martedì 12 ottobre 2010
UN GRANDE POLITICO di Emilia Banfi
Ostentava felicità
brillava di colori
come quei fiori finti
che si portano al cimitero.
NOTTURNO di Luisa Colnaghi
Notturno
Scoppiano i tuoni sul tetto
il vento colpisce sui vetri
rovescia la pioggia
la casa è tormentata.
Sorpresi nel buio si ascolta
tutto il rumore
con occhi feriti dai lampi
si attende la fine.
Una sirena lacera l'aria
denota un breve interludio.
Poi è silenzio, tutto è cessato
e la notte diventa più cupa.
La casa sembra addormentata
ancora i sogni tornano danzando
leggeri come fantasmi,
ombre nel ritmo del pendolo.
Per la la traduzione in lingua inglese:
VERDEMELA di Mayoor
“Sai cos’è? Fanno così perché cercano di ottenere qualcosa.
Poi, dopo, si arrendono.”
La telefonata che ascolto è rumorosa, di fretta. Una sbrigativa serie
di ipotesi tutte volte al positivo, di frutta, ma troppo dolci.
L’architettura dei viali è mal riuscita, fanno meglio le ombre, il caffè
ma lo spazio tra le cose è pulito. C’è nell’aria un amorevole daffare montano.
Il senso gentile della decenza è nei figli mattinieri ancor nelle lenzuola.
Ristrutturazione del capodanno duemila. Strade interrotte, pochi pensieri
frenetici tecno pizzaioli. Null’altro, mi pare.
Forse più tardi una spoglia insalata di riso, la stramba versione acustica
di Eric Clapton. Camicie col colletto aperto, meridionali del nord-est
sudisti dell’ultimo piano, centinaia di persone gemelle che non si guardano.
Visite della finanza sui piatti coreani ancora vuoti.
Scrivere certe mattine è scartabellare. Nessuna parola liquorosa, troppe
fette di sole. I semafori tutti rossi.
“Non può mettere la moto qui”
“Un attimo, mi sta suonando il telefono...”
“Lo dico perché...”
Guardo guardo. Un piccione prende il volo.
Oh, come una stella del Louvre una ragazza si affaccia nella vetrina.
Guardo, mi guardate.
Di qualcuno che passa si nota la suola delle scarpette tra i passetti rapidi.
E’ verde.
Il futuro dovrà pur cominciare da un colore. Un verde mela, ma finto
molto finto.
lunedì 11 ottobre 2010
FARE IMPROVVISAZIONE
http://www.lascighera.org/slam/audio/by/title/improvvisazione
Per ascoltare l'audio cliccare sul link
Questa registrazione è tratta da un reading che si è tenuto tre anni fa a Milano. Per la precisione si trattava di un Poetry slam. Presenti 150/200 persone. L'autore, Marco Dedonato, avendo vinto la competizione fu chiamato al microfono per leggere un ultimo testo. E lui cosa fa? Guarda il pubblico negli occhi, uno ad uno si potrebbe dire, e incomincia ad improvvisare sostenuto unicamente dalla sua buona volontà. Si comprenderà quindi perché il senso della composizione e la struttura dei versi possono sembrare approssimativi. Quello che so io è che non ne conosco tanti che abbiano questo coraggio.
Per ascoltare l'audio cliccare sul link
Questa registrazione è tratta da un reading che si è tenuto tre anni fa a Milano. Per la precisione si trattava di un Poetry slam. Presenti 150/200 persone. L'autore, Marco Dedonato, avendo vinto la competizione fu chiamato al microfono per leggere un ultimo testo. E lui cosa fa? Guarda il pubblico negli occhi, uno ad uno si potrebbe dire, e incomincia ad improvvisare sostenuto unicamente dalla sua buona volontà. Si comprenderà quindi perché il senso della composizione e la struttura dei versi possono sembrare approssimativi. Quello che so io è che non ne conosco tanti che abbiano questo coraggio.
E' trascorso del tempo da allora, ma con Marco, più me, M.Liberatore ed Elisa Brigida, abbiamo costituito un gruppo, un laboratorio dove si partecipa solo improvvisando poesia. Di fatto si tratta di una palestra per fare esercizio di creatività poetica, ma abbiamo scoperto che la poesia improvvisata con l'uso della voce ha le sue assurde regole, regole che sono parecchio diversa dalla poesia scritta.
Secondo me, pur considerando che la tradizione orale è antichissima, e dicendolo non senza una certa presunzione, è arte nuova. Nuova in quanto non si avvale della rima, ne' di altra metrica... nessun tempo musicale che la sostenga.
Chi volesse partecipare mi contatti, non costa nulla e, ovviamente, non servono carta e penna.
mayoor@fastwebnet.it
domenica 10 ottobre 2010
STUPRO di Emilia Banfi
Piccolo fiore rosa non fiorire
questo prato non fa per te.
Ti hanno stretto alla corolla
e tu chino come in grembo
hai lasciato la tua linfa.
Piccolo fiore viola non fiorire
questo prato non fa per te.
Irruente veleno nel tuo stelo
in attesa della sua rugiada
ritto e verde caldo di sole.
Piccolo fiore non fiorire
questo prato non fa per te.
Non polline, non profumo
sarà di te, del tuo colore
e dell'ape che verrà a cercarti.
Piccolo fiore nero non fiorire
questo prato non fa per te.
Giuseppina Broccoli: Due poesie
Vita su morte
Il Nellie risaliva il grande fiume,
uomini ingenui guardavano impietriti.
Dov’era il bianco e dove il nero?
Cuore di tenebra sussultava,
ma l’anima non si scuoteva.
Schiaffeggiati dalla civilizzazione
accettarono la sopraffazione.
Stelvio Di Spigno: 3 poesie da “La nudità”
Fine settembre
Si presentano a orari in cui ognuno prende il volo,
verso le sette di sera quando ancora c’è il sole,
e con i loro gridi prendono forme umane,
un gigante, per esempio, o un volto conosciuto,
tanto che l’occhio non distingue il perché del movimento
e vorrebbe saperne di più, ma questi stormi
fanno a gara con corriere e treni di fortuna
a sparire per primi, risucchiando
il brusio dei pendolari, la stanchezza dei passi,
la finzione di tutto.
