martedì 6 novembre 2012

Giorgio Linguaglossa
Su "La congiura degli opposti "
di Maria Benedetta Cerro


Maria Benedetta Cerro La congiura degli opposti LietoColle, Faloppio, 2012 

Ha scritto di recente Nicola La Gioia: «Il più squillante e splendido what if che sorge dalle pagine migliori di Aldo Busi è infatti: cosa sarebbe accaduto alla lingua italiana (cioè a tutti noi) se a un certo punto avesse imboccato la via di Boccaccio anziché quella del Petrarca, se avesse conservato la sua forza materica e la sua viva complessità, libera dalla padronalità curiale, poi leguleia, poi accademica, poi ministeriale, infine televisiva e dunque non più la biografia del popolo che avrebbe potuto essere ma il guaito delle plebi di ogni censo e condominio sociale? Non è un caso che Busi consideri una grande occasione mancata la messa al bando della Bibbia di Diodati nel Seicento. Se Lutero, con la sua traduzione, fondava la lingua tedesca, agli italiani toccherà per molto ancora il latino amministrato dalla Chiesa (la Controriforma senza Riforma), cioè una lingua padrona. L’italiano giungerà irrimediabilmente borbonico o savoiardo, fascista o democristiano, poco gramsciano e molto togliattiano di stanza all’hotel Lux. Sempre servo di qualcuno».
Credo che il punto sia questo: la costruzione di un linguaggio poetico all’altezza dei nostri tempi. La poesia contemporanea è da tempo impegnata nella individuazione di un linguaggio che si sia liberato dalla costrizione dei linguaggi della comunicazione relazionale e mediatica; c’è riuscita? È riuscita a individuare l’obiettivo? È riuscita a costruirsi un linguaggio poetico all’altezza? Quando leggo un libro di poesia ho sempre questo interrogativo che mi ronza per il capo, e cerco nel libro una risposta. Questo volume di Maria Benedetta Cerro, prefato da un gran pezzo di Donato Di Stasi, in un certo senso la domanda se la pone, e dà anche una risposta: occorre costruire un linguaggio poetico che sia «la congiura degli opposti», allargare il pentagramma lessicale e tonale fino al limite del possibile per poi lasciare oscillare, entro questa vasta gabbia di oscillazione, la banda larga del veicolo poesia. Scrive Di Stasi: «si è di fronte a un prosimetro (aforismi e partiture libere di versi), organizzato in modo architettonico mediante composizioni tematicamente ordinate (Astuzia delle fonti, Le dimore sonore, Poema delle sette spade, Poema della mandorla, Ballata du lapin blanc)».
Il problema che si trova ad affrontare la Cerro è come costruire un linguaggio poetico «degli opposti» sulla base di un discorso post-lirico che della lirica mantiene il retaggio e il calco mnemonico e stilistico; l’autrice mostra di concentrare tutti i propri sforzi nella direzione di una prosaicizzazione di una parte del libro (che infatti è scritta in prosa) mantenendo nella restante parte un discorso poetico rigorosamente incentrato sull’endecasillabo eccedente e sul settenario, su metri dispari insomma, che lasciano come una zoppicatura tonica, una dismetria fonica, una dissimmetria ritmica e lessicale in diagonale che attraversa un po’ tutta la raccolta.


                        Annunciò tre volte il gallo
                        l’alba delle banderuole.
E vennero dai pioli sconnessi dell’io
i camminanti
            tre volte battendo sull’uscio…

Anche l’opzione stilistica tende a privilegiare la collisione fonica e metaforica e lessicale tra il piano «alto» dei linguaggi del sublime e quello «basso» dei linguaggi del quotidiano. Ma è che la Cerro si rende conto di come un tale proposito vada inevitabilmente in rotta di collisione con la questione della perdita di peso specifico che hanno le parole dei linguaggi relazionali e mediatici così come dei linguaggi che si apparentano alla tradizione. «È una lingua alleggerita dal senso / - corriva e proterva -», scrive la Cerro quella che ci viene consegnata dalla tradizione e dal contemporaneo, una neolingua barbarica ostile alla resa in forma poetica. Il punto, credo, è proprio questo. Strofe brevi, affondi aforistici, riflessioni, tagli lirici, incisi metaforici, tutto viene conglobato a convergere in un calderone linguistico e stilistico che intende spuntare le punte  agli «opposti», renderle meno affilate, meno taglienti e graffianti. È il problema stilistico dei nostri tempi quello che tenta di risolvere Maria Benedetta Cerro: quello di riconvertire e omogeneizzare gli irriducibili «opposti» dei linguaggi poetici contemporanei che stanno in posizione di galleggiamento «leggero» con i sommergibili «pesanti» che sono andati a picco costituiti dai linguaggi «cifrati» della tradizione che nel frattempo è scomparsa, affondata sotto i colpi di una infausta e proditoria cannoniera che per intanto procede, vento in poppa, verso l’ignoto.

