POETERIE 1995
di Ennio Abate
‘sti poeti cha cicereano spaparanzati dint’o suppigne re femmene so senza scuorne
POETERIE 1995
di Ennio Abate
‘sti poeti cha cicereano spaparanzati dint’o suppigne re femmene so senza scuorne
di Ennio Abate
1982
1 gennaio 1982
Sulle
poeterie
(poesie
‘62-’64) ho condotto in vari tempi le seguenti operazioni:
- commenti
(agosto 1975);
- racconti
sui miei tentativi di scrivere poesie;
- restauri;
- sviluppi;
- tentativi
di critica e autocritica.
Tali
operazioni non sono mai arrivate definitivamente in porto. Ma le ho
tentate con una certa tenacia per vari anni. Ho perseguito questi
scopi:
- non
dimenticare il passato in cui mi ero formato;
- dare
importanza
alla mia pratica poetica solitaria;
- utilizzare
i frammenti per indagare la mia esperienza.
febbraio 1982
1.
Perché
il mio poetare ha avuto bisogno di tanta clandestinità? (O
mortificazione?).
Desiderio
di stare
al riparo? Da
cosa o chi? L’ho
sentito come una malattia che volevo curarmi da solo?
Poesia e Moltinpoesia. Un percorso, un bilancio (3)
di Ennio Abate
14 gennaio 1980
Leggendo Vanoye, La funzione poetica nei messaggi scritti e Annaratone, Rossi, Versificazione e tecnica della poesia.
Certo
la poesia, che nel costruirsi s’appoggia alle varie funzioni del
linguaggio comune, non è riducibile all’aspetto metrico. E mi pare
assurdo che senza metrica non ci sia poesia. Anche un corpo – penso
– esiste di per sé e non perché sia misurabile (o non vale
soltanto quando rientra entro determinate misure giudicate normali).
Non
posso
trascurare
che finora
- e in particolare nella cultura letteraria italiana - la misura
ha avuto una grandissima importanza e
che sarebbe da sciocchi pretendere di capire la poesia dei classici
trascurando il loro rispetto o la loro passione per i problemi di
metrica.
Ma
ho
sempre pensato e
temuto
che la metrica (come l’ortografia, come tutti
i saperi
regolati)
possa
e viene
anche
usata
per intimidire e
sottomettere,
cosa inaccettabile. A complicare le cose c’è statal’esperienza
delle avanguardie, che è andata
oltre
misura
(o
oltre
le
misure
canoniche). Forse perché influenzato io
pure
anche solo indirettamente da tali esperienze,
non ho badato mai
troppo alla
metrica. Oppure
mi sono affidato da sempre a una
metrica soggettiva praticando
alcune delle
possibili varianti del verso
libero.
Il problema di valutare
quanto
il
verso libero sia
o no
alternativo
o fuorilegge me
lo ritrovo di fronte adesso che leggo gli
scritti sulla metrica di Fortini.
Il quale insiste a dimostrare quanta metrica della tradizione stia
nella apparentemente vergine e ribelle anti-metrica
delle
avanguardie. Mi
convince? Non so dire. So dire, però, che resto curioso verso le
tante esperienze che hanno cercato il senso
del/nel non
senso,
o la logica del/nell’a-logico.
Per adesso tengo
a
bada sia la soggezione alla metrica che il suo rifiuto semplicistico.
Potrei controllare che tipo di versificazione ho adottato in questi
anni e quali mutamenti sono intervenuti rispetto agli inizi. Ma è
un compito che richiede tempo e una competenza della tradizione
metrica che non sono riuscito ad avere. Questo
mio deficit è un po’ il marchio ricevuto
dalla
mia traballante e penosa formazione liceale. La metrica mi
respinse;
e solo il provvidenziale aiuto del sig. Giarletta, un
direttore
delle poste in pensione che abitava al
piano di sotto della nostra
palazzina,
mi fece superare il blocco che m’impediva di leggere bene gli
esametri in greco. Quelle mie
difficoltà
furono la molla che fece scattare la mia simpatia istintiva quando
scoprii i
poeti che usavano il verso libero. E che allora – parlo del
1956-’57 - erano al di fuori dei programmi liceali,
fermi alla “triade” Carducci-Pascoli-D’Annunzio. Ne lessi -
per caso e
per la prima volta dei
testi - in un’antologia dei poeti del primo ‘900 prestatami
dalla sorella laureanda in lettere del mio compagno di liceo Carlo
Bisogno.
Le
suggestioni
dell’avanguardismo sono
rimaste abbastanza vive. E anche se oggi
condivido l’insieme delle critiche (soprattutto
politiche)
di Fortini alle avanguardie, so
quanto sia rimasto lontano
e irraggiungibile il suo classicismo.
agosto 1981
1.
L'inizio della mia ricerca poetica fu attorno al 1961-'62, interrotto e complicato dalla mia partenza per Milano e dalla ricerca di un lavoro per mantenermi. Mi sono sempre rifiutato di sbarazzarmi di quei frammenti comunque intenzionati poeticamente.
di Ennio Abate
2 gennaio 1978
Lettura. Roversi, I diecimila cavalli. Bellissimo l’intreccio del dialogo fra i due amanti che si separano e la descrizione dell’intervento della polizia contro i manifestanti. E poi parla con passione dei meridionali e con rabbia della polizia. Accorcia il romanzo veristico, lo stravolge. È un lavoro da scrittore maturo. Non cerca spiccioli.