Vanno dove si disperdono altre voci,
questa volta scaturite dalle case in lontananza,
e c’è chi come noi ricorda vagamente
dove abbiamo ascoltato per primi
le parole che non hanno ritorno.
sabato 9 ottobre 2010
Novità ottobre 2010 sul sito POLISCRITTURE
NASCITA E MORTE
DELLA POESIA IMMORTALE
Prefazione
Un’elegante strada di Milano è dedicata a Enrico Panzacchi,modesto versificatore vissuto dal 1840 al 1904. Quanti panzacchi vivono , oggi, che non saranno ricordati post mortem, domani? ( Riflessioni di un anonimo )
I.
Voglio parlare della poesia e dei poeti fuori dagli schemi e senza schematismi. Anche in un periodo di crisi economica il prezzo della carta resta alquanto basso. Per scrivere poesie non occorre una penna preziosa, d’oro e dal nome illustre. Bastano una biro ed una pila di fogli anche riciclati. Alcuni si sono accontentati del margine bianco dei giornali. Un’inezia in confronto ai blocchi di travertino pretesi da alcuni scultori. Ci sono, poi, di fronte alla scultura, alla pittura, all’architettura tutta una serie di virtù pratiche e di conoscenze teoriche delle quali il poeta fa tranquillamente a meno. La poesia è - tra le arti - quella meno costosa e più semplice da realizzare. E’ quasi naturale che sia anche la più diffusa. L’alfabetismo di massa l’ha resa simile ad un diritto azionabile in giudizio. Così stanno le cose.
[CONTINUA. Per leggere tutto clicca su "NASCITA E MORTE DELLA POESIA IMMORTALE"]
[A cura di E.A.]
2 POESIE di Luciano Roghi
La pendola
Estraneo al futuro,
il rintocco esibiva un suono scordato, interrotto.
Il pomeriggio scoccava: noia, inverno e sole
intorno all’abbandono.
Un cumulo di minuti innevati,
non chiudevano l’ora d’infinita durata.
Neppure il buio l’ha soccorsa.
__________________________
NOSTRI INQUIETI SIMILI: il critico Giorgio Linguaglossa
La nuova poesia modernista italiana (1980-2010)
02 luglio 2010
Intorno alla poesia contemporanea si muovono riflessioni, pareri, critiche. In questa sezione desideriamo raggruppare alcuni interventi che sono seguiti alla pubblicazione del volume di Giorgio Linguaglossa dal titolo "La nuova poesia modernista italiana" e ad una successiva intervista all'autore a cura di Luciano Troisio.
Sulla destra della pagina tutti gli articoli correlati, in punta di penna.
Per leggere gli interventi sul libro di Linguaglossa sul sito della LIETOCOLLE clicca:
http://www.lietocolle.info/it/la_nuova_poesia_modernista_italiana_1980_2010.html
http://www.lietocolle.info/it/la_nuova_poesia_modernista_italiana_1980_2010.html
[Segnalazione a cura di E.A.]
NOSTRI INQUIETI SIMILI: http://www.abrigliasciolta.it/
sette esemplari diversi di carovana dei versi
un’azione poetica lunga 7 edizioni, 55 autori pubblicati, centinaia di performer nascenti, emergenti e affermati e lo spazio libero per l’ospitalità quotidiana di Mohammed Bennis
otto ottobre duemiladieci
Sette anni di esperienza, sette anni di conoscenza, decine di autori pubblicati e ripubblicati tra le centinaia che hanno articolato i recital performati.
Un itinerario comune, libero da ogni etichetta se non quella abrigliasciolta, che si è prestata ad ogni esigenza di promozione letteraria e culturale. Colpendo nel segno e generando tante piccole cellule impazzite semplicemente con l’attivazione delle capacità fondamentali dell’uomo.
venerdì 8 ottobre 2010
3 POESIE di Alberto Accorsi
E’ Guerra.
Che ognuno giochi le proprie carte!
Motorizzazione
Polluzione
Globalizzazione
Aereoplanini
Barchette
Gelsomini
2 POESIE di Grazia De Benedetti
Vuoto
Vorrei trovare parole di rosmarino
che lasciano la scia
e sanno d'amaro e di ricordo.
Vorrei trovare parole di cardo,
irte di spine, nel graffio è il loro segno,
cautela e riflessione,
Vorrei trovare parole di menta,
fresche e nuove
per inventare orizzonti.
Vorrei trovare parole di verbena,
verde di foglie, fiori nasconde azzurri
un giorno forse potrebbero sbocciare.
Vorrei trovare parole non so dove cercare
smarrita m'aggiro tra siepi di labirinto.
Prima che venga notte vorrei parole trovare.
2 POESIE di Augusto Villa
Pensieri di notte
S'agita
il verde, mio
il verde, mio
mare di fiele e
muta
è la rabbia
che sale
che cresce
travolge
tradisce
la notte
che svuota
sfinisce.
muta
è la rabbia
che sale
che cresce
travolge
tradisce
la notte
che svuota
sfinisce.
giovedì 7 ottobre 2010
GUFI E CIVETTE di Luisa Colnaghi, Ed. LietoColle
Report di Luisa Colnaghi sul
2° Festival dei gufi 2010, Castello di Corticelli, Nibbiano (Piacenza)
Al convegno che si è tenuto il 2 ottobre hanno partecipato ornitologi e studiosi nazionali e internazionali per parlare degli strigiformi, oltre 150 specie in tutto il mondo.
L'evento ha dato luogo a molte manifestazioni che si sono svolte contemporaneamente nei tre cortili e nelle sale del Castello per due giorni: presentazione di libri, riviste, DVD, mostre fotografiche, dipinti, oggetti di legno e ceramica, gingilli e quadri con raffigurazioni di gufi e civette e brevi corsi didattici per i bambini presenti.
La poesia è stata introdotta con il libro di poesie GUFI E CIVETTE di Luisa Colnaghi Ed. LietoColle. La presentazione avvenuta il 2 ott. è stata arricchita dalla lettura di poesie che parlano della civetta e dei gufi. Il libro racconta la natura e la campagna ed è ambientato nella pianura lombarda, per questo motivo il titolo fa riferimento ai simpatici e affascinanti uccelli notturni che appaiono come vecchi saggi e filosofi pensatori di questa verde campagna.
Rita Simonitto POESIE
Sera
Lievità di sera il cavallo piange.
Nebbia d’unghia bruciata
rende lattescente la contrada
e offusca i contorni delle cose.
La soffusa dolcezza illanguidisce
i sensi ma non paga
la perduta ebbrezza della corsa
miraggio ormai vetusto
seppur ancora valido
a contrastare il tiro quotidiano.
E il morso.
