venerdì 12 marzo 2010

Luca Ferrieri: Letture pubbliche di poesia: servono alla poesia?

Sintesi intervento alla Casa della Poesia Milano 21 marzo 2006
La domanda a cui vorrei tentare di rispondere, nel breve spazio di dieci minuti, è la seguente: sulla strada di una diffusione della cultura poetica e della ricerca di un pubblico della poesia (con tutta l’ambiguità insita in questa espressione e in questa volontà) le letture pubbliche, i reading, pos¬sono essere uno strumento utile? e in questo caso a che condizioni? Per non sottovalutare (ma nemmeno per riprendere ora) la ricca discussione che sull’argomento si è già sviluppata in Italia e all’estero, mi sembra necessario chiarire che quando parlo di letture pubbli¬che di poesia alludo proprio a quelle realmente esistenti, cioè a quegli eventi, a volte spuri e molto spesso contaminati da elementi che con la poesia hanno poco a che fare, che si sono diffu¬si negli ultimi anni (anzi, se volessimo dare un’occhiata retrospettiva, fin dall’inizio del Novecento) in molti paesi e recentemente anche in Italia.
Dunque i reading poco o nulla hanno a che vedere con la specifica forma e modalità della poesia sonora, come tante volte ci hanno ricordato i nostri poeti neofuturisti (e Arrigo Lora Totino in particolare); e tuttavia con la poesia sonora condividono l’esistenza di uno spazio, di una scena, l’utilizzo di alcune tecniche. Anche mi sembra opportuno sgombrare il campo da un’altra eccessivamente frettolosa contrapposizione - che comporta una altrettanto pericolosa semplificazione -: quella tra la cultura scritta e cultura dell’oralità, tra il segno e la voce. Personalmente sono convinto che nessuna lettura pubblica, meglio ancora, che nessuna declamazione del verso, potranno mai sostituire la lettura silenziosa, la co¬llocazione grafica e visiva della poesia nella pagina, l’utilizzo poetico dello spazio tipografico, dei bianchi e dei neri, dei pieni e dei vuoti; ma, appunto, questa modalità di fruizione della poesia non è in discussione, e si tratta solo di capire quanto sia utile e legittima un’altra modalità, non sostitutiva né nemica, di approcciarsi al testo poetico. L’idea che l’oralità, magari la seconda oralità, come vuole Ong, sia fatalmente destinata a soppiantare il testo scritto, mi è sempre parsa una aspettativa fondata più su una testimonianza profetica (di natura catastrofista o liberatoria, non importa) che su una analisi delle tendenze in atto. Così come le ricorrenti geremiadi sulla fine del libro e della cultura scritta. E voglio citare a questo proposito alcune parole, queste sì "profetiche", che alla questione dedicò, anni fa, un poeta come Franco Fortini in un libretto assai poco conosciuto (1). Dopo aver seguito, anche storicamente, le alternanze tra "lettura ad alta voce" e "lettura silenziosa", come un gioco delle parti tra "arbitrio estetizzante" e "teatralizzazione spettacolare", Fortini conclude che in ogni esibizione pubblica la poesia subisce una "torsione" ("nella più benevola delle ipotesi è la trascrizione per orchestra di una sonata per violino") e che quindi ogni lettura pubblica deve rispettare quello "spazio di inadempienza e di incompiutezza" che sempre si pone tra il tempo del testo e quello della lettura, tra la voce dell’autore e la relazione con il lettore o l’ascoltatore. Fatte queste precisazioni, vengo rapidamente al punto. Dobbiamo quindi cercare di vedere le letture pubbliche come una modalità di fruizione, ma anche come un evento creativo, ben diversi da quello della composizione e lettura di una poesia scritta, e che quindi richiedono tecniche e accorgimenti specifici e particolari. Balza agli occhi quindi il primo errore che tante volte viene compiuto dai poeti, quando partecipano a un reading, che è quello di elargire, senza nessuna mediazione e senza opportuna conoscenza dello specifico medium, i propri testi così come sono stati scritti sulla carta, spesso, oltretutto, letti con tonalità monocorde o