            Giorgio Linguaglossa


I
Gli anelli spergiuri pagano le cicatrici del profondo. Emergenza è vivere per gli uomini che hanno scritto e affisso con uncini da beccaio frasi elementari che sanguinano.

 II                                         
Ospiti mai stanchi delle insonni attese
                 - prodighi di segreti tradimenti -
non mi portaste fra le braccia
oltre le soglie dei conviti.
                            Non diceste parole
 che avrei gradito udire
né tratteneste a lungo la mano nel saluto.
Con tale indifferenza mi lasciaste andare.
Eppure vi aspetto
                            - non vi stupite -      
                                          Ancora.
III
Il nulla è.
Ma tu puoi colmarlo
e l’incompiuto si fa spinoso dono.
              Orli di braci le tue labbra
              e mani rapaci del mio domani.
E tuttavia sul ponte
 - troppo avanti
per tornare indietro    
                          alta la fronte
dalla parola in cui ho creduto
spero di essere accolto.


IV

Non dormire.
E’ il giorno che passa.
Una volta
               per l’ultima volta.
Ascoltalo.
              Arrestalo.
                            Guardalo negli occhi.
Riconoscilo. E’ il tuo tempo.
Non lasciarlo andare senza una parola.

Io sono colei che ama tutte le tue fibre
che le ascolta cantare come un pianoforte.
Ecco
       la faretra in spalla
                                   esco per incontrarti.
Non passare senza sfiorarmi.
Sono colei che se l’ignori
sguaina lo strale.


V

E’ una lingua alleggerita dal senso
                           - corriva e proterva -
Una cintura di suoni
adorna la sua vocalità.
Promette naufragi di grazie
poi cala sugli occhi
la sciabola del suo ventaglio
                      e nell’andare
le spalle ti volta.


VI

Impastò le ore: attese che lievitassero. Intanto ospitò nel grembo le mani. Pensava alle sfere, alle rotazioni lente da betoniera. Così nasce il tempo –si diceva- così si erigono le torri. In cima vi abita il pensiero, più in alto ancora l’enigma. Riprese le sue ore: odoravano di nido e di muschio. Ne fece attimi lunghi e altri brevi. Le mise al sole in fila. Finché divennero alfabeti.



VII

Conosce questo vuoto
chi veglia al centro della pietra.
Pupille senza meraviglia guardano all’indietro.
Ogni momento fioriscono parole
                        che chiamano il nome delle cose
                        che tornano alla lingua senza appello.
Loro sanno.
Conoscono alberi e fiumi che non esistono.                
Conoscono il vuoto che hanno edificato
                              e dove credono di cantare.
Nella pietra
preservate tutte le tenerezze
scolpita la perfezione della terra.
                              Dalla prigionia del nulla
                              al tempo inaccessibile.
                                          Così.


3 commenti:

  1. Lo so sarò banale, il resto lo ha già detto lei, Sig. Linguaglossa, ma me lo lasci dire:
    queste poesie sono meravigliose ,fra le più belle che ho letto negli ultimi anni. Senz'altro acquisterò il libro. Grazie . Emy

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  2. Ci deve essere un errore: la poesia VII è o non è di Wisława Szymborska? Boh, sarà l'ora tarda...
    mayoor

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  3. Devi esserci stato un contocircuito molto tipico del web. La poesia è edita in La congiura degli opposti di Maria Benedetta Cerro a p. 102. Essa è associata alla Szymborska in due siti, che copiando e incollando hanno ingenerato l'equivoco. Li riporto qui:
    http://ciaomondoyeswecan.myblog.it/archive/2012/11/09/giorgio-linguaglossa-basta-cosi-raccolta-postuma-di-w-szymbo.html#comments
    https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=493099004058328&id=420784107983815
    Doukas

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