(30.03.1982)
J. JOYCE'S FINNEGANS WAKE, conversazione di Giuseppe Beppe Provenzale
Quando la foto arrivò a Messina Dn. Eleonora Provenzale de Petro restò perplessa. Suo figlio Giuseppe, a due anni dalla fine della guerra, aveva assunto un’aria da gagà. Non riconosceva l’aria strafottente che sfidava l’obiettivo, gli anelli alle dita e uno sguardo girato come sfida. Con polso morbido vergò poche righe, affidate a una busta dagli angoli perfetti.
Quando a Parigi arrivò la foto di James, Nora Barnacle fu sorpresa, prese carta e penna e gli scrisse che era contenta del suo sguardo rasserenato e degli occhialini curvati con flessuosità sconosciuta.
Le lettere s’incrociarono con un biglietto di scuse del fotografo dello studio Ideal Foto di Via Madonnina a Trieste.
“Un mio garzone ha scambiato le foto, porgo i sensi pieni del mio rammarico e le mie umiliate scuse”. Un banale scambio di foto di due persone fisicamente rassomiglianti, stranieri con lo stesso anno di nascita (e morte) e l’affetto di due “Eleonore”.
2 POESIE SENZA TITOLO di Luca Chiarei
I
Sono giorni sospesi
passi senza strade
sono ore tutte insieme
sono i nostri giorni
a picco sulla pece
così il respiro diventa di lago
poi suono che diventa stagno vapore
la vita logo del tuo
sereno dolore.
….
In retta e vite ora ti scavo
dentro quella terra che ci traversa
nella nera zolla che mi rivolta
cercando di tacco un punto da leva
un fondo
un pianto che non mi lasci
un cuore d'alga che mi riporti a galla
ed è così che alla fine accade
in ogni cosa che deve accadere
il presente che ci contiene
un lavoro che ci accompagna
allora sarà facile lasciarsi
come quella stella che affiora
nel cielo quando muore la luce.
martedì 5 ottobre 2010
VOLIDIVERSI, una sera a Lonate Pozzolo, di Giuseppe Beppe Provenzale
FREDDO ANTICO
E TIEPIDO RESPIRO DI UNA GIOVANE INIZIATIVA
E TIEPIDO RESPIRO DI UNA GIOVANE INIZIATIVA
Domenica 3 ottobre a Lonate Pozzolo (VA) il freddo e l’umido dell’antichissimo convento di S. Michele hanno accolto l’iniziativa del Comitato VIVAVIAGAGGIO contrario alla costruzione della terza pista di Malpensa.
Poi il calore e la passione in una serata titolata VolidiVersi.
L'ALBERO GRAMO di Ennio Abate
Non fate morire
quell'albero gramo,
che nella mente matura
ribelli semi vermigli.
Ambascia ci porta,
ma insieme pensieri
tolti alla morte;
e carezze al futuro.
Fra lugubri tonfi d'eventi
l'ombra sua mitoleggia
nel tutto del mondo.
In brio, in brina, al buio
o nel bianco solitario,
slimitato, come potato
dal logico gioco, sta.
CUI PRODEST di Giuseppe Beppe Provenzale
Ci sono uccelli di piume leggere
dai nidi ramo a ramo intrecciati sapienti
ci sono rapaci,
uccellini
e uccelli d’alluminio povera plastica e grandi ali
che rombano strisce di vapore per l’informazione contro
Se un uccello cieco sbatte
contro un uccello sordo
che non l’ha sentito arrivare
entrambi s’avvitano su
i nimbi e i cercalavoro
che si affrontano
gracule pifferi e flauti
dove parte il cielo
e il suo misterioso rumore che impazzisce gli alberi del giardino
Giove non tuona più
Per voci bandiere e colori è pronto
l’occhio minerale di una telecamera
che rimbalza retorica globalizzata
e malessere nazionale
Ma tre minuti e visibilità non si negano a nessuno
e nessuno vi rinuncia
tanto poi c’è la pubblicità
CERTI RAGAZZI di Lucio Mayoor Tosi (selezione)
Chi non ha tempo per l’amore vive dentro lunghe gambe sportive
e scopa da gentleman come fanno gli uomini canguro del sesto piano
quello delle dirigenze. Una razza satellitare bene attenta a non
riprodursi senza garanzie di spettacolo tra le rubinetterie
i divani di pelle e la cruscotteria del 2000.
e scopa da gentleman come fanno gli uomini canguro del sesto piano
quello delle dirigenze. Una razza satellitare bene attenta a non
riprodursi senza garanzie di spettacolo tra le rubinetterie
i divani di pelle e la cruscotteria del 2000.
LAST TRIP RAP di Enzo Giarmoleo
Mare
calmo
piatto
mondo
artefatto
verde
azzurro
trasparente
tartarughe sui fondali
planano dolcemente
Solchiamo la traccia
acqua nella faccia
di Fenici e
e Popoli del mare
5. AM di Augusto Villa
5.AM
Scalda le mie spalle
il profumo del caffè.
Al sole di questa lampadina
il mistero comprendo
del salto dei biscotti
della gioia
il profumo del caffè.
Al sole di questa lampadina
il mistero comprendo
del salto dei biscotti
della gioia
e dei pianeti tutti.
sabato 2 ottobre 2010
COLLINE TOSCANE di Fabiano Braccini
Poca ombra
sotto
le foglie argentate
degli ulivi
e cicale assordanti,
invisibili
se non per
qualche riflesso di sole
sulle ali.
venerdì 1 ottobre 2010
UN MICROFONO COSTA E LA MUSA E' PARALIZZATA di Giuseppe Beppe Provenzale
![]() |
foto di G. Provenzale |
Il 28 settembre, presso la Palazzina Liberty, è stata inaugurata la nuova stagione 2010-2011 della Casa della Poesia. Tema il “Microfono aperto”, anche se il microfono non c’era.
Erano presenti i Padri fondatori, 20 poeti invitati, 20 poeti irriducibili e una sparuta schiera di stoici, in qualche modo amici dei primi. Pochi sorrisi, qualche saluto e grande protagonista il vuoto risultante dalla conta dei presenti.
Il POETA di Luisa Colnaghi
Un vecchio poeta
non trova voce per cantare la città:
polverosa, lorda di graffiti oscuri...
CERTI RAGAZZI di Lucio Mayoor Tosi
Silloge 21
Certi ragazzi sono tappetti dal cuore disperato
marginale stil novo, barbagli dell’acqua nella luce matura
barche vuote, sedie disabitate.