cantilenante, come un dono venuto dal cielo a miracol mostrare. Diciamo che questa è a mio avviso un’altra manifestazione di una malattia (senile?) della poesia, in specie italiana, ossia quella spocchia e quel settarismo che spinge a mettere non la poesia, ma il poeta, il suo egotismo poetico, al centro del mondo. Da questa modalità, nonostante le apparenze dissacratorie, non si distanziano nemmeno molti reading della beat generation, che si trasformavano molto spesso in happening adoranti intorno alle gesticolazioni del vate (certo, meno ingessato) sul palco, e al suo ego bisognoso di esibizioni e conferme. La pretesa che la poesia vada letta come un telegiornale, che non abbia bisogno mai di rendersi comprensibile, appetibile, desiderabile, godibile, non ha tra l’altro alcuna ascendenza nobile, anche se i poeti che la praticano così credono, perché si potrebbe fare un elenco lungo come un’enciclopedia di come austeri e famosi poeti leggevano i loro versi: Foscolo e Majakovskij urlando, Dylan Thomas e Saba cantando, Pasternak con un filo sottile e intimo di voce, Montale vibrando e Ungaretti ruggendo. Tutti insomma cercando, quantomeno, una cifra diversa da quella del testo scritto. Sia chiaro che non sto parlando di teatralizzazione del testo poetico, errore speculare che si basa molto spesso sull’equivoco che la poesia per piacere debba molto concedere e cedere alla spettacola¬rità e alla industria della comunicazione. Sto parlando di una lettura attorale ma misurata, che si rapporta al pubblico della poesia diversamente che a quello del teatro o del cabaret, che fa ricorso a tecniche per rendere più efficace la dizione ma non alla continua sottolineatura enfatica, o alla lirica e vibran¬te esasperazione degli effetti, che spesso finisce a risultare caricaturale o aulicamente anacronistica. In sostanza sto parlando di qualcosa che potremmo chiamare "cantabilità", ossia della traduzione di un testo scritto in un altro linguaggio, a volte abbassandone addirittura il tono (ecco la differenza con una declamazione teatrale), rendendolo più colloquiale e mettendolo così in grado di "arrivare" al pubblico, di colpirlo emotivamente e intellettualmente, a volte anche di provocarlo. Che il canto abbia una dimensione poetica appare ovvio; che la canzone possa incontrare, pur non essendo poe¬sia, la poesia con risultati ad alto livello letterario, dovrebbe esserlo altrettanto (basta ricordare le esperienze di poeti e scrittori come Fortini e Calvino con il "Cantacronache" negli anni cinquanta e sessanta). Come notava il poeta e critico americano Dana Gioia (2) , un altro grave limite delle letture di poesia è quello per cui ogni poeta legge e propone se stesso: in questo modo esse ancor di più divengono letture di poeti, più che letture di poesia. E invece sarebbe di molto maggior impatto se i poeti leggessero anche altri poeti, se proponessero gli autori che più hanno amato, senza vivere questa condizione come subalterna e poco gratificante. Tutti sanno quanta importanza, per quel che riguarda il testo scritto, abbia la traduzione di un poeta fatta da un altro poeta; la stessa cosa vale per la lettura orale. Così come le letture pubbliche finiscono ad essere incentrate intorno alle figure dei poeti che (si) leggono, allo stesso modo il pubblico finisce ad essere composto prevalentemente o solamente da poeti e aspiranti tali, generando quella asfittica autoreferenzialità che è tipica di queste manifestazioni. Anche in America, dove pure i reading hanno avuto un ruolo molto più importante che da noi nel rendere più "popolare" la poesia, essi in genere hanno alimentato una "subcultura poetica" (dice Dana Gioia) rivolgendosi a un universo di persone tutte già legate alla produzione, alla critica, all’insegnamento della poesia. Teniamo presente che in America questo mondo, grazie agli insegnamenti universitari di scrittura creativa, grazie a una maggiore attenzione da parte dei mass media, è comunque molto più esteso