mercoledì 27 ottobre 2010

DISCUSSIONE
Leonardo Terzo
Con quale criterio
è giudicata l'opera d'arte?



La risposta dipende dal contesto. Ognuno giudica col proprio criterio, ma suppongo che non siano i criteri personali che  interessino, bensì quelli che sono i criteri dominanti. 
Per descriverli bisogna distinguere due ambiti: 1.contemporanei ma diversi per geografia o strato sociale e 2. storici, appartenenti a epoche diverse.
Primo ambito. Settore geografico: le radici culurali determinano i significati, la capacità di capirli e quindi di apprezzarli. Noi occidentali facciamo fatica ad apprezzare i generi del teatro giapponese, kabuki e altri. Naturalmente possiamo studiare i valori altrui, li capiremo in modo razionale, con l'intelligenza, ma sarà difficile sentirli come i propri e commuoversi. Il critico Edward Said ha scritto un libro "Orientalismo" per mostrare come gli occidentali hanno frainteso e ridotto ai loro parametri le culture orientali.
Su scala ridotta la cosa vale fra vicentini e veneziani, palermitani e messinesi, fiorentini e pistoiesi. A me il Palio di Siena fa orrore, come le corride spagnole. I confini però sono mobili come tutte le cose umane e le culture si intersecano e si mondializzano. Ognuno di noi arranca per aggiornarsi, capendo un po' di più o un po' di meno. Io sono milanese, figlio di napoletani, con nonni siciliani, con zii e cugini a Venezia, a Roma e in Sicilia, ho avuto una moglie milanese ma figlia di Valdesi che ammiro molto. Non ho dovuto fare ricerche antropologiche in Lapponia, in Amazzonia o in Africa, per rendermi conto delle diversità culturali e l'arricchimento che la varietà comporta. Ma ci sono cose che restano lontane e condizionano i giudizi di valore. Ho studiato per oltre quarant'anni letteratura inglese e americana, ma faccio ancora un po' fatica a capire gli inglesi, figuriamoci i pakistani che incontro ora quando vado a Londra. 
Settore sociale: basti pensare a tutte le discussioni sui livelli di cultura, sulla cultura contadina e il folklore, opposta a quella delle corti e poi delle città, poi la cultura di massa, prima discriminata e poi rivalutata. Anche qui ognuno deve imparare a nuotare nel grande mare degli ambienti sempre più vasti in cui viene a trovarsi di volta in volta. La formazione degli stati nazionali ha implicato uno sforzo dei governi di uniformare e rafforzare le culture interne intorno ad alcuni valori. In questo processo ha arruolato gli intellettuali fra cui gli scrittori e i poeti, facendoli anche studiare a scuola. Qui la poesia ha avuto l'ultima chance di contare qualcosa, ma la poesia è impotente rispetto alla società, sin da quando è stata inventata la scrittura, e la sua funzione originaria come tecnica mnemonica non serviva più. La cultura religiosa e aristocratica è stata sostituita da quella borghese, poi da quella consumista, adesso saremo trasformati da quella tecnologica. Siamo destinati a fraintendere le opere del passato, per esempio: l'interpretazione romanticheggiante di Paolo e Francesca, l'interpretazione psicologica dei personaggi della tragedia greca. Il criterio del giudizio prevalente fino al Rinascimento è il principio di pienezza: cioè un'opera è valida quanto più è capace di riepilogare e contenere tutti gli elementi della tradizione, perché l'aristocrazia ha il culto degli antenati. Col romanticismo invece prevale il criterio dell'originalità, il culto del nuovo, che ha cominciato ad esistere dalla scoperta dell'America fino alle avanguardie del 900, che a loro volta reagivano alla cultura di massa, prodotta dalla seconda e dalle ulteriori rivoluzioni industriali. Ora prevale la standardizzazione e la capacità di fare oggetti che sono allo stesso tempo merci e messaggi e hanno sostituito la letteratura. I bestseller sono merci di consumo come le magliette e le scarpe, a prescindere che siano anche ottimi libri, perché vengono concepiti e trattati con questo scopo, non per acculturare o istillare l'amor di patria o altri valori. Gli autori veri della cultura sociale sono i brand [marche]. Il criterio di valore attuale è la comunicabilità. I poeti sono chiusi nelle proprie nicchie, ma proprio per questo hanno conservato il piacere della poesia. Altri hanno il piacere di esibire il nome dello stilista sui propri vestiti. A ciascuno il suo, senza acribia.

