venerdì 9 novembre 2012

LABORATORIO MOLTINPOESIA

a cura di Ennio Abate

incontro del 13 NOVEMBRE 2012 ore 18

LA COMPETENZA DEI POETI
«I poeti sono coloro che compongono opere in cui la lingua è insieme sostanza e mezzo;
essi, dunque, sono i conoscitori, i professionisti della lingua
e con questa loro competenza sono indispensabili, oggi, alla società».
È davvero così? Lo è a certe condizioni? Quali?
Ne discutiamo con
GISELDA PONTESILLI

Palazzina Liberty
Largo Marinai d’Italia 1, Milano

(ingresso libero)


Qui di seguito pubblico uno stralcio
significativo di uno scritto di Giselda Pontessilli:

I momenti in cui, attraverso i secoli, la “questione della lingua” è stata posta in Italia dai poeti, sono almeno tre: il Cinquecento, l'Ottocento, e il Novecento.
Nel '900, nel 1964, la “nuova questione della lingua” -come di lì a poco fu definita- fu sollevata da Pasolini, che, dopo averla esposta con una conferenza in varie parti d'Italia, pubblicò questa conferenza su Rinascita.

Questa “nuova questione della lingua”, posta da Pasolini, è quella cronologicamente a noi più vicina e ci è anche particolarmente vicina perché  è  la sola che affronta, come -secondo me- anche noi dobbiamo fare, il linguaggio televisivo (semplicemente perché prima, nell'Ottocento e nel Cinquecento la televisione non c'era).
Vale la pena ricordare che la televisione nasce ufficialmente in Italia solo dieci anni prima dello scritto di Pasolini: cioè nel 1954, a Milano,  con una cerimonia d'inaugurazione teletrasmessa (il 3 gennaio 1954)  alle ore 11 del mattino; essa si deve principalmente al progetto di un gruppo di cattolici fortemente impegnati nel sociale (che si ricollegano alle teorie di Felice Balbo, alla rivista “Terza generazione” e al vivo dibattito sorto intorno alle tesi del personalismo francese).
Tutti questi intellettuali pensano alla cultura, non come luogo elitario di “coltivazione intellettuale”, bensì come riscoperta di valori incarnati in una civiltà, come riappropriazione di un originario, comune, tessuto di valori e tradizioni, espressi in particolare nella “cultura contadina”; la TV sembra loro costituire finalmente il nuovo “mezzo”, popolare, unificante e alfabetizzante, per promuovere in modo efficace una tale cultura e presa di coscienza.

C'è quindi un intento pedagogico, addirittura didascalico in questa prima televisione:
 ci sono programmi riguardanti i vari costumi, le tante differenze italiane -come ad es. “Campanile sera” che si propone di rivelare l'Italia all'Italia con la “sfida” settimanale tra due paesi diversi;
c'è una vera e propria “via italiana”, “via nazionale alla tv”, con i documentari storici, con i “romanzi sceneggiati”;
c'è Carosello, un'altra invenzione italiana, un modo originale e non invasivo di fare pubblicità.
(Si tratta, insomma, di una televisione ben diversa da quella degli anni Ottanta, con l'invasione di programmi stranieri fino a quel momento inconcepibili per la RAI, con le frequenti e ripetute interruzioni pubblicitarie, con l'importazione  dei prodotti seriali dalla tv commerciale americana ecc.)

Eppure Pasolini, non lasciandosi ingannare, con grande preveggenza, capisce e denuncia subito che  il linguaggio televisivo in realtà è, in sé,  la cancellazione di tutti i valori e di tutte le tradizioni umanistiche.
Altrettanto preveggente era stato il critico Fedele d'Amico, che ancora prima di Pasolini, nel 1961, in un suo lapidario scritto “La televisione e il professor Battilocchio” (pubblicato sulla rivista “Ulisse”) afferma che il linguaggio televisivo è, in sé,  il contrario della cultura, perché “cultura, a qualsiasi livello, è iniziativa e attività”, mentre la televisione, “in qualunque programma si realizzi,”  “rende l'uomo non pensante, passivo, docile, acritico: un compratore ideale di cocacola e di miti piccoloborghesi”.
D'Amico perciò, in questo scritto, contesta sia i cattolici che le sinistre, in quanto entrambi si illudono di poter strumentalizzare la televisione, di veicolare, attraverso il nuovo mezzo, dei contenuti, i propri ideologici contenuti, e non capiscono che la televisione è comunque azzeratrice di qualunque contenuto, comunque letale per la “cosiddetta massa” .

