mercoledì 31 marzo 2010

Ennio Abate: Resoconto del Laboratorio MOLTINPOESIA del 30 marzo 2010 su Alda Merini

Ostacolato dal temporale e dai soliti disguidi organizzativi, l’incontro sulla Merini c’è stato ed è andato bene.
Alle 18  avevamo trovato ancora una volta la Palazzina Libery chiusa. Telefonate, trasferimento d’emergenza nel solito Bar dell’Angolo, dove  Luciano Roghi ha tenuto la sua introduzione e abbiamo cominciato a discutere. Poi, avvertiti che nel frattempo era arrivato il custode, nuovo spostamento e completamento della discussione alla Palazzina.
 Luciano [Roghi] ha raccontato il suo personale avvicinamento ai testi della Merini (soprattutto alle prose). Ha poi ripercorso le varie tappe della sua vita tormentata e eccentrica:  le poesie  giovanili; l’apprezzamento  delle sue prime produzioni poetiche da parte di Spagnoletti, Raboni, etc;  i vari internamenti in manicomio con elettroshok; il matrimonio, le gravidanze, le tre figlie nate e subito date in affido; le terapie analitiche con Musatti e Fornari; le lettere non spedite  a “fantasmi” (scrittori del passato o suoi contemporanei); l'importanza per lei della figura paterna (primitivo, fumatore e sognatore); la sua formazione da autodidatta;  e negli ultimi anni, dopo il successo editoriale e di pubblico, la gestione tra il narcisistico e lo spettacolare della propria immagine di poetessa «sofferente, vulnerabile, senza corazza».
La cifra del fascino della Merini sta per lui, se ho ben inteso, in questa capacità di «rimanere infantile» contro una società, che impone invece censure, condizionamenti e adattamenti più o meno castranti.
La successiva discussione si è incentrata su alcune questioni:
1) fino a che punto la conoscenza della vita di un poeta o di una poetessa giova alla “comprensione” della sua poesia (o, in altri termini ed esprimendo un dubbio di metodo: cominciando  dalla vita del poeta, non si rischia di fermarsi ad essa, alla biografia, trascurando il necessario o indispensabile lavoro di accostamento, di lettura e magari studio critico dei suoi testi?);
2)  che peso dare alla facile, comune  e affascinante (soprattutto nel caso della Merini) equazione tra malattia mentale (o “follia”) e poesia?  e che credito dare alle parole della stessa Merini, che arrivò a «benedire la sua follia» o la sua esperienza manicomiale come fonte  della sua poesia e ragione di una sua maggiore “autenticità” o “sincerità”;
3) le ragioni esterne o interne del suo “successo”: la sua poesia «arriva a tutti», perché lei prima di scrivere  s’immergeva  nell’«acqua del sentimento», e dunque perché la sua era una poesia  “sentimentale” (in senso positivo) pur rischiando a volte il sentimentalismo? Oppure il successo è stato costruito anche con interventi  più o meno mirati da parte di editori e addetti alla poesia-spettacolo?
Come suntino della riunione mi fermo qua. Sollecitando i partecipanti ad aggiungere attraverso la mailing liste osservazioni, commenti, precisazioni di quanto da me detto.

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