Chi non ha tempo per l’amore vive dentro lunghe gambe sportive
e scopa da gentleman come fanno gli uomini canguro del sesto piano
quello delle dirigenze. Una razza satellitare bene attenta a non
riprodursi senza garanzie di spettacolo tra le rubinetterie
i divani di pelle e la cruscotteria del 2000.
Certi ragazzi vorrebbero avere il sedere basso e svestito
invece le ragazze conservano una castità di ferro anche mentre la danno
come fosse una domanda, il ricciolo di un mazzo di primavere
e sanno di cucinotto, di lavanda e di una birra, una per tutta la sera.
Certi ragazzi sono tappetti dal cuore disperato
marginale stil novo, barbagli dell’acqua nella luce matura
barche vuote, sedie disabitate.
Chi non ha tempo per l’amore vive dentro lunghe gambe sportive
e scopa da gentleman come fanno gli uomini canguro del sesto piano
quello delle dirigenze. Una razza satellitare bene attenta a non
riprodursi senza garanzie di spettacolo tra le rubinetterie
i divani di pelle e la cruscotteria del 2000.
Certi ragazzi vorrebbero avere il sedere basso e svestito
invece le ragazze conservano una castità di ferro anche mentre la danno
come fosse una domanda, il ricciolo di un mazzo di primavere
e sanno di cucinotto, di lavanda e di una birra, una per tutta la sera.
LO SPECCHIO di Paolo Pezzaglia
Mi guardo spesso allo specchio
e non mi piaccio –
non riesco a sorridere –.
ROULOTTE di Augusto Villa
Mi regalo un concerto
a ricercar melodiche emozioni
nel canto estatico
di una Lavatrice rom
libera dall'incubo dei watt
e dal calcare.
nel canto estatico
di una Lavatrice rom
libera dall'incubo dei watt
e dal calcare.
giovedì 30 settembre 2010
LA MIA CITTA' di Giuseppina Broccoli
geme l’ orizzonte d’ alluminio
tra accordi di portoni
si trascina adagio un tram
disfa tumulti di specchi
sperde faticosi affiatamenti
fugge sui binari la sorte
graffia il furore degli errori
tra echi febbrili, voci, fragori
frantumi di tempo
ove palazzi alzano giacigli
su cristalli di transitorietà
il giro senza tempo della vita
è appeso al filo della mia città
ed io, qui, nel vuoto, mi specchio
in un pigro stridere di tram
mercoledì 29 settembre 2010
2 POESIE di Luisa Colnaghi
La civetta e la luna
Sulla collina degli ulivi
la grande luna si è fermata...
splende la casa tinta di bianco,
la voce d'argento nell'oliveto
un gioco tra foglie e vento,
e fuochi effimeri di lucciole.
Nel silenzio più cupo
- la civetta lancia un grido acuto,
- un'altra risponde due toni,
sfilano le ali aperte
senza fare rumore,
complice la valle buia...
POSTO DI MOVIMENTO di Augusto Villa
Notte magica
quella notte, fra i binari
a torear coi treni e
le stelle
quella notte, fra i binari
a torear coi treni e
le stelle
gettavano rose
al buio delle lucciole.
UNA VALIGIA DI POESIE di Marilena Verri
Mi trovo confinata
e al buio
fra tante amiche
mute e silenziose.
Non oso chiedere
come ci siam finite
e certamente so
che resteremo qui.
Sono in questo sonetto,
come tante altre,
sconsolata e triste.
Spero però che un giorno
qualcuno faccia in noi
una scoperta e ci trovi
affascinanti e originali!
RELIGIONE di Emilia Sergio
Dal patibolo del mondo
urla tra i pianti
Si scagliano parole
Arriverebbero al Dio
in schiuma iridescente
non fosse per quella paura
d'offenderlo.
martedì 28 settembre 2010
BLOG di Raffaele Ciccarone
Blog, il sole si riaccende
Anche la luna, nel blu risplende
Il buio nell’oscurità si perde
Blog, blog, blog, blog
lunedì 27 settembre 2010
REINCARNASIUN di Emilia Sergio
REINCARNASIUN REINCARNAZIONE
Vuraria murì Vorrei morire
quand i me oss quando le mie ossa
saran malandà saranno malandate
e cul vent in di urècc e col vento nelle orecchie
chel me dis pian pian: che mi sussurra piano piano:
-Dai, dai ndem -Dai, dai andiamo
che de chi l'è finida- che qui è finita.-
PRIMA RIUNIONE MOLTINPOESIA
Partigiana te mori con mi: me insenocio davanti de ti.) |
Ela l'è magra, tuta quanta oci, coi labri streti sensa più color, ela l'è drita anca se i zeno ci tremàr la sente e sbatociarghe ‘l cor. |
giovedì 15 aprile 2010
Ennio Abate/ Perché questa poesia è debole
La poesia in questione:
Dal finestrino
di Marcello Cappelletti
Strade chiese macchine persone
biciclette
sirene rumori luce abbagli clacson
viette e viuzze
angeli
negozi kebab profumo puzza
statue semafori suonerie
voci alte, basse,
bianche e nere
teatri cinema cabine telefoniche
pub ristoranti lavori in corso
mattoni
felicità risate fragorose risate strozzate
risate tristi
fruttivendoli panchine sbadigli folla
follia
antenne paraboliche amore, odio, razzismo
colori oblio alberi foglie.
Sulla poesia "Dal finestrino":
In sintonia con Marcella e Mayoor, anche a me pare enorme lo scarto tra il valore di questo testo e l'impeccabile abito storico-teorico-letterario che Leonardo troppo generosamente gli vuole fare indossare.
Dal finestrino
di Marcello Cappelletti
Strade chiese macchine persone
biciclette
sirene rumori luce abbagli clacson
viette e viuzze
angeli
negozi kebab profumo puzza
statue semafori suonerie
voci alte, basse,
bianche e nere
teatri cinema cabine telefoniche
pub ristoranti lavori in corso
mattoni
felicità risate fragorose risate strozzate
risate tristi
fruttivendoli panchine sbadigli folla
follia
antenne paraboliche amore, odio, razzismo
colori oblio alberi foglie.
Sulla poesia "Dal finestrino":
In sintonia con Marcella e Mayoor, anche a me pare enorme lo scarto tra il valore di questo testo e l'impeccabile abito storico-teorico-letterario che Leonardo troppo generosamente gli vuole fare indossare.
lunedì 12 aprile 2010
Ennio Abate/ Letterina postpasquale ai Moltinpoesia
Che rilassato andamento schizofrenico!
Che tenui dialoghi tra sordi!
