giovedì 7 ottobre 2010

J. JOYCE'S FINNEGANS WAKE, conversazione di Giuseppe Beppe Provenzale



Quando la foto arrivò a Messina Dn. Eleonora  Provenzale de Petro restò perplessa. Suo figlio Giuseppe, a due anni dalla fine della guerra, aveva assunto un’aria da gagà. Non riconosceva l’aria strafottente che sfidava l’obiettivo, gli anelli alle dita e uno sguardo girato come sfida. Con polso morbido vergò poche righe, affidate a una busta dagli angoli perfetti.
Quando a Parigi arrivò la foto di James, Nora Barnacle fu sorpresa, prese carta e penna e gli scrisse che era contenta del suo sguardo rasserenato e degli occhialini curvati con flessuosità sconosciuta.
Le lettere s’incrociarono con un biglietto di scuse del fotografo dello studio Ideal Foto di Via Madonnina a Trieste.
“Un mio garzone ha scambiato le foto, porgo i sensi pieni del mio rammarico e le mie umiliate scuse”. Un banale scambio di foto di due persone fisicamente rassomiglianti, stranieri con lo stesso anno di nascita (e morte) e l’affetto di due “Eleonore”.
“Sì cara Maman, lo conoscevo appena, era un insegnante della Berlitz e scriveva in modo complicato. Da quando l’Impero è finito, si ridisegnano confini e architetture e si cancellano blasoni e rime. La devastazione figurativa di Dresda riconsidera questa nuova società, deforma Ogni Cosa e la violenta con il colore… Ma non voglio annoiarti… l’Irlandese dalle grandi bevute scriveva nel Caffè degli Specchi qualcosa “In progress” e  devastava il linguaggio. Un intellettuale dalle parole apparentemente senza significato, ma che per qualche assonanza, ricordo, sintesi o dilatazione diventavano poi comprensibili e congrui…”

In quel 1920 James Joyce multi-lingue e supercolto Dubliner, è a Trieste e, sulla via di Parigi, comincia Finnegans Wake, provvisorio work in progress. Da quindici anni s’è auto-escluso dalla società dublinese e s’é portato appresso le sue radici wiskey e morte elaborate sino a ricordarle come e quanto vuole. Ha caricato sui fianchi convinzioni e credo in Bruno, Vico, le liberazioni di Swift, Defoe e i ritmi di Smollett. I ricordi. Finnegan alla fine sarà un lavoro sofferto, scritto e riscritto in sedici anni. Un non-romanzo con vertiginosi giochi linguistici all’interno di percorsi in-consueti agli schemi narrativi convenzionali.
Per fornire appena una chiave di lettura tento un’analisi della genesi linguistica del titolo Finnegans Wake e traduco l’incipit.
In origine c’è Finnegan’s wake la popolare ballata di Tim Finnegan. Togliendo il genitivo sassone il cognome diventa Finnegans; Finnegans si può dividere un Finn-egains o Finn again. Finn è il nome del gigante progenitore che con superbo sentimento babilonese, tentò d’innalzare al cielo una torre. Castigato, crollò morto giacendo sulla sponda sinistra del fiume Liffey. Finn è dunque l’Orgoglio Dublinese e i Finn i figli orgogliosi. Continuando, Wake cambia da “veglia funebre” alla terza persona plurale di to wake, e dunque Finnegans Wake diventa “I Finn nuovamente si risvegliano”; espressione significativa se ricordiamo la ribellione irlandese degli anni ’10. Altrimenti solo un titolo.
Incipit
riverunn, past Eve and Adam’s, from swerve of shore to bend a bay, brings us a commodius vicus of recirculation bcak to Howth Castle and Environs.
Che tradotto  in un italiano neo-gaddiano diventa:
“scorrifiume[1], superati Eva ed Adamo[2], da spiaggia serpentina a gomito di baia, ci conduce con un più commodus vicus di ri-corso[3] nuovamente a Howth Castle Edintorni.
Sir Tristan, violista d’amores[4], da sopra il breve mare d’Irlanda aveva passencore[5] ri-raggiunto dall’Armorica del Nord questa sponda dello scarno istmo dell’Europa Minore per wieldercombattere[6] la sua guerra penisolata…”
Ogni parola – singola o composta é capoverso di glosse tenute segrete all’interno del testo e lo sforzo del lettore è improbo se non è supportato dalla loro conoscenza. Joyce pretende d’attirare sul suo testo e smarrire per sentieri e visite di tabernacoli privati. Una fabula connessa al metodo narrativo complicato da acrobatiche opzioni linguistiche. Ogni frase è il summa di ciò che lui conosce sull’argomento, dove sceglie e esercita allegrezza ed autoironia.
Una trama? Tento un riassunto, o, meglio, riassumo quella di Edmund Wilson[7]. Con un’avvertenza: i componenti di Finnegans sono così numerosi che se ne possono ricavare più tracce a più livelli. Una miniera per critici decespugliatori o fiordafiore.
Il protagonista è il dublinese Humphrey Chimpden Earwicker (H.C.E.) un uomo invecchiato, d’origine scandinava, proprietario del pub The Bristol. Rubicondo, chiaro di capelli, baffuto come un tricheco, robustissimo e grasso. È sposato con Ann (A.L.P.), ex-commessa di negozio e più o meno illetterata. Entrambi sono protestanti tra cattolici, e quindi estraniati dalla comunità.  Hanno tre figli: Issy già signorina, e due gemelli più piccoli, Shem e Shaun. Una tranquilla famigliola quasi borghese? No. Ognuno è un simbolo, una storia.
H.C.E. non sono le sole iniziali di Humphrey Chimpden Earwicker, ma: l’H allude ad una sua qualche deformità (hump=gobba) che lo collega alla filastrocca infantile Humpty Dumpty doo e in un caso s’identifica con Adamo cacciato dal Paradiso,  anch’egli a causa un peccato commesso in un giardino.
La “C” “per assonanza con lo Humphry Clinker di Smollett[8], sottolinea la sua natura bestiale e scimmiesca… uomo primitivo, di Neanderthal.”[9] O Meandertale parola rincorsa da Umberto Eco[10] in tutti i suoi percorsi semantici.
La “E”: in posizione eretta è l’uomo contemporaneo; carponi quello preistorico; ruotata di 180° la resurrezione; supina, sonno e sogno. Solo per cominciare. H.C.E. è anche Here Comes Everebody, l’uomo comune, Noé, Cromwell, Cesare, Napoleone, il duca di Wellington e lo sconosciuto Tim Finnegan, l’ubriacone della ballata Finnegan’s Wake. E’ C. Stuart Parnell (il leader del Partito Irlandese accusato d’adulterio…), è anche Stanislao padre di Joyce... Tutti deducibili dal contesto di una lettura mai agevole.
Anche la moglie Ann non mantiene la sua connotazione e diventa A.L.P., simboleggiata con il greco Δ, delta dell’Ana Liffey fiume di Dublino, il segno del sesso femminile e l’emblema dello scorrere della vita. Eva progenitrice ed anche Anna Livia Plurabelle acronimo dedicato a Livia Veneziani moglie dell’amico Italo Svevo. Plurabelle è anche un “pura e bella” sino a “Onnilabirintica, la Sempreviva, la Portatrice di pluralità”.
La figlia Issy è simboleggiata da una T (teta) capovolta, al contrario di quella di Tristano sposo della Isotta dublinese. I simboli [ (doppia gamma) e Λ (lambda) sono per Shem e Shaun (James e John in gaelico): l’unione degli opposti (Giordano Bruno) e l’insieme inscindibile. Come i loro genitori H.C.E. e A.L.P. non mantengono i ruoli e li mutano rappresentando l’uomo di pensiero, quello d’azione e le loro contraddizioni. Due che diventano tre quando sono testimoni del misterioso “peccato” commesso dal padre al Phoenix Park.