2 commenti:

  1. Trovo condivisibile questo testo di Leonardo Terzo. Anche quando arriva a stabilire che il criterio di valore di oggi è la comunicabilità. Confesso che, pur provenendo dal mondo della pubblicità, un po' mi dispiace che sia così perché ho molto amato lo sperimentalismo degli anni '80, ma tant'è. D'altra parte mi sembra che, da quando si sono tolti quella veste, poeti come Viviani, Cucchi e altri, di loro si rimasto ben poco. Parere personale. Come se dietro il significante di cui si parlava allora, in definitiva, non ci fosse poi molto. Sanguineti forse, ma purtroppo non c'è più.
    Verrebbe la voglia di trovare dei significati trasversali, qualcosa che accomuni le poesie di ogni epoca, ma credo si dovrebbe fuggire dalla citazione, cosa quasi impossibile. Perfino guardando un paesaggio oggi viene spontaneo pensare a Turner, oppure a Hopper, a seconda dei casi. Difficile che una persona, anche minimamente colta, se ne astenga limitandosi ai profumi dell'erba.
    La comunicabilità, si diceva. Non la si potrebbe precisare meglio? Trattasi di qualcosa che somiglia al dire? Secondo me no, almeno non necessariamente, ma il dire ( il dire nella scrittura) può essere inteso come un filtro capace di restituire anche lo scavare profondo nell'anima in modo che si presenti senza inutili complicazioni, ma con tanta abilità?
    Me lo sto chiedendo da qualche tempo, rinunciare ai giochi formali della parola scritta - che in definitiva sarebbero esercizio divertente e creativo di estetica - a favore... di un comunque assurdo modo di intendere le cose con la poesia? Oppure farsi tanto ragionevoli da non reggere, poi, il confronto con qualsiasi pensiero filosofico?
    Ecco la parola che mi viene è Verità. Pur nella finzione dovuta all'assenza reale dell'io scrivente. Verità che si possa contemplare più che da discutere. Un vero miraggio.

    Mayoor

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  2. Chissà perché ma ogni volta ai problemi che Mayoor pone
    mi torna quasi naturale trovare risposte o obiezioni in qualche brano di Fortini di cui mi ricordo e che vado a ripescare.
    Mayoor tira in ballo "la parola [...]Verità" (notare la maiuscola) e la vorrebbe associare alla poesia, per sottrarre quest'ultima ai "giochi formali" e ad una competizione, a suo avviso perdente, con "qualsiasi pensiero filosofico".
    E io accosto a queste sue inquiete domande queste parole di Fortini:

    "Credo alla verità di alcune mie poche poesie perché ogni loro verso porta il segno della contraddzione. Però non posso sapere se quel segno è subìto o interpretato, se è documento o contributo. I miei versi esistono appena per rammentare come viviamo: fra la trtionfale organizzazione delle carogne contro qualsiasi bene possibile e pubblico.
    Sono ormai così persuaso della natura cerimoniale dell oscrivere, così rispettoso di ogni possibile istituzione retorica, così ben difeso dalla confusione delle categorie, che senza iattanza e a voce bassa POSSO DIRE CHE LA POESIA E' SUFFICIENTE A SE STESSA MA NON A ME E CHE PIU' DI TUTTO MI IMPORTA LA SEMPLICE VERITA'" (Quarta di copertina di UNA VOLTA PER SEMPRE. POESIE 1938-1973, Einaudi 1978).
    La sottolineatura col maiuscolo è mia.
    Insomma, Fortini spiazza anche la soluzione proposta da Mayoor. la poesia non è lo strumento principe, la via maestra per cogliere la Verità, come pensavano gli ermetici ( ecco perché, Mayoor, Fortini se n'era staccato...). E più importante della poesia può essere la ricerca della "semplice verità".
    In cosa poi questa possa consistere e se possa essere comunicabile o meno è un altro problema.

    Ennio Abate

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