Pasolini chiama il linguaggio televisivo “orrido”, “feroce”, dice che “praticamente in televisione non può essere pronunciata nemmeno una parola in qualche modo vera”.

Dopo il suo primo scritto, “Nuove questioni linguistiche”, più tardi ristampato in “Empirismo eretico” (con l'aggiunta delle  sue risposte a vari interlocutori ) il pensiero di Pasolini, riguardo al linguaggio televisivo, e al neocapitalismo che esso incarna,  si radicalizza sempre di più:
il linguaggio televisivo è -lui dice del resto già fin da del 1964- “la lingua della produzione e del consumo”  “-e “non la lingua dell'uomo-” esprime  “lo spirito tecnologico”  “ossia lo spirito della scienza applicata, che tende a sostituire i propri dati a quelli della natura, e quindi a una trasformazione radicale delle abitudini umane”.
Rimeditando, oggi, la sua ben nota posizione, si arriva, secondo me, a capire che lui sostiene in definitiva questo:
prima” -cioè prima della televisione,  che è  “il più repressivo totalitarismo mai visto”-
non c'era, materialmente, una lingua parlata unica, ma, malgrado ciò, c'era una sostanziale unità linguistica, una unità addirittura transnazionale (c'erano civiltà -lui dice- “tutte molto analoghe tra loro”), perché i popoli, pur parlando i propri tanti volgari eloqui, i propri dialetti, dicevano in fondo le stesse cose, avevano analoghi, autentici valori etici,  condividevano lo stesso senso della vita e della natura.
Con l'arrivo dell'italiano televisivo, c'è materialmente un linguaggio unico (perché esso raggiunge, con la televisione, tutti i paesi e tutte le case) ma finisce l'unità linguistica autentica e inizia l'omologazione imposta, l'edonismo consumistico coatto, la riduzione di tutto a “produrre e consumare”, l'avvilimento di ciascuno, la degradazione tecnologica,  la fine della cultura, la catastrofica mutazione antropologica.
In sostanza, quali sono gli esiti del discorso di Pasolini?

Innanzitutto, c'è una visione apocalittica del presente (che provocò il suo sostanziale isolamento, come pure l'isolamento di Fedele D'Amico: e in effetti, diciamo, le loro drastiche posizioni non potevano  essere accettate negli anni '60, cioè negli anni del boom economico e della “ingenua”, ancora possibile speranza nella scienza e nel progresso);

Poi, c'è la consegna ai poeti di un nuovo mandato: combattere per l' “espressività” -come lui dice- della lingua, non estraniandosi però,  non coltivandola rimanendo lontani dalla barbarie mediatica, bensì facendosi carico, in qualche modo,  del nuovo linguaggio subìto e coattivamente parlato senza distinzione, ormai, da tutti;
già nel 1964, lui scrive: “In seno a questa nuova realtà linguistica, il fine della lotta del letterato sarà l'espressività linguistica, che viene radicalmente a coincidere con la libertà dell'uomo rispetto alla sua meccanizzazione”.

Infine, c'è  il lascito, ai poeti -e a tutti- di un prezioso tesoro:  l'appassionata coscienza, viva, profonda, anche se non esplicitata,  non -filosoficamente, direi-  argomentata fino in fondo, che l'unità linguistica  vera non coincide con l'unità linguistica materiale, (e quindi l'unità linguistica televisiva non è assolutamente di per sé una conquista culturale); 
perché,  la vera unità linguistica è quella sostanziale, di chi, pur esprimendosi magari con idiomi diversi, parla la stessa lingua perché ciò che dice corrisponde alla verità, a qualcosa di autentico, di libero, di moralmente giusto, di bello; parla la lingua di “nobilissimo intendimento,  d'Amore, di gentilezza, di potenza”  che ci dice  Dante.
Questa lingua vera, veramente una e unificatrice “manda in ogni luogo il suo profumo e in niun luogo appare” -come dice Dante- proprio perché non consiste in parole, bensì è un fatto intellettivo, morale, è, soprattutto, virtù.

Ora, io penso, che noi siamo in grado, oggi, pienamente, di riprendere la questione della lingua impostata da Pasolini, sia rispondendo alla consegna, al mandato che Pasolini ha fatto ai poeti, sia valorizzandone e fondandone speculativamente al massimo la  profonda coscienza della lingua.