Poesia e Moltinpoesia. Un percorso, un bilancio (1)
di Ennio Abate
Questi appunti di diario sono stati scritti tra 1977 e 1985 e riordinati nel 1999. Pubblico quelli del 1977.
di Ennio Abate
di Ennio Abate
al sole
un attimo sfuggendo
come bisbiglia
vocina d’infanzia
le
tiepide cose che pensa
al badante amico
- corpaccione da
pugile ingrassato
che la spinge sulla carrozzella
lentamente
10 ottobre 2025
di Ennio Abate
Chille,
st’amiche, stu Bisogne - Ah, sì,
vuoi ricite Bis!
E, sì, facimme nu bisse!
-
veneve
ra o stesse paese. Ere r’Acquamele.
Pa
precisione e suoie stevene ncopp’Aielle.
E
sturiavene ‘nsieme, sì, tutt’e pomeriggie
po, quanne se
faceve sere, jevene a piere
a passeggià miezz’a folle a
Lungomare.
Pure
quanne chiuveve forte e c’ere viente
cu
ll’onne ra mareggiate nzin’ao marciapiede
lui, Bisse, Lac e Guerrazze ievene
annanze
e arrete a parlà e Die e Dostoiesche.
Stevene
sempe a sturià, a sturià
o
sempe ‘nzicche
a chillu gire e prievete
e
l’azionecattoliche.
Senza
na guagliona.
Quest’amico/
Bisogno - Ah, sì,/ voi dite Bis! E, sì, facciamo un bis! - /
veniva dallo stesso paese. Era d’Acquamela. Per essere precisi,/ i
suoi erano di Aiello.// E studiavano insieme, sì,/ tutti i pomeriggi
e poi,/ quando veniva sera,/ andavano a piedi/ a passeggiare tra la
folla a Lungomare.// E anche quando pioveva forte e c’era vento/
con le onde della mareggiata fin sul marciapiedi/ lui, Bis, Lac e Guerazzi andavano avanti / a parlare di Dio e di Dostoevskij.// Erano sempre a studiare,
studiare/ o sempre legati a quel giro di preti/ dell’Azione
Cattolica. Senza una ragazza.
2010/2025
di Ennio Abate
ingenuo come un bimbo
fece
rotolare
per terra le sue monetine
e
altri già più furbi
le rubarono
ingenuo come un
adulto
raccontò i suoi sogni
all’amante - che si
vendicò
giocare ed essere giocati
la vita - (forse) la poesia
Ballata dei massacrati di Gaza
di Ennio Abate
Fratelli umani
Israeliani
nostri ben educati carnefici
per l’amara e breve vita
che lasciammo
nell’unico modo da voi consentito
non incolpatevi.
di Ennio Abate
abitammo, sì, tanto vicini
ma case su scogli separati
il vecchio padre
ora benevolo poeta
è sceso
ha bussato alla porta
e alla mia donna
ha sussurrato - quanto tardivo! -
l’invito per me:
venga, venga quando vuole…
calmo
mi rivesto
- infilo calzettoni
finalmente non bucati
senza nascondere toppe
e mancanze di studio -
ma non mi arrampicherò più
su quel suo scoglio
i miei occhi
vecchi e stanchi
hanno già visto da quaggiù
l’orrore
che lui dall’alto vede
di Ennio Abate
occhi sfrontati
pronto sorriso
forziere di speranze
serrato in monosillabi
e frasette diligenti
non scassinarlo
amarlo
quel tanto
da non spaventarlo
come tutti i vecchi che han perso
t’avvii verso il nostro cimitero
di campagna
non confondere il fruscio degli alberi
coi rantoli o l’urla dei morenti
il calore e il profumo del mio goffo
corpo di madre bastò a proteggerti
dal gelo delle menti più feroci
il fantasma suo ti venga incontro
e ti consoli
di Ennio Abate
mi spingo oltre il tendaggio
ritrovo
la casa desertagli oggetti irriconoscibili
il pietrificato fantasma
di mia madre-fanciulla
ricordi
fetidi panni sporchi
del mio tradimento
di Ennio Abate
non sai stare fra le donne
beato
come sul filo delle onde
a fare il morto
il bimbo
che la madre portò in visita
da cugine e comarelle
s'insinua presto
fra maglie soffici
e corpi odorosi
ridacchia
punge
si svela
m'intimarono di consegnare
gli orecchini - guizzi dorati -
che lei aveva portato ai lobi
avrei dovuto fare il martire
-
farmeli - nobilmente offeso -
strappare
ma da belva reagii
morsicando le mani
che mi agguantavano
devo
solo restare fermo alla finestra
quando
il buio m'arriva in petto
in
qualche suo invisibile angolo
(che
pare appartenermi e invece
invia
sussulti inesplorati)
i
fantasmi di persone care
in
riposo - inquiete
con
respiri
a
fatica immaginati
che
gorgoglia in gola
Scorri, buia campagna d’infanzia, mostra i tuoi sterpi.
Ci siamo fatti vecchi. Ci siam persi. Ma ai
bambini
che fummo – abbassaocchi, biascicanti favori,
baciamani
– somigliamo soltanto per la sofferenza dei
ricordi.
Dal braciere di povere fiabe scintillano ancora
immagini
pie. Conservarle devi contro i geli pugnalatori.
Cibi di compassione, marmellate di paure sono,
ma nutrono l’impazienza di altri combattenti.
Narreremo altre furie. E nella carne dei viventi.
Non più muti scenderemo negli irriconoscibili
cimiteri marini dei nostri padri dimenticati.
9 luglio 2025
* Una precedente versione qui:
https://www.poliscritture.it/2024/05/09/lavorando-a-narratorio/