione per dire che io stesso sono assai sensibile a una di queste tematiche appena richiamate, nella fattispecie, quella atomica, avendo pubblicato, seppure online, una raccolta, dal titolo Hiroshima; le pressoché medesime finalità, che hanno ispirato il mio ultimo lavoro, ispirano anche quello.
    “Che le poesie oggi le leggano soprattutto i rappresentati del ceto medio intellettuale (semicolto, dovremmo aggiungere, perché acculturatosi nella scuola di massa e su «Repubblica» o alla TV)” – mi sembra una provocazione, vuoi anche per la generalizzazione (scuola di massa ecc). Ennio seguita: “Non bisognerebbe riproporgli le “cose che già si sanno” ecc.” . Obietto che le mie intenzioni non sono appunto state solo quelle di proporre episodi già noti allo poesia sullo sterminio; né mi sarei mai azzardato, dopo quanto è stato ampiamente scritto in questi decenni sull’argomento. Ho solo cercato di mostrare, seppure per frammenti, scorci poetici, quanto fosse varia e complessa quella realtà, quel fondo, “quel «muddy centre» come lo chiama Wallace Stevens” (cit. da Linguaglossa), la cui conoscenza è spesso limitata ai soli fattori estremi, standardizzati, istituzionalizzati ecc.. Solo per fare un esempio, con richiami ad alcune poesie incluse nel libro ma non riportate nel blog: credo di non aver mai sentito parlare di neri nei campi di concentramento, né delle cosiddette “marce della morte” il cui interesse storiografico risale solo a qualche anno fa (recita così il sottotitolo del libro “Marce della morte” di Daniel Blatman - pubblicato da Rizzoli nel 2009: “L’Olocausto dimenticato dell’ultimo esodo dai lager”); né sufficientemente di religiosi, a parte Kolbe o Neururer (risponde a questo intento l’invocazione “Cristo” in posizione bene esposta nel testo “nel cortile della morte”; altrove ho utilizzato “Padreterno”); di kapò ed internati che magari abbiano provato un senso di vendetta, di rabbia a vivere in presa diretta quanto capitava loro intorno (di qui la possibile rabbia che ho immaginato provasse un prigioniero contro il kapo-bambino nell’omonima poesia); peraltro, dove è scritto che l’internato, vessato da quell’orrore quotidiano – ma vanno pur fatte differenze tra lager e lager - non avesse in cuor suo di questi sentimenti, crudi, spietati, comprensibili in quell’orrore che, proprio per l’“ambiente infernale”, finivano spesso per esacerbarli? Eppure di tutto questo non si parla credo sufficientemente, così come non si parla di rivolte avvenute all’interno di alcuni lager: è quanto ho voluto fare con il testo “allo spioncino”, immaginando la vittima che “chiude la risata all’assassino” ecc.; insomma, per chiudere, è la cosiddetta e spinosa questione delle “pecore al macello” che ha a lungo legittimato il termine (etimologicamente) oggi improprio di “Olocausto” piuttosto che il più puntuale Shoah (altrettanto etimologicamente, che pure segna qualcosa di più di una semplice quaestio terminologica!). Non credo che queste siano cose che si sanno (magari le conoscono nei dettagli gli specialisti del settore), ma potrei ugualmente sbagliarmi e, comunque, lungi da me la presunzione di volere colmare un “vuoto” documentario. (D.S.)

    (continua)

    RispondiElimina
  16. Sul punto 2.1: riporto, a mero titolo di completezza, la mia obiezione alla riserva di Ennio, giacché quanto ‘postato’ non penso aiuti sufficientemente a comprendere cosa intendevo dire circa i “dirigenti nazisti erano intellettuali fini ed eruditi”; col non precisarlo si incorrerebbe in uno spiacevole equivoco. Di qui, dunque:

    “ho voluto solo dimostrare la grande varietà dell’essere umano, convinto che solo così è possibile offrire un quadro quanto più completo (non pretendo esaustivo) di quella realtà descritta; un quadro cioè in modo non stereotipato o a compartimenti stagni cui – credo – siamo spesso abituati a considerare la realtà concentrazionaria (vd. il comportamento della contessa, il kapo-bambino, l’SS che dileggia il cattedratico di Heidelberg; da documentazioni storiche ho appreso anzi che molti quadri nazisti erano intellettuali fini, eruditi, ma plagiati dalla propaganda di regime, dunque non privi di complessi sistemi di pensiero, di grande cultura insomma, seppure distorta (nel libro, la parola “irrefragabile”, di uso poco comune, la terminologia erudita di “logos” “nous” “nomos” rispondono proprio a questo intento, l’indicazione stessa della triade Platone, Plotino, Porfirio disegna per ordine di importanza e temporale i tre filosofi dell’antichità, come se il carnefice volesse rinfacciare al suo oppresso “vedi che ne capisco quanto te di filosofia, di “erudizione!”; la mia accusa è semmai alla propaganda, all’uso distorto del sapere, al pericolo della conoscenza quando è imbastardita da una politica becera e di terrore a lunga “tenuta””.

    Quanto al punto 3 (e di conseguenza a 3.1): resto dell’opinione di non aver voluto mirare ad alcun effetto “impressione”; altre sono le finalità del libro, peraltro bene intuite da Flavio. Inoltre, non in tutti i testi è presente il contenuto sadico; esso magari appare più marcato, magari in una sezione del libro, e in una serie di testi ravvicinati la cui collocazione risponde a un ordine tutt’altro che casuale e temporale. Quanto alle riflessioni di Levi Torre “sulla messa in guardia […] dalla somministrazione di dettagli sadici, spesso del tutto controproducenti”, non saprei dire e non entro nel merito, non trovandomi di primo acchito d’accordo, ma bisognerebbe documentarsi più diffusamente. Inoltre, l’argomentazione levitorriana mi sembra troppo di natura sociologica (da psicologia della massa?), e credo non abbia nulla a che vedere con l’essenza della poesia, con il suo sostrato. Anche qui, per completezza, riporto per intero l’obiezione a questa riserva, sollevata per email ma in parte espunta dal punto 3.1; essa può tornare utile a far capire cosa io intenda, in linea di massima, per poesia.

    “La mia operazione non ha voluto porsi – seppure è possibile sull’argomento - la “questione del senso di questo orrore”. Ad altri il compito di giudicare, “di sfondare [il senso] con ragionamenti serrati e radicali” [parole di Ennio]; agli storici, ai filosofi con le loro – spesso – astruserie, ai politici sempre in cerca di una strumentalizzazione degli eventi […], agli ideologi, agli economisti e quant’altri. Reclamo invece l’assoluta "libertà" del poeta (seppure di un poeta “documentato”) di registrare le pieghe nascoste dell’animo umano, e mi appello all’autorità - anacronistica? – della – ma senza presunzione - “Lettera allo Chauvet” (“Il compito del poeta è quello di cercare di interpretare i pensieri, le sensazioni, le speranze, le paure di quegli uomini che sono stati protagonisti , quello insomma di narrare la storia "dal di dentro”). Tutto il resto è extraestetica, il cui discorso sarebbe complesso ad affrontarsi; mi limito solo a dire – forse troppo semplicisticamente – che la poesia è pur sempre un costitutivo di forma, seppur necessariamente veicolante un messaggio, anzi: prima la forma, poi il contenuto, poi tutto il resto, tutto ciò che è, per l’appunto, extraestetico”. (D.S.)