Che belle divagazioni
da un pensiero sapienziale
(“La follia non è una faccenda per soli psicanalisti,
ma contiene risorse di contenuti preziose per tutti”)
ai dubbi sul dire o non dire
IO in poesia,
ai ricordi di antiche pasque,
alla segnalazione di nuovi poeti!
Che tenui dialoghi tra sordi!
Che belle divagazioni
da un pensiero sapienziale
(“La follia non è una faccenda per soli psicanalisti,
ma contiene risorse di contenuti preziose per tutti”)
ai dubbi sul dire o non dire
IO in poesia,
ai ricordi di antiche pasque,
alla segnalazione di nuovi poeti!
mercoledì 31 marzo 2010
Ennio Abate: Resoconto del Laboratorio MOLTINPOESIA del 30 marzo 2010 su Alda Merini
Ostacolato dal temporale e dai soliti disguidi organizzativi, l’incontro sulla Merini c’è stato ed è andato bene.
Alle 18 avevamo trovato ancora una volta la Palazzina Libery chiusa. Telefonate, trasferimento d’emergenza nel solito Bar dell’Angolo, dove Luciano Roghi ha tenuto la sua introduzione e abbiamo cominciato a discutere. Poi, avvertiti che nel frattempo era arrivato il custode, nuovo spostamento e completamento della discussione alla Palazzina.
Luciano [Roghi] ha raccontato il suo personale avvicinamento ai testi della Merini (soprattutto alle prose). Ha poi ripercorso le varie tappe della sua vita tormentata e eccentrica: le poesie giovanili; l’apprezzamento delle sue prime produzioni poetiche da parte di Spagnoletti, Raboni, etc; i vari internamenti in manicomio con elettroshok; il matrimonio, le gravidanze, le tre figlie nate e subito date in affido; le terapie analitiche con Musatti e Fornari; le lettere non spedite a “fantasmi” (scrittori del passato o suoi contemporanei); l'importanza per lei della figura paterna (primitivo, fumatore e sognatore); la sua formazione da autodidatta; e negli ultimi anni, dopo il successo editoriale e di pubblico, la gestione tra il narcisistico e lo spettacolare della propria immagine di poetessa «sofferente, vulnerabile, senza corazza».
La cifra del fascino della Merini sta per lui, se ho ben inteso, in questa capacità di «rimanere infantile» contro una società, che impone invece censure, condizionamenti e adattamenti più o meno castranti.
La successiva discussione si è incentrata su alcune questioni:
1) fino a che punto la conoscenza della vita di un poeta o di una poetessa giova alla “comprensione” della sua poesia (o, in altri termini ed esprimendo un dubbio di metodo: cominciando dalla vita del poeta, non si rischia di fermarsi ad essa, alla biografia, trascurando il necessario o indispensabile lavoro di accostamento, di lettura e magari studio critico dei suoi testi?);
2) che peso dare alla facile, comune e affascinante (soprattutto nel caso della Merini) equazione tra malattia mentale (o “follia”) e poesia? e che credito dare alle parole della stessa Merini, che arrivò a «benedire la sua follia» o la sua esperienza manicomiale come fonte della sua poesia e ragione di una sua maggiore “autenticità” o “sincerità”;
3) le ragioni esterne o interne del suo “successo”: la sua poesia «arriva a tutti», perché lei prima di scrivere s’immergeva nell’«acqua del sentimento», e dunque perché la sua era una poesia “sentimentale” (in senso positivo) pur rischiando a volte il sentimentalismo? Oppure il successo è stato costruito anche con interventi più o meno mirati da parte di editori e addetti alla poesia-spettacolo?
Come suntino della riunione mi fermo qua. Sollecitando i partecipanti ad aggiungere attraverso la mailing liste osservazioni, commenti, precisazioni di quanto da me detto.
Alle 18 avevamo trovato ancora una volta la Palazzina Libery chiusa. Telefonate, trasferimento d’emergenza nel solito Bar dell’Angolo, dove Luciano Roghi ha tenuto la sua introduzione e abbiamo cominciato a discutere. Poi, avvertiti che nel frattempo era arrivato il custode, nuovo spostamento e completamento della discussione alla Palazzina.
Luciano [Roghi] ha raccontato il suo personale avvicinamento ai testi della Merini (soprattutto alle prose). Ha poi ripercorso le varie tappe della sua vita tormentata e eccentrica: le poesie giovanili; l’apprezzamento delle sue prime produzioni poetiche da parte di Spagnoletti, Raboni, etc; i vari internamenti in manicomio con elettroshok; il matrimonio, le gravidanze, le tre figlie nate e subito date in affido; le terapie analitiche con Musatti e Fornari; le lettere non spedite a “fantasmi” (scrittori del passato o suoi contemporanei); l'importanza per lei della figura paterna (primitivo, fumatore e sognatore); la sua formazione da autodidatta; e negli ultimi anni, dopo il successo editoriale e di pubblico, la gestione tra il narcisistico e lo spettacolare della propria immagine di poetessa «sofferente, vulnerabile, senza corazza».
La cifra del fascino della Merini sta per lui, se ho ben inteso, in questa capacità di «rimanere infantile» contro una società, che impone invece censure, condizionamenti e adattamenti più o meno castranti.
La successiva discussione si è incentrata su alcune questioni:
1) fino a che punto la conoscenza della vita di un poeta o di una poetessa giova alla “comprensione” della sua poesia (o, in altri termini ed esprimendo un dubbio di metodo: cominciando dalla vita del poeta, non si rischia di fermarsi ad essa, alla biografia, trascurando il necessario o indispensabile lavoro di accostamento, di lettura e magari studio critico dei suoi testi?);
2) che peso dare alla facile, comune e affascinante (soprattutto nel caso della Merini) equazione tra malattia mentale (o “follia”) e poesia? e che credito dare alle parole della stessa Merini, che arrivò a «benedire la sua follia» o la sua esperienza manicomiale come fonte della sua poesia e ragione di una sua maggiore “autenticità” o “sincerità”;
3) le ragioni esterne o interne del suo “successo”: la sua poesia «arriva a tutti», perché lei prima di scrivere s’immergeva nell’«acqua del sentimento», e dunque perché la sua era una poesia “sentimentale” (in senso positivo) pur rischiando a volte il sentimentalismo? Oppure il successo è stato costruito anche con interventi più o meno mirati da parte di editori e addetti alla poesia-spettacolo?