Notte di un sabato d’estate. Dopo una caotica serata nel suo locale, dove ha passato tutta la giornata bevendo, Earwicker va a letto ubriaco. Notte agitata e sogni all’altezza: rivive la giornata sino a un incubo oppressivo. Egli e la moglie dormono assieme, ma senza attrazione fisica. Earwicker trasferisce sui figli l’antico sentimento erotico per la moglie, ma lo deduciamo solo alla fine del romanzo, quando Earwicker si sveglia e apprendiamo  da Giorgio Melchiori “che i voli di fantasia erotici e gli orrori del rimorso nel suo sogno sono stati ispirati da ciò che Earwicker sente per i propri figli. (…) all’inizio del sogno troviamo Earwicker nella parte di Tristano, e per tutta quanta la notte egli va corteggiando Isotta; la porta via, la sposa (…) solo al passo a pp. 564-5 65 (…) siamo portati a connettere col figlio di Earwicker il motivo omosessuale che è entrato per la prima volta nel sogno col sinistro incidente del padre che avvicina un soldato nel parco… »[11]
Nel corso della faticosa notte di Earwicker, il tabù dell’incesto e dell’omosessualità originano un’intera celebrazione mitologica, pervasa da una  morality  affine allo spirito della tragedia greca. Earwicker è Tristano che rapisce Isotta, è Adamo cui il peccato ha fatto perdere il Paradiso del Phoenix Park; è l’Humpty Dumpty doo della filastrocca popolare, é Tim, l’eroe della ballata di Finnegan’s Wake resuscitato al suono della parola  whiskey; è Napoleone vinto dal duca di Wellington simboleggiato dal fallico obelisco eretto nel Phoenix Park.
Un romanzo crittato e criptico dove è rappresentata la realtà oltre la coscienza, del sonno e del sogno raccontati con un linguaggio “alla fine della lingua inglese”[12]. Un “babilonese” arricchito di  tutte le lingue che Joyce conosce e usa quando le ritiene adeguate a porgere  un sogno universale. La parola è perfezionata e spinta fino al delirio, fornita di uno spazio elastico e di identità liberate in narrazione ciclica (a G.B. Vico) che non si conclude mai; un abisso ellittico dove ci si può perdere o ritrovare se si scarta il già visto e ci si indirizza al “mai visto”.




[1] Il fiume Liffey.
[2] I due promontori di Howth tra cui sorge Dublino. Antropologia estrema e mitologia per ricordare testa e piedi del gigante Finn.
[3] Corsi e ricorsi vichiani.
[4] Amor, amores. L’amore che é carne e spirito, passione e sentimento. Anche le sue varianti.
[5] Pass-en-core? Attraverso sin diritto al cuore ?
[6] Se il vocabolo fosse wilder si potrebbe tradurre in selvaggio. Wilderfight=combattere selvaggiamente.
[7] Edmund Wilson, Il sogno di H. O. Earwicker.  Una lettura di Finnegans Wake di J.Joyce .
[8] Tobias Smollett - (Dalquhuhrn, Dumbartonshire, 1721 – Antignano, Livorno 1771) dal romanzo epistolare The expedition of Humphrey Clinker  (1771), in cui appaiono una satira contenuta, un sentito realismo e un vivace ritmo narrativo.
[9] Introduzione di G. Melchiori a J. Joyce, Finnegans Wake, traduzione di L. Schienoni, Mondatori, 1975.
[10] U. Eco, Come si dice in italiano tumptytumtoes?, l’Espresso, 21,28, 1978, pp 78-83
                     [11] G. Melchiori, Op. cit.
[12] Definizione dello stesso Joyce.

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