che da noi; eppure anche qui si tratta di fare il salto per proporre l’esperienza della poesia a una massa molto più vasta di lettori, certamente facendo anche opera di educazione poetica, perché, come in ogni altra arte, sono l’ascolto, la conoscenza, la consuetudine che affinano il gusto. Un’altra critica che spesso viene rivolta alle letture di poesia riguarda l’incapacità o la non volontà di fondere linguaggi diversi facendo ricorso fino in fondo agli strumenti della multimedialità. Vale anche qui, a mio avviso, il discorso fatto per la attoralità della lettura ad alta voce: il ricorso al multimediale può e deve essere percorso nel tentativo di rompere la separatezza della poesia e di favorire la contaminazione dei linguaggi; non può però dar luogo ad un altro linguaggio, come è quello per esempio, della poesia visiva o sonora, perché questo porterebbe ad un approdo diverso, sicuramente auspicabile (come può essere quello di favorire sperimentazioni poetiche in questi campi) ma lontano dall’obbiettivo delle letture pubbliche di poesia. In queste, infatti, rimane un rapporto ombelicale con il testo scritto (sia pure attraverso la "traduzione orale") che le distanzia per esempio dai concerti di poesia sonora, in cui non dovrebbe nemmeno esistere un "testo scritto" se non come partitura sempre revocabile e sempre provvisoria. Con tutti questi distinguo e queste precisazioni, io penso che le letture pubbliche di poesia possano avere un ruolo importante nel costruire (e nell’educare) un pubblico della poesia; che possano ampliare il numero di lettori della poesia che, come noto, rappresenta uno degli indici più bassi in un panorama di statistiche sulla lettura già di per sé deprimente. Come spesso si dice, in Italia rischiano di esserci più persone che scrivono che persone che leggono poesia; spesso chi scrive poesie non si preoccupa nemmeno di leggerne (altre); il che crea una ulteriore forte separazione tra "poeti laureati" e "moltitudine poetante" (per dirla con Ennio Abate (3) ), tra poesia colta e poesia popolare. La lettura pubblica potrebbe rappresentare un ponte (uno dei ponti) gettato tra queste opposte rive, per favorire la ripresa di senso e di valore sociale dell’agire poetico. Uno dei compiti prioritari che esse, in tutte le loro forme possibili (reading, slam, maratone), dovrebbero porsi, è proprio quello di costruire una comunità di lettori, facendo circolare testi che non possono o non debbono arrivare alla pubblicazione, facendo conoscere autori, facendo partecipare i lettori al giudizio e al gioco dell’agone poetico. Potrebbero rappresentare così anche un correttivo o un controcanto rispetto alla tendenza, oggi dilagante, alla autopubblicazione (a proprie spese o su internet), che appare sempre di più un fenomeno improntato e condannato alla virtualità se non all’autismo comunicativo. Naturalmente tutto questo non è un obbiettivo che possa riguardare le sole letture pubbliche, ma l’intero mondo di azioni ed eventi che ruotano intorno alla poesia, a iniziare da quelle editoriali, come antologie e riviste. E senza attese miracolistiche. Si potrebbe concludere, parafrasando il Brecht ricordato anche da Fortini alla fine del suo libretto (4) : "Lettore, non aspettarti altra risposta oltre la tua". Ma si tratterà forse di una risposta più consapevole e meno solitaria.
Note
1. FRANCO FORTINI, La poesia ad alta voce, Siena, Taccuini di Barbablù, 1986.
2. DANA GIOIA, Disappearing Ink. Poetry and the End of Print Culture, Saint Paul (Minnesota), Graywolf Press, 2004; IDEM, Can Poetry Matter?, "The Atlantic Monthly", maggio 1991.
3. ENNIO ABATE, Il presente del Capitale e la poesia esodante, "Qui - appunti dal presente", 12, ottobre 2005, http://www.quiappuntidalpresente.it/Poesia%20e%20presente.htm#Abate ; IDEM, Moltitudine e poesia, "Il Monte Analogo", 1 (2004), 1, p. 53-59.
4. FRANCO FORTINI, Op. cit., p. 28

giovedì 21 giugno 2007.

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