Come suntino della riunione mi fermo qua. Sollecitando i partecipanti ad aggiungere attraverso la mailing liste osservazioni, commenti, precisazioni di quanto da me detto.
martedì 23 marzo 2010
Ennio Abate/ Sulla poesia della Szymborska? No, sulla poesia-specchio di chi la legge
Non m'interessa molto questo buttarsi a pesce su una poesia della Szymborska per dire in fin dei conti che cosa? Che a me piace o a me non piace.
Ma questo è scontato in partenza. Ci saranno sempre due partiti in poesia: quelli dell'A ME PIACE e quello dell'A ME NON PIACE. De gustibus etc.
Poiché io non dimentico mai che saremmo nel Laboratorio MOLTINPOESIA, m'interessa di più quello che trapela del mondo e del modo di pensare il mondo (e la poesia) di chi legge, reagendo al testo (meglio alla traduzione) della poetessa premio Nobel Szymborska.
E allora m'interessa capire:
1) se è giusto che Semy difenda "quelli che amano veramente la poesia in maniera libera da critiche" e apprezzi solo e soltanto la poesia dei "fanciullini"("Trovo il tutto come un meraviglioso frutto maturo in un cuore infantile e vero");
2) perché Giovanna ha una visione così rigida del fare poesia, tanto che per lei nella poesia è addirittura obbligatorio "lo straniamento, la sovversione delle regole fisiche ed emotive. Altrimenti è noiosa descrizione in belle parole della realtà"; o perché, in questo avvicinandosi all'opinione di Semy, sostiene, sempre in modi apodittici, che "i poeti sono come i bambini: quando scrivono i loro piedi non toccano per terra";
3) perché Beppe solo stavolta, a proposito della Szymborska, introduca obiezioni di tipo politico sociologico in altri casi respinte ("se non fosse stata di un premio Nobel chi filerebbe questa poesia di prosa interrotta?");
4) perché Giuseppina trova facilmente nella Szymborska "degli elementi che richiamano la semplicità dell’haiku e dello zen" e cancella o non ne considera altri che permetterebbero forse di inserirla in una tradizione più polacca o europea o altro.
5) perché Marcella, attirata (così mi sembra) soprattutto dal contenuto di una poesia della Szymborska ("una che mi piace molto ("ma molto, e non c'è bisogno che ti spieghi il perché) ed ha a protagonista un gatto", (finora!) non è stata ancora accusata da Leonardo di "insensatezza", mentre io, per aver collegato politica e poesia, sì;.
6) perché Mario sia a caccia di emozioni, anche quando - e lo dichiara lui stesso - si trova di fronte ad una poesia-riflessione ("La poesia-riflessione-sulla-poesia della Szymborska non mi ha dato nessuna emozione").
Ecco,di queste cose (delle enciclopedie di partenza con cui un lettore s'accosta alla poesia) vorrei discutere.
Perché in fondo non sono d'accordo in un modo o nell'altro con nessuno di voi. Perché: 1)sono convinto che la buona critica faccia bene alla buona poesia e ai buoni lettori; 2) lo straniamento e la sovversione delle regole fisiche può essere noioso quanto la piatta descrizione della realtà; 3) una poesia, astratta dal contesto (storico, politico, sociale), rischia di apparire un qualcosa che chissà da dove vien fuori (e il lettore può pensare che venga da un aldilà e non da un aldiqua); 4) L'Oriente è "di moda", ma l'"orientalismo" è un'ideologia; 5) il contenutismo ha (per me) delle buone ragioni e non lo cancellerei mai con la gomma del puro formalismo; 6) perché ho imparato a non disprezzare (crocianamente) la poesia-riflessione e a non più adorare la poesia-emozione. Ma anche perché conosco poco o nulla la Szymborska. E, a meno di non avere qualche illuminazione leggendo una sua raccolta o incontrandola o leggendo un saggio approfondito sulla sua poesia, preferirei passare ad altro.
Ciao
Ennio
Ma questo è scontato in partenza. Ci saranno sempre due partiti in poesia: quelli dell'A ME PIACE e quello dell'A ME NON PIACE. De gustibus etc.
Poiché io non dimentico mai che saremmo nel Laboratorio MOLTINPOESIA, m'interessa di più quello che trapela del mondo e del modo di pensare il mondo (e la poesia) di chi legge, reagendo al testo (meglio alla traduzione) della poetessa premio Nobel Szymborska.
E allora m'interessa capire:
1) se è giusto che Semy difenda "quelli che amano veramente la poesia in maniera libera da critiche" e apprezzi solo e soltanto la poesia dei "fanciullini"("Trovo il tutto come un meraviglioso frutto maturo in un cuore infantile e vero");
2) perché Giovanna ha una visione così rigida del fare poesia, tanto che per lei nella poesia è addirittura obbligatorio "lo straniamento, la sovversione delle regole fisiche ed emotive. Altrimenti è noiosa descrizione in belle parole della realtà"; o perché, in questo avvicinandosi all'opinione di Semy, sostiene, sempre in modi apodittici, che "i poeti sono come i bambini: quando scrivono i loro piedi non toccano per terra";
3) perché Beppe solo stavolta, a proposito della Szymborska, introduca obiezioni di tipo politico sociologico in altri casi respinte ("se non fosse stata di un premio Nobel chi filerebbe questa poesia di prosa interrotta?");
4) perché Giuseppina trova facilmente nella Szymborska "degli elementi che richiamano la semplicità dell’haiku e dello zen" e cancella o non ne considera altri che permetterebbero forse di inserirla in una tradizione più polacca o europea o altro.
5) perché Marcella, attirata (così mi sembra) soprattutto dal contenuto di una poesia della Szymborska ("una che mi piace molto ("ma molto, e non c'è bisogno che ti spieghi il perché) ed ha a protagonista un gatto", (finora!) non è stata ancora accusata da Leonardo di "insensatezza", mentre io, per aver collegato politica e poesia, sì;.
6) perché Mario sia a caccia di emozioni, anche quando - e lo dichiara lui stesso - si trova di fronte ad una poesia-riflessione ("La poesia-riflessione-sulla-poesia della Szymborska non mi ha dato nessuna emozione").
Ecco,di queste cose (delle enciclopedie di partenza con cui un lettore s'accosta alla poesia) vorrei discutere.