    (Fine)

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    1. Caro Daniele, ti ringrazio per quello che hai detto. Anche se sono solo 5 i tuoi testi, ho capito all'istante su quale piano ti stavi muovendo perché, pur riferendomi a un oggetto diverso, è quello che ho usato io per il mio Congedi, che puoi leggere qui

      http://emiliashop.wordpress.com/2012/01/17/congedi-viatico-in-undici-stazioni-francesca-diano/

      o qui su Moltinpoesia, dove gentilmente Ennio l'ha pubblicato.

      http://moltinpoesia.blogspot.it/2012/03/francesca-diano-congedi-viatico-in.html

      Come vedi, non è tanto ciò di cui si parla (può essere già noto e perfino frusto) ma il "come" se ne parla. Ed è in questo "come" che sta la poesia: appunto, la forma. Che nella poesia ha questo di miracoloso: diviene essa stessa contenuto.

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    2. Già! Francesca, hai proprio ragione; “è il come se ne parla” che conta!
      Grazie ancora. E comunque, leggerò senz’altro i tuoi “Congedi”. Intanto, mi congratulo anche per le tue traduzioni dai testi di Das e per la relativa presentazione. (D.S.)

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  17. Ennio Abate:


    Ennio Abate:
    Noto, e mi scuso di essere come al slito ispido, che le obiezioni alle mie critiche hanno riguardato soprattutto dettagli secondari: se si possa parlare di echi di Lee Master o no; se il pubblico italiano sappia o non sappia a sufficienza i fatti storici principali per farsi un’idea della Shoah; o se “parlare per immagini sadiche” rischi d’incoraggiare il voyerismo o no; o se sia al corrente o meno di altri fatti finora trascurati o nascosti dagli specialisti e dagli storici, come la presenza di neri nei lager, le marce della morte.
    Non capisco perché, in questo afflato di svelamenti e di cose di cui “non si parla”, non ci siano cenni allo sterminio degli zingari, degli omosessuali, dei “malati di mente”, dei comunisti, degli anarchici, degli “asociali”; e - perché no - dei silenzi sulla complicità della Chiesa cattolica con il fascismo e il nazismo anche in fatto di persecuzione degli ebrei.
    Nessun accenno vedo poi ai saggi indicati di Levi Della Torre (qualcuno si è preso la briga di leggerli interamente e ha fatto i conti con la ricchezza dei dati e degli spunti che offrono?).
    A me pare, comunque, di aver spiegato a sufficienza ,rispondendo a Flavio Villani (qui: mmigratorio15 giugno 2012 00:42) perché ho insistito e insisto tanto su certi aspetti. Ad es. su come parlare al destinatario possibile non solo di questi versi di Santoro ma di ogni poesia “civile” o che affronti temi storici.
    Perché una cosa è se esiste oggi in Italia come destinatario una «società civile» che sia capace di farsi carico della memoria di un orrore storico come la Shoah. Altra cosa è tale società civile non esiste o s’è “imbarbarita”. In tal caso i destinatari - non si scappa - sono o gli Stati ( ad es. lo Stato d’Israele, quello Usa, quello italiano, ecc.) o un pubblico generico: sì, proprio quello semicolto e in malafede( in senso sartriano), formatosi con la scuola di massa e la TV, manipolato e continuamente distratto da cattiva o sovrabbondante ( e perciò innocua politicamente, ho detto) informazione.
    Per me una “ società civile” oggi nei Paesi che passano per democratici non esiste. E sfido a provare il contrario. A patto che non si dica che votiamo e perciò siamo ancora “in democrazia”. E perciò tutto il parlare di Shoah in recinti istituzionali (ad es. la Giornata della Memoria) che neutralizzano (politicamente) quell’orrore storico e quelli che stanno avvenendo ora non è segno di salute politica e neppure psichica,
    ma è quantomeno un fenomeno equivoco e in buona parte sterile ( non capisco perché quando si parla dei “moltinpoesia” tutti si stracciano le vesti dicendo che appunto non capiscono di poesia quasi un fico secco, e quando si parla di Shoah i molti, le masse, il pubblico, il ceto medio semicolto sarebbe semplicemente disinformato e basterebbe un po’ di Shoah in più e la democrazia prospera.
    Insisto anche a dire che le poesie in genere oggi le leggono (quando le leggono) « i rappresentati del ceto medio intellettuale (semicolto, dovremmo aggiungere».

    [Continua]

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  18. Ennio Abate (continua):


    No, la mia non è una provocazione. La maggior parte degli attuali lettori ( e non solo di poesia, ma di libri), tranne casi eccezionali per ascendenze familiari borghesi o alto borghesi, è piccola borghesia, s’è formata nella scuola tra anni Cinquanta e Ottanta e quella scuola è stata “di massa” nel senso peggiore ( ha dato accesso alla massa degli studenti mantenendo i programmi per l’elité d’epoca fascista e non è stata capace di vere riforme). Come i mass media - radio, ma soprattutto TV “generalista” - hanno costruito quel pubblico e i suoi gusti.
    Tutto il discorso che Lingaglossa ( o Pedota) va facendo sulla post-poesia presuppone questa piccola borghesia, che tra l’altro egli bastona più di quanto io faccia. E questo tipo di pubblico, che è anche “il pubblico della poesia”, condiziona e come anche gli autori. Proprio la sua semicultura ( ricordo sempre le arrabbiature di Edoarda Masi) fa sì che esso chieda più informazione su tutto, anche sulla Shoah. Ma chiede appunto le “cose che groso modo già si sanno” o delle appendici alle “cose che grosso modo già si sanno” per salvarsi la coscienza o per pavoneggiarsi. Ma di certe altre proprio non vuole saperne ( gli “arcani del potere”) e soprattutto non vuole trarre mai le conclusioni politiche di quello che di vero è venuto a sapere e passare al “che fare”, perché rivendica e s’accontenta di una sorta di “libertà di sapere” (quello che gli fa comodo) non un sapere che si faccia politica e sciolga i nodi. Non vi pare contraddittorio che con tutto il gran parlare della Shoha gli eredi degli ebrei perseguitati dai nazisti ormai diventati Stato non trovino una soluzione decente per i palestinesi? Perciò ho detto e insisto che un poeta che scrive sulla Shoah non può non sapere che si rivoge a un hypocrite lecteur, che andrebbe strattonato, messo con le saplle al muro delle sue contraddizioni e ipocrisie. Altrimenti la Shoah diventa un fatto di erudizione. Stop.
    Resta poi il problema di come affrontare un fatto storico in poesia oggi.
    Io ho lodato Santoro per averscelto dei temi storici per la sua poesia. Non dico però che mi soddisfa il risultato; e le sue precisazioni “ di poetica” mi rendono ancora più dubbioso.
    Per un poeta che oggi voglia parlare in poesia della Shoah ci sono - mi permetto di dire - alcuni “compiti” da svolgere.
    Innanzitutto la documentazione. Non metto in dubbio che nel caso di Santoro ci sia stata e ampia. In secondo luogo, di fronte ai milioni di dati e alle molteplici interpretazioni degli storici della Shoah, come dovrebbe ( o potrebbe) procedere un poeta?
    Per me non si scappa: o come Dante, dandosi o avendo una struttura teorica e filosofica solida in cui inserire certi episodi da lui scelti in base a criteri da lui stabiliti e anche per sensibilità maturata nella vita (di tutti non è possibile trattare). O per “frammenti”. Santoro ha scelto questa seconda via. Secondo me è quella facile: « Ho solo cercato di mostrare, seppure per frammenti, scorci poetici, quanto fosse varia e complessa quella realtà, quel fondo, “quel «muddy centre». E con quale filosofia? A me pare quella di un umanesimo generico, perché dice « ho voluto solo dimostrare la grande varietà dell’essere umano, convinto che solo così è possibile offrire un quadro quanto più completo (non pretendo esaustivo) di quella realtà descritta; un quadro cioè in modo non stereotipato o a compartimenti stagni cui – credo – siamo spesso abituati a considerare la realtà concentrazionaria».
    Obietto: quale sarebbe il modo stereotipato o a compartimenti stagni al quale siamo abituati? Non vorrei che fossero messi in causa i risultati della ricerca storica sulla Shoah. Me lo fa sospettare il fatto che affermi quanto segue:

    [Continua 2]

    RispondiElimina
  19. Ennio Abate (continua):


    No, la mia non è una provocazione. La maggior parte degli attuali lettori ( e non solo di poesia, ma di libri), tranne casi eccezionali per ascendenze familiari borghesi o alto borghesi, è piccola borghesia, s’è formata nella scuola tra anni Cinquanta e Ottanta e quella scuola è stata “di massa” nel senso peggiore ( ha dato accesso alla massa degli studenti mantenendo i programmi per l’elité d’epoca fascista e non è stata capace di vere riforme). Come i mass media - radio, ma soprattutto TV “generalista” - hanno costruito quel pubblico e i suoi gusti.
    Tutto il discorso che Lingaglossa ( o Pedota) va facendo sulla post-poesia presuppone questa piccola borghesia, che tra l’altro egli bastona più di quanto io faccia. E questo tipo di pubblico, che è anche “il pubblico della poesia”, condiziona e come anche gli autori. Proprio la sua semicultura ( ricordo sempre le arrabbiature di Edoarda Masi) fa sì che esso chieda più informazione su tutto, anche sulla Shoah. Ma chiede appunto le “cose che groso modo già si sanno” o delle appendici alle “cose che grosso modo già si sanno” per salvarsi la coscienza o per pavoneggiarsi. Ma di certe altre proprio non vuole saperne ( gli “arcani del potere”) e soprattutto non vuole trarre mai le conclusioni politiche di quello che di vero è venuto a sapere e passare al “che fare”, perché rivendica e s’accontenta di una sorta di “libertà di sapere” (quello che gli fa comodo) non un sapere che si faccia politica e sciolga i nodi. Non vi pare contraddittorio che con tutto il gran parlare della Shoha gli eredi degli ebrei perseguitati dai nazisti ormai diventati Stato non trovino una soluzione decente per i palestinesi? Perciò ho detto e insisto che un poeta che scrive sulla Shoah non può non sapere che si rivoge a un hypocrite lecteur, che andrebbe strattonato, messo con le saplle al muro delle sue contraddizioni e ipocrisie. Altrimenti la Shoah diventa un fatto di erudizione. Stop.
    Resta poi il problema di come affrontare un fatto storico in poesia oggi.
    Io ho lodato Santoro per averscelto dei temi storici per la sua poesia. Non dico però che mi soddisfa il risultato; e le sue precisazioni “ di poetica” mi rendono ancora più dubbioso.
    Per un poeta che oggi voglia parlare in poesia della Shoah ci sono - mi permetto di dire - alcuni “compiti” da svolgere.
    Innanzitutto la documentazione. Non metto in dubbio che nel caso di Santoro ci sia stata e ampia. In secondo luogo, di fronte ai milioni di dati e alle molteplici interpretazioni degli storici della Shoah, come dovrebbe ( o potrebbe) procedere un poeta?
    Per me non si scappa: o come Dante, dandosi o avendo una struttura teorica e filosofica solida in cui inserire certi episodi da lui scelti in base a criteri da lui stabiliti e anche per sensibilità maturata nella vita (di tutti non è possibile trattare). O per “frammenti”. Santoro ha scelto questa seconda via. Secondo me è quella facile: « Ho solo cercato di mostrare, seppure per frammenti, scorci poetici, quanto fosse varia e complessa quella realtà, quel fondo, “quel «muddy centre». E con quale filosofia? A me pare quella di un umanesimo generico, perché dice « ho voluto solo dimostrare la grande varietà dell’essere umano, convinto che solo così è possibile offrire un quadro quanto più completo (non pretendo esaustivo) di quella realtà descritta; un quadro cioè in modo non stereotipato o a compartimenti stagni cui – credo – siamo spesso abituati a considerare la realtà concentrazionaria».
    Obietto: quale sarebbe il modo stereotipato o a compartimenti stagni al quale siamo abituati? Non vorrei che fossero messi in causa i risultati della ricerca storica sulla Shoah. Me lo fa sospettare il fatto che affermi quanto segue:

    [continua 3]

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  20. Ennio Abate (continua):


