venerdì 12 marzo 2010

Giuseppe Beppe Provenzale: Il Poetry-slam nel Palazzo

non entrerà mai, sono troppo simili. Del Palazzo sappiamo ciò appare, ne abbiamo qualche opinione e sul suo potere riusciamo anche a dividerci in chiacchiere da caffè, grugni, mugugni e qualche volta pugni. E la Slam Poetry? E’ un genere giunto circa cinque anni fa in Italia dagli States, dieci in Europa; poetry è la poesia, slam deriva dall’espressione inglese “slam the door” (sbattere la porta).
Creatore riconosciuto Mark K. Smith: “la poesia non è fatta per glorificare il poeta, essa esiste per celebrare la comunità”. Una Poetry slam è una gara di poesia davanti a una giuria sorteggiata tra il pubblico. Una poesia che sublima (o dovrebbe) l’espressione popolare (quale “popolare”?) e declama testi recitati a ritmo serrato per esorcizzare la noia dell’uditorio e rincorrere voti. E’ l’ultima evoluzione del certamen poetico e delle toscanate da osteria. Come i blog politici, d’espressione o di semplice cazzeggiamento, riunisce persone-numeri e dai numeri attinge forza e ragion d’essere. Rassomiglia alla Politica che oggi non è più la sublimazione del pensiero sull’esercizio del bene comune, ma gonfia-sgonfia e tiramolla ricerca del consenso (leggi “voto”) nei blog di cui sopra, girotondi, forum, passaggi televisivi e D-day di piazza che esagerano il numero dei partecipanti. Striscioni e bandiere coprono i vuoti o allungano i cortei, pullman gratis e poi tutti in giro a finire la gita come turisti. Ai più fortunati un secondo davanti a una telecamera.
Come la Politica - e più logos che praxis - oggi la Poesia ha abbandonato antichi modi (a volte evviva) e credenze defunte (non quelle ereditate dalle nonne), ma anche versi felici da momenti felici o comunque felici da momenti altri. Baci a parte, la Poesia non migliora più la vita di nessuno, ma produce in caso di fortuna versi buoni per la casta dei critici-assassini che macellano in trita fine il lavoro altrui e l’insaccano in salami indigesti. Naturalmente usando strumenti raffinati e parole ben disposte. L’ultimo Montale? Residuando pochi elementi d’ambito simbolista mostra un abbassamento stilistico e teorico nella direzione della prosaicità e della minimizzazione intimistica. Interrogativo angosciante (?) - per la crisi in cui versa l’Italianistica (!) - l’immenso lavoro sul Novecento da fare in sede storiografica. Brividi. Poesia senza editoria e reading autoreferenziali non escono dal proprio bozzolo e s’adoperano per annoiare gli astanti. Crisi profonda e alti lai! Ecco allora che la Slam Poetry abbandona i sistemi tradizionali e adotta la poesia sonora e vocale. Come la politica da blog e forum televisivi (truccati da climace, raccontati calligrafici patinati e ottimizzati in post-produzione) che tenta di catturare lo spettatore e “schiaffeggiarlo” con parole ed immagini, scuotendolo per emozionarlo. Il poeta rassomiglia sempre di più a un bardo, con presenza scenica importante, e fondamentali suono e tono della voce. Gli slammer sono i minnesinger dei nostri tempi. I poeti condividono intenti ed affinità strutturali con quei tribuni da audience che misurano le parole, i gesti, e comunicano poche idee martellanti (confezionati da specialisti urlanti riscritture) corrotte in ideologie. Frasi semplici e slogan di facile presa sono confezionati per l’applauso immediato, e al momento opportuno per il voto.
La Poesia può diventare slogan? Sì, come qualsiasi cosa può diventare un’altra. I like Ike (chi lo ricorda?), I have a dream ecc. sono slogan o cosa? I ‘poeti’ possono essere arruolati? Non sarebbe una novità. A seconda del colore temporaneo del Palazzo si potrebbe cantare (o sloganare) l’angoscia del gommone nero o il brivido del coltello a seguito; la cultura multietnica o il chissenefrega dei costumi esibiti nel dì di festa; l’integrazione o la sua rilettura in integralizzazione...
Chi ci guadagna?
Il “poeta” forse una palma deperibile, il politico assai di più. Lo slammer nasce dalla strada, il secondo esercita un mestiere destinato alla piazza (che strada allargata è). Entrambi creano legami tra progetto e performance, focalizzati sulla parola e realizzati con mezzi congrui. Un occhio alla condivisione e alla partecipazione, aspettando l’applauso più o meno segretamente rincorso. Una capitolazione alla comunicazione generalista, ma non rimpianto passatista.
Basta tirare le somme e guardare ‘pesante’ al livello di qualità ‘antica’ dei pochi che accedono a un palco slam. Come per la qualità dei pochi eletti dei Palazzi della grande comunicazione rincorsa, pilotata e abbassata per raggiungere milioni di numeri. Innalzare la qualità dei poeti performativi ‘da strada’ e tribuni populisti no? Ricercare l’estetica e i contenuti innalzati a precetto morale? Non con la Gazzetta Ufficiale.
Della Slam Poetry s’intravede un futuro in set di jazz-poetry, hip-hop poetry e Spoken Word Electronic in direzione del drum’n bass. Della politica? Pasticci elettronici, celebrazioni rap? Apocalisse di pallottole?

Sotto le strade d’asfalto dei performer e le piazze dei tribuni ci sono quelle romane, quelle percorse dai barbari, quelle rifatte dai Papi eredi degli imperatori e quelle delle tante affinità...  Capitoleremo infine davanti a un microfono collegato a una consolle superled, sorella di telecamera e madre di uno schermo. Confondendo essenza con apparenza mutante.

giovedì 21 gennaio 2010.

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