Perché in fondo non sono d'accordo in un modo o nell'altro con nessuno di voi. Perché: 1)sono convinto che la buona critica faccia bene alla buona poesia e ai buoni lettori; 2) lo straniamento e la sovversione delle regole fisiche può essere noioso quanto la piatta descrizione della realtà; 3) una poesia, astratta dal contesto (storico, politico, sociale), rischia di apparire un qualcosa che chissà da dove vien fuori (e il lettore può pensare che venga da un aldilà e non da un aldiqua); 4) L'Oriente è "di moda", ma l'"orientalismo" è un'ideologia; 5) il contenutismo ha (per me) delle buone ragioni e non lo cancellerei mai con la gomma del puro formalismo; 6) perché ho imparato a non disprezzare (crocianamente) la poesia-riflessione e a non più adorare la poesia-emozione. Ma anche perché conosco poco o nulla la Szymborska. E, a meno di non avere qualche illuminazione leggendo una sua raccolta o incontrandola o leggendo un saggio approfondito sulla sua poesia, preferirei passare ad altro.
Ciao
Ennio
lunedì 22 marzo 2010
Ancora W.Szymborska proposta da Luisa Colnaghi
INNAMORATI
Ce un tale silenzio che udiamo
la canzone cantata ieri:
Tu andrai per il monte, e io per la valle...
Udiamo - ma non ci crediamo.
Nel nostro sorriso non c'è pena,
e la bontà non è rinuncia.
E, più di quanto non meriti,
commiseriamo chi non ama.
Così stupiti di noi stessi,
cos'altro ci può mai stupire?
Né arcobaleno la notte.
Né farfalla sulla neve.
Ma addormentandoci
in sogno vediamo l'addio.
Però è un buon sogno,
però è un buon sogno,
perché c'è il risveglio.
Da DOMANDE POSTE A ME STESSA (1954) di W.Szymborska
Ce un tale silenzio che udiamo
la canzone cantata ieri:
Tu andrai per il monte, e io per la valle...
Udiamo - ma non ci crediamo.
Nel nostro sorriso non c'è pena,
e la bontà non è rinuncia.
E, più di quanto non meriti,
commiseriamo chi non ama.
Così stupiti di noi stessi,
cos'altro ci può mai stupire?
Né arcobaleno la notte.
Né farfalla sulla neve.
Ma addormentandoci
in sogno vediamo l'addio.
Però è un buon sogno,
però è un buon sogno,
perché c'è il risveglio.
Da DOMANDE POSTE A ME STESSA (1954) di W.Szymborska
domenica 21 marzo 2010
Marcella Corsi/ Balù
non amano essere toccati gli animali dell'aria
il loro corpo leggero non sopporta d’essere stretto
nemmeno di buone intenzioni, per amare le carezze
bisogna si siano convinti a lasciare per un poco il volo
fermarsi a terra accoccolarsi come fossero
coperti di pelo socchiudere gli occhi ritrarre le zampe
Balù è così
un gatto
che vola
il loro corpo leggero non sopporta d’essere stretto
nemmeno di buone intenzioni, per amare le carezze
bisogna si siano convinti a lasciare per un poco il volo
fermarsi a terra accoccolarsi come fossero
coperti di pelo socchiudere gli occhi ritrarre le zampe
Balù è così
un gatto
che vola
sabato 20 marzo 2010
Una poesia di Szymborska proposta da Luisa Colnaghi
IN EFFETTI, OGNI POESIA
In effetti ogni poesia
potrebbe intitolarsi “Attimo”.
Basta una frase
al presente,
al passato o al futuro:
basta che qualsiasi cosa
portata dalle parole
stormisca, risplenda,
voli nell'aria, guizzi nell'acqua,
o anche conservi
un'apparente immutabilità,
ma con una mutevole ombra;
basta che si parli
di qualcuno accanto a qualcuno
o di qualcuno accanto a qualcosa,
di Pierino che ha il gatto
o che non ce l'ha più;
o di altri Pierini
di gatti e non gatti
di altri sillabari
sfogliati dal vento;
basta che a portata di sguardo
l'autore metta montagne provvisorie
o valli caduche;
che in tal caso
accenni al cielo
solo in apparenza eterno e stabile;
che appaia sotto la mano che scrive
almeno un'unica cosa
chiamata cosa altrui;
che nero su bianco,
o almeno per supposizione
per una ragione importante o futile,
vengano messi punti interrogativi,
e in risposta -
i due puntini:
(Da DUE PUNTI (2005) di W. Szymborska)
In effetti ogni poesia
potrebbe intitolarsi “Attimo”.
Basta una frase
al presente,
al passato o al futuro:
basta che qualsiasi cosa
portata dalle parole
stormisca, risplenda,
voli nell'aria, guizzi nell'acqua,
o anche conservi
un'apparente immutabilità,
ma con una mutevole ombra;
basta che si parli
di qualcuno accanto a qualcuno
o di qualcuno accanto a qualcosa,
di Pierino che ha il gatto
o che non ce l'ha più;
o di altri Pierini
di gatti e non gatti
di altri sillabari
sfogliati dal vento;
basta che a portata di sguardo
l'autore metta montagne provvisorie
o valli caduche;
che in tal caso
accenni al cielo
solo in apparenza eterno e stabile;
che appaia sotto la mano che scrive
almeno un'unica cosa
chiamata cosa altrui;
che nero su bianco,
o almeno per supposizione
per una ragione importante o futile,
vengano messi punti interrogativi,
e in risposta -
i due puntini:
(Da DUE PUNTI (2005) di W. Szymborska)
lunedì 15 marzo 2010
Unapoesia di W. Szymborska proposta da L. Terzo: L’orecchio del poeta
Odo una marea di voci
Bisbigliare lusinghiere promesse:
Quale incerto futuro
Ottenebrano?
M’affascinano lamentose
Cantilene del rimpianto.
Il dolore
Sgorga remoto
Da insaziabili istinti,
Sotterranei labirinti dell’animo.
Ascolto
Ma non sento le voci
Degli altri.
Guardo, ma non distinguo
Altri occhi che i miei.
Bisbigliare lusinghiere promesse:
Quale incerto futuro
Ottenebrano?
M’affascinano lamentose
Cantilene del rimpianto.
Il dolore
Sgorga remoto
Da insaziabili istinti,
Sotterranei labirinti dell’animo.
Ascolto
Ma non sento le voci
Degli altri.
Guardo, ma non distinguo
Altri occhi che i miei.
sabato 13 marzo 2010
Ennio Abate: UNA PICCOLA DON CHISCIOTTE, FORSE... Otto appunti su «Katana e altre poesie» di Anna Ciufo ( gennaio 2008)
1.