    Così fece Dante. Quello è un modello con cui tentare di confrontarsi (che non significa copiare). La storia dello scontro tra Papato e Impero è presente nella Commedia, ma questa non è la semplice cronaca o la documentazione storica del Medioevo. La «Summa» di Tommaso è presente nella Commedia, ma la medesima non è semplicemente l’illustrazione di quella «Summa».
    Contraddittorio poi col riferimento alla Lettera allo Chauvet e con le indicazioni manzoniane è il discorso dell’«occhio neutro» con cui si narrano gli episodi nel lager. Dire “occhio neutro”, parlare di “registratore” di “estaneamento” significa rifarsi ad una poetica naturalistica o positivistica, che non ha nulla a che fare con il Manzoni dello Chauvet. I due stili sono diversi e in contrasto. L’interpretazione di Flavio Villani che vede in tale “occhio neutro” « una sorta di distacco, di "sguardo vitreo" tipico di chi ha subito un trauma, uno shock così spaventoso da divenire assente a se stesso» è suggestiva; e potrebbe anche essere presa in considerazione (non mi pare però che la voce narrante abbia a che fare con questo tipo di sguardo vitreo e shockato perché Santoro è spedito e limpido nella sua dizione). E tuttuavia sarebbe comunque ancora in contrasto con i suggerimenti di Manzoni : un “occhio vitreo” descrive ma non fa quello che Manzoni suggeriva « interpretare i pensieri, le sensazioni, le speranze, le paure di quegli uomini che sono stati protagonisti , quello insomma di narrare la storia "dal di dentro”».
    Del tutto sorvolato, ma decisiv proprio perché indica nella scelta stessa della forma e del linguaggio una via del tutto diversa, è stato il mio richiamo a Paul Celan:
    « E capisco di più la scelta di Paul Celan di staccarsi nelle sue poesie dal dato realistico nel misurarsi con l'orrore dei lager. Esiste poi l'enorme questione del senso di questo orrore, che sfugge a un discorso di semplice registrazione dei dettagli realistici anche macabri e richiede di sfondarlo con ragionamenti serrati e radicali (a mio parere storici, politici, filosofici)».
    Santoro non ne parla né nella mail di risposta alla mia né la riprende adesso. Eppure Celan è forse uno dei pochissimi, se non l’unico ( io mi ricordo anche di Nelly Sachs) che davvero abbia parlato “dal di dentro” (e da poeta) di storia e dell’orrore della Shoah ( i suoi genitori furono eliminati); e ha detto in poesia molto di più di quella«realtà», senza ricorrere a quel tono giornalistico che Mayoor ha trovato in alcuni titoli del libro di Santoro, senza i dettagli realistici (molti, pochi; sadici o meno sadici). Non dico che debba essere preso a modello per parlare di Shoah, ma l’ho richiamato per allargare il campo della riflessione in poesia:. Il «registro timbrico e fonico» o il «lessico sobrio e spoglio» di Santoro non mi pare «l’unica risposta possibile» (Linguaglossa) per affrontare l’orrore dei lager e della disumanizzazione.

    [Fine]

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    1. Ennio, guarda che sono stata io a parlare di occhio neutro, sguardo vitreo da shock post traumatico, registratore ecc. e non Flavio. « una sorta di distacco, di "sguardo vitreo" tipico di chi ha subito un trauma, uno shock così spaventoso da divenire assente a se stesso», di arcani del potere ecc. E tutto intendevo tranne una poetica positivistica o naturalistica. Che c'entra?
      Per tutto quello che poi dici, (concordo con te sulla vergogna della politica dello stato di Israele, che nulla ha imparato dalla storia terribile da cui è nato evidentemente - e questo conferma che il vero potere, perfino quando lo gestiscono poi le sue vittime, se ne infischia delle emozioni e delle esperienze umane) non capisco perché Santoro o chiunque altro dovrebbe trattare la materia poetica nei modi e nelle forme e secondo i modelli che dici o ti aspetti tu. E te lo dico con tutta la mia simpatia per te. Capisco tu te la fossi presa con quelle vere e proprie lallazioni illetterate del post precedente a questo, che, per la loro totale mancanza di senso e di elementare conoscenza della sintassi italiana, per non parlare degli elementi di base di qualunque scrittura poetica, anche la più semplice, non sono degne nemmeno di un commento. Ma Santoro, che piaccia o meno quello che scrive e come lo scrive, almeno è scrittore colto e conosce il linguaggio poetico. Ha fatto una scelta. Si capisce anche che è consapevole. Bene, quella è. Perché dovrebbe scrivere come Célan? Scrive come Santoro. Io non lo conoscevo affatto prima di leggere queste cose, dunque il mio giudizio è distaccato.
      Quanto poi a "doverci" mettere dentro gli zingari, i nativi americani, gli indios, le vittime delle foibe, dei gulag, della Santa Inquisizione, di Guantanamo e quant'altro, che senso ha? Questi sono testi dedicati alla Shoah e anzi, proprio per aver scelto quel registro di cui ho parlato, la travalicano, proprio perché diventano degli archetipi (e la poesia si nutre di archetipi) e valgono anche per tutte le altre vittime della follia mortifera che è parte integrante della natura umana. Non a caso appare in tutti i miti sulla creazione. Da Caino in poi.

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  21. Caro Ennio, molte cose che dici mi trovano in completa sintonia, in particolare quando parli di democrazia negata o di falsa democrazia, e di responsabilità dello scrittore rispetto al suo potenziale lettore (in cui tuttavia non ho così poca fiducia). Altrettanto d'accordo quando sia tu sia Francesca Diano sottolineate come tematiche importanti, ad esempio la mafia, siano state raccolte, banalizzate e utilizzate al principale fine di produrre fatturato, abilmente depotenziandone il significato. Non credo di essere molto sicuro di quale potrebbe essere il grande sistema etico-filosofico a cui un autore oggi potrebbe far riferimento, come Dante alla sua epoca, per non ragionare sulla realtà per frammenti.
    Tutto ciò, benché molto interessante, non mi sembra abbia molto a che vedere con il lavoro di Santoro che, credo, non possa essere superficialmente derubricato a fonte di gratificazione di un io alla disperata ricerca di alibi per sentirsi più "buono". I suoi scopi e obiettivi li ha spiegati lui. Io posso aggiungere, rispetto alla mia personale esperienza, che scrivere in poesia di argomenti del genere è già di per sé un atto di ribellione, un atto forse portatore sano di un germe rivoluzionario, e di cui forse dovremmo rallegrarci almeno un po'. Non mi illudo (ma credo che neppure Daniele possa illudersi) che questi scritti possano avere il riscontro di pubblico alla Gomorra, e quindi difficilmente avranno la forza per cambiare qualcosa. Ma già il fatto che abbiano spinto alcune persone a discutere è, secondo il mio punto di vista, un gran risultato.
    Vorrei aggiungere in coda a queste considerazioni che per quanto mi riguarda tutte le vittime del nazismo sono uguali, a maggior ragione, come medico, le centinaia di migliaia di malati (tedeschi, adulti e bambini) eliminati nell'ambito del progetto eutanasia (T4) o anche "semplicemente" sottoposti a sterilizzazione. Centinaia di migliaia di vittime che hanno costituito la base "sperimentale" per la messa in atto della "soluzione finale". Ricordare fatti come, nella fattispecie, il coinvolgimento dei medici in simili misfatti ha un enorme valore rispetto a problematiche quanto mai attuali.
    Un saluto e un grazie a tutti (e in particolare ad Ennio per il suo lavoro),
    Flavio

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    1. Caro Flavio, grazie quanto hai detto in merito al mio lavoro che "non possa essere superficialmente derubricato a fonte di gratificazione di un io alla disperata ricerca di alibi per sentirsi più "buono" o che “scrivere in poesia di argomenti del genere è già di per sé un atto di ribellione, un atto forse portatore sano di un germe rivoluzionario”; sono parole che non possono che farmi piacere e spronarmi a continuare.
      Approvo totalmente quanto pure dici che “tutte le vittime del nazismo sono uguali” e che “ricordare fatti come, nella fattispecie, il coinvolgimento dei medici in simili misfatti ha un enorme valore rispetto a problematiche quanto mai attuali.”; su quest’ultimo punto mi trovi pienamente d’accordo; anzi mi fa piacere che tu abbia chiamato in causa il ruolo dei medici, veri e propri operatori, dietro lo schermo della scienza, dello sterminio programmatico; peraltro, aprivo il libro proprio con un testo su Mengele (e non è casuale).
      Insomma, una ragione di più per congratularmi ancora una volta con la tua “lettura” e conoscenza. (D.S.)