4 commenti:

  1. "Possiamo dire che due vocazioni opposte si contendono il campo della letteratura attraverso i secoli : l'una tende a fare del linguaggio un elemento senza peso, che aleggia sopra le cose come una nube , o meglio un pulviscolo sottile , o meglio ancora come un campo d'impulsi magnetici ; l'altra tende a comunicare al linguaggio il peso , lo spessore , la concretezza delle cose , dei corpi , delle sensazioni " .
    Credo che si debba muovere da questa riflessione per individuare una patente ( eventuale ) di indispensabilità , alla luce di un linguaggio contemporaneo che spesso e volentieri si dimentica di rispettare ad un tempo chi legge e l'oggetto del ricordo , privilegiando l'azzardo intellettuale fine a se stesso con la cifra ctonia che non porta da nessuna parte ( Anterem docet ) . Per connotarsi di indispensabilità i poeti dovrebbero fare un atto di umiltà e capitalizzare le proprie risorse linguistiche in direzione del significato e quindi del massimo grado di rappresentatività della parola .Impresa improba ma non disperata esorcizzabile con l'invenzione verbale sulla scrittura mediata dagli apporti metamorfici e intriganti della contemporaneità , del qui e ora problematico e contundente come non mai .Certo , la nostra italietta snobba i poeti ; peggio , li guarda con sospetto perché traumatizzata dall'esperienza scolastica ingessata impaludata ecc. Ma resta una oggettiva responsabilità di chi scrive poesia come personale esibizione e non come dono da condividere , discutere , arricchire ( e migliorare ) in funzione di un più ampio ascolto di non solo addetti ai lavori .
    leopoldo attolico -

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  2. parlare di Questione linguistica è un modo di parlare della Questione Nazionale. Ora, chiediamoci: qual è oggi la questione nazionale? Qual è l'interrogativo fondamentale che la Nazione pone alla Lingua? C'è un interrogativo? Ecco, io rispondo che NO, oggi, nelle mutate condizioni del Dopo il Moderno la questione della lingua non si pone più, o almeno, non si pone più nei termini con cui l'ha posta Pasolini, oggi non si può più parlare di «omologazione» televisiva dei linguaggi; di fatto i linguaggi televisivi si sono aperti a tutti i linguaggi bassi e non bassi: da tele Maria alle emittenti di spogliarelli, dalle emittenti di insulti show ai talkshow non c'è distinzione: l'alto viene conglobato nel basso, il destro con il sinistro. E questa indistinzione, questa simmetria del disordine è un dato di fatto dei linguaggi televisivi del Dopo il Moderno.
    Dirò di più: oggi parlare di una emergenza della lingua e di una questione della lingua è un modo imbonitorio per non parlare dei problemi che linguistici non sono ma che sono reali: l'impoverimento di larghe fasce sociali, la perdita di una, due e forse tre generazioni di giovani che non entreranno mai nel mondo del lavoro. Oggi i problemi sono scottanti e reali, la RECESSIONE ci ha portati all'improvviso di fronte al MURO BIANCO dei problemi reali. Altro che Oblio dell'Essere! Qui l'Essere ci sta di fronte con il suo crudo e nudo postulato di «verità» nuda e cruda.

    Il problema della Lingua e del linguaggio poetico è altra cosa. Direi, per farla breve, che il linguaggio poetico è un «traduttore», un «traghettatore», un «riduttore» dei veri (reali) problemi in un'altra dimensione, che è quella della «sfera dell'arte» (se mi si passa l'espressione).
    E qui il problema si pone in un altro modo: che tipo di riduttore? che tipo di traghettatore? che tipo di traduttore? E per tradurre che cosa? E per chi?...
    E qui i problemi si ampliano e si moltiplicano...

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  3. Ennio Abate a Giorgio Linguaglossa:

    Che ci sia da costruire «un nuovo volgare illustre» è un sogno (o una velleità?) che attraversa ancora oggi la mente di molti poeti.
    Ma fa i conti col contesto storico odierno, nel quale ogni universalismo è venuto meno e gli Stati-nazione non sono più quelli dell’Ottocento e neppure quelli usciti dalla Seconda guerra mondiale? E poi una nuova lingua poetica con una grammatica e una sintassi adeguate « ad esprimere i grandi conflitti del nostro tempo» e capace di sostituire lo «pseudolatino internazionale» (che esiste poi davvero, Giorgio?) può essere opera solo di poeti?
    Il problema più vero mi pare quello di conoscere ancor prima che curare «le infinite varietà delle lingue, e le varietà interne ad ogni singola lingua». Ne conosciamo così poche (almeno noi vecchi)!
    E lo stesso richiamo alla «Patria» mi pare nostalgico ed equivoco (per le ragioni messe ben in luce da Salzarulo nella sua riflessione, che ha preso spunto dall’imposizione autoritaria e a buoi scappati dell’inno di Mameli). Se non si precisa bene quale sia il salvabile delle «patrie lettere».
    Tempo fa Giselda Pontesilli (qui: http://moltinpoesia.blogspot.it/2012/11/laboratorio-molt-in-poesia-cura-di.html) si poneva problemi analoghi.
    Restano per me molti punti oscuri e dubbi in questa esigenza di «tornare alla lingua di Dante».
    La tendenza più diffusa ( e pericolosa) mi pare quella che spinge a velocizzizzare il proprio linguaggio (sulla scia dei fumetti, del cinema, della TV, del digitale in genere), a inseguire l’atomizzazione, la pluralità o il molteplice dei linguaggi contemporanei, ad afferrarne alcuni istanti al posto dell’insieme (di quello che una volta pareva «totalità»).
    È sufficiente – mi chiedo - che la poesia, per resistere alla propria distruzione (e a quella del mondo) imbocchi questa strada (simile in parte a quella che fu dei futuristi…)?
    Oggi i poeti devono cercare solo o soprattutto un linguaggio che afferri in qualche modo «questa grande incessante complessità», impegnandosi in una ricerca *da laboratorio* e necessariamente staccata dai linguaggi massificati, che sono comunicativi solo in apparenza e in mano ai “dittatori dell’ignoranza”? O dovrebbero collegarsi alle ricerche che puntano a un *linguaggio comune* (il contrario o qualcosa di diverso da quello dei mass media)?
    Si può far di più oggi in questa seconda direzione?
    [continua]

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  4. Ennio Abate (continua):

    Mi ponevo queste domande tempo fa a proposito della ricerca linguistica di Majorino, soprattutto nel suo ultimo *Viaggio nella presenza del tempo*. In quel suo “poema” scorgevo un “oltranzismo” destruens (solo in parte accettabile), ma non vedevo però realizzata, come altri affermavano, «la lingua stessa fatta dionisiacamente a pezzi e ricomposta come nuova» (Surliuga). Vedevo l’operazione anarchica *individuale*, che tanto entusiasma ancora alcuni giovani critici, ma non la ricomposizione, che forse non può venire da operazioni di tipo individuale né di gruppo. La plasticità del linguaggio (*Finnegan’s Wake* di Joyce per intenderci) e la sua polisemia portate all’estremo, anche quando l’operazione è compiuta da un grandissimo scrittore, riducono comunque la comunicabilità *accertabile*. E questo *resta un problema* per chi *non può* accontentarsi di un atteggiamento puramente iconoclasta o dionisiaco. Anche la scrittura automatica dei futuristi o dei surrealisti voleva star dietro alla velocità delle macchine o alle proliferazioni dei sogni, ma i risultati furono discutibili.
    Cosa succede - mi chiedo - nella mente dei lettori quando si trovano di fronte alla giustapposizione di varie voci, senza possibilità di distinzione e, soprattutto, di “traduzione” dei significati nella lingua di cui essi in quel momento dispongono?
    E mi chiedo pure: la scrittura deve necessariamente inseguire il mutamento della “realtà”? Non può, per così dire, *attenderla al varco*?
    E può poi davvero la scrittura *inseguire* il movimento della “realtà”? O ha dimostrato che lo può solo in quei modi, non del tutto soddisfacenti per me, che approssimativamente chiamiamo “sperimentali”?
    Anche mescolare varie lingue o registri di lingue, per me, non basta. Può essere un segno di apertura, di “buone intenzioni”. Ma l’accostamento caotico – gradevole, sgradevole, sorprendente o seriale – di segni, simboli, significanti lascia irrisolto il problema ben più importante e difficile della traduzione tra i linguaggi che si mescolano. “Sotto” (o “indietro”) restano i significati, cioè un campo dove i conflitti da affrontare sono più ardui, perché più direttamente rimandano ai conflitti sociali, materiali, “immateriali”. (Si vedano, ad es., gli esiti non sempre lusinghieri del “multiculturalismo”).
    Insomma, concludendo queste mie riflessioni, il problema di “fare come Dante” è molto più arduo di quanto si pensi. Ragioniamoci di più.

    [Fine]

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