Katana e altre poesie non è un’autobiografia distesa in versi. Nel libretto (una cinquantina di pagine pubblicato nel 2007 da Spring Edizioni, prefazione di Gerardo Zampella e postfazione di Maria Olmina D’Arienzo) gli indizi che incoraggerebbero in tale direzione sono assai scarsi e cifrati. Ciufo allude alla sua vita nei modi sempre obliqui della poesia. Facile supporre che il «tu», a cui si rivolge, è maschile, è la persona amata-odiata, col fantasma della quale fa i conti, da quando il legame deterioratosi ha lasciato soltanto rovine (le «nostre rovine», p. 9). Ma, in tutta la scena di questa poesia, gli altri (i «voi», la gente: amici, conoscenti, o anche sconosciuti) sono labili comparse. Sola eccezione la Madre - maiuscola! - a cui è dedicato L’ultimo canto (pag. 47). In questo componimento gli altri sono chiamati per attimi come testimoni quasi per accertare la fisicità della dolente figura materna («Voi l’avete vista camminare come in trappola, / misurare la lunghezza della propria inquietudine / navigando vie senza timone né rosa dei venti», p. 47), per svanire subito. Resta solo la figlia invocante: «Madre, lontana, / madre sfuggita al mio pianto in un assaggio d’alba / che ha leccato il buio con violenza» (p. 47). Gli altri, la società, il mondo “reale” fanno, dunque, da fondale sfuocato, ma minaccioso e fonte di insicurezza. La seconda sezione (Cronache), sviluppandosi in discorso meno secco e più disteso della prima, accenna pure a una «città frolla, sfaldata» (p. 33) e alla tipologia dei suoi abitanti: «quelli che anneriscono il buio con la violenza, / gli ometti con le pose da grand’uomo, / gli oratori senza convinzioni, / i giornalisti che sterzano fra false notizie, / chi senza vanga dissoda terre / e le semina a pietre» (p. 34). Ma, come per il «tu» e il «voi», questa folla, catturata da attività poco indagate e rese per vaghe metafore, che disturba e che sta comunque per conto suo, non interessa davvero: è anzi da mandare «al diavolo» (p. 34).
Katana e altre poesie non è un’autobiografia distesa in versi. Nel libretto (una cinquantina di pagine pubblicato nel 2007 da Spring Edizioni, prefazione di Gerardo Zampella e postfazione di Maria Olmina D’Arienzo) gli indizi che incoraggerebbero in tale direzione sono assai scarsi e cifrati. Ciufo allude alla sua vita nei modi sempre obliqui della poesia. Facile supporre che il «tu», a cui si rivolge, è maschile, è la persona amata-odiata, col fantasma della quale fa i conti, da quando il legame deterioratosi ha lasciato soltanto rovine (le «nostre rovine», p. 9). Ma, in tutta la scena di questa poesia, gli altri (i «voi», la gente: amici, conoscenti, o anche sconosciuti) sono labili comparse. Sola eccezione la Madre - maiuscola! - a cui è dedicato L’ultimo canto (pag. 47). In questo componimento gli altri sono chiamati per attimi come testimoni quasi per accertare la fisicità della dolente figura materna («Voi l’avete vista camminare come in trappola, / misurare la lunghezza della propria inquietudine / navigando vie senza timone né rosa dei venti», p. 47), per svanire subito. Resta solo la figlia invocante: «Madre, lontana, / madre sfuggita al mio pianto in un assaggio d’alba / che ha leccato il buio con violenza» (p. 47). Gli altri, la società, il mondo “reale” fanno, dunque, da fondale sfuocato, ma minaccioso e fonte di insicurezza. La seconda sezione (Cronache), sviluppandosi in discorso meno secco e più disteso della prima, accenna pure a una «città frolla, sfaldata» (p. 33) e alla tipologia dei suoi abitanti: «quelli che anneriscono il buio con la violenza, / gli ometti con le pose da grand’uomo, / gli oratori senza convinzioni, / i giornalisti che sterzano fra false notizie, / chi senza vanga dissoda terre / e le semina a pietre» (p. 34). Ma, come per il «tu» e il «voi», questa folla, catturata da attività poco indagate e rese per vaghe metafore, che disturba e che sta comunque per conto suo, non interessa davvero: è anzi da mandare «al diavolo» (p. 34).
Ermellino Mazzoleni: Su "Si pe’ piacere appena appena parle" di Mario Mastrangelo (aprile 2008)
Mario Mastrangelo, salernitano, è uno splendido poeta che scrive nel dialetto della sua città ed
ha al suo attivo parecchie raccolte poetiche: ‘E penziere ‘r ‘a notte (I pensieri della notte), 1992; ‘E
terature r’ ‘a mente (I cassetti della mente), 1994; ‘E ttégole r’ ‘o core (Le tegole del cuore), 1997; ‘O
ccuttone cu ‘a vocca (Il cotone con la bocca), 2000; Addò ‘e lume e ‘i silenzie (Dove i lumi e i silenzi),
2004; infine: Si pe’ piacere appena appena parle (Se per piacere appena appena parli), luglio 2007.
ha al suo attivo parecchie raccolte poetiche: ‘E penziere ‘r ‘a notte (I pensieri della notte), 1992; ‘E
terature r’ ‘a mente (I cassetti della mente), 1994; ‘E ttégole r’ ‘o core (Le tegole del cuore), 1997; ‘O
ccuttone cu ‘a vocca (Il cotone con la bocca), 2000; Addò ‘e lume e ‘i silenzie (Dove i lumi e i silenzi),
2004; infine: Si pe’ piacere appena appena parle (Se per piacere appena appena parli), luglio 2007.
Mario Mastrangelo: Su DIARIO DEL DISERTORE ALLE TERMOPILI di Daniele Santoro (settembre 2008)
..non sono poi
così da noi diversi questi barbari,
come da noi in città filosofi del cazzo
hanno voluto farci credere,
ma li sentiamo spesso nella notte
mormorare un canto, anche la loro
preghiera è simile alla nostra
«proteggi, dio, i tuoi figli che i Padroni
mandano a morte da che mondo è mondo»
E’ racchiuso in questi pochi, ma significativi versi il pensiero del giovane poeta salernitano
su guerra e pace, eroismo e antieroismo, potere e libertà.
come da noi in città filosofi del cazzo
hanno voluto farci credere,
ma li sentiamo spesso nella notte
mormorare un canto, anche la loro
preghiera è simile alla nostra
«proteggi, dio, i tuoi figli che i Padroni
mandano a morte da che mondo è mondo»
E’ racchiuso in questi pochi, ma significativi versi il pensiero del giovane poeta salernitano
su guerra e pace, eroismo e antieroismo, potere e libertà.
Iscriviti a:
Post (Atom)