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    2. Caro Daniele, grazie a te per il tuo lavoro che spero di poter continuare a seguire attraverso il blog. Grazie in particolare per la tua scelta tematica, oggi forse un po' controcorrente. Qualche tempo fa avevo presentato una raccolta di racconti ad un editore: quattro trattavano proprio della fuga e cattura di un medico nazista. L'editor, un ragazzo indubbiamente intelligente e di vasta cultura letteraria, mi disse che la raccolta andava molto bene, ma che i racconti incentrati sul nazismo non l'appassionavano granché, forse perché l'argomento era "troppo sfruttato", e un po' avevano stufato...Rimasi di stucco. Ma poi ho capito, anche guardando la recente produzione letteraria e filmica internazionale (non ultimo il grande romanzo di Littell o il bellissimo film "The reader", tanto per fare qualche esempio), che forse quella reazione è un "vezzo" italiano, un tratto di superficialità (all'insegna del "quel che è stato è stato...") che ci appartiene. Non so, alla fine non ho pubblicato la raccolta ma, da buon "bastian contrario" ho continuato a lavorare proprio sulla parte della raccolta che aveva "stufato" l'editor.
      Complimenti ancora e un caro saluto,
      Flavio

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  22. Ennio Abate:

    Stavolta comincio io pure coi complimenti ai miei due agguerriti e acuti interlocutori (Flavio e Francesca) ma subito dopo a doverose precisazioni:

    - a Francesca Diano:

    A parlare di “sguardo vitreo” sei stata tu e il termine l’ha poi ripreso Flavio, certo. Forse tu non l’hai usato nel senso in cui si può interpretare ed io ho interpretato, quello cioè positivistico e naturalistico. Resta il fatto che una descrizione che possa venire da un tale sguardo non ha a che fare con quello di cui parla Manzoni nella Lettera allo Chauvet. I due sguardi sono inconciliabili. La mia obiezione riguardava questo punto.

    “non capisco perché Santoro o chiunque altro dovrebbe trattare la materia poetica nei modi e nelle forme e secondo i modelli che dici o ti aspetti tu”.
    Qui c’è un equivoco. La mia critica (in questo caso alla poetica adottata da Santoro: frammentismo, tendenza a fare della storia l’”ancilla” della poesia, rivendicazione di una - per me astratta - “libertà” del poeta, oscillazione fra psicologismo manzoniano e descrittivismo oggettivizzante) non è prescrittiva. Non chiedo né impongo a Daniele di imboccare un’altra strada o di scrivere come Celan.
    Permettetemi, però, di ricordare che ci sono state o ci sono altre strade; e di dire che le preferisco? Altrimenti davanti ad ogni poetica non resta che inchinarsi e passare alla successiva, inchinarsi ancora, e via seguitando. È quel paludoso “pluralismo democratico” che qualcuno scambia per “libertà” e va bene per l’attuale supermarket della cultura. Se lo si accetta, viene azzerata ogni vera critica. (Anzi resta solo la pseudocritica, di solito sprezzante, a quelli che rifiutano questo pluralismo).
    Infine, non ho richiesto di mettere in poesia le tragedie degli zingari ,dei nativi americani, ecc. Ho fatto notare che nella discussione che andiamo facendo chi, in questo caso Santoro, invitava a parlare anche dei neri nei lager, etc. e dunque ad estendere la riflessione al complesso del fenomeno non accennava ad alcuni aspetti ( e ho citato polemicamente, sì, il silenzio della Chiesa cattolica nei confronti degli ebrei, etc.).
    È nella discussione (tra persone serie e non miopamente partigiane, perché partigiani lo si può essere in modo intelligente quando la situazione lo richiede…) che bisogna parlare di tutti i genocidi , i lager o gulag che sono esistiti ed esistono e non solo del gulag o del lager del nemico che si sta combattendo. Con un dissenso però su cui dovremmo aprire un altro capitolo: per me la «follia mortifera» non è «parte integrante della natura umana».

    [continua]

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    1. Caro Ennio, hai pienamente ragione. Di strade ce ne sono molte, alcune migliori, altre peggiori, altre più diritte, altre più tortuose e ciascuno può scegliere quella che più gli si attaglia. Tra l'altro, per una curiosa coincidenza - o meglio junghiana sincronicità - proprio da due giorni sul mio blog compare un distico elegiaco in greco con relativa traduzione, composto da uno dei maggiori filosofi e maestri del pensiero italiani, ad arte oggi messo da parte dalla in-cultura ufficiale perché scomodo e rivoluzionario, che recita "MOLTE SONO LE VIE BATTUTE DAGLI UOMINI / FINE A TUTTI COMUNE E' LA VERITA'".
      Io sono convinta che ogni anche piccolo frammento o ricerca contribuiscano, nel loro apporto anche parziale o frammentario (persino quando appare deviante)alla ricerca di questo fine. Anche quando lo scopo voluto e intenzionale è quello di velarla e mistificarla la verità. Proprio perché in questo modo risalta di più per contrasto.
      Basti pensare alla censura feroce di URSS e Cina (per non parlare che degli esempi più noti) che ha affogato nel sangue e nella morte ogni dissenso ma che ha solo contribuito a rendere più potenti le voci che voleva spegnere. O al boomerang che sono state le repressioni razziste negli USA in Sud Africa ecc.
      Un altro aspetto su cui ti do ragione e che anche io ritengo essenziale, è il non poter prescindere da un sistema filosofico, o comunque da una organica visione del mondo capace di rinnovarsi. Ma questa filosofia non può oggi trovare un parallelo nel tomismo di Dante, perché quello nasceva da una cultura e da una società strettamente incardinate su strutture di pensiero robuste e onnipervadenti. Tuttavia, quello che poco viene detto, lo stesso Dante è talmente rivoluzionario da romperne le maglie e saettarne fuori a tutta velocità.
      Modernissimo in questo, e ancora insuperato come esempio, è Leopardi, che, più che poeta, è un filosofo che scrive in versi della sua filosofia. Ed essendo il suo sistema filosofico del tutto suo e nuovo, richiede che anche la lingua poetica che lo esprime sia rivoluzionaria e nuova.
      Insomma, il discorso si fa enorme ed è meglio che io mi fermi qui.
      Ultima notazione: ho sempre pensato che tutto questo celebrativo battersi il petto per le vittime della Shoah fatto dall'Occidente, pur se nasce da un autentico senso di colpa a posteriori (molti sapevano e hanno lasciato fare, da Churchill alla Chiesa) è funzionale al tacere su tutti gli altri genocidi e stragi compiuti dai vincitori, in particolare americani. Mentre la gente piange e si scandalizza e si concentra a ricordare (la Storia invece è notoriamente di memoria brevissima) qualcosa che dimenticherà presto, non presta troppa attenzione a quello che gli succede sotto il naso e a chi lo fa.
      P.S. Io ho una natura ottimista, e non so perché, ma penso che non sia il Male che trionfi, tuttavia non chiudo gli occhi sul fatto che alla natura umana sia connaturata questa pulsione alla distruzione.

