mercoledì 28 novembre 2012

Giorgio Linguaglossa
Leggendo la poesia
di Roberto Piperno




Poiché in questa recensione su Roberto Piperno Linguaglossa fa riferimento alla discussione che, a varie voci, si è svolta su Tranströmer  e i poeti italiani del secondo Novecento,    segnalo che essa è reperibile qui [E.A.]
Roberto Piperno Sala d’attesa Campanotto, Udine, 2006
Roberto Piperno Esseri Edizioni Istituto Italiano di Cultura, Napoli, 2010

Leggendo la poesia del romano Roberto Piperno (classe 1938) sorge spontanea l’esigenza di fare una precisazione: la poesia va interrogata, alla poesia non bisogna chiedere Nulla... ma non per una sua presunta «superiorità» ma proprio perché essa rimane muta e sorda di fronte alle richieste di chi vuole applicarle la stampigliatura del prezzo, del sublime, del de-sublimato, della follia, dell’impegno, del ritorno al privato, del concerto eufonico, etc. Ma il fatto è che per INTERROGARE la poesia occorre possedere una DOMANDA da porle; è la DOMANDA che fa squillare la RISPOSTA della poesia, non la richiesta. E anche la richiesta di voler sapere a che cosa serva la poesia è piuttosto indice di una mentalità borghese e impiegatizia, come se noi dicessimo a un matematico a che cosa servano quelle strane equazioni con otto incognite. A tali richieste non c'è risposta plausibile e possibile, tranne uno squillante silenzio. Se ci chiediamo a che cosa serva una immagine della poesia di Transtromer, l'unica risposta possibile è il silenzio.

Roberto Piperno segue l’idea che della poesia si ha generalmente in Italia, cioè che essa debba essere un discorso di tipo analitico-assertorio. Così, l’autore romano interroga con onestà intellettuale il mondo circostante, pone domande. Sala d’attesa del 2006 è, in tal senso, un testo chiave della sua poetica con quelle poesie sull’attualità politica e sulla cronaca che intendono aprire il discorso poetico ai fatti della politica così come al privato; in una parola: al mondo. Ma già con i precedenti libri:  Frattali (2000) e Al tempo stesso (2004), Piperno aveva messo a punto per lo scopo un ampio registro lessicale e un ventaglio di retorizzazioni: un verso libero snodabile, il distanziamento dello sguardo ironico, una sintassi sufficientemente mobile e articolata per una ricca congerie di occasioni e di spunti i più vari.
Tempo fa un poeta che abita a Milano, Ennio Abate, mi chiedeva se esiste un criterio di paragone per capire la differenza tra la poesia di un Tranströmer e quella di un Sereni, di un Giudici, di un Sanguineti (ma io potrei continuare con Pasolini, Raboni, il tardo Luzi, per non parlare dell'esistenzialismo milanese e il minimalismo romano, poetiche già epigoniche di epigoni...) del tardo Novecento Italiano; ed io gli rispondevo semplicemente che in tutto il tardo Novecento italiano, dagli anni Sessanta ad oggi purtroppo noi non abbiamo avuto un poeta italiano di valore equivalente a Tranströmer. E, mi chiedevo, ci sarà pure una ragione, no? Una ragione storica, no?; sia chiaro che non sono qui per fare esterofilia di seconda mano, ma dicevo (e dico) con forza che la poesia italiana del tardo Novecento è andata in diminuendo, è andata in discesa, ha fatto poesia scontata, semplicistica, analitico-descrittiva, di un quotidiano semplicistico, ha tascabilizzato tutti i problemi «metafisici» e li ha tradotti in pseudo cultura di massa.
Continuavo pregando l’interlocutore ad esimermi dal paragonare Tranströmer ai poeti italiani contemporanei, come qualche scolaretto tenta di fare, per via della differenza gigantesca tra le due «cose». Ma se c'è una differenza (estetica) ce ne sarà anche una ragione, storica, dico. E che il paese sia andato, in questi ultimi decenni, in declinando e in discesa, in poesia come negli altri campi, è un fatto di allarmante visibilità.
Nelle mie vesti di critico non posso – dicevo –  non stigmatizzare questo fatto, non mi sentirei a posto con la mia coscienza se non lo facessi. C'è oggi nella poesia italiana un respiro di spietata mediocrità, modesti professori hanno occupato gli scranni di comando del comparto poesia, e di lì veleggiano beati verso l'Eldorado della generale mediocrità inneggiandosi l'un l'altro e sostenendosi l'un altro. È uno spettacolo disarmante e umiliante.
Non nego (anzi, lo affermo), che comprendere una poesia di Tranströmer è enormemente più difficile che comprendere una poesia di Giudici o di Sereni o di Magrelli... ma la difficoltà ermeneutica significa semplicemente che la prima ha un livello enormemente superiore a quella dei secondi. Nient'altro che questo. Il poeta svedese è di un altro pianeta. Tutto qui.
Terminavo così la mia allocuzione. Per tornare a Piperno direi che la sua è una poesia in crescita, un poeta ancora impegnato nella ricerca della propria voce, che oscilla tra neo-sperimentalismo privato e impegno sui  temi politici dell’attualità.
La logica è la grammatica profonda del linguaggio, al di là della sua grammatica concettuale che ne è la sintassi. È essa che pone in evidenza le relazioni di senso (che non si dicono in quel che si dice ma che si mostrano, e che ciascuno è in grado di comprendere in quanto semplice utilizzatore di lingua naturale).
Il linguaggio poetico è la tematizzazione esplicita di ciò che è contenuto nel linguaggio naturale; per cui il secondo viene prima del primo. È un linguaggio in quanto scritto, decontestualizzato, in cui tutto è chiaro, univoco, intelligibile da subito perché costruito per questo scopo. Esso è il prodotto della riflessione del linguaggio su se stesso, l'esplicitazione delle sue strutture di senso soggiacenti alle relazioni dei parlanti immersi nel linguaggio naturale.
Dal linguaggio relazionale del linguaggio naturale al linguaggio poetico c'è una frattura e un passo, un salto e un ponte.
La problematizzazione del linguaggio poetico si esprime (quale suo luogo naturale) in metafore e immagini. Tutto il resto appartiene al discorsivo-assertorio che serve ad unire una immagine all'altra, una metafora all'altra. A rigore, si può sostenere che un linguaggio poetico privo di metafore e immagini non è un linguaggio poetico. E con questo scopriamo l'acqua calda, ma è indispensabile ripeterlo adesso in tempi di semplicismo filosofico-poetico.
Lo scetticismo - che data da Satura (1971) - in giù nella poesia italiana e non solo, ha dato i suoi frutti avvelenati: ha ridotto la poesia italiana ad essere una derivazione minoritaria dei mezzi di comunicazione di massa, ad un surrogato di essi; l'ha resa sostanzialmente un linguaggio non differenziato da quello della comunicazione.
Che nessun poeta italiano da Satura in giù sia degno di stare allo stesso livello di un Tranströmer deriva da questo nodo non sciolto dell'Istituzione poesia così come si è solidificata oggi in Italia. La poesia che si fa oggi in Italia è un linguaggio ingessato (nel migliore dei casi) e un linguaggio comunicazionale (nel peggiore).

