sabato 13 marzo 2010

Lucio Mayoor Tosi: Troppa prosa nei versi (Settembre 2009)

Sono un lettore prudente di poesia. Tanto prudente che mi capita spesso di accantonare un intero libro di poesia solo per il fatto che, aprendolo a caso, ne ho letto una o magari anche solo pochi versi, senza provare emozioni rilevanti o senza condividere lo stile. Oppure perché tanto spesso mi rendo conto di avere tra le mani un accumulo di inezie che, per quantità, manifestano la speranza di aver raggiunto un dignitoso traguardo. Non faccio nomi, non è questo che mi interessa dire, nè mi interessa manifestare più di tanto il mio solitario bisogno di assoluto perché so che ciascun poeta ne ha di suo. Voglio invece dar voce ad una denuncia.

Denuncio l’abuso di prosa che leggo tra i versi. Abuso e maltrattamento del lettore che, in buona fede, si lascia ingannare dalla brevità dei versi senza rendersi conto che, invece di poesie, sta leggendo delle prose ridotte dove ci si contenta di mettere in buon ordine gli accenti nell’attesa del verso imprevisto... che spesso stenta ad arrivare e quando lo fa, invece che provocare l’inizio coraggioso di una poesia, finisce di solito col chiuderla.
Perché la prosa non c’entra con la poesia? Può sembrare una domanda scontata ma a parer mio non è così. Ricordo che Busi, un romanziere che stimo e che è noto per le sue dichiarazioni stravaganti, qualche anno fa dichiarò che la poesia è un sotto-prodotto della prosa. Allora questa dichiarazione mi fece sorridere ma oggi mi sento di condividerla, non per principio ma perché oggettivamente è un fatto riscontrabile. Tralasciando noti ma sporadici esperimenti, la prosa è quasi sempre racconto. Si avvale cioè di un linguaggio comune e comprensibile appena caratterizzato dalla soggettività stilistica del narratore. Tra l’albero e un’auto che passa non ci sono sorprese, i semafori non sono cannibali a meno che non ci si spenda una mezza pagina per dirlo. Il racconto di solito è avvinghiato al senso, alla visione e alla comprensione degli avvenimenti. Secondo me in poesia la creatività dovrebbe essere insita in ciascuna parola, in ogni verso. Non dovrebbe esserci spazio per la scontatezza conseguenziale degli accadimenti, almeno non nella forma offerta dal linguaggio narrativo.
Il prezzo da pagare sta nel linguaggio insolito, nella poesia giudicata come difficile. Difficile perché imprevedibile e sorprendente? Sembra che sono in pochi ad avere voglia di fare scelte impopolari, si fa affidamento su un’acuta osservazione, sull’intimità di un sentimento, sul momento veritiero di una confidenza. Ma l’arte della scrittura, l’arte di scolpire con le parole - ben inteso che ogni parola è antica in sè, ancor prima, nel suo insorgere, prima che nel significato offerto dai suoi accostamenti - è cosa rara ma, quando è, di solito sancisce la presenza del buon poeta. In poesia il senso, il significato, è sentito, visto, prima che essere compreso.
Troppa prosa nei versi è come mettere acqua nel vino. Non dovrebbe essere cosa per palati esigenti. Non ho nostalgie per l’ermetismo, nè per lo sperimentalismo fine a se stesso di certe poesie anni ’80, tipo rinascenze del futurismo -, sono consapevole che ogni scrittura, senza fatica alcuna, risenta delle influenze culturali di ogni modernità, ma dunque quale sarebbe oggi la modernità? C’è oggi qualcuno, oltre ai giornalisti sportivi, che si prenda la briga di inventare nuovi vocaboli? A me sembra tutto un fluire nella baraonda data dalla paura di non aver significato, la paura di non aver da dire... paura che un poeta fiducioso, secondo me, non dovrebbe avere minimamente. Dunque qualche pausa durante la scrittura, qualche silenzio in più potrebbe essere utile se non altro per aspettare l’imprevisto. E poi governarlo che poi, per me in fondo, è solo questa l’arte. Il resto è dono e mistero, a meno che non si voglia guardare tutto scientificamente, che poi oggi più che un tempo, dovrebbe essere cosa possibile.

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