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  23. Ennio Abate (continua):



    - a Flavio Villani:

    Ho richiamato Dante non perché il sistema etico-filosofico suo sia per me d’attualità. Ho precisato che non è da copiare, ma da tener presente.Sapere che c’è stato, impedisce quanto meno una resa incondizionata al ragionare per frammenti, all’empirismo cioè. E questo vale anche in poesia. Una teoria è necessaria, anche quando non l’abbiamo a disposizione.
    Da *L’altra strada. Per uscire dall’impasse teorica*, un libro di Gianfranco La Grassa, che sto leggendo, ti copio questo passo che pare scritto per questo punto che stiamo dibattendo:

    «Rimettersi tuttavia alla concretezza empirica senza alcun orientamento teorico, stabilito nella sua astrazione più pura, rischia di condurre proprio all’inesatta valutazione dei reali rapporti di forza tra gruppi sociali, o anche tra individui (a seconda delle teorie impiegate). L’importante è non applicare l’astrazione scientifica direttamente – estraendone conclusioni per pura deduzione – all’analisi dell’empiria; né tanto meno cercare di brandire tali conclusioni quali mezzi di agitazione e propaganda per l’azione nella congiuntura data. La teoria è semplice strumento per l’analisi, e per condurre l’azione in base all’analisi; sapendo però che è soltanto una bussola d’orientamento. Se m’indica questo o quel punto cardinale, non significa che io abbia già in mano tutto ciò che mi occorre per intraprendere un cammino, per risolvere tutti gli intoppi trovati lungo la strada intrapresa; capitare sovente che uno o più ostacoli mi costringano a tornare indietro o a incamminarmi verso un altro punto cardinale o a proseguire a zig zag, con svolte e aggiramenti, ecc.»

    Ultima precisazione: non ho detto che il lavoro di Santoro vada minimizzato o nasca da un « io alla disperata ricerca di alibi per sentirsi più "buono"». Dico che di ‘io’ del genere nel «ceto medio» e specie tra i poeti, ce ne sono a iosa e non bisogna offri loro nessun alibi né in poesia né del dibattito critico.

    [Fine]

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  24. Caro Ennio, Santoro, Diano etc.
    l'accenno fatto da Ennio secondo il quale la polemica critica di Pedota e mia rivolta contro la piccola borghesia ritornerebbe dal proprio Padrone, cioè la piccola borghesia del Ceto Medio Mediatico, è vera e coglie nel segno ma dimentica un punto centrale: che tutta la poesia italiana a partire dagli Anni Sessanta con Giudici ("La vita in versi") e Sereni ("Gli strumenti umani") e, in misura diversa, con il Pasolini di "Trasumanar e organizzar" e il Montale di "Satura",prende a parametro di riferimento del «nuovo» discorso poetico proprio quella piccola borghesia nella quale i milanesi si riconoscevano e i romani disconoscevano. Fatto sta che la piccola borghesia diventa il "centro politico" che bisogna occupare (con la forza delle proprie legioni letterarie).
    Il problema mio e di Pedota è, invece, proprio quello di liquidare la piccola borghesia del Ceto Medio Mediatico dal "centro politico"!, perché per quella via non si può fare altro che epigonismo, riformismo moderato. Ecco, a me pare che il libro di Daniele Santoro, pur con tutte le sue interne contraddizioni, tenti di eludere e aggirare la questione delle scritture letterarie piccolo borghesi puntando ad un interlocutore posto più in alto, in posizione elitaria. È questo il punto fondamentale che occorre valorizzare della poesia di Santoro, che qui io ci vedo un respingimento delle scritture poetiche piccolo borghesi che sono sfociate nel minimalismo romano-milanese e, oggi, nel post-minimalismo del cuore esacerbato delle scritture alla Mariangela Gualtieri.
    Dunque, il mio impegno critico è indirizzato ad alzare il tiro del discorso poetico, a indirizzarlo con determinazione verso un pubblico che non c'è: in questo senso dicevo che le poesie di Madonna o di Helle Busacca o di Maria Marchesi sono significative, perché si rivolgono a un pubblico che non c'è. Di qui il loro isolamento. Di qui l'oblio immediato sulla loro opera.

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    1. Sono scomparse le filosofie ma, come sempre succede, la scomparsa delle filosofie dà posto ad un tipo di filosofia stoico-epicurea che non crede in nulla, di totale pessimismo . Da ciò nasce una forma di dissociazione tra il credere in nulla e il fare qualcosa . In questo limbo della coscienza nasce il "discorso sull'impossibile discorso"( Linguaglossa ) che Santoro meritoriamente ha ancora il coraggio di proporre . E il coraggio dell'azione ( linguistica ) mi sembra all'altezza dell'ordito letterario .

      leopoldo attolico-

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    2. Fine notazione “socioletteraria” quella di Linguaglossa qui espressa: mi piace l’argomentato “ribaltamento” della questione mirante a “liquidare la piccola borghesia del Ceto Medio Mediatico dal "centro politico"".
      Approfitto per ringraziare, Giorgio, ancora una volta dell’attenzione che mi dimostra e di questo ulteriore e lusinghiero giudizio sulla mia poesia in cui vede “un respingimento delle scritture poetiche piccolo borghesi”. (D.S.)

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  25. Grazie, Leopoldo, di questo tuo intervento all’insegna del “coraggio di proporre”, di agire (seppure solo linguisticamente, che non è forse un’arma di minore importanza?). Grazie anche dell' "altezza dell'ordito letterario" che apprezzo molto e mi fa lieto. (D.S.)