Giorgio Linguaglossa



Ci vogliono i poeti



Ci vogliono i poeti

per comprendere i linguaggi nascosti
della guerra   -  non solo
quelli della pace
o delle passioni amorose -
quelli delle comunicazioni ascose
dettate da incontrollabili pulsioni
da poco accessibili comandi
da invidie sostenute
con l’erezione dura dei cannoni
da incomprensibili passioni 
non tradotte nel linguaggio
compassato di libri militari.


Ci vogliono i poeti
quelli veri che sgorgano il linguaggio
complicato degli angoli e delle sfaccettature
per decodificare  i suoni più nascosti
o  ancora meglio 
le ragioni non visibili di cuori esiliati
e le allitterazioni più imprevedibili:
chi ricorda Babele
non ha mai smesso d’imparare
nuovi linguaggi di comunicazione.


Ci vogliono i poeti
per sconfiggere le s-comunicazioni fatali
di terrorismi
guidati da inattese motivazioni
di cuore e di testa
e da scontri sepolcrali tra terra e cielo.


Forse tocca ai poeti
il compito più arduo e più segreto
di prevalere con parole dense
che scaricano emozioni
più dei cannoni
e far tacere le armi
le bombe che con fragore estremo
scavano buche di silenzio per i morti
in nuvole di polvere senza più parole.
                                                                                                                                                                                “Sala d’attesa” (Campanotto Editore, 2006)






Fili

Possibili sono
innumerevoli sono
combinazioni di vita
microcodecisioni di quotidianità
sollecitate da aggrovigliati
intrecci d’infiniti istanti
remoti o futuri
mobili e lucenti di fari svarianti
corralloidi accumulati
a formare atolli e banchi

sicché il percorso dell’ intera vita
è quello che abbiamo stabilito
ad ogni istante
per convinzione o per necessità
e per tante
incomprensibili spinte.