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  26. Non è facile rispondere, punto per punto, all’intervento in 3 parti e (mi si passi l’aggettivo) “fulmicotonico” di Ennio (del 15 giugno), che ringrazio ancora per questi ulteriori e interessantissimi chiarimenti; chiarimenti che, peraltro, in parte condivido, se non fosse che a “muoverli” c’è però un errore di fondo. Ennio fa riferimento al fatto che "in questo afflato di svelamenti e di cose di cui “non si parla”, non ci sono cenni allo sterminio degli zingari, degli omosessuali, dei “malati di mente”, dei comunisti, degli anarchici, degli “asociali”; e - perché no - dei silenzi sulla complicità della Chiesa cattolica con il fascismo e il nazismo anche in fatto di persecuzione degli ebrei”. Non so se parlasse in particolare del mio libro o in generale su quanto è emerso dal dibattito in corso. Per quanto posso dire: nell’impossibilità di trattare, nell'opera, tutti questi soggetti – non volendo peraltro il libro assurgere necessariamente a una summa – c’è in esso tuttavia una poesia dedicata ai “matti”, un‘altra richiama (e lo si evince dalla nota) il prigionieri politico Jaworski; c’è un fucilato in una cava (riferimento alle Einzengruppen); c’è un impiccato (insomma, non ci sono solo camere a gas). Tuttavia, e addivengo al punto chiave dell’argomentazione sopra accennata: c’è un errore di valutazione alla base degli interventi di Ennio, e ciò sin dal primo (mi riferisco alla questione Levi Torre); sta nello spostamento del discorso lungo l’asse tematico della Shoah, che, seppur presente nel libro, non ne è tuttavia l'ambito privilegiato. Infatti, Ennio menziona più volte il termine Shoah, chiede “di fronte ai milioni di dati e alle molteplici interpretazioni degli storici della Shoah, come dovrebbe (o potrebbe) procedere un poeta?” e via dicendo, di cui pure all’obiezione sollevata:
    “quale sarebbe il modo stereotipato o a compartimenti stagni al quale siamo abituati? Non vorrei che fossero messi in causa i risultati della ricerca storica sulla Shoah”).
    Non è eccesso di sottigliezza, il mio, e vorrei chiarire limpidamente. Riporto, quanto ho scritto e che lo stesso Ennio ha riportato:
    “ho voluto solo dimostrare la grande varietà dell’essere umano, convinto che solo così è possibile offrire un quadro quanto più completo (non pretendo esaustivo) di quella realtà descritta; un quadro cioè in modo non stereotipato o a compartimenti stagni cui – credo – siamo spesso abituati a considerare la realtà concentrazionaria”.
    Non ho parlato di Shoah (invito a leggere i miei precedenti interventi); non l’ho fatto perché semplicemente il libro non vuole essere questo esclusivamente, ma un’indagine (?), una descrizione della “realtà concentrazionaria”; è un errore di valutazione che la dice lunga e il risolverla aiuta meglio a “muoversi” all’interno del libro alla volta di una “possibile” comprensione dello stesso. Intendevo, più in generale, il genocidio perpetrato dal nazismo di cui a pagarne le conseguenze sono stati davvero in molti – implicito il richiamo, dunque, agli “zingari, agli omosessuali, ai “malati di mente”, ai comunisti, agli anarchici, agli “asociali”. Ne consegue che, quanto al “modo stereotipato o a compartimenti stagni” (cui facevo riferimento), intendevo solo dire che tale “realtà concentrazionaria” è quanto mai variegata, composita e non deve prestarsi ad una sola interpretazione. Eppure quando si parla di genocidio nazista, la mente va subito alla Shoah e non a torto, ma si trascura il resto, che pure ha una sua indiscussa rilevanza: vedi la stessa confusione che si fa quando si parla di campi di concentramento e campi di sterminio, di Auschwitz come campo di sterminio e non piuttosto di “complesso concentrazionario”, o della spinosa quaestio terminologica, ampiamente dibattuta all’interno della comunità scientifica, di "Olocausto" e "Shoah".
    Insomma, di qui la sfida e anche necessità di scrivere intorno a questo grosso, problematico argomento che non smette di affascinare schiere di studiosi e modesti, assai modesti (tra cui mi metto), appassionati.

    (D.S.)

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  27. Ennio Abate a D.S.:

    Caro Daniele,
    c'è uno strano divario ( generazionale? politico?) tra mio modo di leggere un libretto di poesia ( in questo caso il tuo) alla luce di un contesto storico, che per me è il metro principale con cui misuro le cose ( e anche il valore della poesia) e il tuo difendere il tuo libretto di poesie quasi esclusivamente dalle mie critiche secondarie.
    Forse per questo non c'intendiamo...

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  28. da Rita Simonitto
    17.06.2012

    Gentile G. Linguaglossa, leggo con piacere e seguo con attenzione i suoi interventi, molto ricchi e stimolanti, che vengono pubblicati su Moltinpoesia (al momento sono ancora in attesa di leggere il suo “Dalla lirica al discorso poetico” che, non so per quali ragioni, la EdiLet tarda a spedire alla mia libreria).
    Mi permetto di rivolgerle, da *in-genua*, alcune domande, sotto forma di osservazioni, in merito a ciò Lei che afferma quando dice: “Dunque, il mio impegno critico è indirizzato ad alzare il tiro del discorso poetico, a indirizzarlo con determinazione verso un pubblico che non c'è: in questo senso dicevo che le poesie di Madonna o di Helle Busacca o di Maria Marchesi sono significative, perché si rivolgono a un pubblico che non c'è. Di qui il loro isolamento. Di qui l'oblio immediato sulla loro opera”.
    Ripeto che, purtroppo, non sono a piena conoscenza del suo lavoro di studioso e che le mie domande possono sembrarle già esaustivamente trattate in altre sedi; e mi rendo anche conto degli equivoci che si possono produrre quando si estrapola un discorso da un testo. Nello stesso tempo mi dispiaceva non dare seguito a questi interrogativi che mi (e Le) pongo. Non solo a Lei, ovviamente, ma anche a quanti dei Molti che mi possono offrire delle chiarificazioni.

    a) il discorso poetico, tenendo conto della sua natura un po’ refrattaria alle irreggimentazioni, in che modo può essere messo a regime e “indirizzato con determinazione”? Come, esso discorso, può tentare - dico, tentare - il contatto con un “vero” se viene già predefinito il “vero”? Forse il Suo intendimento si riferisce ad un indirizzare che verrà fatto ex-post e non ex-ante al prodotto poetico. Ma, avere delle pre-concezioni non rischia di far sì che troviamo proprio ciò che vogliamo trovare?
    b) orientare il discorso poetico verso un pubblico che non c’è (o non c’è ancora) può avere un suo suggestivo fascino, pari a quello di lanciare un messaggio in bottiglia.
    Che, a dire il vero, è anche ciò che il poeta in parte sta facendo nel suo poetare, anche se si rivolge ad un ‘pubblico che c’è’: “ai posteri l’ardua sentenza”, verrebbe da dire.
    Ma come possiamo riconoscere il “pubblico che non c’è”? Non certo dal fatto che stende l’oblio, isola una certa produzione poetica: così si può solo cristallizzare quell’ambiguità che già esiste, per cui ogni versificatore non riconosciuto potrebbe ragionevolmente pensare di essere una speciale e somma ‘vox clamantis in deserto’.
    O si tratta di un pubblico che non c’è perché è stato stornato dalla poesia da un falso concetto di poesia (la sua funzione) unito ad un falso concetto di realtà (nella sua dimensione di rappresentazione parziale di qualcos’altro?).
    c) e qui interverrebbe la importante funzione del critico che avrebbe il compito (difficile, molto difficile) di traghettare l’opera verso il lido del lettore. Quando Lei sostiene di voler “alzare il tiro” è come se avesse già in mente l’obiettivo da raggiungere (anche se, come poi Lei dice, questo obiettivo è ancora indefinito). Si tratta forse di ‘educare’ il lettore strappandolo dalle grinfie minimaliste o post-minimaliste? Però, così procedendo - e ribadisco, le mie domande sono da *in-genua* - non si rischia di trasformare la querelle per dare una storica paternità-maternità della poesia in una battaglia tra coniugi litigiosi con l’unico risultato di perdere di vista il pargolo, ovvero la poesia stessa?

    La ringrazio per l’attenzione.
    R.S.

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    Risposte
    1. Cara Rita Simonitto,
      cominciamo da «indirizzare la poesia verso un pubblico che non c'è», questo dicevo portando ad esempio la poesia di Helle Busacca, Maria Rosaria Madonna e Maria Marchesi (tanto per citare soltanto poeti morti); in qualche altro luogo ho scritto della necessità di «alzare il tiro» parlando della poesia di Daniele Santoro (e mi pare che lui lo alzi, anzi, lo sposti prendendo di mira il «muddy centre» della cultura occidentale). Io dico molto semplicemente (e lo ripeto spesso) che la migliore poesia italiana è quella che ha cessato ogni rapporto di corrispondenza con il versante politico-sociale, cioè la piccola borghesia del Ceto Mediatico e con il Ceto degli accademici (come ha sempre fatto furbescamente la poesia di Zanzotto, il quale aveva capito che per farsi apprezzare doveva produrre un iperlinguaggio rigorosamente indirizzato ai professori universitari e ai filologi).
      Io (da critico) mi sforzo di indicare la via alla poesia italiana, ma non perché io ce l'abbia già prestabilita in mente ma perché è l'unica via da percorrere: quella che conduce a prendere atto della orfanezza del discorso poetico (di qui il cammino che in Italia ha fatto la poesia: dalla lirica al discorso poetico); altra via non c'è. Ci possono essere però delle ragioni, diciamo, di carattere pratico che possono spingere ad una poesia di buon livello adottando il pedale erotico al femminile; ci possono essere delle utilizzazioni della poesia per compiacere un pubblico in attesa di pruriti erotici come tentano di fare schiere infinite di autrici dell'Occidente (l'ultima della serie è Mariangela Gualtieri), ma non si tratta di una cosa seria.
      E poi c'è un fatto: che il discorso poetico è qualcosa che scocca (di qui l'ispirazione) quando vengono risolti nella mente del poeta una serie di problemi e di condizionamenti che il versante sociale gli pone. Ad esempio, è indubbio il coraggio di un giovane autore come Daniele Santoro a fare una poesia di «rottura» osando parlare su di un argomento sul quale nessun poeta politicamente corretto oggi si arrischierebbe (la shoah). In qualità di critico io non posso che applaudire questo tipo di poesia, così come non posso che applaudire i tentativi di Adriano Accattino di fare una «poesia dell'impoetico». Ci vuole coraggio. E il coraggio di una operazione è casa da mettere in rilievo.
      Della poesia di Kamala Das io posso riconoscere il suo valore sociale, politico e civile, ma sul piano strettamente poetico, a me lettore evoluto dell'Occidente ha ben poco da dire. Ritengo molto più rivoluzionario il furore pantoclastico della poesia di una poetessa come Helle Busacca la quale fa una poesia di dopo il diluvio, dopo aver rotto tutti i ponti con il buon costume italico e con i corrispondenti nei ceti intellettuali deputati alla conservazione della poesia. Di qui, dicevo, il suo isolamento, come i lebbrosi.

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  29. da Rita Simonitto
    Gentile G. Linguaglossa,
    La ringrazio molto per le sue precisazioni che mi hanno allargato il campo di riflessione sui ‘compiti’ o i 'destini' della poesia.
    Anche se mi sono rimaste delle perplessità - come è giusto che sia così, perché una risposta non dovrebbe mai saturare la domanda – rispetto alla incongruenza dell’affermazione “il discorso poetico è qualcosa che scocca (di qui l'ispirazione) quando vengono risolti nella mente del poeta una serie di problemi e di condizionamenti che il versante sociale gli pone. Ad esempio, è indubbio il coraggio di un giovane autore come Daniele Santoro a fare una poesia di «rottura» osando parlare su di un argomento sul quale nessun poeta politicamente corretto oggi si arrischierebbe (la shoah)”.
    Io penso che l’ispirazione che ‘prende’ il poeta sia una cosa molto seria e complessa, proprio perché ha a che vedere con la gestione di un conflitto fra il sé e il versante sociale, al punto che diventa di secondaria importanza il ‘coraggio’ di fare o meno una poesia di rottura.
    Questo ‘coraggio’ di andare contro il politicamente corretto si potrebbe infatti applicare anche all’ “adottare il pedale erotico al femminile” in una società pruriginosa, ad esempio; ‘pedale’ di per sé insufficiente a ‘fare poesia’ come Lei stesso segnala avanzando delle riserve su alcune produzioni poetiche di questo tipo.

    E’ stato comunque molto gentile a darmi la sua attenta disponibilità.
    R.S.

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  30. Tutto molto interessante, ma non capisco l'elogio alla finzione che molti sembrano approvare. Santoro non è testimone diretto degli accadimenti storici e umani di cui tratta. Probabilmente il suo è un transfert che nasce osservando una fotografia, poi leggendo qualche nota, qualche testimonianza. Sembra che la verità, intesa come accadimento, non interessi più, che si preferisca coltivare l'idea che abbiamo del passato ridando vita a frammenti di storia usando una sorta di chiave medianica ( arte come dilatazione dello spazio temporale) dove tutto è possibile, anche che il passato riviva o continui ad esistere, se non misteriosamente in ciascuno, almeno e di sicuro nell'inconscio collettivo.
    Che la novità stia nella finzione? Se è così dove starebbe la differenza tra la poesia e la società dello spettacolo e dell'intrattenimento?
    mayoor

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    1. in altre parole: scegliendo la finzione scartiamo ad esempio secoli di Haiku (tradizione non nostra, che nomino perché è l'espressione poetica che più si avvicina all'istante) e con essi, ma non solo ovviamente, anche il nostro vivere. E per cosa? per la storia intesa come valore condiviso e condivisibile...
      A questo pensavo ieri pomeriggio, in macchina, incolonnato per giungere al casello autostradale, di fianco ad una famiglia canterina... AlBano a tutto volume, una cosa da fare accapponare la pelle... e a Jannacci, al parlato di qualche anno fa ( Angola... faccia di tola...). Erano le sei del pomeriggio e non v'era traccia di storia. Ma si sa che la si può vedere solo volendo.
      In tutti i casi alle volte preferisco ragionare a pubblicitario, quale sono stato, e da qui considerare le novità, che quasi sempre hanno a che fare con il fisico del prodotto più che con la sostanza. E il fisico (forma e linguaggio) di queste poesie di Santoro ci sarebbe anche, ma ragionando così il contenuto non è tanto rilevante. Se mai si dovrebbe arrivare a considerare il contenitore, il libro di poesie in se', come oggetto. E di questo nessuno parla, eppure col digitale ci sarebbe di che divertirsi... ma è un altro argomento.
      mayoor

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    2. Poi, magari dopo aver letto il libro, uno scopre che l'autore è nato nel 1972... si dirà che è bravo.
      mayoor

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