Ogni scelta sembrava inevitabile
quale colpo di pinna o di ala
a fronte della corrente ascendente
ostacolo imprevisto
ostacolo avvistato
o di altra che ti accompagna
tra le alghe o i rami brillanti di primavera
e l’intera scena della vita
appare oggi un percorso
con scelte incise nel basalto
forse circonvoluto e oscuro
dove potrebbe riportarci
il filo di Teseo.


Ma
non ti ha mai sfiorato
mai per un istante
il pensiero
che avremmo
qualche volta
potuto
forse
decidere
diversamente
forse
procedere
con
altro spostamento
scartando di lato
al bisogno di sopravvivenza
e alla coerenza
sospetta di efficienza

e sorprendere noi stessi
a riannodare il filo su un tracciato
inaspettato?

Non conviene a volte
-  come adesso  -
scrivere un’intera poesia
invece di accendere il gas
ascoltare la segreteria
spegnere la tv
atti più convenienti e certi?

Non conviene a volte
disagire la dipendenza
persino la controdipendenza
e affacciarsi su strade mai percorse
agire la libertà?


Ci sono giorni
che sembra finalmente possibile
sciogliere la crosta che insacca le radici

scegliere la responsabilità dell’imprevisto


altrimenti
appena fuori dei margini della foto
non ricorderemo se abbiamo escluso
un intruso
o il raggio folgorante della creatività.

                                                “Esseri”( Edizioni  Istituto di Cultura di Napoli,2010)








Fine della partita


Quando verrà la morte
sarà di nuovo primavera
e i fiori saranno stesi sul prato
appassionati dalle voci alterne degli insetti
che li frugano ardenti di polline
e li proteggono senza sosta
moltiplicandone i semi.

Se fosse stata una sorte avversa
a circoscrivermi tra le sbarre
di un viaggio senza ritorno
non potrei oggi piangere per quello che fu
ma anche la libertà d’esser sopravvissuto
al rischio del gas di sterminio
non mi sottrae alla pesante tristezza
di una fine senza appello
che è iscritta nell’indifferenza.

Non rimane nel tempo che resta
di questa fine della partita
che cercare luci veloci
che incontrino il cuore
d’amore
e parole
in comuni destini
di solidarietà.



                                    “Esseri” (Edizioni Istituto Italiano di Cultura di Napoli, 2010)








2 commenti:

  1. Su domande e richieste:
    - se le domande sono il modo di porsi al cospetto della poesia, significa che sono domande senza contenuto, un'offerta di vuoto e di attesa?
    - se le domande hanno contenuto, se c'è un tema che si vorrebbe affrontare, si sta comunque nello stato di vuoto e di attesa ma in compagnia della domanda?
    - se la richiesta è pretesa di risposta, se si chiedessero solo conferme, che ne sarà delle risposte e della verità?

    Le domande sembrano essere " le ragioni non visibili" scritte in un verso tra queste poesie di Piperno. Poesie che a me piacciono proprio per la scorrevolezza nel dire delle ragioni, e nel linguaggio per "il raggio folgorante della creatività" che non viene mai a mancare. Ma come riconoscere la poesia, come distinguerla dalla creatività del dire? Piperno così risponde:

    Non rimane nel tempo che resta
    di questa fine della partita
    che cercare luci veloci
    che incontrino il cuore
    d’amore
    e parole
    in comuni destini
    di solidarietà.

    Dicendo di comuni destini e solidarietà, Piperno rivela di preferire gli aspetti comunicazionali della poesia ("chi ricorda Babele / non ha mai smesso d’imparare / nuovi linguaggi di comunicazione" ). Forse per attitudine sceglie la via della ragione, che sorveglia le emozioni, tutte tranne quella che spesso l'accompagna fuori campo: la malinconia.
    "Ci vogliono i poeti / quelli veri che sgorgano il linguaggio…"
    mayoor

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  2. Questo difficile poetare , mi ha colpito per la sua franchezza di idee e il comunicare diventa un fatto indispensabile che chiede ai poeti più che comprensione, collaborazioe e partecipazione. Discorso serio ma anche entusiasta con un desiderio di cambiare i fatti in poesia sulla strada della constatazione senza rinunciare all'emozione (intrinseca s'intende...). Il nuovo spesso non ha parole , ma idee. Grazie. Emy

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